sabato 25 giugno 2016

Un uomo di pace… Padre Juè


Il Regno di Napoli è stato tra i secoli XVI e XIX la patria delle “Missioni Popolari”. Erano soprattutto i numerosissimi villaggi e i paesi poveri, sparsi nello sterminato territorio a vedere organizzate questi particolari eventi di preghiera comunitaria, che avevano il principale scopo di rievangelizzare e ricondurre alla Chiesa i tanti uomini e donne abbandonati a loro stessi.
Piazza B. Tafuri a Piscinola, processione negli anni '50
Le “Missioni” costituivano forme organizzate e metodiche di predicazioni straordinarie e periodiche, affermatesi a partire dalla fine del sec. XVI e organizzate da “missionari” ben preparati, con il consenso dell’Ordinario del luogo, per uno spazio di tempo più o meno lungo, secondo le epoche, gli ambienti e le condizioni religiose delle popolazioni.
Con l’aiuto di collaboratori e con il ricorso a un linguaggio semplice, familiare ed efficace, questi missionari si proponevano di rinnovare la vita cristiana del popolo, mediante l’esposizione e l’approfondimento dei principali temi della fede, con un’attenzione speciale rivolta al senso del peccato e all’importanza della Grazia. Si faceva ricorso a una serie di celebrazioni liturgiche e devozionali, atte a indurre i partecipanti alla conversione dei cuori, all’osservanza dei Comandamenti, alla degna partecipazione ai Sacramenti, in particolare a quelli della Riconciliazione e dell’Eucaristia e all’esercizio delle opere caritative e assistenziali.
A Napoli molti furono i “fari” divulgatori delle Missioni Popolari, tra questi ricordiamo: S. Francesco de Geronimo, S. Alfonso Maria de Liguori, B. Gennaro Maria Sarnelli, S. Gaetano Errico, e altri ancora, come il card. Spinelli.
Le Missioni Popolari seguirono diversi sviluppi nei secoli seguenti e furono personalizzate ai tempi e ai luoghi, dagli ordini religiosi organizzatori, quali: Vincenziani, Passionisti, Redentoristi e soprattutto Gesuiti.
Fin dal 1885 i Gesuiti di Francia, seguiti più tardi da quelli del Belgio e della Spagna, diedero vita, con esito positivo, all‘”Opera dei Ritiri Operai”. Si trattava di un corso di Esercizi Spirituali della durata di tre giorni, con la possibilità di ulteriori incontri con i partecipanti. Ben presto l’iniziativa raggiunse l'Italia, in particolare il Piemonte, nell'anno 1907 (in seguito anche Roma, nell'anno 1909), dove si trasformò nell‘”Opera Ritiri di Perseveranza (O.R.P.)”, che generò l’istituzione delle “Leghe di Perseveranza (Leghe)”, i cui elementi fondanti erano la devozione al Sacro Cuore, il ritiro, la confessione e la comunione mensile.
Padre Armando Jué, durante la processione a Carolei
Dopo la prima Guerra Mondiale, si ebbe in Italia un fiorire di molte comunità religiose e si vide anche la comunità gesuita aumentare nel numero dei suoi adepti. Questo fermento spirituale riportò in auge l’antica pratica di eseguire gli Esercizi Spirituali in casa. La diffusione degli “Esercizi” portò come conseguenza alla creazione e allo sviluppo delle “Leghe della Perseveranza”, promosse dalla "CJ" (Comunità Gesuita) per estendere nel tempo e nello spazio la vita cristiana, rinnovata negli Esercizi.
