lunedì 5 ottobre 2026

Della serie i racconti della Piedimonte: " Carmine, l’ultimo capotreno in servizio sulla Piedimonte…!"

Alcuni anni fa abbiamo avuto il piacere di conoscere uno degli ultimi ferrovieri assunti dalla ferrovia "Napoli Piedimonte d’Alife", per la Tratta Bassa. Proviene da una famiglia che ha una lunghissima tradizione di ferrovieri. Infatti ci ha raccontato che sono stati ferrovieri il nonno e il padre, nonché il fratello e la sorella. Si chiama Carmine e oggi è un tranquillo pensionato ultrasettantenne, che si gode la sua pensione, la sua famiglia e i suoi nipotini. Ecco i suoi ricordi di capotreno della ferrovia "Napoli Piedimonte d'Alife".

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“Fui assunto nella ferrovia alifana, quando era amministrata come "Gestione Governativa", nella primavera del 1963. Nei primi anni fui destinato a fare l’”Assuntore” nella stazione di Calvizzano. La figura di “Assuntore” era una figura professionale particolare per quegli anni, in quanto era un tipo di lavoratore assunto con contratto a tempo determinato, cioè senza contributi pensionistici. In quei tempi l’Assuntore veniva destinato al servizio di quelle stazioni secondarie della Tratta Bassa, principalmente per eseguire le manovre degli scambi, quando erano previste delle coincidenze straordinarie rispetto al piano di traffico ordinario. Questo avveniva ad esempio nelle stazioni di Calvizzano, di Piscinola e in altre stazioni cosiddette secondarie della rete. Normalmente le coincidenze dei treni avvenivano nelle stazioni all’uopo relegate, tra le quali: Secondigliano, Giugliano e Aversa.

Quando capitata che un treno era in ritardo rispetto al programma di marcia standard, il dirigente unico di esercizio della linea, che si trovava a Santa Maria Capua Vetere, telefonava al capo stazione della stazione in cui doveva avvenire la coincidenza straordinaria, come Piscinola o Calvizzano, e gli assuntori venivano incaricati a manovrare gli scambi, muovendo i cosiddetti “macaco” (dispositivo di comando manuale a leva, a forma di omino inginocchiato), dopo aver aperto i lucchetti e tolte le catene di blocco. All’incrocio dei due treni, i due capotreni firmavano i registri di avvenuto scambio dei rispettivi tratti di linea attraversati da ciascuno. Poi tutto veniva riposizionato come stabilito, compresi i lucchetti.
Dopo pochi anni fui assunto a tempo indeterminato e nominato capotreno. Mi furono date una trombetta e una pinzetta stacca biglietti; oggetti che conservo caramente ancora oggi, come preziosi cimeli di quei miei bei tempi. Ricordo che la trombetta non la suonavo mai, ma a voce alta davo il via al macchinista a riprendere la corsa. Mi posizionavo sempre all’estremità della rimorchiata e quando il treno si rimetteva lentamente in moto, mi piaceva salire a volo sul predellino..., ma ero giovanissimo, avevo 22 anni allora…!

Ricordo le corse affollatissime di viaggiatori, come quelle del mattino con i lavoratori, o quelle che conducevano i viaggiatori al mercato di Giugliano, quando il treno era zeppo di persone, e non si riusciva a camminare negli scompartimenti. Spesso c’erano venditori che trasportavano cesti e pacchi, e non avevano il biglietto suppletivo. Quante volte ho dovuto chiudere un occhio e a volte anche due …!
Devo dire che anche se c’era allora tanta miseria, le persone erano tutte educate e perbene; nessuna ha mai osato protestare e, peggio ancora, alzare le mani, come si legge oggi sui giornali, di episodi che avvengono a bordo degli autobus e dei treni. La gente allora era cordiale, e quante amicizie nascevano tra i viaggiatori e anche tra me e loro, specie con quelli che prendevano frequentemente il treno per lavoro o per studio.
I lavoratori potevano usufruire dell’abbonamento settimanale a prezzo ridotto, riservato specificamente a loro. Ricordo quei momenti di lavoro vissuti sulla "tratta bassa" con particolare affetto e nostalgia. E quanti personaggi e colleghi ho conosciuto in quegli anni…, tanti! Molti di essi purtroppo oggi non ci sono più! Ricordo la signora Rosa incaricata di governare il passaggio a livello sulla strada di Marano, che ogni mattina mi offriva il caffè. Questi erano i rapporti che c’erano allora tra le persone e rappresentavano un'umanità che dopo aver patito le ristrettezze e il terrore della guerra, ritornava a scoprire il senso dell’amicizia e del volersi bene...!
Quando il treno percorreva il tratto in discesa presso via Carlo De Marco, poiché la pendenza era molto sostenuta, ero incaricato di manovrare il freno a ceppi che stava sulla rimorchiata, in modo che l’attrito sulle ruote rallentasse la corsa del treno, altrimenti il convoglio poteva prendere una velocità incontrollabile lungo i tortuosi e ripidi tornanti. 
Sulla salita, invece, spesso il treno non ce la faceva a superare al primo tentativo il dislivello tra la Doganella e Capodichino, così il macchinista doveva condurre indietro il convoglio, fino allo Scalo Merci, per poi riprendere di nuovo la salita con velocità più sostenuta. 
Anche nel tratto esistente tra le stazioni di Marano e di Giugliano, c'era abbastanza pendenza, anche se era distribuita per diversi chilometri e quindi il treno riusciva a superare agevolmente il percorso, senza ausilio di particolari manovre. Alla Doganella, invece, il tratto era molto breve e in meno di un chilometro si dovevano superare oltre 200 metri di altezza.
Il giorno più brutto che ricordo fu il primo giorno di assunzione, quando fui destinato alla stazione di Casaluce. Quel giorno, che doveva essere di festa, si tramutò invece per me in un brutto ricordo… Capitò un terribile incidente...! Io allora ero giovanissimo, avevo appena 22 anni… Ricordo che una signora fu investita dal treno in uscita dalla stazione. Fui preso dal panico e avvisai con una telefonata il capostazione. Ricordo che ero tutto tremante e balbettavo dall’emozione…, ci vollero diversi secondi per spiegare bene quello che era accaduto. I soccorsi giunsero in poco tempo e la signora fu subito trasportata all'ospedale; purtroppo, morì poco dopo il ricovero. 
Ricordo un altro incidente pauroso, avvenuto a Giugliano, pochi anni dopo, quando un autocarro investì il treno in corsa a un passaggio a livello presidiato da un semaforo, che forse non fu visto dal conducente del mezzo. Ricordo che l’impatto fu così forte che l’autocarro spostò letteralmente i due convogli sui binari, facendolo deragliare!
Durante la corsa dei treni, il macchinista si posizionava al centro della cabina, manovrando con la mano sinistra il reostato della velocità del motore di trazione e con la mano destra le leve dei freni azionati ad aria compressa.
Ricordo i primi insediamenti di case popolari nella zona tra Miano e Secondigliano, e anche i vivaci ragazzi del rione San Gaetano e del rione Amicizia, che, come un gioco, usavano fare la sassaiola diretta ai finestrini dei treni.
La stazione di Aversa aveva un parco binari molto ampio e poco più avanti alle banchine aveva anche un'officina per elettromotrici, equipaggiata con una fossa di ispezione dei treni.
Le officine principali stavano a “Sant’Andrea de Lagni” (Santa Maria C.V.) e a “Scalo Merci” (Doganella-Napoli). I tecnici delle officine della ferrovia erano provetti e professionalmente competenti. Ma tutto il personale operativo, anche quello di "concetto" era di un certo livello, professionalmente parlando. La società gerente della ferrovia ci teneva ad assumere personale competente e responsabile.
Ricordo con tristezza il giorno di chiusura della ferrovia....  Eravamo verso la fine del mese di febbraio del 1976. Ci fu molta confusione quel giorno. Pare che le prime corse del treno, nelle due direzioni, partirono normalmente secondo l’orario vigente, ma poi dovettero ritornare indietro, perché furono fermate dalla dirigenza della linea... Ai vari passaggi a livello presidiati dai cantonieri, non arrivò in tempo la comunicazione della sospensione del servizio della Tratta Bassa. Molti di essi abbassarono le sbarre del passaggio a livello, come normalmente facevano ogni giorno, attendendo invano che il treno passasse, fermando ovviamente il traffico veicolare delle strade intercettate. Ma il treno non passò più, purtroppo…! I cantonieri si accorgevano dell’imminente arrivo del treno guardando i fili della linea aerea, che si mettevano a vibrare, sempre più forte, man mano che il treno si avvicinava… quella mattina non si mossero per niente… fu l’inizio della fine di una storia della ferrovia, che funzionava ininterrottamente da 65 anni. Manco la guerra l'aveva fermata…! 
Addio, cara e sfortunata “Piedimonte”!

