venerdì 28 aprile 2023

Un cantante, un attore..., ecco Antonio Buonomo!

Abbiamo sempre detto che Piscinola assieme a Marianella sono da considerarsi la "Terra della musica" e come è logico immaginare questa affermazione si basa su dati oggettivi e storici certi e irrefutabili. Quello che stiamo per raccontare è un'altra testimonianza di questa storica vocazione del territorio e riguarda un altro celebre personaggio, che è stato un artista poliedrico, che qui è nato e ha vissuto la sua giovinezza, attingendo dalle fonti di questa terra, ovvero la sua passione per la musica e per le arti espressive. Il personaggio del quale decriveremo la vita artistica e non solo, si è formato partendo da questo quartiere ed è cresciuto negli anni, fino a raggiungere le alte vette del successo nelle varie manifestazioni artistiche, sia nella canzone, che nella recitazione, parliamo del cantante e attore Antonio Buonomo.
Nacque a Piscinola nell'anno 1950, e come ci risulta vi abitò, dapprima, nel popolarissimo vico Operai e poi in vico II Plebiscito. Fu avviato fin da piccolo dai suoi premurosi genitori all'apprendimento del canto, frequentando le lezioni impartite da un insegnate del territorio. Crescendo, come tanti giovani dell'epoca, esercitò anche l'attività d'apprendistato. Come ricorda l'amico Pasquale di Fenzo, nel simpatico post del 2013 a lui dedicato, fu aiutante barbiere, nella bottega di don "Mimi 'o Barbiere", che si trovava all'epoca nel palazzo detto "dello Staviano", ma fu anche aiutante pasticciere nello storico bar piscinolese "De Rosa" (come appreso dal sito di "Calvizzanoweb").
Tuttavia la sua passione rimaneva sempre e solo il canto. Iniziò giovanissimo il suo percorso artistico e musicale. Fu già apprezzato per le sue doti vocali dal prof. Luigi Solla, insegnante della scuola elementare "Torquato Tasso" di Piscinola. Nel 1959, a soli 9 anni, partecipò al "Pinocchio d'Oro", una trasmissione presentata da Marisa del Frate e Raffaele Pisù.
Pochi anni dopo si cimentò con successo alla ribalta dello spettacolo, partecipando e vincendo un concorso di "voci nuove", organizzato a Piscinola in occasione dei solenni festeggiamenti del SS. Salvatore. Vinse con la canzone “’Sti mmane”: un brano di successo lanciata dal cantante Nunzio. 
Ecco la Lettera di Pasquale di Fenzo pubblicata il 5 ottobre del 2013, nella quale si raccontano alcuni passaggi della sua carriera.
Ma il grande debuttò avvenne a 17 anni, al Festival di Napoli nell’anno 1967, con la canzone, "Nun spezza 'sta catena", canzone cantata in abbinamento con la cantante Mirna Doris e poi anche con la canzone "Sincerità", con Gino da Procida
(il regolamento del Festival prevedeva che ogni canzone dovesse essere cantata da due artisti diversi).
Nel Festival di Napoli dell’anno 1968 cantò "Guappetella", in abbinamento con Giacomo Rondinella, classificandosi al terzo posto. Nel Festival di Napoli dell’anno 1969, invece, presentò la canzone "di giacca" intitolata: "'O masto", in abbinamento con Mario Merola, e fu un altro stepitoso successo...
Ancora nel
Festival di Napoli 1970, presentò "'Nnammurata 'e Marchiaro", cantata in abbinamento con Mario Abbate, e ancora la canzone "Casanova '70", in abbinamento con Oreste Lionello, famoso comico di tanti programmi della TV.
Nell’ultimo e sfortunato Festival di Napoli, dell’anno 1971 (edizione sospesa e non più ripresa), presentò la canzone "‘Na Bruna", in abbinamento con il celebre cantante Sergio Bruni. La canzone fu un grande successo e sarà uno dei "cavalli di battaglia" del maestro Sergio Bruni.
Nel 1973 vinse nella trasmissione televisiva "Sette Voci", condotta da Pippo Baudo.
Intanto, nei primi anni ’70, ritornò in auge la "Sceneggiata napoletana", rilanciata da alcuni cantanti popolari napoletani, come Mario Merola, Mario Trevi, Mario da Vinci e altri. Nel 1972, Antonio ebbe un ruolo nella sceneggiata "'O carabiniere", scritta da Gaetano di Maio e rappresentata dalla compagnia di Mario Trevi. Altre partecipazioni furono nelle sceneggiate "Zappatore", con la compagnia di Mario Merola, in "Lacrime Napulitane", con la compagnia di Gloriana e Crispo, in "Sposalizio" (R. Viviani) e in "L'imbroglione onesto" (R. Viviani), con la compagnia del grande Nino Taranto.
Nel 1973 partecipò alla Piedigrotta, con la copilation: "Le Nuove Canzoni di Napoli".