Per organizzare gli incontri si faceva ricorso alla collaborazione delle parrocchie, che diventava centro di mini-ritiro, dove una volta al mese i fedeli riuniti per una predicazione sera, venivano preparati per la Confessione e per la Comunione del giorno seguente. Molti Gesuiti e non poco i parroci, cercarono di creare e animare queste “Leghe”, vedendo il livello spirituale delle loro parrocchie e chiese aumentare in modo significativo. Per lunghi anni hanno dedicato le loro energie all'O.R.P.: Achille Vayr (1880-1938) e Giuseppe Picco (1867-1946) che si sono distinti in Piemonte; Giovanni Vaglia (1885-1945) e Mario Corti (1889- 1948), in Lombardia e Veneto; Domenico Gori (1874-1966) e Guglielmo Como (1903-1978), nel Centro Italia; e Francesco Laudadio (1907-1963) e Armando Jué (1900-1984), nel sud Italia.
Nel 1934 la diocesi di Bergamo contava 120 Leghe; nelle Marche erano 320; mentre nella diocesi di Treviso, erano 140 nel 1935. Nel 1934 si svolse a Roma, nella Basilica di San Pietro, davanti al Papa, il primo Congresso Nazionale della Lega della Perseveranza, con la partecipazione di più di 20.000 uomini. Una relazione ufficiale della Lega, chiamata anche "Opera Ritiri di Perseveranza", ha dichiarato (1959) che ha avuto 1200 leghe in Italia, che ha riunito circa 220.000 uomini ogni mese.

Particolare è il ricordo lasciato a Piscinola da padre Juè, del quale tratteremo una breve biografia.
Padre Armando Juè è stato sicuramente una delle figure più rappresentative della religiosità popolare del Mezzogiorno nel secondo dopoguerra, nacque a Napoli il 6 dicembre dell’anno 1900, il suo cognome era però di origine francese, un suo avo si trasferì in Italia ai tempi della conquista di Gioacchino Murat.
Entrò nella Compagnia di Gesù il 5 agosto 1918.
Durante gli studi a Chieri (Torino) conobbe l’Opera Ritiri di Perseveranza e svolse il suo primo tirocinio nelle “Leghe di Perseveranza”. Trasferitosi a Roma si specializzò in questo ministero sotto la guida del Padre Gori. Fu ordinato sacerdote il 26 luglio del 1932, dopo un periodo di preparazione teorico-pratica ebbe il preciso compito di attendere l’O.R.P. di Napoli e nell’Italia meridionale. La sua destinazione fu la Casa Professa di Napoli, nella chiesa del Gesù Nuovo.
Assimilò profondamente negli anni la dottrina e l’impegno apostolico di far vivere i cristiani secondo i dettami della religione e secondo gli insegnamenti di P. Mario Conte, a tal fine applicò con  passione quanto apprese nei vari ritiri cui aveva partecipato, nel Veneto e in altri luoghi, organizzati dal padre M. Conte.
Padre Juè è stato un animo infaticabile, napoletano nelle sue espressioni e nei gesti vivacissimi, era un oratore nato. Si gettò con ardentissimo amore al suo ministero di predicatore e organizzatori di missioni popolari.
Copertina del libro Le Missioni Popolari, una fonte del post
Come era consuetudine, istituiva due comitati, uno di uomini e uno di donne il cui compito era di redigere e far recapitare gli inviti al ritiro che era fissato in un giorno feriale, escluso il primo venerdì del mese. Poi fin dalla domenica precedente, manifesti e striscioni dovevano annunciare l'evento nelle parrocchie e chiese vicine. Le persone che s'impegnavano a partecipare dovevano fare una domanda scritta, spiegando anche i motivi che spingevano a parteciparvi.
Alla vigilia del ritiro, nel pomeriggio, organizzava confessioni e preghiere per le donne e i ragazzi; alla sera, per i giovani dai sedici anni in su e per gli uomini. Il giorno, dopo messa, curava il discorso e distribuiva la Comunione, a volte avveniva prestissimo.
Per una settimana intera aveva luogo in chiesa, alla sera, una specie di liturgia penitenziale, con la predicazione convincente ed infuocata del padre Juè o di un altro predicatore, che si posizionava sul palco, accanto a un maestoso Crocifisso fatto sistemare in quel posto per la circostanza (non dal pulpito). Il raduno terminava sempre con il canto di Sant’Alfonso Maria de Liguori: “Gesù mio, con dure funi…”.
