domenica 23 agosto 2026

Il popolo lo acclamava con "'O pate nuosto"... la vita del ven. don Antonio de Torres

Tra i personaggi illustri che hanno frequentato nel corso della loro vita il nostro territorio, compiendo opere  sociali e di carità apostolica, abbiamo trovato questo sacerdote che ha svolto diverse missioni popolari e predicazioni nelle chiese di Piscinola, di Capodimonte e di Secondigliano, tra il XVII e il XVIII secolo, parliamo del venerabile don Antonio de Torres, ecco una sua breve biografia.

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Nacque a Napoli il 30 maggio 1637, da Tommaso de Torres, appartenente a una nobile famiglia di cavalieri di origini spagnole, sua madre fu Felice Aquilone dei nobili d’Aragona, nata a Messina; le loro nozze si celebrarono il 6 novembre 1623 nella parrocchia di S. Anna di Palazzo. Dalla loro unione nacquero otto figli: il primogenito, Giuseppe (1626), fu ordinato sacerdote nel 1650; il secondogenito, Francesco, si distinse nella carriera militare; due altri fratelli, di cui uno di nome Giovanni Battista nato nel 1632, morirono poco dopo la nascita; una sorella, che professò nel monastero francescano di S. Maria della Provvidenza ai Miracoli, prese il nome di religione di Agata Maria; un’altra, Margherita, sposò il cavaliere spagnolo Tommaso Rodriguez; mentre Niccolò, fu marchese imperiale.