Nel 1976 partecipò al Festival di Sanremo, con la canzone satirica "La femminista", che suscitò non poche polemiche...
Nel campo della canzone napoletana e italiana ha inciso diversi LP, tra questi: "Pistola contralto, pistola tenore”, "Vasame", "Divinità". 
I brani musicali pubbicati su dischi in vinile e anche su musicassette, sono stati tanti, tra i quali ricordiamo: "Bella", "Alleramente", "Ciento catene", "Rose d’o mese ‘e maggio", "Mia cara Napoli", "Nun spezzà sta catena", "Chitarre d’'o mare", "Tengo vint'anne", "‘O ritratto ‘e Nanninella", "‘O rammariello", "Totonno 'e Quagliarella", "‘O guappo nnammurato", "Sciattoso Tango", "Miett’a meglia", "Pronto sono Antonio", "Nu poco 'e Napule"…, tanto per citarli alcuni e tra le più famose interpretazioni del nostro cantante.
Se nel campo musicale e canoro Antonio Buonomo è stato un cantante di successo e conosciuto dalla platea napoletana e anche nazionale, possiamo dire ugualmente anche nelle sue vesti di attore, sia di teatro che del cinema.
Nell’anno 2008 ha recitato nel film "Il mattino ha l'oro in bocca", di Francesco Patierno. Nel 2009 nel film "Fortàpasc", di Marco Risi.

In teatro ha recitato in diverse commedie, come in quelle con Renato Rascel e Giuditta Saltarini, nella commedia: "In bocca all'UFO". Da ricordare anche la partecipazione alla commedia "Felicibumta", con la compagnia di Gino Bramieri, "La cameriera brillante", con Paola Quattrini, e infine  "Il morto sta bene in salute", nella compagnia Cannavale-Marcelli.
Bella anche la sua partecipazione nella "Cantata dei pastori", andata in onda su Rai5.
Altre partecipazioni come attore sono state nei film: "Gorbaciof", regia di Stefano Incerti (2010), "Take Five", regia di Stefano Lombardi (2013), "Song'e Napule", regia dei Manetti Bros (2013), "Malanapoli - la ventunesima stella", regia di Enzo Morzillo (2013), "All'improvviso un uomo", regia di Claudio Insegno (2015), "Effetti indesiderati", regia di Claudio Insegno (2015), "All Night Long", regia di Gianluigi Sorrentino (2016), "Ammore e malavita", regia dei Menatti Bros. (2017), "Io Giusy", regia di Nilo Sciarrone (2021).
Anche nei cortometraggi troviamo la sua partecipazione, come nel: "Il segreto del tressette" (2009), "La volpe Sophia e l'indovinello solare", regia di Andrea Lucisano (2012) e "Ram" (2019).
Nell’anno 2008 ha ricevuto il "Premio Carosone" alla carriera.
Bella da leggere anche la particolare biografia pubblicata sul blog di Calvizzano: CalvizzanoWeb.blogspot.com - Antonio Buonomo, scritta da Mi.Ro, dalla quale abbiano condiviso la foto della scolaresca V^ C anno 1963-64, della scuola "Torquato Tasso" di Piscinola, con l'insegnante Luigi Solla. 


Oggi, dopo quasi sessant'anni di intensa attività artistica, Antonio Buonomo continua ancora a svolgere la sua professione con dedizione e passione, in tanti progetti e con diverse partecipazioni in ambito teatrale e cinematografico. Antonio non ha mai dimenticato le sue origini piscinolesi e, come ebbe modo di dire alcuni anni fa dal palcoscenico del "Teatro TAN" di Piscinola, si è sempre mostrato orgoglioso di appartenere a questa terra.

Si ringraziano per il contributo ricevuto per la scrittura di questo post gli amici: Donato Marano, Pasquale di Fenzo, e la redazione di "Calvizzanoweb e dintorni" - Mi.Ro.

Salvatore Fioretto 


venerdì 21 aprile 2023

Una Deputazione laicale e civica per il "Tesoro di San Gennaro": la storia dal 1527 a oggi...

Dopo il voto fatto a San Gennaro dagli "Eletti della Città", nel 1527, per salvare Napoli dai tre mali che l'attanagliavano in quel momento: "Guerra, Pestilenza e Vesuvio", passarono diversi decenni affinché si iniziasse l'opera della nuova Cappella del Tesoro. Il 5 febbraio del 1601, gli "Eletti della Città" nominarono una commissione laica di dodici membri, denominata "Deputazione", composta da due rappresentanti per ognuno dei Seggi cittadini (Sedili) ed a cui venne affidato il compito di promuovere e curare la costruzione e la decorazione della nuova cappella di San Gennaro.
Il finanziamento dell'opera inizialmente prevedeva lo stanziamento di 10.000 scudi; tuttavia il fondo raggiunse, a conclusione dell'opera, la cifra di oltre 480.000 ducati...! Questa Deputazione ha avuto una storia molto articolata e per descriverla abbiamo consultato il bel libro:
Saggio di storia civile del Municipio Napolitano, dal tempo delle colonie greche ai nostri giorni. Per Roberto Guiscardi, avvocato presso la Corte d’appello in Napoli, dedicato all’Eccellentissima città di Napoli - Napoli tipografia F. Vitale – anno 1862”, dal quale estrapoliamo e riportiamo la parte d'interesse.
Precisiamo, per coloro che non lo sapessero, che gli "Eletti" erano i rappresentanti del "Tribunale di San Lorenzo" (paragonabile a un odierno consiglio comunale), composti da 7 deputati e da un presidente chiamato "Grassiere". Gli Eletti erano nominati dai 6 Sedili (Montagna, Nido, Capuana, Porto, Portanova e Popolo), un eletto per ciascun Sedile, eccetto Montagna che ne nominava due (per l'inglobamento del vecchio sedile di Forcella, tuttavia questi due deputati potevano esprimere un solo voto
nell'assemblea di S. Lorenzo).

