venerdì 1 maggio 2026

Quella processione delle statue d'argento a maggio... dal libro "Il paese di cuccagna" di Matilde Serao...


L'Imbusto di S. Gennaro, ornato dei gioielli del "Tesoro", 
come veniva portato in processione in passato, a maggio
La scrittrice e giornalista Matilde Serao ha dedicato diversi racconti agli eventi della tradizione e ai personaggi della Napoli popolare di fine Ottocento. Questo che riportiamo è il racconto tratto dal libro "Il paese di Cuccagna", che descrive la processione di San Gennaro che si tiene ogni anno nel primo sabato di maggio e si sviluppa attraverso le stradine del centro antico di Napoli: dalla Cattedrale fino alla basilica di Santa Chiara.

 

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"[...] Più rigoglioso, in quell'anno, sorgeva l'affetto del popolo per san Gennaro, come se un novello impeto di fede avesse ingagliardito le buone anime popolane: a una certa ora la circolazione delle carrozze fu impedita, per Forcella e per i Tribunali: e tutti coloro che in quel giorno partivano da Napoli o vi arrivavano, per andare dalla stazione alla città, o dalla città alla stazione, dovevano fare un lungo giro, per la via Marina, o per la via di Foria. Al passeggiero distratto che domandava la ragione dell'interminabile cammino, il cocchiere rispondeva: San Gennaro, e si toccava il cappello con la frusta, per salutare il patrono. E cercava di affrettare il passo del suo cavallo, non per zelo , ma per andarsene anche lui, il cocchiere, dopo aver messa la carrozzella in un portone, o dopo essersi fermato con essa, in un cantone di via, a veder passare il glorioso Sangue di San Gennaro. 

Processione di San Gennaro di maggio (del mattino), anno 1953
 Archivio Fotografico Carbone

E se tutte le vie piccole erano fitte di gente, se tutti i balconi sontuosi e i balconcini poverelli delle grandi case patrizie e delle misere case che sorgevano loro accanto, erano gremite di persone, nell'ampia via del Duomo lo spettacolo della folla era imponente. La grande strada che unisce la collina al mare, che va con una discesa troppo ripida, da via Foria alla Marina, e che è stato il primo taglio chirurgico attraverso la vecchia Napoli, taglio energico mal fatto, un po' brutale, un po' ridicolo come architettura, ma certamente salutare, la gran via del Duomo che è la Toledo dell'antica Napoli, aveva la maestà delle grandi giornate napoletane, in cui la fiumana popolare fa paura anche ai fieri misuratori della folla. Vi era gente sino ai Gerolomini e sino al Pendino, in sotto e in sopra, e nei due portici che sono a destra e a sinistra del Duomo, e sull'ampia scalinata, e sui lampioni del gas, e infine sulla impalcatura che da anni e anni copre la facciata della cattedrale, per le rifazioni, vi era gente, stretta, pigiata, soffocando all'aria aperta, gente attaccata a un fusto di ferro, a un trave, reggendosi in bilico, miracolosamente, sopra una tavola di legno malferma. Ogni tanto, una madre, tra la folla, levava in aria un bimbo per farlo respirare più liberamente, e il bimbo agitava le gambine e le braccia, giocondamente, per quello slancio nell'aria dolce di calendimaggio. Invano gli scaccini del Duomo tentavano di far largo, perchè la processione già era formata nella chiesa: la folla, un momento respinta, ritornava alla carica, con una spinta così forte, che andava a battere  contro la facciata della chiesa. A un tratto da sotto l'arco nero della grande porta spalancata dove qualche cero, in fondo brillava, si udi un salmodiare grave grave, e la testa della processione apparve fra il gran silenzio e la immobilità della folla. 