Al termine di questo ottavario iniziale, alla sera inoltrata, si registrava la partecipazione di un prelato eminente della diocesi, spesso un vescovo, che officiava un solenne pontificale e tutto si concludeva verso l'una di notte.
Dopo questa settimana propedeutica, i Ritiri di Perseveranza assumevano una cadenza mensile. Alla fine di ogni mese, di sera, tutta la comunità parrocchiale poteva partecipare in chiesa alla celebrazione eucaristica, durante la quale padre Juè teneva la sua vigorosa omelia, e si svolgeva il Sacramento della Confessione, con la disponibilità di diversi sacerdoti.
La celebrazione si concludeva sempre con il canto "Gesù mio, con dure funi…".
Al termine di tutti i raduni, si organizzava una grande processione penitenziale, portando a spalle per le strade del quartiere il crocifisso che era stato esposto sull'altare nell’intero periodo dell’anno.
Tra i collaboratori di padrè Juè, troviamo don Raffaele Coseglia, originario di Casalnuovo di Napoli, uomo di vasta cultura e sensibilità umana che onorò Napoli per le iniziative apostoliche a favore del mondo industriale e del sapere. Attraverso l’O.R.P. portò il messaggio della solidarietà evangelica e del recupero della dignità umana degli operai del meridione italiano e non solo.
Processione in via del Plebiscito a Piscinola, anni '50
Ecco una testimonianza del Ritiro di Perseveranza eseguito a Carolei (Cosenza) del luglio 1940, a cui partecipò il padre Jué:Come Cosenza e Paola – nella nostra Diocesi – anche Carolei ha, finalmente, i suoi “Ritiri della Perseveranza”.
Datano dal 16 luglio, giorno sacro a la nostra Patrona e Protettrice la Madonna del Carmine e caro particolarmente a ogni anima e impresso in ogni cuore cristiano in Carolei.
Sarà, per gli anni a venire, ancor più sacro e più caro! 
Aveva da anni pregato il carissimo e ben noto P. Armando Juè, apostolo infaticabile dell’Opera dei Ritiri di Perseveranza, di voler venire a fondarli in questa nostra parrocchia.
Ma, con tutta la nostra buona volontà, non s’era mai potuto finora.
Il compianto Mons. Arcivescovo Nogara, mi diceva, anzi, di dovervi rinunziare, perché l’Istituzione, pur tanto bella e benefica, non era attuabile in Carolei per l’impossibilità di avere sul posto, nel giorno designato d’ogni mese, un numero sufficiente di sacerdoti confessori. Deciso, tuttavia, e risoluto a spuntarla e a superare, quindi, anche questa difficoltà, veramente seria e non lieve, volli insistere presso padre Juè, il quale finalmente accettò di venire.
Ma ecco nuovi ostacoli: il tempo da lui scelto per la Missione in Carolei, l’unico di cui potesse disporre in quest’anno, non mi piaceva, non ritenendolo io affatto propizio e adatto a lo scopo.
Poi in piena stagione, quando i colori estivi certo non invitano a raccogliersi per ore intere in chiesa, quando gli uomini sono generalmente e particolarmente occupati nei lavori di campagna, senza dire dello stato di guerra, dell’oscuramento obbligatorio, dell’assenza di oltre 200 uomini soldati e della lontananza dal centro delle contrade Pantanolungo, Treti, Lacconi, Vadue: tutto questo induceva, evidentemente, a pensare e a temere che la missione non sarebbe riuscita.
Ciò non ostante, si decise senz’altro per la data 7-21 luglio.
E la sera del 7, domenica, gli illustri e tanto benemeriti Padri della Compagnia di Gesù, Armando Juè e Raffaele Vitale, cominciarono, a dialogo, la loro predicazione apostolica, magnifica, efficacissima, tenuta prima a le donne, separatamente, e più tardi agli uomini.