Antonio Torres ricevette il battesimo nella chiesa di S. Anna di Palazzo, il 7 giugno 1637. Rimasto prestissimo orfano della madre, alla tenerissima età di cinque anni, studiò con i gesuiti, prima grammatica nel collegio di S. Francesco Saverio, poi retorica e filosofia nel Massimo. Nella "Congregazione di Spirito" del collegio, diretta dal padre Girolamo Servitelli, Antonio scoprì la vocazione alla vita consacrata. Tuttavia, si racconta che rimasto orfano e ancora molto piccolo, fece già voto di consacrarsi alla vita religiosa.
Nel corso della sua giovinezza dimostrò intelligenza e pietà straordinaria, ottenendo dal padre il permesso di vestire l’abito ecclesiastico; fu tutto dedito alla preghiera e allo studio, con grande carità verso i poveri.
Provò inizialmente, ma invano, di entrare nella Compagnia di Gesù, tuttavia, attraverso il proprio compagno di studi, Filippo Orilia, conobbe l’istituzione dei Pii Operai”, fondati dal venerabile Carlo Carafa nel 1602, e ne rimase profondamente colpito per la modestia e la povertà con cui gli adepti vivevano. Con il consenso del direttore spirituale, il domenicano Giovanni Battista (de’ Deodati) di San Pietro, fece subito richiesta di poter essere accolto nel sodalizio. Fu il Preposito Giovanni Tommaso Carmignani (2 maggio 1654) ad accettare la richiesta, mentre fu affidato per la formazione al padre Costantino Rossi, maestro dei novizi. Gli fu padrino di cresima il preposito generale dell’Ordine Domenico Cenatempo, che accolse anche la sua professione il 7 giugno 1655.
Torres compì gli studi teologici: ricevette il lettorato il 17 marzo 1657 e gli ordini minori l’anno seguente. Diventato nel frattempo Preposito Generale, Gisolfi gli costituì il patrimonio sacro per l’ordinazione sacerdotale su una casa sita nella "piazza delli Pellettieri" (25 aprile 1660).
Dotato di ottima memoria, discernimento e applicazione costante, giunse a conoscere a memoria la Bibbia; studiò oltre il latino, anche il greco e l’ebraico; dotto in teologia e anche negli studi profani, era ritenuto una delle persone più erudite di Napoli; aveva una famosa biblioteca personale ma aperta a tutti.
Sopravvisse miracolosamente alla tragica epidemia di peste che colpì Napoli nel 1656, unicamente ad altri tre confratelli: in tal momento la Congregazione rischiò seriamente la sua estinzione! Fu ordinato sacerdote nel 1660, dal vescovo di Lettere, il giurista napoletano Onofrio d’Aponte, tuttavia egli già svolgeva informalmente l’ufficio di maestro dei novizi, incarico che gli fu confermato 
nel 1662, dal Capitolo Generale, e lavorava alla ricostituzione della Congregazione dei Pii Operai.
Fu superiore nelle case napoletane di S. Maria ai Monti, di S. Giorgio Maggiore e, dal 1672, di S. Nicola alla Carità.
Svolse per oltre 40 anni l’incarico di direttore della Confraternita dei Cavalieri, Togati e Dottori, fondata nel 1648 da padre De Colellis, nella chiesa di S. Nicola alla Carità. Nel 1680 istituì la Congregazione sacerdotale di S. Maria della Purità, composta da sacerdoti diocesani che avevano la vocazione di svolgere le missioni popolari a loro spese, come facevano i Pii Operai. La Congregazione fu poi trasferita in S. Giorgio Maggiore (1694), altra chiesa dell’Ordine in città. Tra i sacerdoti colà formati, vi furono anche Gennaro Amodei e Matteo Ripa, che furono poi missionari in Asia. Ripa fu fondatore del “Collegio dei Cinesi”, con sede a Capodimonte (attuale ospedale Elena d'Aosta).
Nel 1681 fu eletto Preposito Generale dei Pii Operai; riconfermato, ricoprì più volte l’ufficio per un totale di vent’anni. Dall’arcivescovo di Napoli cardinale Innico Caracciolo fu proposto per canonico penitenziere della cattedrale, dal viceré Gaspar de Haro marchese del Carpio fu segnalato a Carlo II di Spagna come vescovo per Pozzuoli a metà degli anni Ottanta, mentre dall’imperatore Carlo VI fu destinato priore di S. Nicola di Bari (1710), ma egli rinunziò a tutti e tre gli onori.
La sua fama di predicatore e si confessore si sparse presso per la città di Napoli, tanto che la chiesa di S. Nicola non poteva contenere la gente che affluiva alle sue prediche; per oltre 40 anni fu attivissimo confessore e direttore spirituale delle religiose di numerosi conventi di Napoli e dintorni. Come confessore fu prescelto da diversi monasteri femminili della città e dei dintorni (Pozzuoli, Amalfi, Ravello, Scala, Lettere, Capri).
La pratica dell’”orazione mentale”, che Torres promuoveva fra i suoi fedeli penitenti, gli creò qualche incomprensione. Fu accusato ingiustamente di aderire alle correnti “quietiste” e di essere egli in contatto epistolare con Miguel de Molinos, il cardinale Pier Matteo Petrucci, il canonico Antonio Sanfelice e altri, benché diversi testimoni, nel corso del processo per la beatificazione, abbiano poi attestato le profonde ed esplicite riserve che egli manifestava intorno all’autore spagnolo suddetto. Accusato pubblicamente di “quietismo”, da un memoriale anonimo inviato al S. Uffizio,  fu 
quindi oggetto di una indagine canonica, che coinvolse anche diversi suoi figlioli spirituali. Fu condannato il 3 agosto 1687 e dal cardinale Antonio Pignatelli, allora arcivescovo di Napoli, fu privato della facoltà di confessare e predicare; Tuttavia egli si sottomise umilmente alla ingiusta condanna.
Fu reintegrato nel ministero il 20 marzo 1692, dallo stesso Pignatelli, nel frattempo diventato papa, con il nome di Innocenzo XII.
Svolse molte opere di Carità e predicazioni nelle Sante Missioni, soprattutto nei Casali a Nord di Napoli; ecco cosa è scritto nella biografia “Vita del Padre D. Antonio De Torres - Preposito Generale della Congregazione de' Pii Operarj”, scritta dal Padre D. Lodovico Sabbatini D'Anfora - Napoli, 1732: “Frattanto perché non può celarsi lungamente la carità, cominciò ad attendere, ed esercitare in pro' d'altri il suo zelo. La nostra Casa del Noviziato trovasi in un luogo solitario fuori del Borgo di S. Antonio Abbate, la quale con distanza di un miglio o due, poco più, o meno, circondano molti Casali. In questi han largo campo di faticare que' Padri, che là dimorano: e qui appunto ben'ampio vel rinvenne il nostro Antonio. Così attesta D. Antonio Sanfelice or Vescovo di Nardò, intimo familiare del P. Torres): Mi dicea d' aver faticato da Giovane a far Dottrine Cristiane a Piscinola, a Capo di Monte, e particolarmente a Secondigliano (ove poi forzò ad accettare la cura di quel Casale un suo Penitente sacerdote esemplarissimo, e di gran zelo, che ha fatta quella nuova Chiesa da' fondamenti) e ad altri Casali di Napoli andandovi a piedi; e si umiliava dicendo, che avea avuto più zelo allora, che quando era già provetto in etàMolte furono le fatiche sostenute da lui in questo impiego, in cui vi si applicò sempre con gusto: tantoché per l'utile, che apporta alle anime de' figliuoli, anche da superiore Generale della Comunità, e Maestro nella guida delle anime celebratissimo, non sdegnò di applicarvisi pubblicamente in Napoli, come a suo luogo diremo, e di prender per se quest' esercizio, trovandosi nelle sante Missioni." [...]
Colto da un colpo apoplettico che gli paralizzò il lato destro del corpo, padre De Torres morì a Napoli, il 16 febbraio 1713, fra il pianto del popolo che lo chiamava: "o pate nuosto" (il nostro padre); mentre era in carica come Preposito Generale. Il gesuita Francesco Paternò ne lesse l’elogio funebre nella chiesa di S. Nicola alla Carità, dove fu sepolto nella cappella di S. Michele Arcangelo.
Dopo la morte, dai devoti gli furono riconosciuti doni profetici e gli furono attribuiti diversi miracoli e fatti straordinari. Giambattista Vico elogiava la sua visione morale, che «Temprar sapeva con le più amene e dolci maniere di una civiltà virtuosa».
Per la sua umiltà, padre Antonio de Torres non pubblicò nessun opera, salvo un volume per la formazione sacerdotale, che lo diede alle stampe firmato con uno pseudonimo. Solo dopo la sua morte furono pubblicati quattro volumi contenenti le sue prediche, mentre si conservano un migliaio di sue lettere spirituali.
Fu dichiarato venerabile con l’avvio del Processo Canonico per la causa di beatificazione, che si svolse tra il 1735 e il 1738; nel 1771 furono approvati i suoi scritti.

