domenica 3 luglio 2016

In memoria di Vincenzo Di Napoli e Domenico Palladino... due eroi della nostra libertà!

La meravigliosa storia di questo antico borgo di Napoli, che si erge sulle dolci pendici del versante settentrionale della collina dei Camaldoli, si compone di tante realtà ed eccellenze, ne abbiamo già descritte diverse: eccellenze sportive, musicali, letterarie, artistiche, giuridiche, religiose, accademiche, ma anche appartenenti ai temi sociali, etici e civici. Purtuttavia la storia di Piscinola passa anche attraverso i gesti di eroismo civico, espressi soprattutto durante il periodo più brutto della sua storia recente, che fu l'ultimo conflitto mondiale. Parleremo di due uomini che sacrificarono la loro vita in due episodi distinti, durante la barbarie della guerra, spinti da un desiderio comune di giustizia e di libertà, valori che sono innati nella nostra cultura: essi furono Vincenzo Di Napoli e Domenico Palladino.
Vincenzo e Domenico abitavano, con i rispettivi nuclei familiari, in via Vecchia Miano: Vincenzo, presso 'a Fiurella (incrocio con via Napoli) e Domenico, poco distante dal primo, in quel Abbascio Miano, piccolo sobborgo di Piscinola, già descritto in questo blog. 
Vincenzo all'epoca dei fatti aveva solo 24 anni e esercitava il mestiere di solachianiello (ossia di ciabattino), mentre Domenico, più grande di età, faceva il contadino, saltuariamente il muratore ed era padre di ben otto figli. Essendo appartenenti a famiglie storiche di Piscinola, entrambi avevano un "soprannome", il primo era detto "'a canella" e il secondo "'e mezacapa". 
Di Napoli era già stato schedato dai fascisti per aver partecipato ad azioni di propaganda antimilitarista contro la guerra d'Etiopia.
I due piscinolesi partecipavano ai primi incontri segreti con altri antifascisti del posto, coordinati dal referente di zona che fu Salvatore Terracciano (mastu Salvatore), di professione calzolaio. Si dice che la primordiale sede dei loro raduni segreti sia stata il locale avamposto al forno dei panettieri  Marco Cascella e suo fratello Giacomo
A questo gruppo, che si può considerare la prima cellula del nascente Partito Comunista Italiano a Piscinola, ben presto aderirono una ventina di giovani piscinolesi, alcuni provenienti anche da Miano e da Marianella, tra i quali, oltre i due Cascella, Vincenzo di Napoli e Domenico Palladino, si menzionano anche il fattorino Salvatore Russo, il pittore Salvatore Longo, l'elettricista Salvatore Morra, il guantaio Vincenzo Marseglia, lo studente militare Gaetano Patrone e il muratore Gaetano Marfè. Di Miano c'erano il fattorino Guglielmo Mazzocchi e lo stuccatore Salvatore Ianniello. Tanti furono gli affiliati al movimento, che il nucleo di Piscinola divenne ben presto uno dei centri di riferimento del nascente Partito, non solo nella città di Napoli, ma in tutta la Campania.
Tra le azioni dimostrative antifasciste che ben presto furono progettate e intraprese, ci fu quella memorabile del lancio dei volantini di propaganda all'interno del teatro Trianon di Napoli, durante una solenne manifestazione fascista. I sovversivi non furono arrestati subito, ma nei giorni seguenti le milizie fasciste, attraverso alcune spie e simpatizzanti di regime, catturarono a uno ad uno tutti i dimostranti, che furono condotti nel carcere di Poggioreale e trattenuti allo stato di fermo, in attesa del giudizio.
In quella circostanza Vincenzo Di Napoli, forse per paura di essere costretto a svelare i particolari del suo movimento, forse esasperato dal trattamento subito durante i diversi interrogatori, non resse allo stress del momento e decise di dar fine alla sua giovanissima esistenza, lanciandosi dal quarto piano dell'edificio del carcere. 