L’ampia e imponente nostra Parrocchiale del Carmine fu piena due volte, prima di donne e poi di uomini. Le donne aumentarono sempre più, gli uomini, invece, diminuirono alquanto nei due giorni seguenti, lunedì e martedì, ma poi ripresero con un crescendo continuo fino a riempire nuovamente le tre navate della Chiesa.
A l’ottavo giorno, domenica, padre Juè tenne agli uomini, a conclusione, la conferenza propria per i Ritiri, particolarissima, forte, robusta, predica essenzialmente di vita, che valse in una tutte le precedenti.
La sera seguente, lunedì, dieci Padri e sacerdoti ascoltarono in tre ore le confessioni, e il giorno dopo, 16 luglio, oltre trecento uomini di tutte le classi, pieni di santo entusiasmo e di fervore, tra suoni e canti di fede, nella nostra Chiesa del Carmine tutta illuminata, dinanzi a l’altare della Madonna splendido di ceri e di fiori, ascoltarono la Messa e fecero la Comunione.
Così s’è costituita la Sezione di Carolei della tanto benefica “Opera dei Ritiri di Perseveranza”, modo facile e mezzo efficacissimo di vita veramente cristiana continuata, da cui verranno sicuramente la salvezza delle anime e la maggior gloria di Dio. (dal periodico “Decor Carmeli”, luglio 1940, scritto da d. Francesco Vairo)”. 
Sul periodico “La Civiltà Cattolica” del 1941 così è scritto: “Nell’Italia meridionale sopra tutto per merito della parte direttiva animata da padre Armando Juè, l’Opera ha assunto dal 1937 un ritmo di vita veramente promettente […]”.
Padre Juè ha partecipato anche a diversi convegni organizzati dal nascente partito della Democrazia Cristiana. In questi incontri spesso interveniva, relazionando “... sui modi pratici con i quali avviare i lavoratori” alle Unioni cristiane.
Padre Juè ebbe parole di augurio da parte del papa Pio XII; fu ricevuto in udienza speciale dal successore, papa Giovanni XXIII, insieme al Padre generale della Compagnia di Gesù, il pontefice riconobbe il benefici dei Ritiri di Perseveranza sulle regioni d’Italia.
A Piscinola sono ancora tanti gli anziani a ricordare la figura di padre Juè, a cui associano gli incontri dei Ritiri di Perseveranza, che furono eseguiti in diverse occasioni nella chiesa parrocchiale del SS. Salvatore, nell'arco di un decennio compreso tra gli anni ’50 e i primi anni ‘60.
Alcune testimonianze raccontano di episodi legati alla vita di questo umile religioso gesuita, soprattutto le sue opere di carità svolte nel quartiere di Piscinola. Si racconta che era un grande operatore di pace e si adoperava per ricongiungere molte famiglie piscinolesi in conflitto, contribuendo a far cancellare l’odio ed il rancore, sorti a volte per futili motivi. Si recava, inoltre, personalmente nei saloni di gioco dei bar e dei circoli, per distogliere e per recuperare le persone, che avrebbero potuto perdersi nel “gioco delle carte”. Padre Juè era, quindi, un uomo di Chiesa impegnato nel tessuto sociale di Piscinola nell’immediato dopoguerra, che riusciva ad avvicinare alla Chiesa un grande numero di persone, operando anche numerose conversioni...
Padre Juè si spense a Napoli, all'età di 84 anni,  il 17 ottobre del 1984.
Ecco l'articolo "In memoriam" del periodico "Cristianità", n. 115, dell’ottobre 1984, che fu dedicato da "Alleanza Cattolica" alla scomparsa del famoso gesuita.