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[...] "Accennammo in fine del Capitolo XIII che il Sindaco di Napoli ai poteri giurisdizionali aggiungeva quello di essere di diritto Presidente della Deputazione del Tesoro di S. Gennaro, e come subbietto tutto speciale riserbammo ragionarne in questo Capitolo XV, dedicato alle specialità del nostro Municipio.
Specialissimo argomento costituisce questo Tesoro di S. Gennaro, e che secondo particolari vedute ha meritato l’attenzione de’ Napolitani e degli stranieri. Noi ne ragioneremo solo per quanto può riguardare il Municipio. Lasciamo agli archeologi e ai cultori delle belle arti la descrizione della singolare Cappella del Duomo, che la Città di Napoli nel 13 gennaio 1527 votava a S. Gennaro suo principale Patrono, e della quale fu cominciata la fabbrica nel 1608.

Nulla diremo delle immense spese fattevi, e della straordinaria ricchezza delle suppellettili, e de’ sacri arredi arricchiti di tali e, tante gemme, che questa cappella meritamente per antonomasia dicesi il Tesoro. Venne sostituita a quella ove anticamente si conservavano le dette reliquie. E che esisteva nella torre quadrata presso la porta minore della facciata principale dal lato del battistero, cappella oggi data alla congregazione de’ Neri di S. Restituta, e per tal cause chiamata il Tesoro vecchio. Fondata dalla città di Napoli questa cappella è di suo patronato (ossia la proprietà è della città di Napoli - n.d.r.).
L’istromento d fondazione stipulato il 13 gennaio 1527 dal notaio Vincenzo de Bossis presenta il voto fatto dalla Città di Napoli di edificare al Santo una cappella, erogandovi la spesa di ducati diecimila, oltre il dono di mille ducati mille in oro per un ciborio. Nello istromento dicesi che la città era travagliata da pestilenza; ma sul frontone della cappella si legge:

Divo Januario
E fame peste bello
Ac Vesevi igne
Miri opre sanguinis
Erepta Neapolis
Civi patrono vindici.

("A San Gennaro, al cittadino, al protettore e al salvatore della patria, Napoli salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio, per virtù del suo sangue miracoloso, consacra" n.d.r.)