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Carmine, il ferroviere capotreno della "Piedimonte", oggi in pensione, è un appassionato lettore di Piscinolablog e da diversi anni è tra i primi a leggere i post che questo blog dedica alla storia della "Piedimonte", a volte anche commentando con nostalgia le vicende storiche e i racconti narrati; siamo sicuri che apprezzerà questo post che a distanza di diversi anni, riporta l'intervista che ci rilasciò ricordando la sua esperienza di dipendente della ferrovia... 
Salvatore Fioretto


venerdì 25 settembre 2026

A Capodimonte, Sant'Alfonso entra nella Missione di P. Ripa per la Cina.... particolari della vita tratti dalla biografia del Tannoia

Il convento e la chiesa fondati da Matteo Ripa a Capodimonte
Non tutti sanno che Sant'Alfonso, alcuni anni dopo la sua ordinazione sacerdotale (1726), nel mese di giugno 1729, decise di aderire alla nascente opera missionaria creata da don Matteo Ripa, che ebbe la sua sede sul versante della collina di Capodimonte. L'opera del padre Ripa, che fu chiamata "Collegio dei Cinesi", si prefiggeva di formare giovani missionari provenienti dalla Cina che, dopo l'avvenuta formazione a Napoli, avrebbero fatto ritorno in patria, per intraprendere l'opera missionaria di conversione della popolazione cinese.  Per descrivere la figura di sant'Alfonso in questo momento della sua vita, quando, acceso di amore per Gesù, affrontava una dura vita fatta di sacrifici, risparmio del cibo e grandi penitenze, con mortificazione del corpo, abbiamo ripreso un capitolo tratto dall'opera scritta dal Padre Antonio Maria Tannoia, che fu il suo principale biografo, che s'intitola: “Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori vescovo di S. Agata de Goti e fondatore della Congregazione de Preti Missionari del SS. Redentore”; il capitolo scelto è: "Si ritira Alfonso a convivere nella Congregazione detta de' Cinesi; sua vita penitente, e suoi progressi a pro delle Anime" - Pagg. 50-56).
Alla fine del testo sono riportati due avvenimenti che hanno messo a forte rischio la vita di Alfonso: il primo, è la grave forma di esaurimento fisico che si presentò dopo la missione di Marano e Capodimonte, quando Alfonso in agonia, fu giudicato essere in procinto alla morte e, il secondo, un fulmine che attaccò la residenza dei missionari nella sede di Capodimonte e sfiorò Alfonso, Matteo Ripa e altri confratelli, anche se questi riportarono serie ferite. 
Il proposito di Alfonso di farsi missionario per la Cina si raffreddò dopo alcuni anni, probabilmente già nel 1730, in occasione di un ritiro spirituale organizzato a Scala, quando, osservando l'abbandono civile e spirituale in cui versavano pastori e contadini, si convinse che era invece chiamato a diventare missionario per queste realtà ultime e abbandonate della sua terra.
Per la cronaca, 
l'opera del Matteo Ripa, con continue trasformazioni avvenute nei secoli, è sopraggiunta fino ai nostri giorni; infatti: il convento di Capodimonte è stato adattato agli inizi del '900 per diventare la sede dell'ospedale "Elena d'Aosta", mentre l'istituzione del "Collegio dei Cinesi", è divenuta il centro di studi universitari che si chiama "Istituto Orientale di Napoli".