Processione di San Gennaro di maggio (del mattino), anno 1953
 Archivio Fotografico Carbone
Lentissimamente, con un moto quasi impercettibile procedevano in avanti gli ordini religiosi napoletani. Monaci bianchi, e neri, e marrone, monaci scalzi o con gli zoccoli, col  cappuccio o con lo zucchetto, che cantavano le laudi del Divo Gennaro, con gli occhi vaganti, coi cerei inclinati, la cui tenue fiammella non si vedeva, divorata dalla grande luce pomeridiana e che un monelletto scortava, per raccogliere in una carta le grosse goccie di cera che cadevano dai cerei: domenicani, benedettini, francescani, verginisti, missionarii, gesuiti, monaci e preti, in due file, trascorrenti portati fra la folla, non guardandola, fissando un punto lontano dell'orizzonte, fissando la terra: e tutte le bocche erano schiuse al canto, alla salmodia latina, schiuse con una linea severa, grave, come il canto che ne usciva e che ondeggiava, con severe intonazioni, sulla testa della folla: e involontariamente, mentre gli ordini religiosi scendevano con un moto impercettibile verso Forcella, nella folla i devoti che conoscevano le preghiere latine dedicate al Divo Januario, si univano al canto grave delle corporazioni religiose, e un'altra larga parte della folla, eccitata dall'aria, dalla luce, dal canto altrui, schiudeva la bocca a intonare anch'essa una salmodia senza parole, in preda a un principio di mistica tenerezza, e dal basso di via del Duomo, la processione e la folla che si avanzavano insieme, erano un seguito di bocche aperte, mille bocche, duemila bocche che cantavano gravemente e il cui gran rumore si perdeva nell'ampio cielo. Ma quelli che procedevano verso Forcella, non lasciavano via del Duomo libera, poichè il loro posto era preso da nuovi accorrenti, che  pingevano avanti gli altri, e a un tratto, passata la sfilata dei parroci della città, passati i canonici dell'antica chiesa di San Giovanni Maggiore, vi fa come un lieto tumulto fra il popolo, un movimento immenso di attenzione e di soddisfazione.
Era la lentissima sfilata dei santi che fanno compagnia e onore a san Gennaro, nella sua cappella quarantasei santi di argento, la statua intiera, o il busto, o la metà del corpo. Questi santi stavano alzati sopra certe barelle, portate da quattro facchini, sulle spalle; e fra la gente, i facchini scomparivano, tanto che parea il santo andasse miracolosamente da solo, sopra le teste delle persone, tutto scintillante. Lentissimamente, dico, poichè la folla era così folta, così soffocante che ogni tanto queste statue si fermavano, immobilizzate, mentre la gente le guardava con gli occhi inteneriti; ed anche lentissimamente, perchè la devozione dei napoletani si vuol pascolare a lungo, nella vista dei suoi speciali protettori , che tutto l'anno sono chiusi nel Tesoro e solo in quel giorno escono a benedire la povera gente.
A ogni santo che appariva, sotto la volta nera della
gran porta e penetrava fra la gente, per andarsene anch'esso, verso Forcella, alla chiesa di Santa Chiara, era uno scoppio di clamore, fra la gente. Il primo era l'altro patrono di Napoli, quello che viene subito dopo san Gennaro, nella protezione della città, sant'Antonio, che porta un bastone con un campanello risuonante, in cima, e accanto gli si vede la testina d'argento dell'animale che egli amò. Quel campanello ondeggiava, a ogni ondeggiamento del santo, sulla testa delle persone e squillava, squillava, allegramente, mettendo una gaiezza fra la gente che gridava: Sant' Antuono, sant'Antuono!
Commossa, quasi singhiozzante, Carmela la sigaraia si raccomandava a sant' Antonio; anche lui, il santo, si era innamorato di una brutta bestia, come lei, che amava quel cuore ingrato di Raffaele detto Farfariello, e respinta fin dentro la bottega dell'ufficio telegrafico di via Duomo, ella con la faccia stravolta dove erano impresse, sempre più, le durezze e le privazioni della sua vita, ella guardava la scintillante faccia d'argento del santo che aveva resistito a tutte le tentazioni, e lo scongiurava di toglierle quell'amore dal cuore, di toglierle la tentazione dell'amore, che in lei raddoppiava i morsi della miseria.
Foto della processione dell'Archivio Fotog. Troncone

