lunedì 31 agosto 2026

I "de Filippis" e i "Capano", marchesi di Miano... Tracce di storia di nobiltà e di feudalità locale

Nel corso del Viceregno Spagnolo, (che ebbe durata di circa due secoli: dal 1503 al 1704), fu presa la decisione di vendere i Casali che dagli angioini godevano di privilegi e prerogative alla pari della Città di Napoli; le cause che portarono a tale scelta scaturirono principalmente dalle ristrettezze economiche patite dalle casse della Corona Spagnola, sempre alle prese con estenuanti guerre e spese militari oltre agli sfarzi della corte. Tale decisione fu maturata formalmente nel dicembre del 1619. A nulla valsero le istanze presentate alla Regia Camera della Sommaria, dal Procuratore Francesco Tedaro, che appellandosi al privilegio concesso nel 1505 da Ferdinando “Il Cattolico”, domandò che non si mettessero in vendita i Casali.

Tra il 1620 ed il 1637 molti Casali furono venduti dal Viceré spagnolo ai baroni locali, suscitando vivaci proteste tra gli abitanti.
Nel 15 giugno del 1637 gli abitanti dei Casali si sollevarono tutti uniti, in un’accesa protesa contro l’ordine del Viceré di Napoli, Don Ramiro de Guzman duca di Medina del Las Torres (al trono per conto del re Filippo IV di Spagna). Alla protesta parteciparono trentadue Casali. Nonostante il tumulto, la Regia Camera della Sommaria, competente del Foro Feudale, non tenne alcun conto delle richieste e delle rimostranze dei Casali e quindi ratificò la decisione vicereale.

Molti Casali, per non cadere nelle mani dei baroni, furono costretti ad esercitare lo strumento dello “Ius Praelationis”, ossia la possibilità di ritornare allo status di “Regio Demanio”, pagando alla Regia Camera, nell’arco di un anno, lo stesso prezzo di vendita offerto dai baroni, tuttavia questi si indebitarono oltremisura. Non tutti i Casali riuscirono però a “riscattarsi”.
Il problema della vendita dei Casali fu molto sentito dalla popolazione locale, fino al punto che, durante i moti rivoluzionari del 1647 ("Rivolta di Masaniello"), Masaniello impose nel trattato firmato con il Viceré Duca De Arcos (detto “Capitoli”), l’impegno di non vendere in futuro i Casali. Al capitolo 43 si legge: “Item, che tutti li Casali di questa Fidelissima Città in ogni futuro tempo debbiano essere, e stare in demanio, non obstante qualsivoglia alineatione, vendita, o donatione in contrario fatta, le quali si declarano nulle, anche in conformità delle Gratie sopra ciò fatte per lo Serenissimo Re Cattolico, confermate per la Cesarea Maestà di Carlo V”.
Tuttavia dopo la morte di Masaniello il problema si ripresentò e molti casali furono comunque venduti.
In tali condizioni feudali furono trasformati diversi Casali del nostro territorio, come Miano, Mianella, Marianella, Chiaiano e Polvica.

Stemma nobiliare della famiglia Borgia
Dall’unica fonte storica rinvenuta apprendiamo che i primi Signori di Miano appartennero al ramo napoletano della famiglia Borgia. La notizia è tratta dal libro: “Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia”, scritto dal conte Berardo Candida Gonzaga, vol. I, Bologna 1875, pag. 125. Il titolo acquisito fu quello di “Barone di Miano”; tuttavia non abbiamo trovato altre fonti ed altri elementi conoscitivi per avvalorare tale notizia; non sappiamo il nome del primo personaggio insignito del titolo di Barone di Miano, come pure l’anno di acquisto del titolo. L'opera del Gonzaga riporta anche il nome di un'altra famiglia nobile che acquisì il feudo di Miano, che fu la famiglia "Alliata" o "Agliata". Tuttavia nemmeno di questa famiglia abbiamo trovato conferma in altre fonti. 
Il feudo di Miano (e di Mianella) passò successivamente alla famiglia nobile De Filippis (o De Filippo). Da diverse fonti storiche sappiamo che i componenti di questa famiglia acquistarono il marchesato di Miano, il giorno 28 luglio 1672. Il primo Marchese della casata fu don Girolamo de Filippis. 
I De Filippis furono una famiglia assai antica e nobile, originaria di San Severino (Marche), trapiantata a Napoli. Tra i suoi primi componenti troviamo Antonio, egregio giurisperito che fece salire la famiglia a decoroso stato nobiliare.

