sabato 24 ottobre 2020

Alcuni racconti, per ricordare i primi dieci anni del libro "Piscinola, la terra del Salvatore"!

In questo post riportiamo alcuni racconti tramandati dalla tradizione orale raccolta direttamente dai ricordi dei nostri anziani. Alcuni racconti sono delle leggende, altri invece appartengono alle cronache degli anni scorsi... Essi sono tratti dal mio libro: "Piscinola, la terra del Salvatore, una terra, la sua gente, le sue tradizioni", edizione The Boopen, anno 2010, che in queste settimane festeggia i primi dieci anni di vita...! La pubblicazione del libro è stata una esperienza bellissima, che mi ha portato tante belle soddisfazioni, oltre all'arricchimento umano, per le tante persone conosciute. Grazie al libro, tante nuove notizie e testimonianze mi sono arrivate, e poi tanto interesse ha suscitato nel quartiere, con la riscoperta della storia di Piscinola soprattutto da parte dei giovani.
Diretta conseguenza di questa bella esperienza, è stata la creazione del blog: "Piscinolablog" e della pagina rivista facebook: "Amici di Piscinolablog". Grazie!
Ecco i racconti:

La leggenda del “Cippo sotto ‘o campanaro”

Tanto tempo fa, prima dell’ampliamento della chiesa del SS. Salvatore, ossia prima dei lavori di costruzione della nuova facciata neoclassica, l’antico campanile si presentava avanzato rispetto a questa e alla sua base presentava una grossa volta “a botte”, con un arco a tutto sesto. Alla base dell’arco a volta, che fungeva anche da passaggio pedonale, esisteva un vecchio cippo marmoreo. Questa pietra, a forma un po’ cilindrica, era forse l’avanzo di un altare paleocristiano, di cui si ignorava la provenienza. Si presentava già a quei tempi in pessimo stato di conservazione, rotta in due metà, a causa degli “acciacchi” subiti nel corso dei secoli. Spesso essa era oggetto di gioco dei bambini ed era utilizzato dagli scugnizzi dell’epoca per improvvisare qualche esibizione di destrezza fisica!
Campanile e arco chiesa SS. Salvatore, anni '40

Secondo la leggenda, una notte di tanto tempo fa, un gruppo di ladruncoli agirono indisturbati e riuscirono a spaccare il mausoleo in due parti e ad estrarre un vero e proprio “tesoro”, che vi era nascosto all’interno. Si narra che dentro al cippo furono trovate numerose monete d’oro, dette “marenghi” ed una pisside d’oro, contenente ostie consacrate. Questi ladri portarono rapidamente via tutto il “tesoro”, servendosi di un carro trainato da buoi. Tuttavia, durante la fuga, lungo la vecchia “cupa” per Miano, in corrispondenza di un saliscendi lì esistente, i buoi “s’inchiantarono”, ossia si impuntarono e non permettevano al carro ed ai suoi conduttori di proseguire il tragitto. A nulla valsero i tentativi dei ladri per far avanzare le bestie, anche con colpi di frusta e botte. Ad un certo momento uno di questi ladri ebbe un’idea brillante, immaginando a chissà quale misterioso arcano si nascondesse nella pisside d’oro, pensò bene di prelevare dal tesoro l’oggetto d’oro, con il suo contenuto sacro e di poggiarlo sul muretto che costeggiava la “cupa”. Così facendo i buoi ripresero a trainare il carro e proseguirono il loro tragitto, senza opporvi altra resistenza. I Piscinolesi ed il Parroco del tempo, dal canto loro, avvertiti dell’avvenimento dagli abitanti del luogo, accorsero in processione a prelevare la pisside d’oro ed a riportarla in chiesa, tra l’acclamazione dei fedeli, che gridarono al miracolo. Di questa pisside, se veramente esistita, si è persa ogni traccia. Del famoso “cippo” sappiamo solo che, a seguito dei lavori di ampliamento della navata della chiesa, fu sotterrato nelle fondamenta della nuova facciata e tutt’oggi giace ancora lì.

La leggenda della “Casa dei serpenti”

Questo rudere archeologico è situato in mezzo allo spartitraffico di Via Tancredi Galimberti ed è stato in parte interrato a seguito della costruzione di quest’asse stradale, avvenuta agli inizi degli anni ’70. Secondo le ricerche archeologiche condotte dagli studiosi negli scorsi decenni, questi resti appartengono, con ogni probabilità, ad una casa romana di censo agiato. Ne sono testimoni anche la conformazione delle mura, costruite in “opus reticolatum”. 
Ruderi di villa rustica romana in via T. Galimberti
Infatti in vicinanza di queste mura, durante la costruzione del “Rione 167”, sono stati rinvenuti molti resti di una necropoli osco-romana. In occasione della prima guerra mondiale, si sa che i giovani si rifugiarono nelle cavità presenti al suo interno, per nascondersi e sfuggire alle perquisizioni dei Carabinieri, che andavano in giro alla ricerca dei disertori di guerra. Il rudere era detto anche “Casa dei serpenti”, per lo stato di abbandono in cui versava e per la presenza di rovi e di tane di serpenti al suo interno. Un alone di mistero ha sempre aleggiato intorno a queste vestigia, con leggende tramandate di generazione in generazione. Una di questa è da ricondursi al fatto che il rudere presentava un’enorme cavità al suo interno e veniva utilizzato dalla gente per eliminare i cani randagi. Infatti, una volta che venivano qui gettate, le povere bestiole non potevano più fuoriuscirne e morivano di fame e di sete. Queste perciò ululavano e abbaiavano per giorni interi. I loro “lamenti” venivano interpretati dai bambini, ma anche dagli adulti, come voci di fantasmi e di entità misteriose.