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"Viveva Alfonso con troppo rincrescimento nella casa paterna, e molto angustiato, vedendosi in mezzo al Mondo, ed altro non sospirava, per gustare con Dio quella pace, che godere non si può tra i tumulti del secolo, che una cella romita, lontana da ogni occasione. La sospirava, perchè ne assaggiava, se non altro, le miche, diciam così, in quei giorni di ritiramento, che faceva di volta in volta coi suoi compagni ogni mese sopra S. Gennaro fuori di Napoli.  Ma Iddio, che mai sempre favorivalo ne' suoi santi disegni, anche in questo gli diede un mezzo, per cui le sue brame restarono soddisfatte. 
Era già ritornato con sua gloria dalla Cina fin dal Novembre del 1724 quel Uomo tutto di Dio, e tutto zelo per le Anime, il famoso Missionario D. Matteo Ripa, esemplare degli Uomini Apostolici in quel vastissimo Impero, e sostegno della Cristianità, per la grazia goduta presso quel Monarca.
Avendosi prefisso questo zelante Operario voler dilatare, sostenere, e perpetuare tra quei Idolatri la Santa Fede di Gesù Cristo, portò seco di là con istupore non che dell'Italia, ma di Europa tutta, un Dottor Cinese, con quattro ferventi Giovanetti con idea di voler fondare in Napoli un Colleggio di quei nazionali.
Si prefisse quest'Opera il Ripa, persuaso che aperto il commercio, si potessero avere di colà altri Giovanetti, e rimandarsi già fatti Sacerdoti; e che insorgendo qualche persecuzione, perchè nazionali, potessero aiutare i Fedeli, e non cadere in sospetto di essere Cristiani. Benedisse Iddio le sue rette intenzioni, ed a' 14 Aprile 1729 aperta si vide in Napoli, non senza suoi gravi stenti e travagli, ma con soddisfazione non poca del Sommo Pontefice Benedetto XIII, e con non minor compiacimento dell'Augusto Carlo VI questa Missione Cinese. Esaminando Alfonso l'eccellenza dell'Opera, e le rare qualità del Fondatore, il gran fervore, che vi era tra quei Congregati, così Cinesi, che Napoletani, e come Gesù Cristo veniva amato da tutti tra la povertà, e l'incomodo, risolvette unirsi al Ripa, e partecipare anch'esso in qualità di Convittore de' primi fervori di quel santo luogo. Non tanto il chiese, che l'ottenne. Troppo ben conosceva il Ripa, chi egli fosse, e quale acquisto facevasi in Congregazione, ricevendosi un Soggetto così degno, e tanto interessato per la gloria di Gesù Cristo, e per la salute delle Anime.
Vi fu dunque ammesso Alfonso con consolazione così sua, che di quei Congregati verso la metà di Giugno del medesimo anno 1729. Questa risoluzione fuori di aspettativa, anche dispiacque e non poco a D. Giuseppe suo Padre, ricrescendogli il vedersi privo della presenza di un figlio, ch'ei considerava, non più come figlio, ma come Angelo visibile di Casa sua. Se ne afflisse sì, ma non ebbe cuore di contraddirlo. 