Girolamo de Filippis fu un illustre giureconsulto, il cui nome compare tra i Principi del Foro di Napoli ed è ancora oggi considerato lodevole scrittore di opere forensi. Quando questi ebbe accumulato molte ricchezze, comprò il feudo di Miano ed ottenne di essere aggregato alla nobiltà di San Severino. Il Re lo promosse prima alla carica di Fiscale del suo patrimonio di Napoli, indi a quella di Presidente del Consiglio d'Italia in Spagna. 
Gennaro De Filippis, figlio di Girolamo, ottenne dal Re di poter ereditare il titolo di marchese sopra il Casale di Miano e fu creato giudice perpetuo della Gran Corte della Vicaria Criminale.
Con l’estinzione della famiglia De Filippis, il feudo di Miano fu ereditato per successione femminile e pervenne a Michele Capano, che divenne Marchese di Miano, purtroppo non conosciamo la data di questa trasmissione.
Nel 17 maggio 1745 divenne marchese di Miano, don Giuseppe Capano. 
Il giorno 11 marzo 1763, successe il figlio di Giuseppe, Michele Capano, nato nel 1748, che divenne Marchese di Miano e Duca di Civitasantangelo.
Nel 1801 il marchese di Miano, don Michele Capano, fu nominato dal Re, Ferdinando IV di Borbone, senatore del "Nuovo Senato della Città di Napoli", che di fatto sostituiva l’antico "Tribunale di San Lorenzo", alla cui carica di presidente fu designato il Principe di Bisignano. Sappiamo che seguì i Borboni in Sicilia e ricoprì vari incarichi, tra i quali quelli di: guardia del corpo a cavallo, tenente generale degli eserciti e cavaliere di compagnia del Re.
Possibile stemma della famiglia De Filippis
La famiglia Capano fu originaria nel Cilento, di essa si hanno memorie fino dal tempo di Enrico VI imperatore. Ha goduto di nobiltà nella città di Napoli, ascritta al seggio di Nido (Nilo), in Salerno, al Seggio di Portaretese, in San Pietro in Galatina e nel Cilento. Divisa in due rami, il primo dei Principi di Pollica si estinse nella famiglia Signori; il secondo ramo dei Capano Marchesi di Miano e Mianella si estinse nel 1815 con la morte del Cav. Michele. 
La stirpe dei Capano fu signora di bel 56 baronie, del contado di Celso, del marchesato di Miano e del Principato di Pollica. Tra i componenti si ricorda: Corrado, giustiziere di Abruzzo nel 1250; Tommaso, ciambellano e famigliare di Re Roberto d’Angiò; Guglielmo, luogotenente del Regno. Lo stemma si compone di Arma: d’argento, alla banda di rosso, caricata di tre gigli d’oro posti nel senso della banda stessa.
In tutte queste notizie trovate, solo un paio di volte si associa il territorio del Casale di Miano con quello di Mianella (di cui nel libro: "Miano nella campagna felice", di Gabriele Monaco, p. 217), mentre per le altre si riporta diffusamente la specificazione sintetica di "Marchese di Miano".

Come è noto, con l’avvento della dominazione francese, furono abolite tutte le feudalità e il territorio appartenuto al Casale di Miano fu aggregato alla Sezione napoletana di San Carlo all’Arena; tuttavia, per almeno un ventennio, verso la metà dell'"800, Miano e Mianella furono uniti amministrativamente con Marianella, costituendo insieme un unico Comune autonomo, come risulterebbe in diversi atti amministrativi e in vari documenti notarili consultati.
Occorrerà nel prossimo futuro eseguire ulteriori indagini particolari, oltre poter colmare le lacune presenti, per avere altre informazioni e dettagli su tali aspetti di storia locale, riguardanti Miano e Marianella.

Salvatore Fioretto

martedì 25 agosto 2026

"Beati chi li vive 2026"... A Piscinola è ritornata la festa del Salvatore!