"Il 17 ottobre 1984 è mancato  padre Juè, gesuita, direttore generale per l’Italia Meridionale dell’Opera Ritiri di Perseveranza, I’ORP. Aveva 84 anni ed era una figura di spicco della Chiesa napoletana. La sua attività apostolica è stata un punto di riferimento spirituale e una guida per intere generazioni. Nel 1936 aveva assunto la direzione dell’ORP, che è stata promotrice di un profondo risveglio di vita cristiana a Napoli e nell’Italia Meridionale, dove, negli anni Cinquanta, è giunta a contare decine di sezioni. L’Opera, in diretta continuità con san Francesco de Geronimo, che ne è il patrono, ha innestato la pratica degli esercizi spirituali di Sant’Ignazio sulla pietà popolare napoletana. I ritiri mensili, la frequenza nell’accostamento ai  sacramenti, le conferenze di formazione, sono alla base del metodo dell’O.R.P. che Papa Pio XI ha definito «l’Opera veramente provvidenziale» e che, a Napoli, ha goduto del sostegno e della ammirazione dei cardinali Ascalesi e Mimmi. Instancabile, continuava a guidare gli incontri mensili dell’Opera che si svolgono di primo mattino, padre Juè animava il Venerdì Santo una popolarissima Via Crucis attraverso il centro storico di Napoli. Migliaia di napoletani lo ricordano così, mentre incoraggiava a non desistere dal cammino promettendo la perseveranza finale. Era un intransigente. Fedele alla dottrina cattolica, indisponibile alle mediazioni e ai compromessi, nonostante le incomprensioni, le critiche e le opposizioni che questo gli costava.
Alleanza Cattolica, di cui padre Juè ha più volte benedetto gli stendardi e per la quale aveva parole di elogio, lo ricorda nelle sue preghiere con affetto e ammirazione".
Salvatore Fioretto

Si ringrazia calorosamente la redazione "Cristianità" di "Alleanza Cattolica", per averci fornito l'articolo del periodico n.115/84 "In memoriam"; si ringrazia ancora Natale Mele per aver contribuito con alcune notizie utili alla stesura di questo post.

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N.B.: Le foto riportate in questo post sono state liberamente tratte dai siti web dove erano state inserite, con il solo scopo di favorire la libera diffusione della cultura.
 

sabato 18 giugno 2016

Pergamene e carte celebrate: frammenti della nostra storia conservati negli archivi storici...

Archivio di Stato di Napoli, sala interna
Gran parte delle testimonianze storiche di Piscinola e di Marianella, con i toponimi dei luoghi notabili, sono rintracciabili nelle carte antiche celebrate dai "notai" dell'epoca, che registravano in maniera particolareggiata un "bene" oggetto di "transazione" (ovvero della registrazione, come si direbbe oggi); solo che, a differenza di quanto avviene oggi, non essendoci all'epoca una forma di  Catasto con i suoi "riferimenti catastali", si procedeva all'individuazione del bene descrivendo i terreni e i fabbricati confinanti, le strade adiacenti, le chiese, le cappelle e le cose notabili del territorio poste nelle immediate vicinanza del "bene" in questione, riportando spesso anche i toponimi di molte piccole località vicine.
Mappa di Napoli del XVI secolo
Nel periodo antico i funzionari addetti alla registrazione degli atti erano però chiamati "Curiali" e scrivevano gli atti a mano, su delle pergamene. Molti di questi documenti sono giunti fino a noi e sono conservati nei vari archivi storici cittadini, in particolare nel Grande Archivio di Stato, nell'Archivio Storico Diocesano di Napoli, nella Biblioteca Nazionale di Napoli e in altri Archivi.
Oltre alle compravendite, nelle pergamene celebrate dai curiali troviamo notizie di numerose donazioni a chiese e conventi, come la pergamena n. 255, "di S. Agostino" conservata all'Archivio di Stato di Napoli, risalente intorno all'anno 1440. Sintetizzando il contenuto, risulta che: Vincenzo de Bossis aveva donato una terra sita a Piscinola, con rendita di 10 tarì, alla congrega di Santa Maria della Neve, con la richiesta della celebrazione di un anniversario, ogni anno nel giorno della sua morte.