Un ricco tesoro sotto la “Piazza”…!

Piazza B. Tafuri, foto con effetto artistico di S. F.

Secondo alcune testimonianze, da un lucernario esistente nel sottotetto del palazzo “Chiarolanza” sporgeva, fino agli anni cinquanta, una statua a mezzo busto di un curioso e strano personaggio.
Qualcuno, addirittura, guardandolo, riconosceva le sembianze di un goffo monaco. Questa figura era stata scolpita con il braccio e l’indice protesi in avanti, come per indicare un punto preciso, posto nel centro della Piazza B. Tafuri. La credenza popolare asseriva che questa statua volesse ricordare ai posteri che lì, proprio in  mezzo alla piazza principale, vi fosse sepolta un’antica vasca, nel cui interno si celasse un ricchissimo tesoro! Chissà se questa leggenda ha qualche legame con quell’ipotesi che fa derivare il toponimo di Piscinola da un’antica vasca o cisterna dell’acqua…!

Il furto della statua d’argento del Salvatore

 Si racconta che molto tempo fa nella chiesa di Piscinola esisteva una statua d’argento del SS. Salvatore. Una notte vennero i ladri e la portarono via su un carro, trainato da cavalli molto veloci. A metà strada, però, i cavalli si fermarono e non volevano più proseguire la corsa, forse per il peso del carico aumentato miracolosamente a dismisura…. Uno dei ladri, dopo varie insistenze, non riuscendo a riprendere la corsa, si rivolse verso la statua ed esclamò: “Ma sì Santo ‘o sì diavule…?” (Sei un Santo oppure sei un demonio?), al ché i cavalli subito ripresero velocemente la fuga, raggiungendo la meta prefissata dai ladri. Si dice che poco tempo dopo il bandito blasfemo morì dannato, dopo aver molto patito…!

La leggenda della marchesa di Rutigliano

La masseria di via Vecchia Miano, prima dell'abbattimento, 2002

Dopo l’effimera Repubblica Partenopea dichiarata nel 1799 e la breve restaurazione borbonica, il Regno di Napoli fu occupato dalle truppe francesi di Giuseppe Bonaparte, cugino di Napoleone.
I Francesi, una volta insediati nell’ex Regno delle Due Sicilie, iniziarono una dura e spietata opera di repressione, specie nei confronti dell’aristocrazia e del clero, secondo i dettami della Rivoluzione Francese. Molti furono i nobili catturati e mandati al patibolo o alla ghigliottina. Alcuni di essi, vicini alla famiglia regnate, riuscirono però a fuggire, riparando in Sicilia, che intanto era rimasta nelle mani del re Borbonico. Forse anche nel nostro territorio questo mutamento politico-amministrativo ebbe delle conseguenze storiche pesanti. Secondo un antico racconto, un po’ leggendario, la marchesa di Rutigliano (o Rovigliano), che abitava nel suo casale di campagna in Via Vecchia Miano, preferì la morte, anziché essere catturata e giustiziata sul patibolo dai “giacobini”. All’approssimarsi dei Francesi, in preda al terrore, si lanciò dal balcone della sua residenza, gridando: “…Arrivano llì Francesi, …arrivano llì Francesi…!!

Qualcuno scrisse: “Viva i garibaldini”…!

Via del Salvatore, lato chiesa
Una scritta anonima, tracciata con vernice rossa, richiamava la frase patriottica di “VIVA I GARIBALDINI” e si poteva leggerla ancora chiaramente, fino alla metà degli anni ’80, sull’imponente muro di tufo in Via SS. Salvatore. Una volta demolito il muro, intorno al 1988, la scritta è entrata a far parte a pieno titolo tra i misteri e le leggende che accompagnano la storia di Piscinola. Nessuno sa dire con certezza se essa sia stata scritta per mano di qualche filo-garibaldino piscinolese che, nel lontano 1860, acclamò in questo modo la venuta di Garibaldi a Napoli, oppure fu uno slogan elettorale del partito “Fronte Democratico Popolare”, scritta forse durante le elezioni politiche del 1948, quando questo partito presentò come suo emblema elettorale il volto Garibaldi. Il mistero resta…!

Uno sciopero al rovescio…!

