![]() |
| L'Imbusto di S. Gennaro, ornato dei gioielli del "Tesoro", come veniva portato in processione in passato, a maggio |
------------------------------- o O o -------------------------------
"[...] Più rigoglioso, in quell'anno, sorgeva l'affetto del popolo per san Gennaro, come se un novello impeto di fede avesse ingagliardito le buone anime popolane: a una certa ora la circolazione delle carrozze fu impedita, per Forcella e per i Tribunali: e tutti coloro che in quel giorno partivano da Napoli o vi arrivavano, per andare dalla stazione alla città, o dalla città alla stazione, dovevano fare un lungo giro, per la via Marina, o per la via di Foria. Al passeggiero distratto che domandava la ragione dell'interminabile cammino, il cocchiere rispondeva: San Gennaro, e si toccava il cappello con la frusta, per salutare il patrono. E cercava di affrettare il passo del suo cavallo, non per zelo , ma per andarsene anche lui, il cocchiere, dopo aver messa la carrozzella in un portone, o dopo essersi fermato con essa, in un cantone di via, a veder passare il glorioso Sangue di San Gennaro.
![]() |
| Processione di San Gennaro di maggio (del mattino), anno 1953 Archivio Fotografico Carbone |
![]() |
| Processione di San Gennaro di maggio (del mattino), anno 1953 Archivio Fotografico Carbone |
Era la lentissima sfilata dei santi che fanno compagnia e onore a san Gennaro, nella sua cappella quarantasei santi di argento, la statua intiera, o il busto, o la metà del corpo. Questi santi stavano alzati sopra certe barelle, portate da quattro facchini, sulle spalle; e fra la gente, i facchini comparivano, tanto che parea il santo andasse miracolosamente da solo, sopra le teste delle persone, tutto scintillante. Lentissimamente, dico, poichè la folla era così folta, così soffocante che ogni tanto queste statue si fermavano, immobilizzate, mentre la gente le guardava con gli occhi inteneriti; ed anche lentissimamente, perchè la devozione dei napoletani si vuol pascolare a lungo, nella vista dei suoi speciali protettori , che tutto l'anno sonochiusi nel Tesoro e solo in quel giorno escono a benedire la povera gente.Commossa, quasi singhiozzante, Carmela la sigaraia si raccomandava a sant' Antonio; anche lui, il santo, si era innamorato di una brutta bestia, come lei, che amava quel cuore ingrato di Raffaele detto Farfariello, e respinta fin dentro la bottega dell' ufficio telegrafico di via Duomo, ella con la faccia stravolta dove erano impresse, sempre più, le durezze e le privazioni della sua vita, ella guardava la scintillante faccia d'argento del santo che aveva resistito a tutte le tentazioni, e lo scongiurava di toglierle quell'amore dal cuore, di toglierle la tentazione dell' amore, che in lei raddoppiava i morsi della miseria.
![]() |
| Foto della processione dell'Archivio Fotog. Troncone |
- Sant'Antuono, sant'Antuono, - gridava la folla, al santo che si allontanava.
Sant'Antuono, liberatemi, singhiozzava Carmela, nella strada, senza accorgersi di quel grido o di quel singhiozzo che tutti i vicini udivano.
Ma in Napoli, in chiesa o nelle vie, si prega ad alta voce. Adesso era ccomparso, snello, alto in una posa sfolgorante di vittoria con la corazza fulgida che ne stringe il corpo giovanile, con l'elmo sulla testa bella e lieta di trionfo, con il piede che scaccia il dragone con la lancia impugnata a ucciderlo, era apparso l'arcangelo Michele, il guerriero invitto, l'arcangelo Michele che appariva circonfuso di una luce mistica e guerresca, da eroe e da santo. E nel vederlo apparire, cosi leggiadro e spirante trionfo, con il diavolo che gli si torce inanemente sotto il piede, l'entusiasmo dei devoti si complicò di una forma artistica: san Michele fu chiamato da migliaia di voci.