Piazza Grande Archivio e la fontana detta "della Sellaria"
Nel caso in cui i confratelli di Santa Maria della Neve fossero stati inadempienti, i 10 tarì si dovevano assegnare alla Disciplina della Croce, con lo stesso obbligo di vigilare sui frati e, se anche questi non vi provvedessero, l'incarico con relativo censo doveva essere assegnato, prima ai maestri ed economi della chiesa di S. Maria dell'Annunziata, e poi ai frati stessi di S. Agostino.
Nell'atto di vendita stipulato il giorno 10 ottobre dell'anno 1033, per mano del curiale di nome Sergio (Notam instrum. S. Sebast. n. 1211), ove si registra l'avvenuta vendita di un appezzamento di terreno chiamato "ad Nipitium", situato presso la chiesa di S. Sossio a Piscinola, nel citare i confini del terreno si fa espresso riferimento al luogo dove era ubicata la "Staurita Chiesa del Salvatore Nostro Gesù Cristo". 
Quest'atto costituisce quindi il documento più antico nel quale si fa riferimento alla chiesa del SS. Salvatore, che a quei tempi già esisteva: "[...] Staurita plevis Ecclesiae Salvatoris Nostri Ihesu Christi de memorato loco Piscinule [...]. In esso si menzionano anche le località piscinolesi di "Pratum" e di "Vipiticum".
Nella carta celebrata il 20 agosto del 941 dal curiale Anastasio (Notam instrum. S. Gregori, n. 297), si registrano la vendita di quattro appezzamenti di terreno, di tale Gregorio, figlio di Sergio, ubicati a Piscinola in località detta “Marzano Belanzanese” (“[...] quator pectias de terra positas in loco qui nominatur Piscinulae[...]”). Gli appezzamenti sono chiamati “Custanem”, “Felicem”, “Fracta” e “Marilianum”. Quest’ultima località molta estesa, corrisponderebbe all’attuale Marianella. Marilianum si suddivideva ancora in tre parti, che erano chiamate: “ad Pinum”, “Areliano” e “Campu Maiore”.
In questi reperti, unici e rarissimi, troviamo anche delle curiosità, come la vendita, alquanto singolare, avvenuta per un appezzamento di terreno tra una famiglia piscinolese e una famiglia ebrea. Da notare che la vendita è stata allora eseguita chiedendo il consenso alla suocera... ecco il testo: "17 febbraio 1240, Napoli, Adilizia del defunto Giovanni Vulcano e di Sinissora, con il consenso di suo marito Giovanni Capece de illa Scocta, con il consenso di sua suocera Marotta, vende all'ebreo Schumele, figlio dei defunti Elitiari e Gemma, una terra di un moggio e otto quarte a Piscinola, località Grottole, eredità materna, per otto once d'oro in tarì di Sicilia e conservando la Chartula traditionis che ne costituisce....(il titolo)".
Concedendoci un pizzico di ironia, possiamo affermare che: "qui le suocere hanno sempre contato, almeno fin dal 1200 (sic)...!!"
 Uno dei chiostri dell'Archivio di Stato di Napoli

Al temine di questa breve trattazione sulle ricchezze culturali esistenti nei nostri archivi, occorre purtroppo ricordare che tutta la documentazione della Cancelleria Angioina e anche Aragonese è andata inesorabilmente perduta durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i documenti furono riparati in un deposito ritenuto sicuro, sito a San Paolo Belsito, in provincia di Caserta: furono purtroppo scoperti dai soldati tedeschi e selvaggiamente bruciati in massa. Si salvarono solo poche casse di codici e pergamene, grazie all'abnegazione di alcuni abitanti del posto. 
Purtroppo la guerra non porta danni solo alle persone e alle strutture, ma anche alla cultura dell'umanità!
