venerdì 19 maggio 2023

Don Salvatore Esposito, intraprendente e indimenticato presbitero in terra napoletana e beneventana…

Sulla scia dei nomi dei tanti personaggi originari del quartiere di Piscinola, dei quali questo blog ha trattato le loro biografie, non potevamo tralasciare la figura di un altro grande piscinolese, la cui memoria è ancora oggi forte ed è nostalgicamente ricordato dai tanti che l’hanno conosciuto e apprezzato, ci riferiamo al frate cappuccino e sacerdote "frate Alfredo", al secolo don Salvatore Esposito.
Questo post è una conferma ulteriore che il quartiere di Piscinola, nonostante le sue piccolissime dimensioni geografiche, nonostante le tante metamorfosi urbanistiche subite, nonostante i tanti problemi sociali patiti e che l’attanagliano ancora oggi, ha una storia, con un bagaglio culturale e soprattutto un patrimonio umano, di degnissimo rispetto…!

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Salvatore Esposito nacque a Piscinola, all’epoca frazione del quartiere di San Carlo all’Arena, il 13 maggio 1945, nell'abitazione situata in via del Salvatore; i suoi genitori furono Alfredo Esposito e Antonietta Faro. Visse i suoi anni della fanciullezza in maniera spensierata e amato dalla sua famiglia, semplice e religiosa. Ebbe due fratelli, dei quali fu secondo di nascita: Mario e Clorinda.
Alle prime manifestazioni di quella che sarà la sua grande vocazione religiosa, decise di entrare nell’ordine dei frati cappuccini e di farsi frate. Iniziò il percorso di noviziato, in età giovanissima, a 16 anni, il 24 dicembre 1961, nel convento francescano situato a Cerreto Sannita, in provincia di Benevento. Sempre in questo luogo emise la professione religiosa temporanea, il 25 agosto 1962 e, successivamente, il 29 maggio 1966, nella chiesa di Sant’Eframo Vecchio a Napoli, i voti solenni e perpetui. Da francescano prese il nome di “frate Alfredo”: nome che ci rimanda al ricordo del suo papà.
Dal 1966 al 1970, seguì con profitto il corso di teologia tenuto nello stesso convento di Sant’Eframo Vecchio. Seguirono gli studi superiori, dal 1970 al 1972, presso la Pontificia Facoltà Teologica dei Padri Gesuiti di Posillipo (Napoli), al termine dei quali seguì l'ordinamento sacerdotale.
A distanza di tre anni dalla sua ordinazione, fu presentato dai superiori nella parrocchia di Sant’Eframo, il 19 agosto 1974 e ivi nominato Vicario Economo dalla Curia di Napoli, il 6 settembre 1974, con le facoltà a decorrere dal 20 settembre seguente.
Egli era già addentrato nella conoscenza della parrocchia, essendo stato per tre anni vicario del parroco di questa chiesa,  don Eugenio Napolitano.
Ecco come la sua figura viene ricordata in una testimonianza rinvenuta sul web, nel sito della stessa parrocchia di Sant'Eframo: “Molto aperto ed entusiasta alle idee conciliari del momento, proclamate sul piano pastorale dall’Arcivescovo di Napoli Card. Ursi, e attento uditore degli insegnamenti di quest’ultimo.
Da parroco si lanciò nell’attuazione di tutto un programma nuovo; si era convinto che bisogna valorizzare tutte le vocazioni e pensava a una Chiesa tutta ministeriale, con le più svariate collaborazioni, a partire da quelle dei lettori e degli accoliti. Si serviva molto dei volontari adulti, attraverso i quali cercava di giungere anche ai lontani.
