domenica 25 ottobre 2026

Piscinola e Marianella sono la terra della Musica... ecco il maestro Uberto Bandini!

Lo sosteniamo da tempo che Piscinola e Marianella sono la terra della Musica e le ricerche che conduciamo hanno portato altri frutti che avvalorano e confermano pienamente questo nostro assunto. Ecco un altro personaggio famoso legato al mondo della musica che ha vissuto nel nostro territorio, a Marianella, apprezzando la quiete che offriva il suo abitato, fino agli ultimi giorni della sua vita, parliamo del maestro Uberto Bandini. Esponiamo nel seguito i tratti salienti della biografia e della vita artistica del maestro, tratti in gran parte dalla biografia contenuta nella Enciclopedia Treccani. A margine del testo abbiamo riportato un "Appendice" con una nutrita raccolta di recenzioni di critica, tratte da diversi settimanali e mensili dell'epoca.

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Il Maestro e l'Avanguardia: La Vita e il Viaggio Musicale di Uberto Bandini

Era la primavera del 1860, precisamente il 28 marzo, quando a Rieti nacque Uberto Bandini. Cresciuto tra le bellezze e il rigore di quegli anni di grandi cambiamenti per l'Italia, il giovane Uberto completò gli studi liceali a Perugia, ma il richiamo della musica era troppo forte per essere ignorato. Scelse così di trasferirsi a Napoli, iscrivendosi al prestigioso conservatorio della città. Lì, per un intero anno, affinò le sue armi musicali studiando contrappunto sotto la guida severa del direttore Lauro Rossi e dedicandosi al canto con il maestro Lombardini.
Tuttavia, la sete di perfezione di Bandini lo spinse presto verso un altro grande centro della penisola: Roma. Nel liceo musicale di S. Cecilia, Uberto trovò il terreno ideale per fiorire, rivelandosi un allievo brillante ed espressivo al pianoforte sotto la tutela di G. Sgambati, e una delle promesse più fulgide nella classe di composizione di E. Terziani.


Le Luci della Capitale e il Sodalizio con Alessandro Costa

Giovanissimo, Bandini si impose con forza nell'ambiente artistico romano. Ai primi del 1880, le sue strade si incrociarono indissolubilmente con quelle di un amico e compagno di studi, Alessandro Costa (1857- 1928). Insieme, i due giovani diedero vita a una serie di "trattenimenti musicali" promossi dall'Accademia Filarmonica Romana nella sua sede provvisoria di via dei Crociferi. Il pubblico romano li vide esibirsi con audacia: il 23 febbraio suonarono l'ouverture del Fidelio di Beethoven ridotta a quattro mani, mentre nel marzo successivo gestirono interamente un concerto con programmi raffinati e inusitati.
Nel mese di aprile, i due audaci musicisti presentarono persino le loro opere originali: Bandini incantò il pubblico con la sua ballata per mezzosoprano, coro, doppio quartetto e timpani Il giovin bardo (scritta sui versi di T. Moore), un lavoro che ottenne un tale successo da dover essere replicato.
Mentre conquistava Roma, il nome di Bandini varcava i confini regionali. Sul finire del 1879, il Comitato dei concerti popolari di Torino aveva bandito un concorso nazionale per un'ouverture a piena orchestra, attirando ben ottantasei concorrenti. Uberto sbaragliò la concorrenza vincendo il primo premio con la sua fantasia sinfonica Eleonora (ispirata a una leggenda di A. Burger). Quando l'opera debuttò al Teatro Vittorio di Torino il 21 novembre 1880, divise la critica ma conquistò follemente il pubblico, tanto da viaggiare presto oltremanica e oltreoceano, risuonando al Crystal Palace di Londra e al Lennox Lyceum di New York nel 1881. 
Ben presto il maestro Bandini mise su famiglia e prese in sposa la signorina Gina del Frate De Giovanni, con la quale ebbe una felice vita coniugale arricchita da prole.
 