A distanza di tre settimane dalla conclusione, ricordiamo con questo post gli eventi che si sono svolti a Piscinola legati alla ricorrenza del SS. Salvatore, antichissimo Patrono della comunità civile e religiosa. Infatti, nei tre giorni che hanno preceduto il giorno clou del 6 agosto, si sono svolti diversi eventi che hanno visto la partecipazione di adulti e piccini.
Nel pomeriggio del giorno 4 agosto, all'interno dell'Oratorio parrocchiale, ha avuto luogo un evento ludico-ricreativo che ha coinvolto i più piccoli, con lo svolgimento di giochi individuali e di squadra che hanno in un certo senso rievocato quelli che furono i giochi che si svolgevano nel sabato che antecedeva la festa dei decenni passati: il "tiro a segno" (alle "buatte") e il "tiro della fune" sono stati quelli più rappresentativi, che a dire il vero hanno appassionato e divertito molto i piccoli partecipanti.
Ma poi si sono svolti anche gli antichi giochi comunitari che un tempo si facevano nei cortili di Piscinola, come il "tiro del fazzoletto" e la "Campana". L'evento è stato curato da Marica Fioretti, coadiuvata da un affiatato gruppo di volontari. Alla fine tutti i bambini partecipanti all'evento sono stati proclamati vincitori e ad ognuno di essi è stata consegnata una medaglia commemorativa fatta coniare dalla Parrocchia, con sopra stampigliati, la data: 6 agosto 2026 e la scritta: "Festeggiamenti del SS. Salvatore".

Il giorno 5 agosto, nel largo di via Plebiscito, si è svolto un concerto di musica leggera offerto dal Comune di Napoli, nell'ambito della rassegna cittadina "Beati chi li vive". Quest'anno si è esibita con il suo repertorio musicale, la cantante napoletana Emiliana Cantone, accompagnata dalla sua band. 
Il giorno 6 agosto nella chiesa parrocchiale si è celebrata  una messa solenne presieduta dal vicario pastorale, don Carmine Caponetto, alla quale hanno partecipato moltissimi fedeli.
La navata della chiesa appariva gremita, con moltissime persone rimaste senza posti a sedere.
Hanno fatto poi seguito le celebrazioni esterne alla chiesa: dapprima è stata eseguita la deposizione della corona di alloro, donata dal Sindaco di Napoli, al monumento ai caduti in piazza B. Tafuri; ha fatto poi seguito lo svolgimento della solenne processione, con l'immagine del Salvatore che ha attraversato moltissime strade del quartiere. Ad accompagnare il corteo c'è stata la banda musicale "Città di Bari", che ha
eseguito molte marce sinfoniche. Hanno particolarmente  colpito i fuochi pirotecnici che sono stati fatti esplodere dagli abitanti delle palazzine IACP di via Vittorio Emanuele, ma anche l'accoglienza degli abitanti delle altre strade attraversate, che hanno salutato il passaggio del SS. Salvatore con l'esposizione ai balconi e alle finestre di coperte e lenzuola ricamate e il lancio di petali di fiori e di coriandoli colorati. Mentre in piazza Tafuri facevano bella mostre le luminarie artistiche realizzate dalla ditta Cesarano, di Torre del Greco.
conclusione della processione, c'è stato un momento conviviale, musicale e lo spettacolo finale, offerto nell'oratorio della parrocchia.
L'appuntamento per la prossima edizione della "Festa di Piscinola" è fissato tra un anno, sperando che ogni anno si riesca a fare sempre meglio dell'anno precedente, e con una maggior partecipazione popolare: infatti questo evento rappresenta un valore storico-tradizionale importante della comunità piscinolese, da salvaguardare e rinnovare nel tempo avvenire.
Salvatore Fioretto

Ecco i video e videoclip che riprendono le varie fasi dei festeggiamenti: cliccare con la punta del mouse il titolo sottolineato.