Colse la disponibilità e promosse la formazione del diacono permanente Antonio Mattera, la cui ordinazione avvenne nella nostra Chiesa, e la cui collaborazione gli fu sempre di valido aiuto.
Per una Liturgia celebrata efficacemente, promosse col Superiore locale l’adeguamento dell’area del presbiterio in Chiesa, con l’altare rivolto al popolo; promosse gli incontri di letture bibliche per gli adulti e nelle stesse famiglie. Non aveva catechisti sul tipo di quelli tradizionali, si serviva di alcuni giovani che egli preparava personalmente e che gli erano molto vicini.
Il fulcro della sua azione pastorale aveva il suo momento fondale negli incontri e nei colloqui spirituali, oltre che nel sacramento della confessione, da lui molto curato. Si sviluppò un dinamismo spirituale incredibile intorno a lui: veniva gente anche da lontano, per incontrarlo; c’erano sempre lunghe file davanti alla porta, ogni giorno; era oberato nel vero senso della parola, da mattina a sera. […].
Il Card. Corrado Ursi era contento di lui e, più volte altrove, mostrava come esemplare la conduzione della parrocchia di Sant’Eframo; diceva: “Andate sul colle di sant’Eframo e vedete come si conduce una parrocchia!”.
Dotato di doni speciali, aveva una grande devozione verso la Madonna; questo conferiva un fascino al suo carisma di parroco; ma era anche una persona assai semplice e quasi infantile; è stato questo ultimo aspetto che lo ha esposto al profitto di persone interessate, che hanno eroso dal di dentro tutta la sua opera; ne risentiva la sua stessa salute e dovette lasciare la Parrocchia.
Dal 1980 al 1989 fu designato viceparroco nella chiesa parrocchiale del "Sacro Cuore" a Benevento, mentre dal 1982 divenne insegnante nella scuola media “Federico Torre”, a Benevento,
Morì tragicamente, a soli 44 anni, il 17 novembre 1989, a seguito di un incidente stradale, avvenuto alle porte della città di Benevento. Ai suoi funerali parteciparono una folla straordinaria, raccolta nel dolore e profondamente commossa. Venne sepolto nel cimitero di Miano e dopo tre anni le sue spoglie furono traslate al cimitero di Benevento (come si apprende, per volontà popolare…!).
A dimostrazione dell’opera di questo religioso, divenuto sacerdote e parroco di una comunità ecclesiale e civica raccolta, riportiamo gran parte della bella testimonianza scritta da un suo amico e insegnante, il prof. don Pasquale Maria Mainolfi, divenuto docente di teologia morale, che l’ha conosciuto nel periodo dell'insegnamento. Questa bella testimonianza è stata scritta a distanza di 25 anni dalla scomparsa di don Salvatore, nell’anno 2014.
Il popolo beneventano che ha esperimentato la dolcezza e la forza coinvolgente del suo generoso ministero sacerdotale non lo ha dimenticato. I suoi figli spirituali trasportarono la sua salma dal cimitero di Napoli (cimitero di Miano n.d.r.) a quello di Benevento, dove attende l’ora della resurrezione finale.
Serbo un ricordo personale indelebile e colmo di stima per averlo avuto collega d’insegnamento nella scuola media “Federico Torre” di Benevento a partire dal 1982.