I Venti Wagneriani e lo Scontro con la Critica

Animati dall'esempio del loro maestro Sgambati, Bandini e Costa abbracciarono con fervore la fede wagneriana, aprendosi alle correnti musicali più innovative e spregiudicate del tempo. Questa loro vocazione per il nuovo si tradusse nella composizione di un Preludio sinfonico alla tragedia Amleto, che il direttore E. Pinelli presentò alla Sala Dante il 26 aprile 1881.
Il brano scatenò una di quelle feroci e memorabili polemiche che infiammavano i salotti artistici d'allora, in particolare a causa della durissima stroncatura firmata dal critico F. Flores d'Arcais. I due giovani compositori non rimasero in silenzio: risposero alle critiche pubblicando un opuscolo intitolato Una curiosa polemica. Brevi cenni sul presente stato della critica e dell'arte musicale in Italia (1881). Quello scritto, tagliente e coraggioso, accusava il critico di disertare i concerti di "buona musica" (da Palestrina a Beethoven) per concentrarsi solo su ciò che consideravano mediocre, offrendo oggi agli storici una finestra preziosa sulle tensioni e sulle condizioni della musica italiana nell'ultimo quarto dell'Ottocento.

La Nascita della "Società Bach": Un Santuario per gli Iniziati

Nonostante il valore delle loro composizioni, la pagina più grande e duratura scritta da Bandini e Costa fu di natura culturale e spirituale: la fondazione della "Società Bach". Descritta dai contemporanei come un vero e proprio "ambiente da iniziati" per la nobiltà e la severità dei repertori, questa coraggiosa istituzione ebbe il merito storico di svelare e diffondere a Roma la musica di J. S. Bach e di educare il gusto di un'intera epoca.
Attraverso concerti memorabili, vennero riscoperte gemme dimenticate di musica sacra, polifonica e vocale firmate da maestri immortali come Palestrina, Orlando di Lasso, Josquin Després, Pergolesi e Caldara. I concerti, diretti da Costa, trovarono dimora in luoghi carichi di suggestione: dapprima nell'abbandonato oratorio di S. Lorenzo in via Belsiana — frequentato assiduamente anche da Gabriele d'Annunzio, che immortalò quelle atmosfere nel suo romanzo Il trionfo della Morte — poi all'Ospizio di S. Filippo e infine, dal 1896, alla magnifica Sala Costanzi. La società, formalmente costituita nel 1895 grazie al sostegno di intellettuali e amatori d'arte, divenne il cuore pulsante della musica antica e sacra in Italia.

Dalla Cattedra alla Memoria Storica

Con il passare degli anni, Uberto Bandini seppe unire alla vena creativa una vocazione profonda per la didattica e la direzione. Nel 1884 vinse la cattedra di composizione all'Istituto musicale "C. Pollini" di Padova, assumendone la direzione tra il 1885 e il 1887 e firmando importanti scritti teorici, come il saggio La musica nella evoluzione della civiltà italiana. 
La sua traiettoria accademica lo vide poi approdare a Milano, come professore d'armonia al Conservatorio (dal 1888 al 1891), e infine a Napoli, dove vinse la cattedra di "Armonia complementare" nel 1900 e quella di armonia principale nel 1906, succedendo nella cattedra di "Armonia principale" al maestro A. Puzone. 
A testimonianza della sua attività didattica rimangono i suoi apprezzati trattati, editi dalla "Casa Ricordi", di Scuola di Armonia, Contrappunto e Composizione... Libro primo: Armonia, Milano s. d. [ma 1887], e Libro secondo: Contrappunto, ibid. s. d. [ma 1900] - il terzo volume non fu pubblicato, ma nel 1936 la casa Ricordi stampò di nuovo i due volumi sotto il titolo: Scuola di Armonia, Contrappunto e Fuga e nel 1943, ancora il primo, Armonia; - Regole d'armonia e piccoli bassi progressivi, I  e II ediz. riveduta dall'autore, Milano s. d.; - Progressioni su tutta l'estensione della scala, Milano s. d. [ma 1902]; - Canti dati, disposti in ordine progressivo per uso scolastico, ibid. s. d. [ma 1908].
La sua eredità didattica rimase scolpita nei manuali pubblicati da Ricordi e formarono generazioni di musicisti... I due libri "Scuola di Armonia, Contrappunto e Fuga", ebbero l'onore di essere vivamente apprezzati dal maestro Giuseppe Verdi, il quale, in particolare, giudicò il libro che tratta dell'Armonia, come: "Il più bello e razionale trattato da lui conosciuto" (cit. della "Gazzetta Musicale", del novembre 1900).
Dopo aver arricchito il suo catalogo con lavori orchestrali e pianistici come l'Elegia op. 7, la Suite in la op. 12 e la singolare Suite della Suocera op. 23, Uberto Bandini si spense nella quiete di Marianella, a Napoli, nella notte tra il 20 e il 21 novembre 1919, lasciando dietro di sé l'impronta indelebile di un pioniere che aveva saputo guardare al futuro della musica senza mai dimenticare le radici dei grandi maestri del passato.