Salvatore Fioretto

Tutti i diritti per la pubblicazione dei testi del blog sono riservati agli autori, ai sensi della legislazione vigente. Alcune notizie storiche sono state tratte dal libro "Viaggio nella mia terra" del dott. F.B. Sica, 1989, T. Cortese e dal libro "Piscinola, la terra del Salvatore", di S. Fioretto, ed. Boopen, 2010.
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sabato 11 giugno 2016

Perché una "Nazareth" nel quartiere di Chiaiano?



Il sobborgo denominato Nazareth prese il nome da una cappella costruita dalla famiglia Diano, che fu intitolata Santa Maria di Nazareth. Dalle fonti storiche risulta, infatti, che i componenti della nobile famiglia Diano furono i primi signori ad avere possedimenti in quella parte del territorio dei Casali di Napoli,  che si estendeva fin sull'altura della collina dei Camaldoli.
Stemma dei Venusio
Lo storico Lorenzo Giustiniani, riferendosi a Nazareth, così scriveva: “… è un villaggio sul monte de' Camaldoli, verso la parte occidentale di Napoli, di aria niente sana ed abitato da pochi individui”.
Stemma dei Capece
Il territorio su cui si ergeva la chiesetta fu successivamente ceduto ad un’altra famiglia nobile napoletana, quella dei Capece, signori dei casali di Antignano e San Giovanni a Teduccio. I discendenti di questa nobile famiglia fecero successivamente costruire, nei dintorni della prima, un’altra cappella, dedicata a S. Giovanni Battista, che era annessa a un vasto tenimento agricolo di circa 27 moggi. Questo tenimento, nel 1564, fu concesso in enfiteusi a un certo Girolamo Granata. L’ultimo discendente maschile dei Capece, Scipione, che impalmò Giovanna Caracciolo, non ebbe discendenti maschi, e così il borgo di Nazareth passò di proprietà alla famiglia Rapuano (forse Capuano), i quali edificarono nel possedimento una terza cappella, più piccola delle prime due, che fu chiamata “del Salvatoriello”. Della famiglia dei Rapuano troviamo la nobildonna Porzia, che una volta sposata con don Giovanni Paolo Crispo, edificò in quel luogo una villa di campagna; la coppia ebbero un figlio, Giovanbattista Crispo, che fu però cagionevole di salute e per tale motivo si trasferì definitivamente a Nazareth.
Successivamente, nell’anno 1713, questo tenimento fu ceduto a tale Leone Cesareo e, ancora a seguire, alle famiglie dei Patrizi e dei Verrusio. I Verrusio avevano una splendida villa anche nel centro del casale di Mugnano, oggi purtroppo in pietoso stato di abbandono. 
Dai libri ecclesiastici sappiamo che nel 1714 il borgo di Nazareth era abitato da 21 nuclei familiari (fuochi) e le persone ammesse al sacramento della Comunione erano 69. 
Il "Dazio" a cappella cangiani
Le principali famiglie originarie del territorio che già a quei tempi risiedevano in Nazareth, erano quelle dei Carannante, dei Sommella, dei Caputo, dei Galiano, dei Pastore, dei Caianiello, dei Di Marino, dei Longobardo, dei Di Amato, dei Taliercio e dei Santoro.
Personaggio notabile di Nazareth fu il già nominato Gianbattista Crispo, che divenne famoso giureconsulto del foro napoletano; Gianbattista fece edificare nel luogo una bella e sontuosa villa, ove ebbe a stabilirsi. La villa era addirittura dotata di un piccolo lago che, nei momenti di svago, Giambattista attraversava con una barchetta.
Strada di Nazareth
Come si può dedurre ancora oggi, in epoca lontana tutta la zona era particolarmente amena e godeva di una splendida veduta panoramica sulla capitale. Infatti il Cavalier Girolamo Congedo nell’anno 1888, nella sua relazione alla fine del mandato di Commissario Straordinario al Consiglio Comunale di Chiaiano e Riuniti, ebbe a chiamare Nazareth: “La piccola Svizzera”.