Non avendo Alfonso di questo Colleggio la soggezione de' Parenti, diede sfogo con maggior libertà a quell'ardenza, che aveva di crocifiggere se stesso, e far guerra alle proprie passioni. Non si saprebbe il tenor di vita menato in questo Collegio, se individuato non me l'avesse il P. D. Gennaro Fatigati, uno dei primi Alunni del Ripa, che convisse insieme, e fu testimonio delle sue operazioni. Di qual peso sia la testimonianza del Fatigati, non occorre si rilevi da me, essendo la sua integrità nota a tutta Napoli.
Vedevasi Alfonso in questo Collegio cinto di continuo in tutto il corpo con varj ordigni, ma troppo aspri, di catenette di ferro: più volte al giorno flagellavasi, e spesso a sangue, come rilevavasi dai suoi pannilini, che vedevansi tutti intinti di sangue, ed inzuppati: scarsissimo era il cibo, che prendeva, e quel poco, attossicato da mirra, e da altre polveri amare. La centaurea, e l'assenzio erano per esso le ordinarie confetture: frutta poche o niente ne vedeva: ogni Sabbato in onore della Vergine passavalo in pane, ed acqua; e quasi di continuo non cibavasi, che ginocchione, o stramazzone a terra. Questo anch'è poco. Nella stanza non vedevansi mai seduto, ma studiava in piede, e col libro tra le mani. Di più, dentro le scarpe aveva delle petruzze, per isperimentare un continuato tormento.
Soleva dire Mons. Coppola Vescovo di Cassano, ch'era consapevole di queste, e di altre sue austerità, e lo diceva con enfasi: Le penitenze di Alfonso Liguori sono tali, che sapendosi, supereranno di molto anche quelle di S. Pietro di Alcantara.
Oltre di queste penalità, che Alfonso volontariamente si addossava, ve n'erano ancora in Congregazione delle indispensabili, e comuni.
In quel tempo tutto era patimento, e miseria. Benchè per lo vitto stabilito ne fosse minestra e lesso, carne poco o nulla se ne provava; e quella, che si aveva, non era che delle rimasuglie avanzate ne' macelli, o carnaccia di bufalo, o vacca stantìa, non più che a grana sei il rotolo; o in vece di questa, un poco di nero soprassalato. Tante volte in luogo della carne si compravano delle ossa, per ritrarne un misero brodo. Nella Quaresima non vedevasi pesce. Molto meno in altri giorni, ma una saraca sopra la minestra faceva la lautezza di ognuno, o se prendevasi del pesce una volta o al più due in Quaresima, non avevasi che quando era dell'ultimo prezzo.
Essendosi sementato di ravanelli un orticello, che si aveva di fianco al Collegio, non si ebbe per minestra per più mesi, che ravanelli cotti, e non altro, o se si comprava, non era che di bietole unite con altre erbe di poco valore. Tal volta si faceva pasto  ne' giorni di magro con una saraca, ed un poco di semola condita con olio. Anche il pane era nero, e delle farina la più ordinaria.
Questo era il pranzo della mattina; ma di sera la cena non era meno lauta. In quel brodo de' ravanelli, o delle bietole, che avanzava la mattina, si mettevano ad ammollire avanti tempo dentro un caldajo a fuoco lento biscotti duri, e neri, che risultavano dalla crusca un po' più raffinata, e di questa zuppa così delicata se ne dava per cena un cocchiarone a Soggetto.
Tra questi patimenti (e non potevano essere da meno in una Comunità nascente) non solo non si vide in Alfonso, come attestava il Fatigati, verun rincrescimento, che anzi godeva di patire, e confortava gli altri a volerli soffrire, per così farsi Santi, e dar gusto a Dio.
L'unico cibo fra queste penalità, che godeva Alfonso, e sollevavano nello spirito, era orare, e leggere Vite de' Santi: con queste s'istruiva, e si animava ad imitarli, e coll'Orazione si accendeva di maggior desiderio in amare Dio. Oltre all'Orazione in comune, in cui mai mancava, ogni giorno impreteribilmente se ne stava per lo meno un'ora e mezza, e talvolta le due, sempre immobile avanti al Sacramento, ove vi erano le Quarantore.
La sua Messa in questo tempo quanto era divota, altrettanto era lunga, e lungo era il rendimento di grazie; ma non per questo vedevasi soddisfatto. Continue erano di notte le sue vigilie o nella stanza, o in Chiesa avanti al Venerabile; e quel poco di sonno, che prendeva, non era che a stento, e con suo grave incomodo. Tante volte la nuda terra o una tavola era il suo letto.
Non è però che il cuore di Alfonso, tra queste tante penalità, e vigilie gustato avesse in parte, non che con soprabbondanza, di quelle dolcezze, che sperimentar si sogliono dalle Anime predilette, e che l'amaro della penitenza raddolcito venisse dal dolce dello Spirito.
Avendo Iddio ritirata la mano alle solite sue consolazioni, non viveva, dimorando in questo Collegio, che una vita arida e desolata. Nella Messa non ritrovava divozione: l'Orazione gli era di tedio:  cercava Iddio, e nol rinveniva. Mi disse il P. Fatigati, che navigava di continuo contr'acqua, e che volendo esprimere il suo stato, soleva dire: vado da Gesù Cristo, e mi ributta: ricorro alla Madonna, e non mi sente. Vale a dire, che quant'operava tra queste oscurità, tutto era guidato dalla pura fede, e non facevalo, che colla punta dello spirito, risoluto di dar gusto a Dio, ancorchè per esso non vi fosse nè Paradiso, nè Inferno.
Grande in questo Collegio furono ancora le mostre del suo zelo. Un cuore acceso di Dio non può non aver fame delle Anime , e della sua Gloria.
Mi attestava il P. Fatigati, ch'esso solo Alfonso teneva  accorsata, e soddisfatta la Chiesa. Ogni Venerdì  predicava ad una mondo di gente le Glorie di Maria Santissima, e recitava la Coroncina de' suoi dolori. Varie tra l'anno erano le Novene, che celebrava, e vi sermocinava così in onore della Vergine, che della sacra Famiglia, titolare di quella Congregazione: ed ogni anno porgeva gli Santi Esercizj, con frutto assai copioso di chiunque vi concorreva. Vedevasi di continuo quella Chiesa così affollata di popolo, che ogni giorno, sembrava giorno festivo.
Volendo soddisfare a' Penitenti, un boccone di cibo nol prendeva che a stento, ed un pezzo dopo la seconda tavola, e talvolta finita la ricreazione. Persona, che v'era presente in Chiesa, mi dice, che concorrevasi da lui o per confessarsi, o per sentire le sue prediche non solo da Fonzeca, dalle  Vergini, e dalla Sanità; ma ben anche dal Mercato, dagli Orefici, e da altri luoghi di Napoli, anche più lontani.  Dippiù ritornando la sera dalle Quarantore, si ritirava il zelante operajo, con un seguito di uomini, e tirava a confessar questi anche le più ore, avanzata la notte.
Non voglio lasciare a gloria di Alfonso ciocchè nelle Memorie di quella Congregazione lasciò scritto il medesimo P. Ripa: "Conviveva fra di noi, così egli, anche il Signor. D. Alfonso Liguori, Sacerdote di molto credito, non tanto per la nascita, essendo Cavaliere di questa Città, quanto per la bontà di sua vita, e per lo dono di Dio, che aveva nel missionare. Venne a convivere in questa casa in qualità di Convittore fin da' primi mesi, che io con i Cinesi venni ad abitarla; e benchè non fu ascritto a questa nostra Congregazione, viveva però col desiderio di ascriversi, anzi nutriva un animo assai pronto per andare nella Cina a predicare il S. Vangelo come più volte si era espresso  col proprio Direttore. Fidandomi io del suo zelo e talento, aveva lui commesso quasi tutto il peso di questa Chiesa, in quello, che spetta il confessare e predicare, ed egli disimpegnava tutto con molto profitto delle Anime". 
Benchè tali fossero in questo Collegio, e così penose le fatiche di Alfonso, si animava con tutto ciò, e maggiormente s'impiegava, vedendo il gran bene che risultava alle Anime. Non è quì luogo da poter dire quanti, e quali peccatori da ostinati che erano, ed invecchiati nel peccato, invogliati si videro ad amare Gesù Cristo. Una celebre meretrice convertita da lui, e poi diretta, addivenne singolare in santità.
Attestava il P. Fatigati che Alfonso aveva nel confessare un dono di Dio tutto particolare, ed  era, che compungeva ognuno. Come i peccatori si vedevano a  suoi piedi, mi disse, così restavano compunti e contriti; ed il medesimo Alfonso, essendo vecchio, soleva dire non ricordarsi aver licenziato taluno  senza vederlo contrito, e senza averlo assoluto. 
Innumerabili ancor furono le Anime, che sollevò da una perfezione ordinaria ad una santità sublime. Tante, che già erano impegnate pel mondo, voltarono le spalle al Mondo, e si diedero a Gesù Cristo.

[...]

Oltre queste tante fatiche, che Alfonso si addossava, vivendo tra Cinesi, si univano le altre, che operava dentro Napoli. Non vi era giorno, che non predicasse ora in una Chiesa, ora in un'altra. Vi sono persone che se le ricordano dare gli Esercizj in varie Parrocchie, e sortirvi delle stupende conversioni: soprattutto era invitato, e si voleva ove vi erano le Quarantore. Pronto era ancora a' cenni de' Superiori della sua Congregazione.