Alzata della bandiera della Festa

Videoclip della processione

Video Ass. Cultura Comune di Napoli


Video ripresi in Piazza e nelle strade attraversate dalla processione:

Piazza Tafuri: Cerimonia consegna corona di alloro ai Caduti

Processione in Piazza Tafuri (inizio)

Processione in Via Plebiscito

Processione in via V. Emanuele

Processione in Via Madonna delle Grazie

Processione in via Napoli e in via V. Veneto

Processione in Via Vecchia Miano

Processione in Piazza Tafuri (conclusione)

 







domenica 23 agosto 2026

Il popolo lo acclamava con "'O pate nuosto"... la vita del ven. don Antonio de Torres

Tra i personaggi illustri che hanno frequentato nel corso della loro vita il nostro territorio, compiendo opere  sociali e di carità apostolica, abbiamo trovato questo sacerdote che ha svolto diverse missioni popolari e predicazioni nelle chiese di Piscinola, di Capodimonte e di Secondigliano, tra il XVII e il XVIII secolo, parliamo del venerabile don Antonio de Torres, ecco una sua breve biografia.

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Nacque a Napoli il 30 maggio 1637, da Tommaso de Torres, appartenente a una nobile famiglia di cavalieri di origini spagnole, sua madre fu Felice Aquilone dei nobili d’Aragona, nata a Messina; le loro nozze si celebrarono il 6 novembre 1623 nella parrocchia di S. Anna di Palazzo. Dalla loro unione nacquero otto figli: il primogenito, Giuseppe (1626), fu ordinato sacerdote nel 1650; il secondogenito, Francesco, si distinse nella carriera militare; due altri fratelli, di cui uno di nome Giovanni Battista nato nel 1632, morirono poco dopo la nascita; una sorella, che professò nel monastero francescano di S. Maria della Provvidenza ai Miracoli, prese il nome di religione di Agata Maria; un’altra, Margherita, sposò il cavaliere spagnolo Tommaso Rodriguez; mentre Niccolò, fu marchese imperiale.