Salvatore Fioretto

Diverse notizie sono state tratte, oltre che dal libro citato, dalle pagine internet: "Santi e Beati", e dall'enciclopedia "Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani".



venerdì 31 luglio 2026

La festa patronale di Piscinola: ricordando le antiche processioni in onore del SS. Salvatore

Anche quest'anno, in occasione dei festeggiamenti patronali in onore del SS. Salvatore, abbiamo preparato un post a tema nel quale descriveremo uno dei momenti più importanti dei festeggiamenti di un tempo, che era riservato alla processione, con l'immagine settecentesca del Gesù trasfigurato, che attraversava tutte le strade di Piscinola. Un evento questo molto atteso e partecipato dai piscinolesi, dal significato prevalentemente religioso, ma che assumeva anche una simbologia comunitaria forte, che aggregava e rendeva coeso l'intero quartiere ed era capace di accontentare un'ampia fascia di popolazione, dai più piccini, ai giovani, agli adulti e per finire agli anziani, favorendo il passaggio generazionale delle tradizioni. 

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La festa più importante per i Piscinolesi è da sempre per antonomasia quella dedicata al protettore principale della loro comunità, che è il Santissimo Salvatore.
L’origine di questa festa si perde nella notte dei tempi e forse inizia proprio quando i monaci Benedettini, introdussero in questo territorio il culto per “Gesù Trasfigurato”. Le passate generazioni piscinolesi hanno coltivato un’adorazione specialissima per il SS. Salvatore, al punto che in molte famiglie c’era l’usanza di attribuire il nome “Salvatore” al figlio primogenito maschio. Si avevano anche casi di abbreviazioni di Salvatore al femminile.
La festa del SS. Salvatore, com’è noto, coincide nel calendario liturgico della Chiesa Universale, il "sei agosto"; giorno nel quale si commemora la “Trasfigurazione di Gesù”. Questa è una festa antichissima, celebrata già dai primi adepti della chiesa cristiana orientale. Pur cadendo all’inizio del mese, a Piscinola i festeggiamenti per il Santissimo Salvatore si sono sempre svolti nell’ultima domenica di agosto e, solo raramente, nella prima domenica di settembre. Questo spostamento della data fu forse voluto in passato per la concomitanza del periodo di raccolta nei campi, che si svolgeva proprio tra la fine di luglio e la prima decade di agosto.