Facendosi ogni anno la Missione nell'Arcivescovado, tante volte toccava a lui di predicare, ed ogni anno usciva di Napoli in missione, unito con gli altri in varj luoghi del Regno: Per quanto rifletto, ed ho veduto con gli occhi, così il P. Fatigati, non perdeva Alfonso Liguori, vivendo tra di noi, un minuzzolo di tempo: o predicava, o confessava, o faceva orazione, o studiava. Vale a dire, che non ci era per esso ne' sollievo, ne' riposo. Si sa la grave epidemia che travagliò Napoli nel 1729. Anche in questa occasione, come attestavano i Vecchi, fe' mostra Alfonso del suo zelo. Se tutti li Fratelli di sua Congregazione nell'Arcivescovado si segnalarono, assistendo ai tanti infermi, egli si sagrificò più d'ogni altro. I poveretti specialmente erano l'oggetto più caro della sua ardente carità.
Essendosi aperta una general Missione nella gran Chiesa dello Spirito Santo, contestavano i vecchi, ch'esso con modo speciale si sagrificò tra tutti, ajutando i peccatori. Furono tali le mostre del suo zelo, che avvenne memoria registrata nei libri di quell'adunanza.
A 29 Gennaro dell'anno susseguente predicò di mattina nella Missione di Marano, e di giorno catechizzava le zitelle. Nell'Aprile fece la Predica grande nella Regal Villa di Capodimonte. Anche quì si vuole, che non furono pochi i peccatori, che ridusse a penitenza. Questa Missione appena terminata, portossi in soccorso dell'altra, che aperta si era nel Monistero dell'Annunciata. Fu tale e tanto lo strapazzo di se medesimo, che, non reggendogli le forze, si vide attaccato ne' polmoni anche col sistole e da altri ascessi marciosi. Per un mese e più si tenne in forse della vita: e se fu salvo, come mi attestò il medesimo P. Fatigati, non fu che evidente miracolo di Maria SS.
Troppo di mira teneva l'Inferno così Alfonso, che il Ripa, perchè tutti e due opposti a' suoi disegni, ma tutti e due sperimentarono sempre chiara la protezione di Dio.
Un giorno, e fu a' 13 Luglio 1729, mentre il Ripa ed Alfonso verso le due della notte confabulavano con altri Congregati di cose divote nella comune ricreazione, essendosi mosso un fiero temporale, un fulmine cadendo nel mezzo di essi, se non gli estinse, poco loro lasciò di vita. Il Ripa fu colpito nella fontanella della gola, ed Alfonso, e gli altri furono talmente offesi, che si credettero vittima del fuoco. Si riebbe Alfonso, e si riebbero gli altri, ma il Ripa non si vide in vita, che dopo un quarto di ora.
Questo accidente invogliò Alfonso, ed il Padre Ripa a maggiormente impiegarsi per la gloria di Dio, e per lo bene delle Anime la protezione fu chiara. Se il fulmine girato avesse per la camera, come di ordinario accadde, essendo quella angusta, avrebbe tutti inceneriti, e tolti di vita."



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Il 27 settembre prossimo ricorre il 330° anniversario della nascita del grande Santo di Marianella, per l'occasione la redazione di "Piscinolablog" porge gli auguri alla comunità di Marianella e a coloro hanno a cuore promuovere le virtù umane, artistiche e religiose di Sant'Alfonso Maria de Liguori, vescovo e dottore della chiesa cattolica universale. Auguri!

Salvatore Fioretto

San Francesco Geronimo, visita la casa dei Liguori e benedice Alfonso bambino

giovedì 17 settembre 2026

30 aprile 1729: il celebre Montesquieu assiste a Napoli al fenomeno della liquefazione del Sangue di S. Gennaro...

Come di consuetudine, da alcuni anni a questa parte, dedichiamo questo post in occasione della solennità di San Gennaro, raccontando un episodio legato alla storia del Santo Patrono che poi appartiene alla storia di Napoli. Alessandro Dumas nel suo "Corricolo" così descriveva questo legame viscerale tra la città e il suo Patrono: «San Gennaro non sarebbe esistito senza Napoli, né Napoli potrebbe esistere senza San Gennaro»...
Quest'anno abbiamo scelto una testimonianza tratta dalla rivista “Napoli Nobilissima, (rivista di topografia e arte napoletana Fasc. I vol. XIV pag. 148-149), e riguardante la visita condotta da Montesquieu a Napoli, il 30 aprile 1729, allorquando il filosofo e storico francese, tra i tanti posti visitati, si recò al Duomo, ad assistere alla processione di San Gennaro, che terminò con la liquefazione del sangue .
Nelle sue cronache di viaggio Montesquieu avanza una  rudimentale ipotesi per spiegare il fenomeno della liquefazione, ma alla fine conclude aprendo a una possibile spiegazione sovrannaturale...
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(Commento introduttivo del cronista di "Napoli Nobilissima":)

[...] 

- Tutta questa gente, allegra, nonostante la miseria e l'oppressione, viveva sotto la protezione di S. Gennaro, e aspettava due volte l'anno, con ansia, direi feroce, il tradizionale miracolo dello scioglimento del sangue di lui, conservato, come è noto, in una ampolla nel tesoro del Duomo di Napoli. E guai se talvolta non avvenisse! Si facevano i più tristi presagi per l'avvenire, e tutte le calamità pubbliche o private accadute in quell'anno sciagurato, erano attribuite alla collera di S. Gennaro. Disgraziato, poi, colui che osasse avanzare qualche dubbio sull'autenticità del prodigio! Il povero Giannone, che, nella Istoria civile del regno di Napoli, non lo negò, ma si limitò a dubitare delle conseguenze felici o funeste da esso derivanti, venne assalito al Largo della Carità da una folla furibonda, e poco mancò che non ne fosse addirittura "divorato", per servirmi della espressione d'un biografo !

Non è certo qui il caso di far la storia e la bibliografia del miracolo di S. Gennaro, o discutere le tante opinioni espresse da non pochi scrittori per ispiegarlo naturalmente; tanto più che a me sembra, col Croce, che, «per sapere precisamente come avvenga la liquefazione..., non ci sarebbe che un mezzo: aprire l'ampolla e sottoporre all'analisi chimica la materia che vi è contenuta». Che non si tratti di un inganno conscio, sembra assodato; e che «ci dovette essere un tempo [abbastanza difficile, per altro, a precisare] in cui si fabbricavano molte di queste ampolle contenenti una materia rossa raggrumita, che in date condizioni si scioglie in modo da parer sangue», pare al Croce una spiegazione non improbabile: ma tutto ciò non ha che vedere col Montesquieu. Il quale, messo in curiosità dal gran parlare che del miracolo si faceva allora in tutta Europa, si recò, il 30 aprile 1729, al nostro Duomo, per osservarlo." 

(Segue lo scritto di Montesquieu:)

"J'ai été egli racconta aujourd'hui, samedi 30, voir la liquéfaction du sang de Saint-Janvier. Je crois avoir vu que cette liquéfaction s'est faite; quoiqu'il soit difficile de s'en bien apercevoir, parce que l'on ne fait que vous montrer un moment un reliquaire , dont le verre est fané par les baisers de tout le monde."