Il voto della Città con una speciale pompa descritto nell’istromento medesimo, fu presentato dagli eletti di quel tempo, cioè Mario Tomacelli pel sedile di Capuana, Galeazzo Cicinelli e Antonio Sanfelice per Montagna, Francesco d’Alagni per Nido, Antonio d’Alessandro per Porto, Alberico de Liguoro per Portanova, e Paolo Calamazza pel Fedelissimo Popolo.
L’amministrazione delle cose temporali e spirituali fu riservata agli Eletti, ai quali spettava il diritto di presentare e nominare i cappellani, ed anco rimoverli; liberi ed esenti da ogni superiore giurisdizione, anche ordinaria.
Prima però che nel dì 8 gennaio 1608 si fosse gettata la prima pietra da Fabio Maranta vescovo di Calvi, in nome di Ottavio Acquaviva Cardinale arcivescovo, i Napolitani nel parlamento generale tenuto nel 1591, essendo Vicerè il Conte de Miranda, con la grazia 6^, fra le altre, chiesero istituirsi un ordine cavalleresco nazionale col titolo di S. Gennaro, e con la stessa regola dell’ordine spagnuolo di S. Giacomo circa i quattro lati di nobiltà da provarsi da coloro, che vi si volessero ascrivere, sborsando centomila ducati, da impiegarsi in compra di annue entrate sopra i Fiscali per formarsene delle commende.
Rispose il re: Sua Majestatis, re mature pensata, curabit supplicationi justissimae petitionis satisfacere. Ma nulla fu praticato all’uopo; e solo dopo circa un secolo e mezzo a 3 luglio 1738 fu soddisfatto il desiderio della Città, essendosi allora istituito l’insigne Real Ordine di S. Gennaro, unico nazionale in quel tempo.
La Città esercitava il suo patronato sulla Cappella del Tesoro per mezzo della Deputazione del Tesoro di S. Gennaro; la quale in antico era composta di dodici Deputati; due di ciascuna Piazza nobile, e due della Piazza del Popolo. I dieci Deputati nobili errano eletti dalle rispettive piazze per un biennio; mutandosene uno ogni anno, affinché si trovasse sempre uno antico dell’anno precedente, ed uno nuovo; se eleggevano ne’ mesi di febbraio, aprile, ottobre e dicembre. I deputati della piazza popolare duravano nell’uffizio a piacere dell’Eletto del Popolo che li nominava (l'"Eletto del Popolo" era nominato dai 29 "Capitani di Strada", eletti a loro volta dalle 29 "Ottine" (ovvero 29 contrade) con le quali era all'epoca era divisa la città Napoli - n.d.r.).
Le Reliquie del Santo si custodivano (come tuttora si costuma) in due appositi armadii, serrati con doppie e differenti chiavi; due per ciascuno. Due di esse, una di ciascun armadio, si conservano dall’arcivescovo, e le altre due dai Deputati per giro; cioè dal Deputato di maggiore età fra i due di quel sedile, nel quale (come diremo) si doveva recare la processione delle Reliquie nel primo sabato di ciascun maggio Quante volte questo Deputato per particolari ragioni avesse dovuto lasciare l’uffizio passava le chiavi all’altro Deputato, che diventava anziano per nomina rispetto a quello che i creava in sostituzione del primo. Le chiavi si custodivano da un primo sabato di maggio all’altro sabato del seguente anno; e nella sera di passavano al Deputato del Sedile cui spettava per giro.
Così passavano le chiavi da Deputato a Deputato, e da Sedile a Sedile. Questi patti furono stipulati con l’istromento del 2 maggio 1648, dopo grandissime dispute suscitate dall’Arcivescovo in occasione della processione di queste Reliquie, fatta a 5 maggio 1646, e di cui ragioneremo più innanzi. Tra le Piazza e l’Arcivescovo dovette interporsi l’autorità di Innocenzo X; ragione per la quale fra i sottoscritti a questo istromento vedesi il Nunzio apostolico. Lo sottoscrissero - Ascanio Filomarino arcivescovo di Napoli – Emilio Altieri (poi papa Clemente X) vescovo di Camerino, Nunzio apostolico – E i Deputati della cappella e tesoro di S. Gennaro – Annibale Capuano e Antonio Gattola per Portanova – Fabrizio Capece Bozzuto Tomaso Caracciolo per Capuana – Fabrizio Macedonio e Giovanni F. D’Alessandro per Porto – Giovan Battista Spinello principe di S. Giorgio per Nido – Carlo Rocco principe di Torre di Padula per Montagna – Andrea Nauclerio per lo Fedelissimo Popolo. Un Segretario-razionale ed un Cerimoniere -archiviario erano e sono addetti agli uffizii della Deputazione.
Costituitosi il Governo Repubblicano nel 1799, abolita la nobiltà, e come di conseguenza aboliti i Sedili, i Deputati del Tesoro non potevano più essere scelti fra i patrizii ascritti ai Sedili; tutto doveva essere Popolo; e invece di dodici, si ebbero sei Deputati. Furono essi i cittadini - Luigi Galeota – Pietro di Transo – Vincenzo Spinelli – Giuseppe Colonna - Vincenzo Severino – Giovanni Mastrillo.
La distruzione de’ Registri dell’Archivio di questa Deputazione circa il 1799, lascia ignoto, come e da chi fossero stati nominati all’uffizio questi Deputati; ed io non potrei spiegare, come in tempi eminentemente democratici, i sei Deputati del Tesoro fossero tutti nobili; almeno congetturando dai loro cognomi.

Gli stemmi dei Sedili affissi al Campanile di S. Lorenzo Maggiore

Il volume delle Conclusioni apparentemente completo è stato mutilato e rilegato novellamente; lo indica la qualità, e lo stato della carta. Abbiamo tratto questa notizia circa il numero e i nomi de’ Deputati dal volume del Cerimoniale da 1793 al 1802. Fol. 47. Ove con la data 4 maggio 1799 si descrive l’ordine della processione delle Reliquie, di cui diremo in appresso.
Abolita la nobiltà, aboliti i Sedili, non pare possibile, che si fossero nominati sei deputati in memoria delle cinque Piazze nobili e della Piazza popolare; sebbene in quell’epoca di universale democrazia non mancò il malvezzo di scriversi ex Duca, ex Principe, ex Cavaliere. Credo piuttosto, che si ebbero sei Deputati, quali fossero stati nominati dalli sei Cantoni, nei quali fu divisa la Città di Napoli, come dicemmo altrove. E chi sa che nol furono? La distruzione delle carte non permette una certezza.
Caduta la Repubblica, con Ordine del 13 luglio 1799, fu istituita una Regia Deputazione provvisoria, preposta all’annona, sostituendola a tutti gli uffizi del Tribunale di S. Lorenzo, e delle Deputazioni. I componenti di essa nel riunirsi la prima volta il 17 luglio divisero fra loro tutti gli incarichi municipali; e il Duca d’Atri Girolamo Acquaviva Presidente di questa Deputazione provvisoria s’incaricò della Deputazione del Tesoro.