Il sabato precedente la festa, si ricordavano i Caduti di tutte le guerre, deponendo una corona di alloro sulla lapide monumentale, situata in Piazza Municipio. Dopo la cerimonia, la banda di Piscinola eseguiva un concerto musicale in Piazza B. Tafuri. Qui erano anche svolti  dei giochi collettivi, come: il "Palo di sapone", la "Corsa con i sacchi", il "Tiro della fune" e altri giochi...
All’alba della domenica erano fatti esplodere in Piazza B. Tafuri dei mortaretti (diana), per annunciare a tutti l’inizio della festa patronale, dedicata al SS. Salvatore.
A mezzogiorno era celebrata in chiesa una Messa solenne, che veniva ascoltata in tutte le vie del quartiere, per mezzo di altoparlanti. Nel primo pomeriggio cominciava il raduno dei partecipanti alla processione. Partecipavano tutte le Associazioni Cattoliche Operaie del posto; in particolare le sei Associazioni presenti negli ultimi anni: “SS. Salvatore - Addolorata - S. Giuseppe”, “Madonna de Loreto”, “Madonna delle Grazie”, “SS. Crocifisso - S. Vincenzo”, “Madonna del Carmine - Sant’Anna” e “Santissimo Sacramento”. 
Ogni Associazione partecipava con lo stendardo e la bandiera e con tutti i soci vestiti in abiti da festa, con tracolle colorate e collari identificativi in argento. Tra i componenti si distinguevano il "Presidente", il "Tesoriere" e i "Consiglieri" del sodalizio, attraverso le fasce colorate indossate a tracolla, con in evidenzia il titolo delle cariche esercitate.
In prima linea sfilavano i soci ed il governo della storica Arciconfraternita del SS. Sacramento, guidati dal loro “superiore” in carica. 
Alla processione partecipavano anche i gruppi di preghiera, i ragazzi dell’Azione Cattolica ed i bambini del corso di prima comunione. I maschietti vestivano con pantaloncino blu, camicia bianca e basco blu e con una bandierina tricolore portata a spalla, mentre le bambine indossavano gli abiti bianchi della Prima Comunione. Seguiva il corteo dei chierichetti vestiti con i sai bianchi e rossi e, infine, il Parroco ed il Viceparroco con gli abiti ecclesiastici da cerimonia. Alla testa della processione procedeva la banda musicale di Piscinola, che si esibiva con marcette festose e trillanti.
Tutto si svolgeva con un ordine e una precisione sorprendente. I bellissimi stendardi sormontati da piume e le bandiere delle Associazioni emanavano uno sfavillio di colori e trasmettevano a tutti gioia e commozione…
La processione eseguiva un lungo percorso, attraversando praticamente tutte le strade di Piscinola; infatti percorreva, in ordine: Via SS. Salvatore, Via Napoli, (palazzine IACP), Via del Plebiscito, Via A. Campano (fino all'incrocio con via dell'Abbondanza), ritornava per via del Plebiscito, attraversava Via Vecchia Miano, Via V. Veneto, Via Napoli, e proseguiva per 
Via Madonna delle Grazie, Via Vittorio Emanuele,  e, infine, ritornava in Piazza B. Tafuri. 
La conclusione della processione era salutata dallo sparo di mortaretti e fuochi pirotecnici, chiamati in gergo: "'o Ciuccio 'e fuoco". 
Il corteo era accolto dagli abitanti con lancio di petali di fiori dai balconi e dalle finestre, addirittura anche dai tetti. Le donne esponevano con vanto dai balconi le più belle coperte di seta che avevano nel loro corredo nuziale. I fuochi pirotecnici e le “batterie” di mortaretti, che i Piscinolesi facevano esplodere, avevano l’intento di omaggiare il passaggio del loro illustre Protettore, per averne protezione e buona salute l’anno seguente, ma anche per auspicare un raccolto abbondante nei campi.
Dopo la processione, la banda musicale di Piscinola prendeva posto sul palco ed eseguiva ancora un variegato concerto sinfonico, diretto dal maestro, che si sistemava su un podio.
C'è da dire che nel dopoguerra e forse anche prima, la processione aveva una durata ancor maggiore, perchè c'era l'usanza che, prima dell'inizio del corteo, la Banda musicale, doveva recarsi a prelevare i componenti delle associazioni cattoliche presso le loro sedi associative, e condurli in piazza B. Tafuri, facendoli sfilare in maniera ordinata con i distintivi e i gonfaloni che li rappresentavano. La stessa cosa succedeva al termine della processione, infatti, sempre la banda, doveva riaccompagnare le associazioni alle loro rispettive sedi. 
Processione in via Vecchia Miano, anno 1978
Questa usanza venne fortunatamente abolita negli anni '60, tuttavia lasciamo immaginare il logorio e la fatica che dovevano affrontare i poveri musicisti piscinolesi nell'attraversare più volte, avanti e indietro, le strade del quartiere, con delle condizioni climatiche di caldo non certo favorevoli! 
Durante la festa del SS. Salvatore era d’obbligo per ogni famiglia invitare parenti lontani e amici, per poi cucinare il piatto tipico dell’evento, che era a base di peperoni imbottiti (‘e puparuole ‘mbuttunate). Era motivo di vanto per i piscinolesi far partecipare anche chi non era del posto a questa gioia collettiva. La gente dopo la processione soleva fare lunghe passeggiate sotto le luminarie “accese” (‘a lummata) e recarsi a mangiare la famosa zuppa di cozze con salsa piccante, servita ai tavolini dei venditori, detti “‘e cozzecari”. I banchetti venivano sistemati in “Piazza”, in Via Vecchia Miano ed in altri luoghi soliti del quartiere. 
La festa continuava, poi, fino al martedì, con la vendita all'asta ('a venneta"), la gara dei fuochi pirotecnici e il concertino con i cantanti famosi.
Durante i festeggiamenti degli anni 1977 e 1978, le luminarie, che “abbracciarono” con le loro coreografie luminose tutte le strade di Piscinola, furono particolarmente belle: Via V. Veneto, in particolare, illuminata in quel modo aveva l’aspetto di un immenso “tunnel luminoso”, composto da centinaia di migliaia di luci colorate. In quella circostanza l'Arciconfraternita del SS. Sacramento compiva 200 anni dalla fondazione e i confratelli parteciparono numerosi alla processione, tutti indossando i caratteristici abiti dei "paputi".
Nel 1978 fu anche allestita sulla facciata della chiesa del SS. Salvatore una sontuosa e altissima scenografia, detta “porta”, composta da migliaia di lampadine, che raffiguravano, quando erano “accese”, la facciata di un’altra chiesa, con un’alta cupola ed i campanili ai due lati.
Dopo il terremoto del 1980, questi festeggiamenti si svolsero, anche se in tono minore, solo negli anni 1987 e 1988.