Una folla straordinaria ai suoi funerali, a motivo del gran bene procurato alle anime come direttore spirituale, esorcista. Sacerdote straordinariamente mariano, colmo di molti carismi messi al servizio della gente
Diceva: «Il mio sacerdozio è la spiga di frumento macinata perché diventi Ostia d’amore».
Tutti ne hanno ammirato e apprezzato, anche tra il clero e i confratelli cappuccini, il dinamismo apostolico, la creatività pastorale, la grande apertura ecclesiale.
Dotato di ottima preparazione, formato alle idee del Concilio Vaticano II, aveva sviluppato soprattutto in campo catechetico un’ampia partecipazione dei laici. Sprigionava una sorprendente ricchezza spirituale ed era riferimento sicuro per tanti giovani e per tante anime.
Di intelligenza fervida e generosa, si preparava sempre con scrupolosità. Lo animava una visione ecumenica ed ecclesiale assai ampia, accoglieva tutti con rispetto e francescana simpatia.
Anime assetate di verità e seriamente impegnate sui tornanti della santità, lo hanno seguito, vivendo il Vangelo con coerenza.
Cuore buono, cuore semplice, cuore di bambino, sedotto dal fascino del Cuore Immacolato di Maria. Ha sofferto molto per le incomprensioni e le false accuse subite. Ma questo è il sigillo delle anime eccezionali.
Ancora oggi, a 25 anni dalla morte improvvisa e tragica, avvertiamo con gratitudine il profumo della sua sorridente e luminosa testimonianza al servizio dell’Amore e dell’Unità nello Spirito Santo. Cresciuto all’ombra della Vergine Maria ha diffuso ovunque il profumo della bellezza e della bontà.
La Chiesa, preoccupata per le inevitabili forme di fanatismo e le voci di miracoli, ha messo il frate sotto stretta sorveglianza fino alla sospensione a divinis del 7 febbraio 1980, la vita nascosta al convento di Nola, a casa della mamma e al convento di Pozzuoli, fino alla riabilitazione e l’invio a Benevento, nello stesso anno, dove Padre Alfredo Esposito riprese il nome di battesimo e fu chiamato da tutti Padre Salvatore.
Un cammino doloroso. Una vita crocifissa. Una testimonianza di luce che non conoscerà tramonto. Ha portato nel cuore il mistero dell’Amore. Uomo eccezionale e generoso, ha fatto del convento un porto di mare per accogliere sempre tutti con squisita gentilezza, felice di comunicare agli altri la via della gioia che al Cielo conduce. Ha avvertito il brivido della bellezza.
Umile, sincero, intelligente, senza falsità, ha sentito il tormento nella ricerca della verità e la fatica nel salire la santa montagna di Dio. Ha vissuto le sfide, le ansie e le contraddizioni del nostro tempo. Ha offerto a Dio un sacrificio di lode senza fine cantando con la sua voce potente e con le opere compiute.
Il popolo ha pianto la sua prematura dipartita per l’Eternità. Sono belli i colori del suo tramonto come quelli dell’alba dei primi fervori sacerdotali. Ha conservato la fede ricevendo da Gesù la corona di giustizia.
La Madonna lo ha custodito nel suo materno Cuore, accogliendolo teneramente in Paradiso. Ed ora dalla finestra del Cielo ci guarda con amore di padre e ancora ci benedice. Padre Salvatore, grazie per la tua amicizia e per il tuo amore.