Interno cupola della Cappella del Tesoro, "Paradiso" di Lanfranco

Poscia con l’Editto del 25 aprile 1800 istituito il Regio Senato per la parte municipale, e contemporaneamente il Supremo Tribunale Conservatore della Nobiltà, con dispaccio del 30 dicembre detto anno questo Tribunale fu incaricato supplire all’abolita Deputazione del Tesoro.
Nel 1809 fu abolito il Tribunale Conservatore della Nobiltà, e vi fu sostituito il Consiglio de’ Majoraschi. A questo Consiglio non venne affidata la Deputazione del Tesoro, come si era praticato pel Tribunale Conservatore; però i già componenti di questi Tribunale continuarono di fatto nell’uffizio di Deputati del Tesoro, che con ordine del 14 ottobre 1806 si era determinato fossero cinque; poi accresciuto a sette.
Nel proseguo il decreto del 23 gennaio 1811 dispose che il Sindaco di Napoli fosse di diritto Presidente della Deputazione del Tesoro. Il re si riserbò di approvare egli spesso lo stato discusso di questa Deputazione, che per maggiore dignità fu messa alla dipendenza del Ministero degli affari esteri; come stette anche dopo la restaurazione del 1815, essendosi con decreto del 29 agosto di questo anno, soltanto riportato a nove il numero dei Deputati, che era stato ridotto a sette.
Istituito poi col decreto del 15 ottobre 1822 il Ministero della Presidenza, per grado superiore a quello degli affari esteri, la deputazione del Tesoro passò alla dipendenza di quel Ministero.
Preseduta dal Sindaco, e con nove Deputati del Libro d’oro, si è retta la Deputazione fino ai nostri giorni; allorché il Luogotenente di Re Vittorio Emmanuele, col decreto del 5 gennaio 1861, credette poter riportare le cose alla loro primitiva istituzione.

Al Sindaco fu conservata la presidenza della Deputazione; ed a questa furono nominati dodici Deputati; dieci nobili, e due del popolo, cioè un avvocato e un negoziante. Ma con questa arbitraria creazione non fu restituito al Popolo il diritto di nomina, che molto meno di poteva restituire alla nobiltà, dopo l’abolizione dei Sedili. Che nel tempo antico si avevano dieci Deputati nobili e de del Popolo, allora non vi era presidente di sorta alcuna: e siccome il Municipio rappresenta oggi esclusivamente il Popolo, (non essendovi altro che il Popolo), si avrebbe due deputati ed il presidente tolti dal Popolo istesso. E che il Municipio oggi rappresentati Nobiltà e Popolo in siffatte materie lo rileviamo nella processione del Corpus (l'annuale e solenne processione del Corpus Domini cittadina all'epoca svolta - n.d.r.), nella quale gli Eletti portano le sei aste del baldacchino, che per lo innanzi erano portate, una dall’Eletto del Popolo e cinque dai cavalieri de’ Sedili.

Allorquando si erigeva la cappella, Paolo V vi destinò sei canonici della cattedrale per celebrarvi i divini uffici. Poi Urbano VIII a 10 marzo 1645 vi concesse dodici cappellani, uno dei quali tesoriere, capo e prefetto, da nominarsi dalle sei Piazze, incluvasi la popolare. La città assegnava ad essi, ed a quattro chierici ducati 1614. Ciascuna cappellania era in origine di ducati dieci al mese; poscia fu stabilito a ducati ventiquattro; ed al tesoriere si fissarono prima ducati quindici, poi trenta.

Cappella di S. Gennaro, altare maggiore, paliotto d'argento e Imbusto

Vacando una piazza di cappellano fra quelle che appartenevano ai Sedili nobili si doveva coprire da un prete dello stesso Sedile; in mancanza si sceglieva nel Sedile, che secondo l’ordine indicati seguiva. Aboliti i Sedili, e sostituitovi il Libro d’oro, il re nominava i cappellani di suo arbitrio sopra terne fra gli ascritti a quel registro di nobiltà. Ma come talvolta le Piazze non sempre serbavano nelle nomine l’ordine di precedenza fra esse, così una volta si vide nominato cappellano per vacanza di Piazza nobile, uno che tale non era.

Per decreto del 5 ottobre 1808 i cappellani del Tesoro vennero costituiti in dignità di Capitolo, arricchiti di una badìa di ducati duemilaseicento annui, oltre gli antichi assegnamenti, e decorati di una medaglia d’oro con cinque raggi, da portarsi sospesa al collo con nastro scarlatto orlato di azzurro. La medaglia da una parte presenta la protome del Santo fra le palme del martirio con la leggenda: Pater et custos patriae; nel rovescio fra due rami d’alloro la iscrizione – Tutela religionis suscepta; nel giro Jochinus Napoleo Siciliarum Rex; e nell’esergo Die nona octobris 1808. La nomina era fatta sulla proposta del Tribunale Conservatore della nobiltà come incaricato della Deputazione: e poi dalla Deputazione istessa, perché come detto al Consiglio dei Majoraschi, successore del Tribunale Conservatore, non venne affidata la Deputazione. (Segue nel testo la descrizione dell’organizzazione della festa della traslazione delle reliquie nelle varie Piazze dei Sedili della città di Napoli - n.d.r.)."