Per gli approfondimenti, ecco il Documfest intitolato: "Piscinola e il suo Salvatore", pubblicato nel 2013 da "Marianella New Track", regia di Dario De Simone.

Piscinola e il suo Salvatore 

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Processione in via vecchia Miano, anno 1987

Dopo un'assenza durata oltre 35 anni, da tre anni a questa parte è stata ripresa la festa del Salvatore, con la processione, le luminarie e la banda musicale; ovviamente, tutto avviene in tono minore rispetto ai grandi fasti del passato, ma crediamo che sia un evento rievocativo molto significativo per la comunità piscinolese ed è anche molto promettente per il prossimo futuro, grazie soprattutto all'interessamento dell'attuale Parroco di Piscinola, don Angelo Guarino. 

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In occasione dei festeggiamenti del 6 agosto, la redazione di Piscinolablog formula gli auguri di buon onomastico a tutti i lettori che portano il nome di "Salvatore"; auguri a tutti gli abitanti di Piscinola e della VIII Municipalità, nonchè a tutti i piscinolesi che sono sparsi per il Mondo, per motivi di studio, di lavoro o per motivi familiari. 
Buona festa a tutti! Evviva Gesù Salvatore!

Salvatore Fioretto 

Gran parte del testo è stato tratto dal libro: "Piscinola, la terra del Salvatore - Una terra, la sua gente, le sue tradizioni", di S. Fioretto, ed. The Boopen, anno 2010. 


Processione in via Vecchia Miano, anno 1987

sabato 25 luglio 2026

"Il più napoletano tra i santi"....Breve testimonianza tratta dagli atti del processo canonico di S. Alfonso M. de Liguori

Come da tradizione in uso in Piscinolablog, approssimandosi la ricorrenza della nascita al cielo di Sant'Alfonso Maria de Liguori, morto infatti il 1 agosto 1787, dedichiamo un post che ricalca la vita del Santo marianellese e concittadino della VIII Municipalità. Abbiamo scelto quest'anno un pezzo del brano contenuto nella Raccolta dei decreti emanati dalla Santa Sede nella Causa della beatificazione e canonizzazione di Sant'Alfonso. Il testo dal quale abbiamo tratto lo scritto è: "Riflessioni sopra la santità e dottrina di Sant'Alfonso Maria de Liguori fondatore della Congregazione del SS. Redentore e già vescovo di S. Agata de Goti. Ristampate in occasione della solenne canonizzazione del medesimo santo." Torino, per Giacinto Marietti tipografo-libraio, 1839 (pagg. 9-15).

 


PARTE PRIMA

RACCOLTA DE' DECRETI DELLA S. SEDE

EMANATI

NELLA CAUSA DELLA BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE

DI S. ALFONSO MARIA DE' LIGUORI

CON ALCUNE PRECEDENTI OSSERVAZIONI.

CAPO I.

Sopra la fama di Santità per cui fu introdotta la causa di s. Alfonso Maria de' Liguori.

“Monsignor Alfonso Maria de' Liguori già Vescovo di S. Agata de' Goti passò da questa all'altra vita il primo agosto 1787 in età d'anni 90 mesi 10. Appena compito l'anno non tardò a promoversi la causa della sua Beatificazione dal Vescovo di Nocera, e dal Vicario Capitolare di S. Agata dei Goti, i quali ottenutane la facoltà dalla S. Sede, incominciarono a prendere le opportune informazioni.
Il motivo di un così pronto impegno di promuovere questa causa fu la fama della sua grande santità giustamente meritatasi in vita, e dopo morte.
Esimia in vero è sempre stata la santità di Alfonso in tutti gli stati di sua vita.