Purtroppo non siamo ancora riusciti a sapere dove si trovava l'abitazione del maestro durante la sua permanenza a Marianella e il luogo dove è conservata la sua tomba.  

Salvatore Fioretto


Appendice:
Ecco alcune recenzioni trovate sulle opere e sull'attività artistica del maestro Bandini:

Dalla “Gazzetta Musicale di Milano”, anno XVII, 1887, Ed. G. Ricordi Milano 

PADOVA, 19 Aprile 1887. (pag. 129)
"Il concerto dato all'Istituto Musicale, domenica 17 aprile, è riuscito egregiamente, sia pei pezzi che furon scelti, sia per il modo in cui si eseguirono, sia per la finezza e la valentia, con cui furono diretti dall'egregio professore Uberto Bandini.
La Malinconia di Beethoven (che fa parte del Quartetto in si b. min. op. 18, N. 6) suonata a parti sestuplicate, apri il concerto: ed è un pezzo giustamente degno della preferenza di esser eseguito prima di tutti. È una vera meraviglia! ...
Dinanzi ad opere di tal fatta, maestri e compositori si sentono come annientati: si potentemente vi è scolpita la manifestazione del genio! Quella musica domina sovrana l'animo degli uditori: raggiunge, in una parola, lo scopo più alto dell'arte, che è quello di commuovere. Noi, ascoltando questo lavoro, ci sentimmo compresi da soave mestizia, come alla lettura di una delle più gentili poesie del noto poeta Nicolò Lenau, che è pei tedeschi, quello che per noi è il Leopardi, vogliam dire il cantore della melanconia per eccellenza. Osservammo come l'adagio assomigli in certi punti al preludio del Faust, per quella tinta maestosa e severa , che s'impone a chi ascolta. E chi mai non ha studiato Beethoven?
Quanti maestri dallo studio di questo grande, non ritrassero delle sublimi idee, di cui si servirono nella condotta delle loro opere? Ciò non torna loro punto di vergogna: anzi mostra uno studio diligente, profondo dei grandi esemplari.
Il finale del pezzo è graziosissimo: il motivo è ripetuto a canone, dalle viole, dai violini secondi e dai primi: poi tace, per lasciare il posto alla frase dominante del primo adagio: quindi erompe in tempo doppio, producendo così quelle chiuse violenti e secche, che fanno sempre grandissima impressione. Tali artifizi sono spesso adoperati da Beethoven; li troviamo in molti pezzi: e tra questi, nel famosissimo Trio, che s' intitola la Serenata. Il finale è difficile assai a dirigersi per le frequenti interruzioni e mutazioni di tempo , e per dare ai suonatori gli attacchi giusti. Il Bandini lo dirigeva senza partitura, con molta franchezza: il che mostra una grande conoscenza del pezzo ed un' ammirabile valentia.
Segui poi un Duetto di Mendelssohn, cantato da due allieve dell'Istituto. Tutti i duetti di quest' autore sono soavi e carezzevoli ed hanno melodie di carattere italiano. Mendelssohn già è maestro del dolcissimo canto: ed in ciò ha molti punti di somiglianza col cigno catanese.
Il Quintetto in do di Schubert per due violini, viola e due violoncelli, che venne eseguito di poi , è difficile assai a comprendersi : ha di più il difetto di essere piuttosto lungo. In Germania, ove la calma nell'ascoltare domina più che da noi, deve essere sentito con molto piacere. (In ciò i tedeschi si avvicinano agli antichi greci, che assistevano a lunghissime rappresentazioni , senza stancarsi). Ma qui in Italia (ove la maggior parte di coloro che vanno ai concerti, vanno, se mariti, per accompagnare le loro signore; se giovani, per ammirarle; e dove la maggioranza del bel sesso interviene per farsi ammirare) in Italia diciamo il Quintetto non può essere gustato. Siccome è una musica che richiede molta attenzione, la gente che l'ascolta si stanca e finisce per annoiarsi. Il più bel pezzo del Quintetto è l'adagio; secondo per valore artistico, viene lo Scherzo.