Antonio Torres ricevette il battesimo nella chiesa di S. Anna di Palazzo, il 7 giugno 1637. Rimasto prestissimo orfano della madre, alla tenerissima età di cinque anni, studiò con i gesuiti, prima grammatica nel collegio di S. Francesco Saverio, poi retorica e filosofia nel Massimo. Nella "Congregazione di Spirito" del collegio, diretta dal padre Girolamo Servitelli, Antonio scoprì la vocazione alla vita consacrata. Tuttavia, si racconta che rimasto orfano e ancora molto piccolo, fece già voto di consacrarsi alla vita religiosa.
Nel corso della sua giovinezza dimostrò intelligenza e pietà straordinaria, ottenendo dal padre il permesso di vestire l’abito ecclesiastico; fu tutto dedito alla preghiera e allo studio, con grande carità verso i poveri.
Provò inizialmente, ma invano, di entrare nella Compagnia di Gesù, tuttavia, attraverso il proprio compagno di studi, Filippo Orilia, conobbe l’istituzione dei Pii Operai”, fondati dal venerabile Carlo Carafa nel 1602, e ne rimase profondamente colpito per la modestia e la povertà con cui gli adepti vivevano. Con il consenso del direttore spirituale, il domenicano Giovanni Battista (de’ Deodati) di San Pietro, fece subito richiesta di poter essere accolto nel sodalizio. Fu il Preposito Giovanni Tommaso Carmignani (2 maggio 1654) ad accettare la richiesta, mentre fu affidato per la formazione al padre Costantino Rossi, maestro dei novizi. Gli fu padrino di cresima il preposito generale dell’Ordine Domenico Cenatempo, che accolse anche la sua professione il 7 giugno 1655.
Torres compì gli studi teologici: ricevette il lettorato il 17 marzo 1657 e gli ordini minori l’anno seguente. Diventato nel frattempo Preposito Generale, Gisolfi gli costituì il patrimonio sacro per l’ordinazione sacerdotale su una casa sita nella "piazza delli Pellettieri" (25 aprile 1660).
Dotato di ottima memoria, discernimento e applicazione costante, giunse a conoscere a memoria la Bibbia; studiò oltre il latino, anche il greco e l’ebraico; dotto in teologia e anche negli studi profani, era ritenuto una delle persone più erudite di Napoli; aveva una famosa biblioteca personale ma aperta a tutti.
Sopravvisse miracolosamente alla tragica epidemia di peste che colpì Napoli nel 1656, unicamente ad altri tre confratelli: in tal momento la Congregazione rischiò seriamente la sua estinzione! Fu ordinato sacerdote nel 1660, dal vescovo di Lettere, il giurista napoletano Onofrio d’Aponte, tuttavia egli già svolgeva informalmente l’ufficio di maestro dei novizi, incarico che gli fu confermato 
nel 1662, dal Capitolo Generale, e lavorava alla ricostituzione della Congregazione dei Pii Operai.
Fu superiore nelle case napoletane di S. Maria ai Monti, di S. Giorgio Maggiore e, dal 1672, di S. Nicola alla Carità.
Svolse per oltre 40 anni l’incarico di direttore della Confraternita dei Cavalieri, Togati e Dottori, fondata nel 1648 da padre De Colellis, nella chiesa di S. Nicola alla Carità. Nel 1680 istituì la Congregazione sacerdotale di S. Maria della Purità, composta da sacerdoti diocesani che avevano la vocazione di svolgere le missioni popolari a loro spese, come facevano i Pii Operai. La Congregazione fu poi trasferita in S. Giorgio Maggiore (1694), altra chiesa dell’Ordine in città. Tra i sacerdoti colà formati, vi furono anche Gennaro Amodei e Matteo Ripa, che furono poi missionari in Asia. Ripa fu fondatore del “Collegio dei Cinesi”, con sede a Capodimonte (attuale ospedale Elena d'Aosta).
Nel 1681 fu eletto Preposito Generale dei Pii Operai; riconfermato, ricoprì più volte l’ufficio per un totale di vent’anni. Dall’arcivescovo di Napoli cardinale Innico Caracciolo fu proposto per canonico penitenziere della cattedrale, dal viceré Gaspar de Haro marchese del Carpio fu segnalato a Carlo II di Spagna come vescovo per Pozzuoli a metà degli anni Ottanta, mentre dall’imperatore Carlo VI fu destinato priore di S. Nicola di Bari (1710), ma egli rinunziò a tutti e tre gli onori.
La sua fama di predicatore e si confessore si sparse presso per la città di Napoli, tanto che la chiesa di S. Nicola non poteva contenere la gente che affluiva alle sue prediche; per oltre 40 anni fu attivissimo confessore e direttore spirituale delle religiose di numerosi conventi di Napoli e dintorni. Come confessore fu prescelto da diversi monasteri femminili della città e dei dintorni (Pozzuoli, Amalfi, Ravello, Scala, Lettere, Capri).
La pratica dell’”orazione mentale”, che Torres promuoveva fra i suoi fedeli penitenti, gli creò qualche incomprensione. Fu accusato ingiustamente di aderire alle correnti “quietiste” e di essere egli in contatto epistolare con Miguel de Molinos, il cardinale Pier Matteo Petrucci, il canonico Antonio Sanfelice e altri, benché diversi testimoni, nel corso del processo per la beatificazione, abbiano poi attestato le profonde ed esplicite riserve che egli manifestava intorno all’autore spagnolo suddetto. Accusato pubblicamente di “quietismo”, da un memoriale anonimo inviato al S. Uffizio,  fu 
quindi oggetto di una indagine canonica, che coinvolse anche diversi suoi figlioli spirituali. Fu condannato il 3 agosto 1687 e dal cardinale Antonio Pignatelli, allora arcivescovo di Napoli, fu privato della facoltà di confessare e predicare; Tuttavia egli si sottomise umilmente alla ingiusta condanna.
Fu reintegrato nel ministero il 20 marzo 1692, dallo stesso Pignatelli, nel frattempo diventato papa, con il nome di Innocenzo XII.
Svolse molte opere di Carità e predicazioni nelle Sante Missioni, soprattutto nei Casali a Nord di Napoli; ecco cosa è scritto nella biografia “Vita del Padre D. Antonio De Torres - Preposito Generale della Congregazione de' Pii Operarj”, scritta dal Padre D. Lodovico Sabbatini D'Anfora - Napoli, 1732: “Frattanto perché non può celarsi lungamente la carità, cominciò ad attendere, ed esercitare in pro' d'altri il suo zelo. La nostra Casa del Noviziato trovasi in un luogo solitario fuori del Borgo di S. Antonio Abbate, la quale con distanza di un miglio o due, poco più, o meno, circondano molti Casali. In questi han largo campo di faticare que' Padri, che là dimorano: e qui appunto ben'ampio vel rinvenne il nostro Antonio. Così attesta D. Antonio Sanfelice or Vescovo di Nardò, intimo familiare del P. Torres): Mi dicea d' aver faticato da Giovane a far Dottrine Cristiane a Piscinola, a Capo di Monte, e particolarmente a Secondigliano (ove poi forzò ad accettare la cura di quel Casale un suo Penitente sacerdote esemplarissimo, e di gran zelo, che ha fatta quella nuova Chiesa da' fondamenti) e ad altri Casali di Napoli andandovi a piedi; e si umiliava dicendo, che avea avuto più zelo allora, che quando era già provetto in etàMolte furono le fatiche sostenute da lui in questo impiego, in cui vi si applicò sempre con gusto: tantoché per l'utile, che apporta alle anime de' figliuoli, anche da superiore Generale della Comunità, e Maestro nella guida delle anime celebratissimo, non sdegnò di applicarvisi pubblicamente in Napoli, come a suo luogo diremo, e di prender per se quest' esercizio, trovandosi nelle sante Missioni." [...]
Colto da un colpo apoplettico che gli paralizzò il lato destro del corpo, padre De Torres morì a Napoli, il 16 febbraio 1713, fra il pianto del popolo che lo chiamava: "o pate nuosto" (il nostro padre); mentre era in carica come Preposito Generale. Il gesuita Francesco Paternò ne lesse l’elogio funebre nella chiesa di S. Nicola alla Carità, dove fu sepolto nella cappella di S. Michele Arcangelo.
Dopo la morte, dai devoti gli furono riconosciuti doni profetici e gli furono attribuiti diversi miracoli e fatti straordinari. Giambattista Vico elogiava la sua visione morale, che «Temprar sapeva con le più amene e dolci maniere di una civiltà virtuosa».
Per la sua umiltà, padre Antonio de Torres non pubblicò nessun opera, salvo un volume per la formazione sacerdotale, che lo diede alle stampe firmato con uno pseudonimo. Solo dopo la sua morte furono pubblicati quattro volumi contenenti le sue prediche, mentre si conservano un migliaio di sue lettere spirituali.
Fu dichiarato venerabile con l’avvio del Processo Canonico per la causa di beatificazione, che si svolse tra il 1735 e il 1738; nel 1771 furono approvati i suoi scritti.