Fu questo commissario a voler costruite le due strade che collegavano le località Guantari-Piscinelle e S. Croce-Orsolone, e fu ancor lui ad approvare il progetto di variante del tratto di strada Guantari-Piscinelle, dalla "Casa Guerra" fino all'innesto con la via Marano-Pianura: collegamento importante, perché congiungeva, e congiunge ancora oggi, la città di Napoli a Marano, migliorando anche il collegamento viario delle varie frazioni collinari con la sede del Municipio di Chiaiano e la strada provinciale S. Maria a Cubito. Per tale opera il Comune di Marano dovette sostenere un quarto delle spese.
Con decreto del 1811 i Camaldoli, assieme ai borghi di Nazareth e di Orsolone, furono trasferiti sotto la giurisdizione amministrativa della sezione “Avvocata” del Circondario di Napoli.
Sappiamo che, già nel 1887, Nazareth era frequentata da parecchi forestieri, che l'attraversavano per raggiungere i Camaldoli e visitare il famoso e bello Eremo camaldolese.
Con il passare dei secoli la cappella di Nazareth andò in decadenza, specialmente quando fu edificata nella zona dei Guantai la cappella di S. Maria Regina del Paradiso (detta: Regina Paradisi),  per tale motivo la cappella di Nazareth diventò una specie di succursale della parrocchia di Santa Croce, assieme alla Cappella dei Cangiani.
Nell’anno 1923 la cappella "Regina Paradisi” ai Guantai divenne parrocchia autonoma.
Altre due piccole cappelle si trovavano nel tratto di strada che da Nazareth portava verso la località “Contessa”, ai confini con Marano, di cui una sotto il titolo di “S. Giovanni” e l'altra di “S. Maria della Peschera”.
Giovanni Antonio Summonte nella sua "Storia della Città e Regno di Napoli", per giustificare l'etimo di Partenope, riporta un fatto che sa molto di favola. Riporta, infatti, la versione di un commentatore alla corte della regina Giovanna d’Angiò, un certo Napodano, secondo il quale la città fu fondata da Enea, che la ottenne in toto dai Latini. Alla morte di Enea subentrò il despota Parchinio Troiano, che oppresse con pesanti tributi la popolazione, fino a quando fu spodestato dall’esercito degli stessi Latini che gli rivolsero contro. Parchinio durante la fuga nascose i suoi tesori, parte in città e parte in collina, nel luogo detto “Nazareth”. Ma fu catturato e giustiziato. Da allora la città fu chiamata Partenope, da "Parte-ne-opes" che significherebbe “Parte del tesoro”. Furono, poi, i Greci a chiamare nel seguito la città nuova Neapolis.  
Lungo la via C. Guerra si erge maestoso l’edificio chiamato “La Decina”, il cui termine, molto probabilmente, è una degradazione del nome della famosa osteria che nel secolo XVII si trovava proprio in questo luogo, ossia l’“Osteria del Ricino”.
"La Decina" in via C. Guerra
La forma dell’edificio, simile a un maniero, con torre merlata, la presenza di una nicchia sul portale d'ingresso, con al suo interno una statua femminile in marmo bianco, diverse scritte e alcuni stemmi, hanno portato qualche studioso ad associare questo antico e misterioso edificio all'Ordine dei Templari, tuttavia l'ipotesi appare attualmente priva di riscontri strorico-documentali.
L'edificio fu restaurato nel XIX secolo dall'architetto e ingegnere Camillo Guerra, al quale è stata dedicata la strada adiacente.
Oggi le località di Nazareth, di Guantai e di Orsolone ricadono nel territorio del quartiere di Chiaiano.
Salvatore Fioretto

Diverse notizie storiche sono state tratte dalla pubblicazione "Santa Croce ai Camaldoli-Napoli, 1688 - 1988, Ieri, oggi, domani", a cura di p. Camillo Degetto, della Parrocchia di S. Croce a Orsolona.