Ma in tutti e quattro i numeri che lo compongono, c'è tanto tesoro di melodia, quanta ne sa creare Schubert. Alle volte per troppi lavori contrappuntistici, per soverchi ricami, non si può afferrare bene l'idea, quindi, per seguire il canto, c'è bisogno di una grande attenzione: talvolta le idee sono ripetute un po' troppo e l'autore peccherebbe di essere prolisso. Il Quintetto fu suonato abbastanza bene, quantunque sia irto di gravissime difficoltà, e per l'esecuzione e per l'intelligenza e pei coloriti.
Passiamo ora a dire di una Barcarola a due voci del maestro Ricci, l'unico pezzo di musica italiana che si sia eseguito. Invero, non fu troppo felice campione dei nostri lavori musicali! Eppure, per quanto volgare (e si può dirlo senza trovare oppositori) valse ad eccitare il pubblico, che al solo sentire musica italiana s'è scosso, s'è animato; ha voluto il bis ed insisteva perché si ripetesse una terza volta: tanto può negli animi il sentimento di nazionalità ! È stata una protesta contro la musica tedesca ? ... Noi non lo possiamo affermare. Diremo però che il prof. Bandini ha accettato in programma la Barcarola, solo in sostituzione di un altro pezzo che non s'era potuto eseguire. Quantunque noi veneriamo i padri dell'arte nostra, e ammiriamo le loro opere , pure ci convien confessare che il duetto del Ricci vale poco : l'allegro poi è inferiore a qualche lieta canzone cantata dal popolo. Si vede chiaramente che deve esser stato proprio gettato giù alla buona, senza curare né la forma, né le idee.
Si eseguì poi la Canzonetta amorosa di Taubert per archi, tutta a pizzicati: è un pezzo graziosissimo, fatto per istrappare l'applauso di questo si volle il bis, perché suonato e diretto squisitamente.
Ebbe l'identica esecuzione il bellissimo adagio del Quartetto in sol, N. 34, di Haydn, che è un vero capolavoro. Quanto hanno da imparare i giovani maestri da questo autore ! Nei suoi lavori si incontrano delle bellissime progressioni, pregiate assai nella scienza musicale, che mostrano, direm quasi, l'unghie del leone, la favilla del genio potente. Noi lo confessiamo: Haydn è il nostro autore favorito. Le opere di lui rivelano un modo di sentire quasi italiano: ed è perciò che esse piacquero fino ad ora e piaceranno sempre nella nostra patria.
Chiuse il concerto il meraviglioso Scherzo in mi b. (op. 44, N. 3 ) di Mendelssohn. In cosi piccolo lavoro come si manifesta la creatrice potenza del maestro! Come è accurata l'istrumentazione! Tanto è l'effetto ricavato dalla bella disposizione degli archi, che pare in certi punti si scateni un uragano, ed escano dai suoni baleni di folgore. Fu benissimo eseguito e diretto a perfezione dal Bandini, che studia di afferrare l'idea dell'autore e farla apparire chiaramente al pubblico mediante i coloriti.
Se ci fosse stato un pezzo meno lungo del Quintetto di Schubert, ed uno italiano più fine della Barcarola del Ricci, tutti e cultori dell'arte e profani, si sarebbero maggiormente divertiti: ma a parte ciò, nel complesso il concerto riuscì egregiamente." ANDEAN.