Salvatore Fioretto

Diverse notizie sono state tratte, oltre che dal libro citato, dalle pagine internet: "Santi e Beati", e dall'enciclopedia "Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani".



venerdì 31 luglio 2026

La festa patronale di Piscinola: ricordando le antiche processioni in onore del SS. Salvatore

Anche quest'anno, in occasione dei festeggiamenti patronali in onore del SS. Salvatore, abbiamo preparato un post a tema nel quale descriveremo uno dei momenti più importanti dei festeggiamenti di un tempo, che era riservato alla processione, con l'immagine settecentesca del Gesù trasfigurato, che attraversava tutte le strade di Piscinola. Un evento questo molto atteso e partecipato dai piscinolesi, dal significato prevalentemente religioso, ma che assumeva anche un carattere comunitario forte, che aggregava e rendeva coeso l'intero quartiere ed era capace di accontentare un'ampia fascia di popolazione, dai più piccini, ai giovani, agli adulti e per finire agli anziani, favorendo il passaggio generazionale delle tradizioni. 

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La festa più importante per i Piscinolesi è da sempre per antonomasia quella dedicata al protettore principale della loro comunità, che è il Santissimo Salvatore.
L’origine di questa festa si perde nella notte dei tempi e forse inizia proprio quando i monaci Benedettini, introdussero in questo territorio il culto per “Gesù Trasfigurato”. Le passate generazioni piscinolesi hanno coltivato un’adorazione specialissima per il SS. Salvatore, al punto che in molte famiglie c’era l’usanza di attribuire il nome “Salvatore” al figlio primogenito maschio. Si avevano anche casi di abbreviazioni di Salvatore al femminile.
La festa del SS. Salvatore, com’è noto, coincide nel calendario liturgico della Chiesa Universale, il "sei agosto"; giorno nel quale si commemora la “Trasfigurazione di Gesù”. Questa è una festa antichissima, celebrata già dai primi adepti della chiesa cristiana orientale. Pur cadendo all’inizio del mese, a Piscinola i festeggiamenti per il Santissimo Salvatore si sono sempre svolti nell’ultima domenica di agosto e, solo raramente, nella prima domenica di settembre. Questo spostamento della data fu forse voluto in passato per la concomitanza del periodo di raccolta nei campi, che si svolgeva proprio tra la fine di luglio e la prima decade di agosto.