In un altro scritto, sempre dello stesso autore, si legge:
E’ sempre un’operazione d’amore e di civiltà far rivivere nel presente le esperienze belle del passato. Ecco una sua espressione che permette di aprire una piccola finestra nell’abisso della sua offerta sacerdotale: “Io soffro per coloro che soffrono senza una speranza”.
Ed ecco come lo ricorda una delle sue figlie spirituali: “Là, tra quei portici, un uomo avanza! Porta tra le mani un testo. Si ferma. Spinge lo sguardo nell’infinito. Il viso s’illumina. E’ dentro di lui il riflesso dell’universo come punto d’amore infinito a cui l’altro si aggrappa. E di quell’uomo, in quell’angolo, resta solo la luce”.
Un contemplativo attivo, impastato di Cielo ma con i piedi per terra per donare pace.”


Altre parole a commento di quanto riportato nel post sono ritenute superflue, lasciamo il caro lettore (come succede anche a noi), a una silenziosa meditazione, perché sicuri che questo racconto abbia destato un contributo non insignificante per la sua edificazione, culturale e anche spirituale.
Salvatore Fioretto

 

venerdì 12 maggio 2023

Là dove c'era l'erba... ora c'è una città....!

Gli anni '70 del secolo scorso l'hanno segnato la metamorfosi di gran parte del territorio posto a Nord di Napoli, soprattutto del quartiere di Piscinola e di altri centri vicini, con la scomparsa definitiva di estese zone agricole ivi esistenti. Per il quartiere di Piscinola la trasformazione del territorio è stata un cambiamento epocale e radicale, a causa della perdita definitiva della zona agricola, detta "Dello Scampia", che costituiva gran parte del sua estensione geografica e il principale sostentamento economico di molte sue famiglie, e con essa anche la perdita di un'identità comunitaria, che costituiva il "cuore propulsore" di usi, costumi e di tante tradizioni. L'antico toponimo di "Scampia" deriverebbe da "Scampagnato", ossia campagna libera e sterminata, senza ostacoli e senza case...
Non abbiamo trovato foto che possano testimoniare lo scempio che avvenne in quegli anni, vale a dire lo sconvolgimento subito dal territorio, per permettere la realizzazione dei programmi di edilizia popolare, previsti dalla legge “167”. Per descrivere questo passaggio della storia del territorio, abbiamo trovato questi due scritti, già pubblicati nel libro "Piscinola, la terra del Salvatore" (ed. The Boopen, anno 2010, di S. Fioretto): il primo, è tratto dal romanzo: "Maddalena", scritto da Fortunato Calvino, mentre, il secondo, è tratto dal libro: "Storia di Periferia", di Carmine Montesano. I titoli dati ai due brevi racconti sono stati scelti in questo post, per evidenziare alcuni passaggi del loro contenuto.


‘O rrè d’ ‘e papaveri…! (da "Maddalena", di Fortunato Calvino)

Molto commovente è questo brano tratto dal libro “Maddalena” (di Fortunato Calvino, anno 1996), nel quale lo scrittore esegue una descrizione nostalgica della campagna piscinolese scomparsa. Il dialogo avviene tra i due personaggi protagonisti del libro: Salvatore e Maddalena, nel mentre questi si rivedono a casa di Salvatore, dopo molto tempo… Maddalena è stata internata dieci anni in manicomio, ma ne esce guarita e cerca così di recuperare il tempo perduto…

“[…] Tenimme tanti ccose ‘a raccuntarce, tante. ’E vire sti quadre, so’ state pittate quanno ero guaglione. ‘O pittore era n’amico ‘e famiglia ca steve ‘e case a Piscinola, dint’ ’a na campagna. Ogni dummèneca steveme a pranzo ‘a casa soja. Isso pittàve ‘e cagne ‘e stagione. Guarda ccà: Vièrno, ‘a bella stagione, l’autunno…quanne ferneve nu quadro ‘o regalave a Papà. ‘E maje pazziato dint’’a nu campo ‘e papaveri? Io sì, saglievo ncopp’’a na muntagnella ‘e terra a là ‘ncoppe me sentevo ‘o re de papaveri ca era l’esercito mio. (Si avvicina a un quadro) Stu campo ca vire è ‘o stesso ‘e chillo ca te sto parlanne io, sulo ca oggi dint’’o stesso posto nun esiste cchiù niente, sulo palazze, palazze! […]. 

"Un ciclone devastatore...!” (da "Storia di Periferia" di Carmine Montesano)

“[...] Dall’inizio degli anni ‘70, in conseguenza dello stravolgimento subito dall’ambiente, è radicalmente mutata la composizione sociale ed economica della popolazione. Il programma residenziale previsto dalla legge 167, abbattutasi con la forza di un ciclone devastatore ha sconvolto le antiche strutture sociali, provocando anomia e disaffezione.
Le campagne vanto della zona, si sono ridotte a uno sparuto ciuffo di alberi, che qui e là punteggiano l’abitato, ne ricordano con nostalgia l’antica vocazione agricola ed ammoniscono con il loro maestoso silenzio, come possa essere improvvida l’azione dell’uomo quando obbedisce a scelte che non rispettano le comunità e ne mortificano la cultura. L’importanza del rapporto uomo territorio è stata completamente trascurata, a contraddire la raccomandazione del filosofo Considerant:“Stabilita la condizione dell’uomo, con i suoi bisogni, i suoi gusti, le sue inclinazioni originali, determinare le condizioni del sistema di costruzione più appropriato alla sua natura”.