1. La sua nascita se non fu preceduta, almen fu accompagnata da maraviglie, perchè fin da bambino S. Francesco di Geronimo al solo vederlo e benedirlo predisse che non sarebbe morto prima dei 90 anni, che sarebbe fatto Vescovo, ed avrebbe fatto del gran bene nella Chiesa (Compendio della vita scritta dall'Abate Amici c. 1. ).
Nell'adolescenza era già di grand'esempio a tutti in ogni genere di virtù; fin d'allora era favorito di estasi nell'orazione; assiduo era altresì a visitar gli infermi (Ivi c. 2.).
Era dotato di grand'ingegno e così applicato allo studio, che all'età di 16 anni aveva presa la sua laurea nel Diritto Canonico e Civile con maraviglia di tutti.
Il suo temperamento era naturalmente focoso, ed irritabile; pure in tutta la sua vita, ed in tante difficilissime occasioni non gli si vide mai dare il menomo indizio di collera, ed erasi già reso un perfetto modello di cristiane virtù anche tra il tumulto e lo strepito del foro.

2. Rinunciato avendo la sua pingue primogenitura e le nozze con una principessa, ed i cospicui impieghi che gli si offerivano, elesse nel 1723 lo stato Ecclesiastico. Lo studio serio della Teologia, della S. Scrittura e dei Padri greci e latini, la chiesa, gli ospedali e le carceri formavano le sue delizie. S'accostava quasi ogni giorno ai SS. Sacramenti e tormentava il suo corpo con istromenti di penitenza, come si dirà in appresso. Appena ordinato Diacono cominciò a predicare, ed era così commosso e penetrato dalle grandi verità che annunziava, che vi correva tutta la Capitale (Napoli n.d.r.) con gran profitto.
Fatto Sacerdote nel 1726, tal fama erasi già acquistato, che il Cardinale in allora Arcivescovo di Napoli, derogando all'antico lodevole costume, volle accordargli subito la facoltà di confessare e lo destinò a dare gli Esercizi spirituali al dotto suo Clero Napolitano, il quale unitamente all'Eminentissimo Arcivescovo sommamente ammirò la dottrina, lo zelo e l'unzione del suo dire.
Conduceva intanto una vita più celeste che umana e diveniva sempre più indefesso al confessionale, e alla predicazione, con gran concorso e con gran frutto; non risparmiando fatica a segno tale che cedendo le forze, cadde gravemente infermo. (ivi c. 4.).

3. Non contento d'attender egli in persona così indefessamente alla salute delle anime, pensò a formarsi dei soci e fondò in mezzo alle più grandi contraddizioni neł 1732 una Congregazione d'abili Missionari, massimamente per istruire nei villaggi e nelle campagne le persone più rozze, ed abbandonate.
Questa Congregazione che venne chiamata del SS. Redentore, fu approvata da Benedetto XIV, li 25 febbrajo 1749 con grandi encomii dello zelo e santità del fondatore (Vita suddetta c. 6.), e in poco tempo si propagò in molti paesi del regno di Napoli e della Sicilia, negli stati Pontifici, ed in varie altre parti ancora dell'Italia, della Germania, della Francia, del Belgio, della Svizzera, in Lisbona, in Cincinnati negli stati uniti di America, ed in varii altri luoghi, contandosene ora 50 Collegi in circa (Rispoli vita sul fine).
Era da ogni parte invitato a dare Esercizi e Missioni, ed era solito in tal circostanza di viaggiare cavalcando un vil giumento. Le sue prediche producevano innumerevoli conversioni, gli attiravano sempre un gran concorso mercè la fama della sua santità, ed erano accompagnate dai singhiozzi e dalle lagrime di chi l'udiva e bene spesso anche da prodigiosi avvenimenti.
Benchè bagnato di sudore e già molto stanco, alla predica faceva succedere l'assistenza al confessionale. I penitenti s'affollavano a centinaia per confessarsi, nè mai si ricusava ad alcuno in qualunque ora benchè importuna, ancorchè abbisognasse di nutrimento e di riposo; e non solo non dava mai alcun segno di noia, ma anzi accoglieva sempre tutti con aria ilare e graziosa.
Tutte le ore libere dal suo ministero erano da lui impiegate a rispondere a chi lo consultava, a scrivere lettere di direzione e a comporre libri; avendo fatto voto di non perder mai un momento di tempo come si dirà altrove.
Consacrava più ore ogni giorno alla meditazione, ed era il suo spirito così penetrato dalla presenza di Dio che per rispetto dell'adorabile divina maestà camminava sempre come in atto di adorazione anche per le strade, col capo scoperto, eziandio in tempi estivi, freddi e piovosi, appena riparandosi la testa con un fazzoletto, come depose un suo Confessore (Atti vol. 1. sum. p. 198. § 209.) talmente che si può dire, che vivesse d'orazione e che esercitasse il ministero apostolico a guisa degli spiriti angelici, col cuore continuamente unito con Dio, ed infiammato del divino amore, come scorgeasi dalle frequenti, ed infocate aspirazioni e dal continuo suo parlar di Dio con tanto calore che penetrava chiunque lo udiva.
L'ordinario suo cibo era una semplice minestra d'erbaggi che condiva con aloe, mirra, ed assenzio; talmente che nè i poveri, nè i gatti volevano mangiarne gli avanzi (Atti vol. 1. summ. 285. § 8.), tanto erano amari; vi aggiungeva soltanto qualche frutto; nè mai si cibò di carni, o di pesci. In tutti i sabbati s'asteneva anco dalla refezione della sera e il più delle volte digiunava in pane, ed acqua.
Cingevasi i lombi di cilici, le braccia di catenelle ed i femori di cosciali e calzoni di ferro armati di acutissime punte; usava ancora fascie e giubbe di crini di cavallo e simili stromenti di penitenza.
Ogni giorno aspramente si flagellava fino all'effusione del sangue (ciò che continuò finchè gli fu proibito nella sua ultima vecchiaja), usando un pennello con calce per togliere dalle pareti gli spruzzi di sangue. Giunse una volta a flagellarsi così violentemente per vincere una tentazione di vanagloria all'occasione d'una visita, che ebbe del Cardinale Orsini (Atti vol. 2. Resp. ad animadv. p. 54.), che si offese un nervo d'una coscia, per cui dovette andar lungo tempo zoppicando.
Non concesse al sonno mai più di 5 ore e lo prendeva sopra un saccone duro come un sasso, nascondendovi oltre di ciò delle pietre; nell'inverno mai si accostava al fuoco (Vita Amici c. 8.) e quando voleva scrivere si serviva d'un ferro caldo, per riscaldarsi le mani intirizzite.