Il sabato precedente la festa, si ricordavano i Caduti di tutte le guerre, deponendo una corona di alloro sulla lapide monumentale, situata in Piazza Municipio. Dopo la cerimonia, la banda di Piscinola eseguiva un concerto musicale in Piazza B. Tafuri. Qui erano anche svolti  dei giochi collettivi, come: il "Palo di sapone", la "Corsa con i sacchi", il "Tiro della fune" e altri giochi...
All’alba della domenica erano fatti esplodere in Piazza B. Tafuri dei mortaretti (diana), per annunciare a tutti l’inizio della festa patronale, dedicata al SS. Salvatore.
A mezzogiorno era celebrata in chiesa una Messa solenne, che veniva ascoltata in tutte le vie del quartiere, per mezzo di altoparlanti. Nel primo pomeriggio cominciava il raduno dei partecipanti alla processione. Partecipavano tutte le Associazioni Cattoliche Operaie del posto; in particolare le sei Associazioni presenti negli ultimi anni: “SS. Salvatore - Addolorata - S. Giuseppe”, “Madonna de Loreto”, “Madonna delle Grazie”, “SS. Crocifisso - S. Vincenzo”, “Madonna del Carmine - Sant’Anna” e “Santissimo Sacramento”. 
Ogni Associazione partecipava con lo stendardo e la bandiera e con tutti i soci vestiti in abiti da festa, con tracolle colorate e collari identificativi in argento. Tra i componenti si distinguevano il "Presidente", il "Tesoriere" e i "Consiglieri" del sodalizio, attraverso le fasce colorate indossate a tracolla, con in evidenzia il titolo delle cariche esercitate.
In prima linea sfilavano i soci ed il governo della storica Arciconfraternita del SS. Sacramento, guidati dal loro “superiore” in carica. 
Alla processione partecipavano anche i gruppi di preghiera, i ragazzi dell’Azione Cattolica ed i bambini del corso di prima comunione. I maschietti vestivano con pantaloncino blu, camicia bianca e basco blu e con una bandierina tricolore portata a spalla, mentre le bambine indossavano gli abiti bianchi della Prima Comunione. Seguiva il corteo dei chierichetti vestiti con i sai bianchi e rossi e, infine, il Parroco ed il Viceparroco con gli abiti ecclesiastici da cerimonia. Alla testa della processione procedeva la banda musicale di Piscinola, che si esibiva con marcette festose e trillanti.
Tutto si svolgeva con un ordine e una precisione sorprendente. I bellissimi stendardi sormontati da piume e le bandiere delle Associazioni emanavano uno sfavillio di colori e trasmettevano a tutti gioia e commozione…
La processione eseguiva un lungo percorso, attraversando praticamente tutte le strade di Piscinola; infatti percorreva, in ordine: Via SS. Salvatore, Via Napoli, (palazzine IACP), Via del Plebiscito, Via A. Campano (fino all'incrocio con via dell'Abbondanza), ritornava per via del Plebiscito, attraversava Via Vecchia Miano, Via V. Veneto, Via Napoli, e proseguiva per 
Via Madonna delle Grazie, Via Vittorio Emanuele,  e, infine, ritornava in Piazza B. Tafuri. 
La conclusione della processione era salutata dallo sparo di mortaretti e fuochi pirotecnici, chiamati in gergo: "'o Ciuccio 'e fuoco". 
Il corteo era accolto dagli abitanti con lancio di petali di fiori dai balconi e dalle finestre, addirittura anche dai tetti. Le donne esponevano con vanto dai balconi le più belle coperte di seta che avevano nel loro corredo nuziale. I fuochi pirotecnici e le “batterie” di mortaretti, che i Piscinolesi facevano esplodere, avevano l’intento di omaggiare il passaggio del loro illustre Protettore, per averne protezione e buona salute l’anno seguente, ma anche per auspicare un raccolto abbondante nei campi.
Dopo la processione, la banda musicale di Piscinola prendeva posto sul palco ed eseguiva ancora un variegato concerto sinfonico, diretto dal maestro, che si sistemava su un podio.
C'è da dire che nel dopoguerra e forse anche prima, la processione aveva una durata ancor maggiore, perchè c'era l'usanza che, prima dell'inizio del corteo, la Banda musicale, doveva recarsi a prelevare i componenti delle associazioni cattoliche presso le loro sedi associative, e condurli in piazza B. Tafuri, facendoli sfilare in maniera ordinata con i distintivi e i gonfaloni che li rappresentavano. La stessa cosa succedeva al termine della processione, infatti, sempre la banda, doveva riaccompagnare le associazioni alle loro rispettive sedi. 
Processione in via Vecchia Miano, anno 1978
Questa usanza venne fortunatamente abolita negli anni '60, tuttavia lasciamo immaginare il logorio e la fatica che dovevano affrontare i poveri musicisti piscinolesi nell'attraversare più volte, avanti e indietro, le strade del quartiere, con delle condizioni climatiche di caldo non certo favorevoli! 
Durante la festa del SS. Salvatore era d’obbligo per ogni famiglia invitare parenti lontani e amici, per poi cucinare il piatto tipico dell’evento, che era a base di peperoni imbottiti (‘e puparuole ‘mbuttunate). Era motivo di vanto per i piscinolesi far partecipare anche chi non era del posto a questa gioia collettiva. La gente dopo la processione soleva fare lunghe passeggiate sotto le luminarie “accese” (‘a lummata) e recarsi a mangiare la famosa zuppa di cozze con salsa piccante, servita ai tavolini dei venditori, detti “‘e cozzecari”. I banchetti venivano sistemati in “Piazza”, in Via Vecchia Miano ed in altri luoghi soliti del quartiere. 
La festa continuava, poi, fino al martedì, con la vendita all'asta ('a venneta"), la gara dei fuochi pirotecnici e il concertino con i cantanti famosi.
Durante i festeggiamenti degli anni 1977 e 1978, le luminarie, che “abbracciarono” con le loro coreografie luminose tutte le strade di Piscinola, furono particolarmente belle: Via V. Veneto, in particolare, illuminata in quel modo aveva l’aspetto di un immenso “tunnel luminoso”, composto da centinaia di migliaia di luci colorate. In quella circostanza l'Arciconfraternita del SS. Sacramento compiva 200 anni dalla fondazione e i confratelli parteciparono numerosi alla processione, tutti indossando i caratteristici abiti dei "paputi".
Nel 1978 fu anche allestita sulla facciata della chiesa del SS. Salvatore una sontuosa e altissima scenografia, detta “porta”, composta da migliaia di lampadine, che raffiguravano, quando erano “accese”, la facciata di un’altra chiesa, con un’alta cupola ed i campanili ai due lati.
Dopo il terremoto del 1980, questi festeggiamenti si svolsero, anche se in tono minore, solo negli anni 1987 e 1988.