«Sono stato oggi, sabato 30, a vedere la liquefazione del sangue di San Gennaro. Credo di aver visto che questa liquefazione è avvenuta; sebbene sia difficile accorgersene per bene, perché vi mostrano solo per un momento un reliquario il cui vetro è opacizzato dai baci di tutti.» 

- Poi meditò, e cercò di spiegarsi quel fenomeno, che dovè preoccuparlo non poco, poichè, oltre a parlarne più lungamente di qualunque altra cosa, e per ben due volte, nei Voyages, vi accenna anche in un altro manoscritto conservato nel castello di La Brède. Egli esclude completamente ogni mistificazione, ed attribuisce la liquefazione della materia contenuta nell'ampolla ad un puro effetto di calore: opinione che, sebbene confutata recentemente con lunghissimi calcoli matematici, dei quali, naturalmente, non sono in grado di giudicare, non mi sembra più cattiva delle tante che se ne son dette.

Ritratto di Montesquieu

Osserva, dunque, il Montesquieu: "Quoi qu'il en soit, je crois que c'est précisément un thermomètre; que ce sang ou cette liqueur, qui vient d'un lieu frais, entrant dans un lieu échauffé par la multitude du peuple et un grand nombre de bougies, doit se liquéfier. Il m'a semblé que, quelquefois, le prêtre approche du chef de Saint-Janvier, même après le miracle fait, c'est-à-dire du lieu où il y a beaucoup de bougies. De plus, le prêtre tient le reliquaire de ses deux mains ; ce qui échauffe le métal.

On ne sauroit croire la consolation que le miracle fait dessus l'esprit du peuple. Sans cela ils se désespèrent et la consternation est publique. Les napolitains disent que, quand Philippe V vint à Naples, le miracle ne se fit pas : présage de la perte qu'il fit de ce royaume. Des prêtres disoient auprès de moi : « Le miracle s'est fait, et, cependant, il y avoit neuf hérétiques ! » . C'est qu'il y a quelques années, le miracle tardant à se faire, on fit retirer quelques protestants d'auprès l'autel.
Vous remarquerez que le miracle se renouvelle huit jours de suite ; que, trois fois l'année, il se fait: le jour du Saint, le jour de sa translation et celui de sa décollation. Ce qui ruine le miracle de Saint-Janvier, c'est que la tête de Saint-Jean-Baptiste fait aussi, tous les jours, le même miracle. Je reverrai et l'un et l'autre.
Je suis persuadé que tout cela n'est que des thermomètres.
Aussi, lorsque l'on porte ce sang d'un lieu chaud à un lieu chaud, ou d'un lieu frais à un lieu frais, le miracle ne se fait pas . Celui de Saint-Jean-Baptiste, qui se fait par le moyen d'une messe, se fait aussi par un thermomètre, à ce que je crois. Le sang est dans un lieu très froid. On le porte sur l'autel , où les bougies, la respiration et la présence des assistants échauffent le lieu."

Traduzione:

«Ad ogni modo, credo che si tratti precisamente di un termometro; che questo sangue o questo liquido, proveniente da un luogo fresco, entrando in un luogo riscaldato dalla moltitudine di persone e da un gran numero di candele, debba liquefarsi. Mi è sembrato che, talvolta, il sacerdote avvicini [il reliquario] alla testa di San Gennaro persino dopo che il miracolo è avvenuto, vale a dire al luogo dove ci sono molte candele. Inoltre, il sacerdote tiene il reliquario con entrambe le mani, cosa che riscalda il metallo. 
Non si potrebbe credere quanta consolazione il miracolo porti all'animo del popolo. Senza di esso si disperano e la costernazione è generale. I napoletani dicono che, quando Filippo V venne a Napoli, il miracolo non avvenne: presagio della perdita che fece di questo regno. Alcuni sacerdoti dicevano accanto a me: "Il miracolo è avvenuto, eppure c'erano nove eretici!". È che, qualche anno fa, tardando il miracolo a compiersi, fecero allontanare alcuni protestanti da vicino all'altare. 

Noterete che il miracolo si ripete per otto giorni di seguito; che avviene tre volte l'anno: il giorno del Santo, il giorno della sua traslazione e quello della sua decollazione. Ciò che vanifica il miracolo di San Gennaro è che anche la testa di San Giovanni Battista compie, ogni giorno, lo stesso miracolo. Rivedrò l'uno e l'altro. 
Sono convinto che tutto questo non sia altro che un insieme di termometri. 
Infatti, quando si porta questo sangue da un luogo caldo a un luogo caldo, o da un luogo fresco a un luogo fresco, il miracolo non avviene. Quello di San Giovanni Battista, che avviene per mezzo di una messa, si compie anch'esso tramite un termometro, a quanto credo. 
Il sangue si trova in un luogo molto freddo. Lo si porta sull'altare, dove le candele, la respirazione e la presenza degli astanti riscaldano il luogo.».

E più giù, come ho detto, ritorna sulla questione : "Je ne crois pas que le miracle du sang de Saint-Janvier soit fait par aucune fourberie, et surtout qu'on mêle rien dans ce sang. Les magistrats, qui changent tous les ans, en ont la clef comme l'archevêque. Ce que je croirois plutôt, c'est que le clergé est de bonne foi ; mais c'est un thermomètre. Le deuxième jour, j'ai été voir cette liquéfaction. Le prêtre empoigne toujours le reliquaire des deux mains, par chaque bout; ce qui l'échauffe. Dès que quelqu'un veut regarder, l'acolyte met la bougie, qui touche presque le verre. D'ailleurs, les baisers continuels du peuple doivent échauffer. Je crois donc que les ecclésiastiques sont la dupe eux-mêmes : ils ont vu la liquéfaction; ils ont cru qu'elle se faisoit par miracle. Le besoin qu'ils ont eu du miracle pour consoler le peuple a fait qu'ils ont cherché à examiner ce qui réussissoit mieux pour faire faire le miracle au Saint ; ils ont établi des cérémonies qu'ils ont cru les plus agréables au Saint. Ces cérémonies, une fois établies, ne se changent plus: ainsi lorsque le prêtre tient le reliquaire, un acolyte suit toujours avec une chandelle; ainsi il y a le même nombre de bougies sur l'autel ; et c'est toujours le même lieu où le sang se met, lorsqu'on ne l'expose pas . On a donc cherché d'abord à faire le miracle,et ensuite on a continué à observer les mêmes moyens, dont on s'est servi . Ce qui est cause physique n'est plus regardé que comme vénération pour le Saint.