Addossato a una colonna del porticato, a destra del
Duomo, il marchese di Formosa aveva cavato il cappello e salutato profondamente l'apparire del folgorante arcangelo Michele, a cui era devoto, tanto nel suo carattere violento e avido di lotta, piaceva quel miscuglio di cherubino e di cavaliere: e mentre il bello e splendido santo si avanzava, si avanzava, calpestando il dragone, eternamente vittorioso, il vecchio marchese pregava fra sè, fervidamente, appassionatamente, perchè gli fosse dato di vincere il dragone che gli si avventava ogni di contro, sotto la forma della miseria, dell'onta, e della morte; pregava il grande Michele, il debellatore del diavolo, di prestargli la sua santa lancia per uccidere il mostro che minacciava di vincerlo. San Michele scendeva anche lui, per via del Duomo, dalla collina al mare, ed era cosi bello, così fiammeggiante di gloria nella luce pomeridiona, che le tre sillabe del suo nome si ripeteano, continuamente, da su in giù, come il fuoco che divora la lunghezza di una miccia:
Michele , Michele, Michele!
Ma una gran diversione la fece san Rocco, il salvatore degli appestati, il protettore del popolo contro tutte le epidemie: san Rocco è vestito da pellegrino, porta il mantello con la cappa, il bordone, e sollevando la sua tonaca, mostra un ginocchio nudo, dove è scolpita una piaga, immagine della peste: e dietro di lui viene un cane, un piccolo cane fedele, così fedele, che per indicare due indivisibili si dice, nel popolo: santo Rocco e il cane. E quest'amicizia così forte, e la figura un po' curiosa del santarello, col suo mantelletto e il suo canino dietro, tutta questa storia familiare, provocó una certa ilarità tenera, che si comunicò da una persona all'altra, tra la folla: santo Rocco pareva un buon amico di tutta quella gente, un caro amico indulgente con cui fosse permesso scherzare, poichè egli è incapace di andare in collera:
![]() |
| Processione di San Gennaro si maggio (del mattino), anno 1953 Archivio Fotografico Carbone |
Ma i veri devoti, scandolezzati, imponevano silenzio. Era comparsa, vacillante sulle teste dei facchini che la portavano, la bellissima santa che fu peccatrice, Maria Maddalena penitente, coi bei capelli, che le piovevano sul collo e gli occhi irrorati di lacrime metallizzate; dietro di lei, per un bizzarro ravvicinamento, veniva la statua dell'altra santa che era stata una peccatrice, Maria Egiziaca, divorata, consunta da una passione non meno ardente della passione di Maddalena: una specie di sorda convulsione agitò tutti quelli che vedevano passare in mezzo a loro le due statue; una sorda convulsione, che non ebbe scoppio. Sull'amplissimo ultimo scalino della gradinata, sotto l'impalcatura di legno che copre la facciata del Duomo, Filomena, la infelice sorella di Carmela la sigaraia, Filomena con la gonna di lanetta azzurra, la baschina di seta bigia e con un nastro rosso al collo, coi capelli stirati sul vertice del capo, con le guancie cariche di rossetto, senz'udire le parole insinuanti, insolenti di coloro che la circondavano, si rialzava sulle spalle lo sciallo di crespo nero, ricamato di rosa e di violetto, e pregava, pregava le due sante, peccatrici come lei, ma sante, che nel nome di san Gennaro benedetto le facessero la grazia di levarla da quella infame esistenza, e avrebbe offerto loro, a Maria Maddalena e a Maria Egiziaca, un cuore di argento massiccio. Ma una grande fluttuazione vi fu, fra le donne che erano nella folla, sui balconi, nei portoni, sulle terrazze. Dopo san Giuseppe e dopo sant'Andrea Avellino, ambedue protettori della buona morte e quindi carissimi agli immaginosi napoletani che hanno la più grande paura della morte; dopo sant'Alfonso de' Liguori che venne dolcemente é familiarmente chiamato cuollo storto, perchè ha la testa inclinata sopra una spalla; dopo san Vincenzo Ferreri che porta la fiamma dello Spirito Santo sulla testa e ha il libro della Legge aperto fra le mani; dopo che tutti questi santi popolarissimi erano passati fra le esclamazioni, i gridi, i sorrisi, le tenere invettive, un bel santo, cosi lucido che pareva allora allora uscito dalle mani del cesellatore, con la faccia rotonda e bonaria, con le mani schiuse e abbassate quasi a lasciar piovere grazie, era comparso, uscendo dal Duomo.