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Pag. 227 dello stesso:
"Quale maggior attrattiva della Pastorale di Beethoven, della Ouverture dell' Ein Sommernachtstraum di Mendelssohn, e della Marcia Turca di Mozart, eseguite in un concerto da 60 professori d'orchestra ? Il programma era addirittura magnifico: eppure i Padovani, in poco numero (poco più di un centinaio) si recarono alla sala dell'Istituto Musicale ! Qualunque amatore della bella musica ha dovuto esser lietissimo di poter udire la VI Sinfonia di Beethoven, cosi descrittiva, che coglie la natura in tutti i suoi momenti e in tutte le sue fasi : dal sereno splendido che allieta l'animo dei pastori, che li fa erompere nelle più allegre e briose canzoni, che li invita a riposare presso il rumoreggiante ruscello , accarezzati dal canto dei pacifici uccelli, al terribile uragano che impaurisce i timidi abitatori della montagna , al ritorno della calma, che strappa dal petto dei pastori fervidi inni di ringraziamento all'Eterno.
Qualunque amante della musica, ha dovuto per certo gustare le note fantastiche della Ouverture di Mendelssohn, che colla sua potenza imitativa, richiama alla mente le carole e le danze degli dei silvani e dei gnomi. Caratteristica pure è la Marcia Turca di Mozart, la cui esecuzione, come quella degli altri pezzi, riuscì perfetta. Il prof. Uberto Bandini ne fu il direttore: e non è a dire con quanta diligenza egli, innamorato della musica classica, abbia cercato di seguire l'idea dell'autore in tutti i chiaroscuri e in tutte le sfumature, e come mirabilmente vi sia riuscito.
Il concerto dato all'Istituto, senza dubbio farà epoca, ed ha lasciato nel pubblico una piena soddisfazione ed un vivo desiderio di poter udire il più presto, l'ultima e più celebre delle nove Sinfonie che hanno reso glorioso il nome di Beethoven!" ANDEAN.

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PADOVA , 2 Agosto 1887 - Il saggio all'Istituto Musicale .
"Il saggio finale, dato domenica scorsa dagli alunni del nostro Istituto Musicale, ebbe un esito davvero soddisfacente. Tra i suonatori di violino, si distinse il giovane A. Salotto, allievo del valente prof. Cimegotto, e tra quelli di violoncello il signor V. Manzoni , allievo del prof. Baragli. Fra le suonatrici di pianoforte, emerse la simpatica signorina Clori Golfetto, che esegui alla perfezione, con anima e sicurezza da vera concertista, la Canzonetta del mietitore di Schumann, e quell'elegante e difficile pezzo che è l'Au bord d'une source di Liszt. Anche le allieve di bel canto e gli allievi di canto corale diedero buona prova del loro studio e fecero onore agli insegnanti signori G. Consolini e A. Selva.
Si eseguirono poi in questo concerto, Preludio e Gavotta di una nuova Suite in do del prof. U. Bandini, per istrumenti a fiato di legno. Nel Preludio non si sente la geniale ispirazione ond'è piena la Suite in mi dello stesso professore, cui ammirammo in una mattinata musicale: ma vi si scorge piuttosto uno studio severo d'armonia; un uso (se vogliamo, un po' soverchio) della scienza moderna degli accordi. In esso le idee si intrecciano, si complicano, sicchè è difficile di poterne, ad una prima audizione, afferrare la struttura e l'idea predominante.
Graziosa invece è la Gavotta, con una Musette assai caratteristica: quella però che lasciò a desiderare fu la esecuzione di questo pezzo, ad onta della pazienza adoperata dal bravo maestro Zaberoni, nell'istruire i suoi scolari. In complesso il saggio, se non riusci splendidamente, certo bene; lasciò soddisfatte le famiglie degli allievi ed accrebbe credito all'utile istituzione della scuola, dove si apprende la più bella, l'eccelsa delle arti, che nobilita l'animo ed ingentilisce i costumi.
Annunciamo con piacere che il giovane A. Toma, maestro compositore, fu nominato membro della Commissione artistica dell'Istituto Musicale. Egli, certamente, merita questo onore, perché pieno di genio, di intelligenza e di passione per l'arte sua."
   ANDEAN.