Come si osserva dalla lettura del testo storico, la storia della Deputazione del Tesoro di San Gennaro ha seguito un po' tutte le vicende del Regno e del Viceregno di Napoli, attraversando il Decennio Francese, la Restaurazione Borbonica e fino all'Unificazione d'Italia, variando il suo ordinamento più volte, a seconda del sistema politico vigente, sia come composizione dei membri e sia come criterio della loro designazione. Dal 1862 a oggi la storia d'Italia (e quella della città di Napoli) ha avuto ancora altre metamorfosi: l'Italia è una Repubblica, molti comuni autonomi che circondavano la città di Napoli (Piscinola, Secondigliano, Chiaiano, ecc.) sono diventati parte integrante della Municipalità (Municipio), i Sedili continuano a essere aboliti, come pure è stato abolito il riconoscimento della "nobiltà", il sindaco di Napoli è anche presidente della Città Metropolitana... Tuttavia la designazione della Deputazione avviene ancora secondo un regolamento molto prossimo a quello antico (12 deputati, di cui 10 attinti dalle famiglie originarie, appartenenti ai 5 Sedili nobili e 2 del Popolo). Sarebbe opportuno iniziare a intraprendere un percorso di revisione del sistema di designazione dell'Organismo cinquecentesco, per attualizzarlo alla realtà di oggi e renderlo "specchio" della Città. Come pure è necessario dare la possibilità ai cittadini napoletani interessati, vuoi per passione e amore verso San Gennaro e vuoi per attaccamento alle tradizioni napoletane, di esprimere la propria candidatura, liberamente, sperando di essere valutati e designati. Noi lo chiediamo, semplicemente nel nostro piccolo, con la speranza che una semplice richiesta a volte possa diventare, come per un seme, un elemento di crescita della nostra bella Città.

Salvatore Fioretto


Ponte della Maddalena, Edicola con statua di S. Gennaro, rivolta verso il Vesuvio in segno di protezione della città

sabato 15 aprile 2023

I racconti della Piedimonte: Storia di un operaio napoletano...

Ecco un altro bel racconto ambientato sul treno della ferrovia Napoli Piedimonte d'Alife, tratto dal romanzo: "Storia di un operaio napoletano”,  di Salvatore Cacciapuoti –Editori Riuniti – I^ edizione, Luglio 1972.

Il viaggio di ritorno” (pag. 103-107)