Targa toponomastica in via Plebiscito a Piscinola
Questo episodio, alquanto atipico, è accaduto al principio degli anni cinquanta in Via Madonna delle Grazie. Un gruppo di giovani piscinolesi, disoccupati, pensarono bene di inscenare una forma di protesta, per attirare l’attenzione delle forze politiche sul loro bisogno di lavoro. 
Invece di organizzare la consueta manifestazione di protesta, con blocchi e slogan per le strade, come siamo abituati ai nostri tempi (anche perché allora era modesto il numero di autoveicoli circolanti), pensarono di mettersi a lavorare gratuitamente al servizio della collettività. Ripararono a loro spese il selciato della Via Madonna delle Grazie che si trovava in pessimo stato di conservazione (allora la strada aveva ancora i caratteri di una “cupa”). Se si adottasse anche oggi questa brillante iniziativa per protestare, oltre a non avere i soliti blocchi stradali, di cui siamo purtroppo anche vittime, ci troveremmo di fronte a manifestazioni pacifiche e utili alla collettività. Ma forse a quei tempi la vita si svolgeva secondo altri canoni e con altre concezioni sul significato di rispetto civico...

“Aspetta, ca dimane t’ ’o ddico …!”

Portale ligneo del palazzo de Luna d'Aragona
Si racconta che un vecchio piscinolese non sposato (zito), che viveva con la madre anziana, una sera fu coinvolto casualmente in una rissa, che si accese in un locale da gioco di Piscinola. Costui, mentre cercava di far da paciere, fu selvaggiamente pugnalato. Tornato a casa, la madre si accorse del suo stato e iniziò a supplicarlo di dire chi era stato a pugnalarlo. Egli, incurante della gravità della ferita, che intanto sanguinava abbondantemente, disse impassibile alla madre, di non preoccuparsi e che le avrebbe raccontato tutto con calma il giorno seguente. Pare che esclamò, dicendo: “Aspetta, ca dimane ‘a matina t’ ’o ddico…! L’uomo, purtroppo, morì nella notte. Da allora è rimasto il detto: “Faje comm’ ’a chillo ca dicette: aspetta ca dimane ‘a matina t’ ’o ddico…!

Un incontro reale: la regina Elena di Savoia e due contadinelle di Piscinola!!

La regina d’Italia, Elena di Montenegro, ebbe a soggiornare spesso nella Reggia di Capodimonte. Si sa che quando era a Napoli prendeva lezioni di dialetto napoletano, perché pensava che i re e le regine dovevano parlare i dialetti dei loro sudditi come lingua propria... Era amante della cultura partenopea, anche perché, prima che diventasse regina, ebbe il titolo di “Principessa di Napoli”.

Palazzo reale e parco (bosco) di Capodimonte, 1964
Si racconta che la Regina un giorno si recò per una passeggiata nella parte della Reggia di Capodimonte, che era chiamata il “Boschetto” e, lungo il tragitto, incontrò due contadinelle di Piscinola, che erano prese a estirpare l’erba in una radura. Pensò di sperimentare con queste donne il livello di acquisizione del “suo” dialetto; si fermò e chiese loro: “Che facitè…?” Esse levarono il capo da terra e una le rispose: “Signò, scippamme l’éverà” (“Signora, stiamo estirpando l’erba”). Lei continuò chiedendo: “A che ora site venute?” (Da quanto tempo siete qui?) e queste risposero: “Da quanno fa juorno” (Dall’alba) e poi ancora: “Quando ve ne andrete?” e loro: “Quanne fa notte” (A notte). Elena chiese ancora quanto guadagnassero per un lavoro così lungo e pesante e le ragazze risposero che guadagnavano soltanto dodici soldi al giorno“E’ poco, è poco, poverette!” esclamò Elena. Ella poi aggiunse: “Torno subito”. La regina Elena rimase affascinata dalla semplicità di quell’incontro. Rincasò nella Reggia e poco dopo fece ritorno nello stesso luogo, portando con sé un sacchettino di confetti, che distribuì alle due donne. Riflettendo ad Elena parve curioso elargire soltanto dei confetti e così aggiunse anche del denaro, che le ragazze accettarono volentieri. Continuò, quindi, a conversare piacevolmente, stando seduta tra le ragazze. Dopo poco queste compresero, molto stupite, che stavano parlando a tu per tu con la regina d’Italia in persona! 

Salvatore Fioretto 

Il racconto della regina Elena è stato liberamente tratto dal racconto contenuto nel libro “Elena e Vittorio. Mezzo secolo di Regno tra storia e diplomazia”, di  G. ARTIERI e P. CACACE. Ediz. Luni, anno 1999. Si ringraziano sempre gli amici Natale Mele e Pasquale di Fenzo per la loro generosa collaborazione, presente e passata.

 

 

 


2 commenti:

  1. Un bel libro, un documento storico-antropologico da conservare, la poesia di un cultore della storia delle nostre periferie, in particolare dell'area Nord di Napoli...

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  2. Grazie Salvatore, anche tu ci metti l'anima...!

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