4. Fatto Vescovo sebbene con grave suo rammarico nel 1762, cedette al suo Vicario Generale l'appartamento vescovile e riservò per se alcune piccole stanze nell'episcopio.
Disadorne erano le pareti delle medesime, addobbate solo con divote immagini di carta; e nella sua angusta camera non v'erano che poche sedie di paglia, un letticciuolo, una scanzia di libri, ed un rozzo tavolino da scrivere; ed occorrendogli di ricevere qualche ospite, domandava ad imprestito un letto. Le sue vesti violacee erano tutte di lana, sempre l'istesse e ricucite; le sue fibbie eran di ferro rugginoso; la sua croce pettorale era d'ottone, dacchè vendette l'altra d'argento per soccorrere i poveri.
Tutta la sua corte consisteva in un Vicario Generale, un Sacerdote che gli serviva da Cappellano, da Segretario e da Prefetto nelle cose domestiche, un laico della sua Congregazione, ed un servo (Atti vol. 2. Vita gr. t. 2 . 1. 3. c. 71. 72.).
Il vitto era l'istesso come si disse di sopra; al più facea imbandire alcune vivande, ma ordinarie, quando v'erano ospiti, e per loro soli.
La sua vita era egualmente austera e penitente come per l'innanzi, e la notte, tempo per gli altri di riposo, era per lui tempo di meditare e di flagellarsi a sangue.
Ardeva di zelo particolare per la disciplina ecclesiastica, esigendo con somma sollecitudine dagli Ecclesiastici fondo di pietà e di buona dottrina, provvedendo i migliori professori per lo studio. La sua cura speciale era il Seminario. Teneva in soggezione i maestri, in subordinazione ed emulazione gli alunni e invigilava severamente su i libri, attentissimo sempre a procurar i buoni e allontanar i cattivi, e rigorosissimo era in tutti gli esami per accertarsi della dottrina, integrità e prudenza degli esaminandi. Stabili ancora conferenze di casi morali, ed esercitazioni per dar missioni ed esercizii, incoraggiando colla sua presenza tutti que' che v'intervenivano. (Atti vol. 2. init. n . 85.).
Fondò monasteri e luoghi di ritiro per le pericolanti.
Procurava Parrochi dotti e santi nelle cure; s'informava minutamente da per tutto dei costumi. Le anime eran numerate e le conosceva quasi tutte; Era indefesso ad estirpar gli scandali ovunque e senza requie finchè gli era riuscito di toglierli. Predicava ogni festa e le feste erano osservate.
Riguardo alla visita della Diocesi, nè intemperie, né distanza, nè altre difficoltà lo impedivano dal farla ogni anno. Visitava fino le cappelle rurali nel più erto de' monti, sempre attento ad esaminar i costumi che ivi regnavano.
Nelle sue visite della diocesi cavalcava un somaro; sempre predicava, istruiva i fanciulli, visitava gli ammalati (Vita suddetta c. 17. 18.) e poteva dirsi che era una mission continua.
Le due gemme che più risplendettero sulla sua mitra,  furono lo zelo della salute delle anime, di cui già si parlò e l'amore sviscerato verso i poveri. Quanto a questi, consta dai processi che a tutte le ore voleva la casa aperta per somministrar loro danaro, alimento e vesti; e per istrada ne era assediato, tutti soccorrendo di propria mano, o per mano altrui (Atti vol. 2. n. 119.). Teneva una lista delle famiglie povere vergognose, ed ogni mese segretamente somministrava loro soccorsi; facevasi inoltre per lo stesso fine mandare una tabella delle medesime dai Parrochi. Certe volte pattuiva fin coi creditori dei poveri di soddisfare egli stesso, poco per volta; (n. 121.) né lasciava di soccorrere due volte la settimana i carcerati; pagava i loro debiti e sosteneva le loro famiglie (n. 127.). Dotava donzelle, manteneva agli studi i poveri chierici, nè lasciava di provvedere i Sacerdoti bisognosi, inabili al Ministero, o infermi. ( n. 121).
Nella carestia del 1764 vendette la sua vecchia carrozza, le mule dategli dal fratello, la croce pettorale, due anelli episcopali, uno de' quali ben prezioso statogli regalato da personaggio insigne e tutta la suppellettile della casa, per darne il prezzo ai poveri; e in tutto quel tempo visse con poco pane e brodo; prescrivendo anche frugalità maggiore del solito sulla mensa comune dei famigliari; (n. 122.) nè poteva contenersi dalle lagrime, quando non aveva più di che soccorrerli. Esortava tutti a far limosina, riprendendo chi la trascurava; le sue limosinė eran divenute celebri per tutto il regno e faceva stupore come potesse sovvenire a tante necessità.
Aveva somma cura degli ammalati, li visitava, consolava e soccorreva, facendo lo stesso nelle ville, quando vi andava (n. 129.); ad ogni ora riceveva, benignamente ascoltava e consolava tutti o poveri, o ricchi (n.127.). In somma tutta santificò la sua Diocesi colla voce, coi libri, colle sue elemosine e colle sue virtù.