Era il 20 agosto, dopo il “23 luglio”. Uscimmo dalla Badia di Sulmona. Nel grande cortile del vecchio monastero i carabinieri ci vennero incontro manette alla mano. Volevano i polsi. Protestammo: niente da fare, dovevamo andare in città ammanettati. Ci rifiutammo di porgere i polsi, poi accettammo il compromesso, un polso legato e uno libero. Così una manetta per due compagni. Arrivammo dopo una mezz’ora circa al carceretto giudiziario di Sulmona e là ci ammucchiarono in piccole cellette soffocanti, senza aria, con piccole “bocche di lupo”, e il caldo si agosto, si boccheggiava. Ma era cosa da ridere per noi, all’indomani saremmo ripartiti ognuno per le nostre case.
Dopo due lunghi giorni, il foglio di via. Finalmente libero alla stazione di Sulmona! Ero vestito non so come, ai piedi avevo un paio di zoccoli, non sapevo camminare e non per via degli zoccoli; avevo perduto l’abitudine a camminare. L’aria libera, mi rendeva euforico. Mi sentivo quasi ubriaco, mi girava la testa. Il treno che mi doveva portare verso Napoli non arrivava mai. Chissà quanto tempo dovetti aspettare, forse poco, ma per me l’attesa fu lunga. Finalmente il treno arrivò. Piccolo assalto. Con grande sforzo riuscii a salire. Ero in treno! Il corridoio della carrozza era affollato di uomini e valigie. Spinto dalla calca, mi trovai in uno scompartimento. Non c’era posto né per me, né per la mia valigia che avevo legato con una corda. Potevo mettere la valigia nel corridoio su altre valigie ma avevo paura che me la rubassero. Le cose che c’erano dentro mi erano molto care: alcuni stracci di biancheria, un pullover, un paio di pedaline una cuffia da notte multicolore fatta ad uncinetto, ricavata da fili di lana di vecchi indumenti, che a loro volta erano stati ricavati da altrettanto vecchi indumenti… in carcere niente si distrugge!
La cosa che più mi preoccupava erano alcuni libri sui quali avevo “studiato” per anni. Quella valigia doveva arrivare a casa ad ogni costo. Decisi di passarmi la corda sulla spalla. Nello scompartimento non c’era spazio per tutti e due i piedi, dovevo cambiare piede continuamente. I piedi incominciavano a gonfiarsi, la corda sulla spalla con il peso della valigia sospesa produceva i suoi danni alla mia povera spalla. Gli occhi dei passeggeri erano rivolti alla mia persona, così come ero vestito, con la testa rapata a zero e con quella valigia custodita come un tesoro. Forse pensavano chissà chi è, cosa avrà in quella valigia. I loro sguardi non erano ostili, c’era fastidio in qualcuno, ma gli altri mi guardavano con commiserazione, qualcuno con pietà. Ero penoso per me. Come potevo badare a quella valigia, al dolore della mia spalla, al piede che si gonfiava, al fastidio che arrecavo ai passeggeri e ai loro sguardi? Non potevo uscire dallo scompartimento, non potevo neanche cadere; se avessi potuto, l’avrei fatto, ma non c’era un centimetro di spazio.
Il controllore mi salvò. Tutti mostrarono il biglietto, io il foglio di via, lo esaminò, mi guardò dalla testa ai piedi e disse:
- Politico?
-
Sì, comunista.
Il ferroviere mi sollevò la valigia dalla spalla e mi domandò per quanti anni mi avevano tenuto dentro. Mentre lui parlava, i viaggiatori cercavano di farmi un po’ di spazio, era impossibile. Il controllore prese la valigia e, scavalcando pacchi, valigie e uomini accoccolati, mi condusse nella cabina del vagone postale. Finalmente potei sedere e distendermi, senza neanche la preoccupazione di guardarmi la valigia, era con me, e io ero solo nella cabina. Mi sdraiai, fui colto da un sonno profondo. Mi svegliai all’alba, il treno era fermo, mi affacciai dal finestrino, la mia carrozza era su un binario morto, non so dove. Dopo qualche ora l’agganciarono al treno per Napoli. Il treno si mise in moto, io mi godevo la cabina e il paesaggio. Venne un nuovo controllore, mi parlò di bombardamenti su Napoli e mi portò in uno scompartimento dove c’era un comodo posto per me e per la mia valigia.
Il treno correva come una lumaca. Ad un certo momento si fermò del tutto, ma non c’era nessuna stazione, era in mezzo alla campagna a qualche chilometro da Capua. I ferrovieri dissero che tutti dovevano scendere ed arrangiarsi, era stata bombardata Capua e colpito il ponte della stazione; il treno non poteva proseguire. Capii, dal vociare di alcuni viaggiatori diretti a Napoli, che bisognava raggiungere a piedi la stazione della Piedimonte d’Alife, e che bisognava percorrere qualche chilometro. Mi misi in cammino con la valigia sulle spalle, cecando di seguire alcuni che dovevano raggiungere Napoli, ma non avevo la forza. Gli zoccoli avevano prodotto ai calcagni delle vesciche che si erano rotte e mi producevano un dolore atroce. Restai solo sulla lunga strada che conduceva alla stazione della Piedimonte. Camminavo come potevo, con fermate continue.
Mi avevano detto che l’ultimo trenino per Napoli sarebbe partito ad una certa ora, non so a che ora: perduto quello sarei rimasto la notte sul marciapiedi della stazione. Dovevo camminare, ma i piedi non obbedivano, la volontà non riusciva a farli camminare, mi sdraiai a terra e poggiai la testa sulla valigia. Da dove io venivo, cioè dalla stessa strada che avevo percorso, vidi che arrivavano centinaia di persone. Era arrivato un altro treno diretto a Napoli e anche questo dovette fermarsi prima del ponte della stazione. Decisi di accordarmi, c’erano due che camminavano con fatica, avevano uno zaino sulle spalle e una valigia per ogni mano. Andavano a Napoli, mi dissero. Questa volta riuscii a seguirli perché portavano un grosso peso e si fermavano continuamente per riposarsi. Cosa che facevo anch’io. Mentre camminavo per percorrere un’altra piccola tappa, vidi la gente che incominciò a scappare e buttarsi nella campagna. Io non capivo niente. Poi grandi boati. Stavano bombardando Capua (a Capua c’era lo spolettificio mi dissero); mi buttai in un fosso laterale alla strada senza lasciare la mia valigia. Rimasi lì accovacciato per alcuni minuti quindi mi rimisi in cammino. Vedevo del fumo in lontananza, sentivo ancora spari della contraerea. Ma io ero come un bambino che non conosce il pericolo.