La caduta volontaria del giovane è la versione asettica che si trova scritta negli atti ufficiali dell'epoca, però nessuno sa dire quello che accadde realmente, infatti si legge: "... Scavalc(a) improvvisamente nelle locali carceri giudiziarie la ringhiera del 4° piano del padiglione dove si trovava precipitandosi nel vuoto e rimanendo cadavere".
Alla famiglia di Vincenzo non furono concessi i funerali privati. Fu solo permesso al carro funebre di sostare brevemente davanti alla sua abitazione, nel momento del trasporto al cimitero di Miano, che avvenne pochi giorni dopo il decesso, nel mese di aprile 1936.
Gli altri antifascisti furono condannati al confino forzato oppure ammoniti.
Le gloriose "Quattro Giornate di Napoli" sono il momento storico nel quale è ambientato il secondo episodio cruento che narreremo. Alcuni giovani di Piscinola, affiliati al movimento antifascista, decisero di aderire alla rivolta popolare che andava crescendo contro gli occupanti tedeschi, ed ebbe in città il momento clou, alla fine del mese di settembre 1943. Posizionarono la loro postazione armata su un terrapieno che un tempo esisteva in corrispondenza dell'incrocio detto fore 'o trentotto, mimetizzati com'erano dalla folta vegetazione presente. Il gruppo era ben armato, con diversi fucili, pistole e munizioni recuperate assaltando le caserme di Miano: infatti dall'annuncio dell'Armistizio queste strutture militari furono abbandonate dai soldati italiani in fuga ed esposte alla spoliazione pubblica...
L'occasione per la guerriglia si presentò quando una moto con Sidecar tedesca, con a bordo due soldati o forse un soldato e un ufficiale,  imboccò via Vittorio Veneto, proveniente da Miano. All'avvicinarsi all'incrocio i partigiani aprirono il fuoco e i due soldati abbandonarono il veicolo, scappando. Uno dei fuggitivi (o forse entrambi) si riparò in un appartamento civile, situato lì vicino, in via Vittorio Veneto. 
Domenico e un gruppo di combattenti lo seguì, cercando di catturarlo, ma mentre Domenico per primo tentava di scardinare la porta dell'appartamento, il soldato tedesco gli sparò senza esitare, attraverso la serratura, colpendolo mortalmente. 
   "GUIDA MERCURIO" 1946-47 Annuario Generale Napoli.      
Direttore compilatore Mario De Luca (trovato da Paolo Sola)
Spirò poche ore dopo, mentre alcuni familiari cercavano disperatamente di raggiungere l'ospedale Cardarelli (allora chiamato "23 marzo"), trasportando il ferito su un piccolo carrettino trainato a mano.
Ecco la testimonianza tratta dal giornale "Risorgimento" del  9 gennaio 1944, che riporta in un breve articolo questo episodio di lotta civile, dal titolo: "Un eroico caduto di Piscinola", "Nelle memorabili quattro giornate della lotta per la cacciata dei tedeschi da Napoli, Domenico Palladino, del Partito d'Azione, modesto lavoratore, padre di otto figli, volle generosamente fino all'ultimo dare prova del suo ardimento. Poiché attaccati e inseguiti i tedeschi si erano rifugiati in una abitazione privata, il Palladino, a capo di pochi da lui scelti, volle per primo entrare nella casa ove fu mortalmente ferito da un ufficiale tedesco. Tuttavia avendo ragione del nemico, ai compagni che tentavano soccorrerlo disse: "So di morire. Viva l'Italia libera"".
Il sacrificio di questi due uomini originari del nostro quartiere non fu vano se oggi noi li ricordiamo, con doveroso ringraziamento, quale seme fecondo della nostra libertà.
Salvatore Fioretto

Si ringraziano: Nicola Palladino, Marco Cascella, Natale Mele, Salvatore Di Napoli, Paolo Sola e il compianto Salvatore Palladino, per la loro preziosa collaborazione alla ricostruzione storica degli episodi narrati in questo post.
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