Traduzione:

«Non credo che il miracolo del sangue di San Gennaro sia fatto con alcuna truffa, e soprattutto non credo che si mescoli nulla in questo sangue. I magistrati (deputati di S. Gennaro n.d.r.) che cambiano ogni anno, ne hanno la chiave insieme all'arcivescovo. Ciò che crederei piuttosto è che il clero sia di buona fede; ma si tratta di un termometro. Il secondo giorno sono stato a vedere questa liquefazione. Il sacerdote afferra sempre il reliquario con entrambe le mani, da ciascuna estremità; il che lo riscalda.
Non appena qualcuno vuole guardare, l'accolito avvicina la candela, che tocca quasi il vetro. Inoltre, i baisers continui del popolo devono riscaldare. Credo dunque che gli ecclesiastici siano essi stessi ingannati: hanno visto la liquefazione; hanno creduto che avvenisse per miracolo. Il bisogno che hanno avuto del miracolo per consolare il popolo ha fatto sì che abbiano cercato di esaminare ciò che riusciva meglio per far compiere il miracolo al Santo; hanno stabilito delle cerimonie che hanno ritenuto le più gradite al Santo. Queste cerimonie, una volta stabilite, non si cambiano più: così, quando il sacerdote tiene il reliquario, un accolito lo segue sempre con una candela; così c'è lo stesso numero di candele sull'altare; ed è sempre lo stesso luogo in cui il sangue viene custodito quando non lo si espone. Si è dunque cercato prima di far compiere il miracolo, e in seguito si è continuato a osservare gli stessi mezzi di cui ci si era serviti. Ciò che è una causa fisica viene ormai considerato solo come venerazione per il Santo.»

Ma, da buon cattolico, egli conchiude: «Ce ne sont icique conjectures: peut- être y a-t-il un véritable miracle ».

Traduzione: «Queste qui sono soltanto congetture: forse c'è un vero miracolo.».

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In effetti, l'ipotesi della variazione della temperatura è stata avanzata da più parti in passato, resta il fatto che nessun ha mai correlato questa spiegazione con la mancata liquefazione del sangue per giorni o "ottave" intere oppure quando la teca del sangue esce già sciolto dalla cassaforte (in inverno o in estate), senza che nessuna mano l'abbia toccato oppure nessuna candela riscaldato... e poi le candele sono praticamente in disuso nei nostri tempi...


In occasione della solennità del 19 settembre: festa di San Gennaro, Patrono di Napoli e della Campania, la redazione di Piscinolablog porge gli auguri a tutti i lettori che portano il nome di Gennaro; augura inoltre buona e serena festa a tutti i cittadini napoletani e campani, in particolare a coloro che sono all'estero per motivi di studio o di lavoro.
Buona festa a tutti!

Salvatore Fioretto



sabato 12 settembre 2026

Nella commedia "i casi sono due" ...., Armando Curcio menziona Piscinola...

Nel corso degli anni abbiamo più volte evidenziato come il borgo di Piscinola sia stato utilizzato nella letteratura come luogo di origine di personaggi, ambientazione di episodi e riferimento narrativo in romanzi, commedie e opere in prosa.
Questa volta vogliamo soffermarci su una commedia particolarmente divertente: “I casi sono due”, scritta dal commediografo ed editore napoletano Armando Curcio, nella quale il nome di Piscinola compare in diversi momenti della trama e viene associato ad alcuni personaggi originari del nostro territorio, naturalmente frutto della fantasia dell'autore.

Una commedia di grande successo

I casi sono due è una commedia comica, strutturata in tre atti, scritta da Armando Curcio intorno al 1940. L'opera divenne particolarmente popolare grazie anche alle interpretazioni della compagnia dei fratelli De Filippo (1941) e, in particolare, di Peppino De Filippo, che la portò, oltre sulle scene teatrali, anche in televisione. Infatti, tra le versioni più note vi è proprio quella televisiva del 1959, nella quale Peppino De Filippo interpreta il protagonista, Gaetano Esposito. 
La commedia fu riproposta a teatro, nel 2009, attraverso l'interpretazione e la regia del celebre attore napoletano Carlo Giuffrè.
La vicenda, ambientata nella Milano degli anni Quaranta, è costruita su una serie di equivoci, improvvisi colpi di scena e situazioni comiche, secondo il tipico meccanismo della farsa.

Il barone, il cuoco e un figlio misterioso

Al centro della storia troviamo il barone Ottavio Del Duca e sua moglie, la baronessa Aspasia, una coppia ormai avanti negli anni e senza figli.
I due vivono in una grande e lussuosa abitazione, circondati da una numerosa servitù composta da maggiordomo, cuoco e camerieri. Nella casa vive anche Medoro, il cane della baronessa, al quale la donna è particolarmente affezionata.
Il cuoco è Gaetano Esposito, un napoletano rozzo, maldestro, irriverente e, soprattutto, estremamente scaltro. È proprio Gaetano a rappresentare uno dei principali motori comici della commedia, grazie ai suoi atteggiamenti grotteschi e alle numerose battute che caratterizzano il personaggio.
Una delle sue disavventure più gravi riguarda proprio il cane Medoro: Gaetano, infatti, si rende responsabile della morte dell'animale, gettando nello sconforto i due anziani coniugi.
La disgrazia porta il barone a riflettere sulla propria vita e, soprattutto, sull'assenza di una discendenza. È allora che torna alla memoria un episodio della sua giovinezza.
Prima del matrimonio, Ottavio aveva avuto una relazione con una cantante di varietà, dalla quale era nato un figlio illegittimo. Il bambino era stato però perso di vista e la madre era morta prematuramente, quando il piccolo era ancora molto giovane.
Il barone decide quindi di cercarlo. Non avendo altre informazioni, incarica un investigatore, Sormani, di ricostruire le vicende del bambino e di rintracciarlo.

E nei racconti dell'investigatore compare Piscinola

È proprio durante i dialoghi tra il barone Ottavio e l'investigatore Sormani che entra in scena, per ben tre volte, il nome di Piscinola.
Secondo quanto emerge dalle indagini, il bambino era stato adottato da una famiglia di pescatori di Piscinola. Il capofamiglia, chiamato Antonio Manfrecola, si era preso cura del piccolo. La moglie provvide all’allattamento del piccolo.
Quando il bambino aveva raggiunto l'età di quattro anni, però, i Manfrecola lo avevano affidato al parroco di Piscinola, indicato nella commedia con il nome di don Prospero Carlandrea.
La vicenda assume presto contorni tutt'altro che edificanti. L'investigatore informa infatti il barone che non sarebbe opportuno recarsi personalmente a Piscinola per chiedere informazioni al parroco: il bambino, secondo le notizie raccolte, sarebbe stato allontanato dalla canonica perché, dopo esser divenuto chierichetto, erano 
misteriosamente scomparse  tutte le offerte dei fedeli, e il prelato poteva mostrarsi ancora risentito.