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La Musica nella Evoluzione della Civiltà umana del maestro UBERTO BANDINI . ( Venezia . Antonelli, 1887)

 
(Nella foto a lato, pagina di uno spartito di composizione musicale, con l'autografo del maestro Bandini, datato 5 maggio 1893)

[...]

"Questo sia detto en passant, chè il libro del De Valori merita proprio d' esser letto, e magari tradotto per avere più lettori nel paese che lo ha ispirato: l'Italia. Eruditissimo lo scritto del professore Uberto Bandini: La musica nella evoluzione della civiltà italiana.
L'ho letto, e l'ho studiato col massimo piacere. Certamente egli ha dovuto fare entrare in quaranta pagine la materia che ha servito e servirà per centinaia di volumi, ma lo ha fatto con dottrina di saggio discernimento, fermandosi su ciò che era inevitabile fermarsi, e passando via di sfuggita su cose di minore importanza .
Intanto la storia della musica è ancora nella prima infanzia cultori si contano sulle dita, e ne avanzano; studenti , così per modo di dire, ve ne hanno in ogni scuola, ma studenti veri, no. E la storia della musica è una delle più interessanti, è come la cronologia fisiologica-morale del proprio paese .
Riporto questo brano per la sua bellezza e per la sua smagliante verità: «L'origine della musica fu tutta cristiana; dalla rivoluzione «di Cristo cominciò a sentirsi che la contemplazione del mondo « esterno non bastava agli spiriti ardenti di carità, che v'era dentro qualche cosa più potente e segreto, la scintilla dell'amore sconfinato, idealizzato, che tutto abbraccia, che trova conforto « in sè stesso e che doveva avere per altissima espressione un'arte << nuova, modificabile anch'essa coi tempi e con gli uomini, ma << altissima sempre, intima, profondissima: la musica. Ed in vero, << se Voltaire, mordendo giustamente il vizio di musicare le scempiataggini, disse: quello che non si può dire in prosa si dice in «musica, noi diremo ancora che dove non arrivano le altre arti <<giunge la musica. E là nelle catacombe e poi nelle prime chiese << lentamente si svolsero i germi dell'arte nuova. ».
Questo splendido periodo basta a dare un saggio del come è trattato l'argomento nell'erudito lavoro del Bandini. Trattandosi di limiti così ristretti, le citazioni di nomi e di date naturalmente si accumulano le une sulle altre, senza tregua; ma aprono la strada a chi, volonteroso di approfondirsi maggiormente , voglia trovare nei testi e nei libri citati lo sviluppo esteso dell'idea, sovente appena accennata dal nostro autore.
Parlando degli istrumenti ( 150 anni dopo S. Ambrogio), cita fra quelli a fiato le trombe, le zampogne, gli organi, le pandure. E circa l'organo, ne manda ad altro periodo, dove trattando di questo re degli strumenti, si ferma assai a parlare della sua antichità fino a riportare il famoso paragrafo della Bibbia ( Genesi. Capo IV. Versetto 21 ): Esso fu padre di tutti coloro che maneggiano la cetra e l'organo. Ma stando all'autorità di illustri scienziati è mestieri credere che la parola organo significasse voce, canto, perchè infatti come è presumibile nemmeno l'idea d'uno strumento a più suoni definitivamente stabiliti, in quell'epoca, nientemeno che antidiluviana!??... L'illustre Basevi tratta questo argomento con smagliante profondità di argomentazioni scientifiche. Con non minore sicurezza e chiarezza il distintissimo cav. Damiano Muoni, in un suo scritto in proposito, dice: perocchè la voce organo (organum, ὄργανον) serviva a designare, parimenti in antico , oggetti d'ogni natura, ma specialmente ARMONICHE ASSOCIAZIONI DI VOCI, e tutti gli strumenti ad aria o a fiato, noti coi nomi di buccina , concha, tuba, lituus , corna, tibia, ligula, fistula, calamus, ecc., ecc., alla stessa guisa che cithara (κιθάρα, κίθαρις) adoperavasi per accennare tutti gli strumenti a corda appellati: fides, testudo, chelys, lyra, staman, plectrum, psalterium, pulsabulum, harpa, sambuca, tetrachordon, pandura, ecc., есс. ».
È dunque facile comprendere quale interpretazione deve darsi al noto versetto della Genesi: Esso fu padre di tutti coloro che SUONANO E CANTAΝΟ .
Non ho creduto inutile trattenermi su questo punto. La Bibbia dice in altro luogo: Laudate Domine in organum et cordas, e il significato non può fraintendersi. L'organo, strumento, deve piuttosto ritenersi, come dice anche il Bandini , invenzione o del Cetsibio ( 100 anni avanti Cristo) o d'Archimede (250 anni avanti Cristo). Quanto a Santa Cecilia, non fa testo, perchè appunto dall'essere una santa venne dopo Cristo e l'organo è senza dubbio invenzione antecedente; ma da cento o duecento anni prima dell'êra volgare, al tempo di Jubal e di Mosè che ne scrisse nella Genesi , c'è la bellezza di oltre tremila anni !
Nella pandura (strumentino di cannucce inventato dal dio Pane) e nello scieng dei chinesi potrebbe cercarsi l'idea, in embrione, dell'attuale mastodontico strumento. Per esattezza storica, pel naturale procedimento, le quaranta pagine del professore Bandini sono preziose, e più che prezioso ne è il contenuto , un estratto concentrato di tutta quella storia dell'arte nostra, e sulla quale scienziati e filosofi hanno dette tante belle cose, ma eziandio tante corbellerie! " SOFFREDINI 