Per gli approfondimenti, ecco il Documfest intitolato: "Piscinola e il suo Salvatore", pubblicato nel 2013 da "Marianella New Track", regia di Dario De Simone.

Piscinola e il suo Salvatore 

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Processione in via vecchia Miano, anno 1987

Dopo un'assenza durata oltre 35 anni, da tre anni a questa parte è stata ripresa la festa del Salvatore, con la processione, le luminarie e la banda musicale; ovviamente, tutto avviene in tono minore rispetto ai grandi fasti del passato, ma crediamo che sia un evento rievocativo molto significativo per la comunità piscinolese ed è anche molto promettente per il prossimo futuro, grazie soprattutto all'interessamento dell'attuale Parroco di Piscinola, don Angelo Guarino. 

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In occasione dei festeggiamenti del 6 agosto, la redazione di Piscinolablog formula gli auguri di buon onomastico a tutti i lettori che portano il nome di "Salvatore"; auguri a tutti gli abitanti di Piscinola e della VIII Municipalità, nonchè a tutti i piscinolesi che sono sparsi per il Mondo, per motivi di studio, di lavoro o per motivi familiari. 
Buona festa a tutti! Evviva Gesù Salvatore!

Salvatore Fioretto 

Gran parte del testo è stato tratto dal libro: "Piscinola, la terra del Salvatore - Una terra, la sua gente, le sue tradizioni", di S. Fioretto, ed. The Boopen, anno 2010. 


Processione in via Vecchia Miano, anno 1987