![]() |
| La processione di maggio in una stampa ottocentesca |
come voi, tal quale, o beato san Pasquale, - pregavano le ragazze, alludendo al marito.
[...]
Ma un clamore salutò san Biagio, un altro vescovo
napoletano, che nella statua è effigiato in atto di benedire il popolo. Per due o tre anni la difterite e l'angina avevano terrorizzato il cuore delle madri napoletane, massimamente il cuore delle donne del popolo: e san Biagio è appunto il patrono dei mali di gola. Quando egli apparve, il santo di argento, nella via, fra il clamore, vi fu un sollevamento di bimbi sulle braccia delle madri, dei padri, un tendere i piccoli figli a san Biagio, perchè il santo vescovo li benedicesse e li liberasse dall'orribile flagello, che butta alla morte tanti bimbi innocenti
-San Biase, san Biase!
strillavano le madri, tenendo in alto i figli, convulse , singhiozzanti.
Anche Annarella, la sorella di Carmela la sigaraia e di Filomena l'infelice, aveva levato su i due figliuoli che le restavano: il più piccolo, dopo aver lungamente languito, era morto. Ah non l'avrebbe più aspettata sulla porta del suo basso, seduto sullo scalino, mangiando un pezzo di pane, il povero piccolo Peppiniello, che pazientemente attendeva il ritorno di sua madre dal servizio, la povera piccola creatura innocente! Non più, non più: Peppiniello era morto. Era morto di miseria, in un basso umido e puzzolente, mangiando male e scarsamente, dormendo coperto dai suoi vestitucci, attaccato a sua madre, per aver caldo : morto, morto, il piccolo fiore di sua madre, di miseria , morto per quella terribile bonafficiata, per quel terribile Lotto che perdeva Gaetano, il tagliatore di guanti, sino a fargli rubare il pane dei figli. Ah mai più si sarebbe consolata, Annarella, di quella morte!
I due figliuoli che le restavano erano saggi, e buoni, e forti, ma non erano il suo piccolo fiore biondo e tenue; essi l'avevano trascinata a veder san Gennaro e quando la misera ebbe visto in aria tanti piccolini, levò anche i suoi, piangendo, singhiozzando, pensando che il suo caro fiore non era stato salvato nè da san Biase nè da san Gennaro, nè da tutti i santi insieme del paradiso. Ma come l'ora si avanzava, l'emozione della gente cresceva, cresceva: ognuno era in preda a una emozione che si rinforzava dal minuto che trascorreva, che si raddoppiava dalla emozione del vicino.
Otto gentiluomini tenevano alti i bastoni del pallio; otto chierichetti, intorno, agitavano i turiboli fumanti d'incenso: e l'arcivescovo, che era un principe della Chiesa, un cardinale, camminava solo sotto il baldacchino, lentamente, con gli occhi fissi sulle proprie mani congiunte: e da tutte le genti che affollavano le vie, i portici, i balconi, le finestre e le terrazze, da tutte le donne che piangevano, tendendo le braccia, da tutti gli uomini che pregavano, da tutti i bambini che balbettavano il nome di san Gennaro, non al pallio, non ai paramenti d'oro, non alla mitria gemmata, si guardava: ma si guardava alle ceree mani congiunte dell'arcivescovo, si guardava teneramente, entusiasticamente, piangendo, gridando, chiedendo grazia, chiedendo pietà, magnetizzando ciò che l'arcivescovo stringeva fra le mani tremanti di sacro rispetto. Lì, lì, tutti gli sguardi, tutti i sospiri, tutte le invocazioni. Il cardinale arcivescovo di Napoli teneva fra le mani le ampolline, dove era conservato il Prezioso Sangue." [...]Salvatore Fioretto
![]() |
| Processione di maggio del mattino in via Duomo, foto inizi '900 |