 
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Critica musicale all'opera comica scritta da Bandini "Alla santa memoria di una suocera"  

"L'editore Achille Tedeschi, di Bologna, pubblicherà in questi giorni una novità musicale assai bizzarra, di un genere assolutamente intentato.
Si tratta di uno scherzo, concepito però con intendimenti artistici e svolto con forma elegantissima e distinta, che il maestro Uberto Bandini intitola "Alla santa memoria di una suocera!"
Questa suite per pianoforte solo, riproduce le impressioni di un genere durante e dopo l'ultima malattia della suocera.

I. La suocera è malata, mazurka. Un'idea semplice si svolge con naturalezza, riproducendo l'impressione prodotta dall'annuncio della malattia; nel trio alcuni accordi solenni e forti mettono una nota grave, quasi religiosa, in mezzo alla composizione festevole, come se, per associazione d'idee, ricorressero alla mente i canti di solenni esequie! Ma il pezzo finisce allegramente.

II. Speranza di guarigione, andante mesto. Un telegramma ha annunciato il miglioramento. Musica lugubre; il genere, che si era troppo lusingato, richiamato alla realtà, si abbandona alla disperazione. Sebbene nel mezzo del pezzo vi sia come un momento di rassegnazione, il ritorno al tema e la chiusa esprimono chiaramente la ribellione dell'infelice contro la crudeltà del destino e il proposito di non sopravvivere a tanto dolore.

III. "Proficiscere", valzer. Pare che la cosa volga al serio; il genero si riconcilia col destino ed esprime questo suo sentimento con note gaie, talora in forma popolare, però non ancora tranquillo. È un quid medium tra il valzer alla Chopin e il valzer alla tedesca.

IV. Campane a morto, saltarello sul tema delle campane. Il pezzo è composto sopra una successione di tre note che costantemente si eseguono dalla mano sinistra, mentre la destra segue il suo saltarello di giubilo; dapprima lento e sommesso, poi crescendo e stringendo, fino a terminare presto e strepitoso, con uno scampanio a festa.
Quattro belle vignette del chiarissimo professore Tivoli illustrano i singoli pezzi. Precede, sulla copertina, il monumento che il genero desolato finalmente pose alla memoria della suocera. Sotto al busto che ne ricorda le geniali sembianze, sta per epigrafe: "Cosa bella e mortal passa e non dura." 