All’imbrunire arrivai a questa famosa stazione della Piedimonte, in tempo per prendere l’ultimo treno per Napoli. Era la stazione di S. Maria Capua Vetere! C’erano anche i due con le valigie e lo zaino a tracolla. Uno di loro mi domandò guardando la mia valigia: “Paisà, cosa sei riuscito a trovare? Hai trovato i fagioli?”, “Sì. Qualche chilo”. “Noi anche l’olio”, disse. Il treno arrivò, c’erano anche posti a sedere mi piazzai seduto, avevo un posto tutto per me. Tirai un gran respiro, mi sentivo quasi a casa. Dopo alcuni minuti di corsa il mio treno si fermò, si vedevano grandi riflettori che esploravano il cielo. I viaggiatori lasciarono le carrozze e scapparono nella campagna. Stavano bombardando Napoli. Io rimasi immobile al mio posto, non avevo più forza, guardavo quello spettacolo, per me nuovo, di quei riflettori che si incrociavano. Passo del tempo e la luce dei riflettori scomparve dal cielo, i viaggiatori tornarono nelle vetture. Il treno si rimise in moto. Camminava con le luci spente e lentamente. I viaggiatori parlavano soltanto di bombardamenti, di quartieri distrutti e di contrabbando. Io avevo l’indirizzo di casa, ma non sapevo dove fosse “salita” Pontenuovo, durante la mia permanenza il carcere, i miei avevano fatto il 4 maggio tre volte. E’ una vecchia tradizione napoletana cambiare casa il 4 maggio, in quel giorno a Napoli, si incontrano per tutte le strade camions, camioncini, carretti, carrettini, ecc. pieni di masserizie che si spostano da un punto all’altro della città.
Mi spiegarono che si trovava verso la metà di via Foria, verso S. Giovanni a Carbonara. Gran pasticcio. Ma il problema era arrivare a Napoli, poi avrei pensato a trovare la casa dove abitavano i miei.
Mezz’ora ancora e il treno si riferma.
- Si scende, siamo a Napoli, - disse il manovratore.
- Ma questo non è il capolinea! – disse qualcuno.
- Sì, è lo scalo merci della Doganella, il treno non arriva al capolinea, (piazza Carlo III, angolo Via Foria) disse questa volta il controllore. Iniziai, con la mia valigia in spalla, l’ultima tappa. Napoli era al buio e c’era il coprifuoco. Discesi l’ultima rampa della Doganella e mi trovai a Piazza Carlo III. Qui fui fermato da un “alt” e subito un ufficiale mi esaminò con una pila. Dovetti dare spiegazioni del perché a quell’ora ero in strada. Quindi mi chiese i documenti, gli mollai il foglio di via. Nuovo esame con la pila dalla testa ai piedi, poi la luce della pila cadde sulla valigia che nel frattempo avevo poggiato a terra. “Vediamo in quella valigia”, disse. Io agii con la massima sollecitudine, ma impiegai più del necessario ad aprirla con tutte le corde e cordicelle da sciogliere. Guardò nei miei stracci, lesse il titolo di qualche libro, e, rivolto ai suoi della ronda disse: “è istruito il signorino. Puoi andare”. Rilegai alla meglio la valigia e di nuovo mi misi a camminare; un piccolo tratto e una fermata, un piccolo tratto e una fermata. Arrivai così all’altezza dell’Orto Botanico. Lì mi sdraiai a terra, i piedi erano gonfi, non ce la facevo più. E poi come potevo indovinare dove si trovava questa benedetta salita Pontenuovo. Non avevo a chi domandare, non circolava anima viva. Sarei rimasto ancora per un pezzo se non avessi capito che dopo non avrei avuto più la forza di rialzarmi. Mi alzai di scatto e camminai fino al distretto militare. All’angolo girai a sinistra, a caso. Mi sentii sbattere forte il cuore. Avevo visto, illuminato dalla luna, un uomo seduto sulla soglia del suo basso. Prima di raggiungere l’uomo mancavano alcuni metri, incominciai a salutarlo per timore che si ritirasse nel basso. Lo raggiunsi, mi fermai, e, con un fare cortese e umile, gli domandai dove fosse salita Pontenuovo. Mi disse: “Alle monacelle, girate alla prima traversa e siete arrivato”. Lo ringraziai. La traversa era in salita, niente di male, ormai le forze m’erano venute. La strada era quella ma dovevo trovare il numero civico. Decisi di entrare in tutti i portoni e gridare il mio cognome. Gridai parecchie volte, come un pazzo, nel primo e nel secondo palazzo. Niente, nessuno rispondeva. Rischiavo di ripetere questa storia molte volte, c’erano portoni a destra e a sinistra. Entrai nel terzo, e facendo imbuto davanti alla bocca con le mani, mi misi a gridare più forte, l’unico mezzo a mia disposizione era quello di chiamare “famiglia Cacciapuoti”. Dopo aver chiamato alcune volte, la voce di mio fratello Raffaele dall’alto pronunciò il mio nome. […]"

Come sempre capita, dalla lettura di questi racconti, tratti da storie realmente accadute, traspaiono in essi tutte le sofferenze e l'umanità di un periodo molto buio della storia di Napoli (anno 1943), ma anche molto commoventi ed edificanti. Rimandiamo il lettore appassionato a continuare la lettura di questo romanzo, che troviamo molto bello e appassionato.

Salvatore Fioretto