Piscinola, dunque, compare nella commedia come una delle tappe della misteriosa infanzia del futuro erede del barone.

Il figlio del barone sarebbe proprio Gaetano

Le indagini di Sormani portano infine a una conclusione sorprendente: il figlio illegittimo del barone Ottavio sarebbe proprio Gaetano Esposito, il cuoco della casa.
La notizia cambia completamente la posizione di Gaetano all'interno della famiglia.
Da semplice cuoco e componente della servitù, egli diventa improvvisamente un barone e, forte del nuovo titolo, comincia ad assumere atteggiamenti ancora più arroganti e sgarbati nei confronti degli altri domestici.
La situazione, tuttavia, non è destinata a durare.
L'investigatore comincia infatti a dubitare delle proprie conclusioni e corregge temporaneamente l'esito delle indagini. Il vero figlio del barone sarebbe, secondo questa nuova ricostruzione, un altro giovane, un impiegato di agenzia, che viene accolto nella famiglia.
Ottavio è quindi costretto, suo malgrado, a separarsi da Gaetano, il quale torna a ricoprire il ruolo di cuoco.

La testimonianza della donna di Piscinola

Ma la verità non è ancora definitivamente stabilita.

A risolvere l'ennesimo intricato passaggio della vicenda è la testimonianza della moglie del Manfrecola, ormai anziana, che aveva allevato il piccolo Gaetano nella propria casa di Piscinola.
La donna ricorda alcuni particolari molto precisi del bambino che aveva accudito fino all'età di quattro anni.
Secondo la sua testimonianza, Gaetano aveva i capelli rossi e presentava sulla pelle della natica destra una grossa macchia, indicata nella commedia con l'espressione popolare di “voglia di cotica”.
Il barone, con una banale scusa, riesce quindi a verificare personalmente il particolare. La macchia è effettivamente presente sul corpo del cuoco!
A questo punto ogni dubbio sembra svanire: Gaetano Esposito è davvero il figlio del barone Ottavio.
L'altro Gaetano, l'impiegato che per un breve periodo era stato considerato il possibile erede, viene quindi congedato. Il giovane, peraltro, non aveva mai conquistato le simpatie del barone, essendosi dimostrato goffo e poco brillante.

L'ultimo colpo di scena

Quando sembra che la storia abbia finalmente trovato il suo lieto fine, Armando Curcio introduce l'ennesimo capovolgimento.
Gaetano, ormai diventato barone, comincia a sentirsi diffidente e poco incline a rimanere a lungo nella casa. Decide così di andarsene, ma non prima di portare con sé una considerevole quantità di oggetti preziosi appartenenti alla famiglia: argenteria e oro.

Prima di sparire, lascia però al padre una lettera nella quale comunica apertamente di aver sottratto gli oggetti di valore.
La giustificazione è paradossale e perfettamente in linea con lo spirito della farsa: il barone gli aveva insegnato che non si deve rubare, ma Gaetano sostiene che rubare al proprio genitore sia, in qualche modo, un reato meno grave rispetto al furto commesso ai danni di una persona estranea.
È la conclusione ideale per una commedia costruita sul continuo ribaltamento delle situazioni e sulla comicità del personaggio di Gaetano.

Armando Curcio, commediografo ed editore

Armando Curcio nacque a Napoli nel 1900, in una famiglia colta e agiata.
Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza nel 1926, si trasferì a Milano, dove intraprese l'attività giornalistica. Nel corso della sua carriera si dedicò alla narrativa, al teatro e alla scrittura per lo spettacolo, realizzando novelle, commedie e programmi destinati anche alla televisione.
Alcune delle sue opere teatrali raggiunsero una particolare notorietà grazie alle interpretazioni dei fratelli De Filippo. Tra queste figurano La fortuna con la Effe maiuscola, A che servono questi quattrini? e, naturalmente, I casi sono due.
Curcio fu inoltre un importante editore. Negli anni a cavallo della Seconda guerra mondiale fondò diverse iniziative editoriali, fino alla nascita della casa editrice Armando Curcio Editore, destinata a diventare famosa anche per la pubblicazione dell'Enciclopedia Curcio per tutti, opera che sarebbe entrata nelle case di numerose generazioni di italiani.
Armando Curcio morì a Roma nel 1957.

Piscinola nella letteratura e nel teatro

Al di là del carattere fantasioso della vicenda, la presenza di Piscinola in I casi sono due costituisce un'altra interessante testimonianza di come il nome del nostro antico borgo sia entrato, nel corso del tempo, nell'immaginario letterario e teatrale.
Nel testo di Curcio, Piscinola non è semplicemente nominata di passaggio: diventa parte della storia personale del protagonista, il luogo nel quale il piccolo Gaetano viene accolto da una famiglia, allevato durante i primi anni della sua vita e affidato successivamente al parroco.
Naturalmente si tratta di una costruzione narrativa e i personaggi citati nella commedia appartengono alla fantasia dell'autore. Ma proprio questo elemento rende ancora più curiosa la vicenda per chi oggi si interessa alla storia e alla memoria di Piscinola.
Una piccola presenza, dunque, ma significativa: anche attraverso una brillante farsa napoletana, il nome di Piscinola è riuscito a entrare nel teatro italiano del Novecento.

La commedia in televisione

Per chi desiderasse conoscere direttamente l'opera, è possibile ricercare su YouTube la versione televisiva de I casi sono due interpretata da Peppino De Filippo nel 1959.
Si tratta di un adattamento televisivo dell'opera teatrale, con una riduzione del testo originale, ma conserva intatto il carattere comico della vicenda e permette di riscoprire uno dei personaggi più celebri creati da Armando Curcio.

Per gli appassionati di storia locale, è inoltre un'occasione curiosa per ascoltare, all'interno dei dialoghi della commedia, il nome di Piscinola, evocato come uno dei luoghi della misteriosa infanzia di Gaetano Esposito.

Salvatore Fioretto