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"Il maestro Uberto Bandini, già direttore dell’Istituto Musicale di Padova, ha intrapreso la pubblicazione di un’opera intitolata: Scuola di Armonia, Contrappunto e Composizione. Sin qui è uscita la sola introduzione — Preambolo e parte prima — ne è editore il Ricordi di Milano. È lavoro essenzialmente pratico e che ha per principio di divulgare la teorica degli accordi di "11^a" e di "13^a". Su questo terreno il Bandini incontrerà molti osteggiatori, se non altro per gli urti cacofonici dei rivolti di questi accordi. Ognun vede quanto debba essere malagevole il trattar bene combinazioni complesse come questa:
"Fa\ La\ Do\ Mi\ Sol\ Si\ Re."
Tutte le sette note della scala sono riunite in un solo accordo. A proposito del quale l'egregio autore rammenta un esempio famoso della IX sinfonia di Beethoven, esempio in cui, sopra il primo rivolto dell'accordo di Re minore, si trova l'accordo di settima diminuita della stessa tonalità, e perciò basato sul Do diesis, risultando la combinazione: Fa\ La\ Re\ Fa\ La,\ Si\ bemolle\ Do\ diesis\ Mi\ Sol\ Si\ bemolle.
Noi, all'antica, spiegavamo questa sovrapposizione di due accordi, fra loro collidenti, come una combinazione complessa d'appoggiature sulle note dell'accordo di tonica rivoltato. Ciò è manifesto pel fatto che i suoni dell'accordo di settima risolvono, discendendo di grado, su quelli dell'accordo di tonica coefficiente.
Interessantissimo è il Preambolo critico preposto al trattato — sebbene il Fétis e il Boucheron sieno trattati un po' troppo.... confidenzialmente, — e utili assai sono i partimenti numerosi e scelti che corredano il lavoro dell'egregio Bandini.
Osserviamo solo che questi bassi, dettati dai loro autori (Fenaroli, Mattei, Zingarelli) per le combinazioni armoniche d'altra epoca, non si prestano per l'applicazione dei principii enunciati dall'egregio Bandini. — Era meglio, a nostro avviso, farli precedere dalle vecchie teoriche. — La parte nuova del trattato del Bandini poteva essere aggiunta come seconda parte dedicata all'armonia moderna. È ciò che il Bandini, dotato com'è di vigoroso ingegno, potrà fare in una seconda edizione dei suoi principii d'armonia."

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"Umberto Bandini è allievo di Lauro Rossi al regio Conservatorio di Napoli e del Liceo Musicale di Santa Cecilia in Roma, ove ebbe a maestri Giovanni Sgambati ed Eugenio Terziani. Premiato e licenziato dal Liceo, a venti anni vinse il primo premio ai Concerti Popolari di Torino sopra ottantasette concorrenti con una sua, ouverture: Eleonora, che fu eseguita varie volte a Roma alla Sala Dante, a Torino, e a Londra ai concerti del Crystal Palace con molto successo.
Il Bandini era già professore di composizione e direttore dell'Istituto Musicale di Padova
. Giovane colto, egli ebbe a Venezia l'onore di leggere al regio Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti un suo lavoro intorno la evoluzione della musica nella civiltà italiana. Ma la necessità di vivere in un ambiente artistico, lo costrinse ad abbondonare Padova, e venne nominato professore d'armonia al nostro Conservatorio.
Dei lavori presentati dal Bandini preferisco: il Tempo di danza, un grazioso e brioso "3/4" per quartetto d'archi; e lo Scherzo e l'Andante per pianoforte, violino e violoncello. L'Andante, in ispecie, è una bella pagina di musica calda, appassionata; un dialogo d'amore tra violino e violoncello.
Le altre composizioni dell'egregio musicista, se non prive di pecche — prima dei quali quella delle divagazioni — non mancano però di far testimonianza della coltura del loro autore, e di provare nel Bandini uno studioso dei nostri classici
."