La cecità degli uomini ha radicalmente invertito e posposto i termini della questione. Gli addetti all’agricoltura sono letteralmente scomparsi e sono andati a gonfiare il settore dei lavoratori dipendenti del Comune di Napoli, un sicuro rifugio all’incertezza dell’avvenire che si preparava per loro.
Il commercio è sempre ridotto nei limiti della categoria dell’eliminabile, perché sarebbe veramente difficile immaginare un insediamento abitativo senza salumerie, macellerie, fruttivendoli, ecc..
La civiltà contadina, le strutture sulle quali si ergeva la costruzione dell’immaginario popolare, la capacità aggregante dei suoi miti e riti, si sono spazzati via per cedere il passo ad un informe individualismo che non trova sistemazione in nessun definibile modello di civiltà e che sfocia in un pericoloso anarchismo anomico”.

 
I due scrittori, Fortunato Calvino e Carmine Montesano, descrivono in modo ineccepibile il danno irreversibile che ha subito in questi anni il nostro territorio e con esso la cultura, i valori e le tradizioni secolari. Questo tragico momento fa, purtroppo, da spartiacque “epocale” tra la Piscinola di una volta, con la spensieratezza della sua gente e le sue tradizioni, con quella che rappresenta la Piscinola di oggi: niente qui sarà mai più uguale a prima...!

Concludiamo questo post con una breve ma significativa poesia a tema, tratta dal libro, già menzionato: "Piscinola, la terra del Salvatore" e invitiamo i cari lettori, come sempre facciamo, a leggere i due libri presi in riferimento.

 

A primmavera mo è nu suonno...!

Che fine ha fatto ‘a primmavera nosta?!
Ce mancano ‘e culure,
D’ ‘e sciure d’ ’e ciardine…
Ce mancano ‘e profume,
D’ ’e prati d’erbe e vviole!

‘A primmavera nosta è mmorta...!
Tutto s’ è purtato appriesso ‘a essa,
‘O rrosa d’ ’e pastene ‘e perzeche,
‘O ghianche d’ ’e sciure ‘e cerase,
Pure ‘e limone e ll’arance prufumate…!

Comm’erano belli chilli mese Abbrile,
Quanno ‘e sciure carenno d’ ’e piante,
‘O viente se purtava pe’ ll’aria luntano…
Pareva na nevicata culurata,
Tutto ghianco e rosa se pittava!…

Tutt’era ‘nu sfavillìo ‘e culure…
E pe’ sta festa, turnavano papisse e palummelle…
Comme pe’ dà 'na mano a 'sta natura!
Ca s’era scetata d’ ’o suonn’ ‘e vierno, n’ata vota…
E accussì, tutto turnava sempe ‘o stesso, accussì ogni staggione…!

Cu’ ‘o primme raggie ‘e sole tiepido,
Tutte ‘e piante cacciavano ‘e fugliulelle ‘e latte,
E ‘nsieme a cheste, bocciuoli ‘e sciure…
Ognuno cu’ ‘o culore ‘e cu’ ‘na forma soja,
Ognuno cu’ ‘nu prufumo, assaje frisco e bello!

Che malincunia me vene, pensanno,
Ca ‘e giuvane ‘e ogge e chill’ate c’appriesso venano,
Nun hanno cchiù ‘a furtuna,
‘E vedè 'stu spettacolo d’ ’a natura vicino a ‘e case lloro…
Ma ‘o munno accussì và, quaccuno ‘o po’ cagnà...?

Salvatore Fioretto