5. Dopo la rinunzia del Vescovato fatta nel 1775 senza domandar alcuna pensione, consegnò ai deputati degli spogli il suo domestico arredo e si vide partire con una semplice sporta che conteneva una lucerna d'ottone,  un fornello, ed una cioccolatiera di latta assieme al suo letticciuolo sopra d'un giumento (Atti vol, 2. Compend. Vita n. 154.).
D'allora in poi, invece di riposarsi tuttochè di 80 anni, estenuato dalle fatiche, dallo studio, dalle assidue penitenze, dalle malattie, dagli anni, per cui era divenuto curvo colla testa cadente fino al petto, oltre l'indefessa applicazione di notte e di giorno, a comporre e pubblicare nuovi libri di religione, continuò ad attendere alla predicazione, sebben sembrasse un animato cadavere; né rallentò dal consueto tenor di vita austera e penitente, finchè decadute affatto le forze, ormai nonagenario, divenne ancora sordo al segno di doversegli parlar con un cornetto, quasi cieco, tormentato da una racchitide che inabile lo rendeva al moto, ed inchiodato sopra una carriuola, ernioso e soggetto perciò a dolori indicibili, talora con febbre acuta, dissenteria, ed iscuria e tormentato da scrupoli, senza che mai si lamentasse di tanti mali ( Atti vol. 2. n. 166. ivi Expos. Virt. n. 275.); e non potendo più uscire di camera passava fin le 8 ed anche le 10 ore adorando il Santissimo Sagramento come se l'avesse presente, nè se ne dipartiva che per forza ( Atti vol. 2. n. 180.) tanto era l'ardore dell'amor di Dio che provava che ad esempio di san Filippo Neri non poteva regger indosso leggieri panni (ivi n . 163.). Restò in seguito inchiodato sul meschino suo letto, ma sempre occupato di Dio e ben sovente in estasi.

6. Ma per formarsi sempre più una giusta idea della sua santità giova l'osservare dagli atti della sua causa che Monsig. Alfonso non solo conservò fino alla morte l'innocenza battesimale, ma che non commise mai in vita sua alcun peccato veniale pienamente deliberato (Atti v. 1. Summ. n. 17.).” […]

Salvatore Fioretto 

La redazione di Piscinolablog, per l'occasione della festività di S. Alfonso, formula gli auguri a tutti i cittadini di Marianella, Pagani e dell'VIII Municipalità di Napoli, nonchè a tutti i lettori che portano il nome di Alfonso. Auguri a tutti e buona festa!