- Sant'Antuono, sant'Antuono, - gridava la folla, al santo che si allontanava.
Sant'Antuono, liberatemi, singhiozzava Carmela, nella strada, senza accorgersi di quel grido o di quel singhiozzo che tutti i vicini udivano.
Ma in Napoli, in chiesa o nelle vie, si prega ad alta voce. Adesso era comparso, snello, alto in una posa sfolgorante di vittoria con la corazza fulgida che ne stringe il corpo giovanile, con l'elmo sulla testa bella e lieta di trionfo, con il piede che scaccia il dragone con la lancia impugnata a ucciderlo, era apparso l'arcangelo Michele, il guerriero invitto, l'arcangelo Michele che appariva circonfuso di una luce mistica e guerresca, da eroe e da santo. E nel vederlo apparire, cosi leggiadro e spirante trionfo, con il diavolo che gli si torce inanemente sotto il piede, l'entusiasmo dei devoti si complicò di una forma artistica: san Michele fu chiamato da migliaia di voci.
Addossato a una colonna del porticato, a destra del
Duomo, il marchese di Formosa aveva cavato il cappello e salutato profondamente l'apparire del folgorante arcangelo Michele, a cui era devoto, tanto nel suo carattere violento e avido di lotta, piaceva quel miscuglio di cherubino e di cavaliere: e mentre il bello e splendido santo si avanzava, si avanzava, calpestando il dragone, eternamente vittorioso, il vecchio marchese pregava fra sè, fervidamente, appassionatamente, perchè gli fosse dato di vincere il dragone che gli si avventava ogni di contro, sotto la forma della miseria, dell'onta, e della morte; pregava il grande Michele, il debellatore del diavolo, di prestargli la sua santa lancia per uccidere il mostro che minacciava di vincerlo. San Michele scendeva anche lui, per via del Duomo, dalla collina al mare, ed era cosi bello, così fiammeggiante di gloria nella luce pomeridiana, che le tre sillabe del suo nome si ripetevano, continuamente, da su in giù, come il fuoco che divora la lunghezza di una miccia:
Michele, Michele, Michele!
Ma una gran diversione la fece san Rocco, il salvatore degli appestati, il protettore del popolo contro tutte le epidemie: san Rocco è vestito da pellegrino, porta il mantello con la cappa, il bordone, e sollevando la sua tonaca, mostra un ginocchio nudo, dove è scolpita una piaga, immagine della peste: e dietro di lui viene un cane, un piccolo cane fedele, così fedele, che per indicare due indivisibili si dice, nel popolo: santo Rocco e il cane. E quest'amicizia così forte, e la figura un po' curiosa del santarello, col suo mantelletto e il suo canino dietro, tutta questa storia familiare, provocó una certa ilarità tenera, che si comunicò da una persona all'altra, tra la folla: santo Rocco pareva un buon amico di tutta quella gente, un caro amico indulgente con cui fosse permesso scherzare, poichè egli è incapace di andare in collera:
Processione di San Gennaro si maggio (del mattino), anno 1953
 Archivio Fotografico Carbone

Hai freddo al ginocchio, santo Rò ?
Tè, tè, canuccio !
Prestami questo soprabito, santo Rò !
Ma i veri devoti, scandolezzati, imponevano silenzio. Era comparsa, vacillante sulle teste dei facchini che la portavano, la bellissima santa che fu peccatrice, Maria Maddalena penitente, coi bei capelli, che le piovevano sul collo e gli occhi irrorati di lacrime metallizzate; dietro di lei, per un bizzarro ravvicinamento, veniva la statua dell'altra santa che era stata una peccatrice, Maria Egiziaca, divorata, consunta da una passione non meno ardente della passione di Maddalena: una specie di sorda convulsione agitò tutti quelli che vedevano passare in mezzo a loro le due statue; una sorda convulsione, che non ebbe scoppio. Sull'amplissimo ultimo scalino della gradinata, sotto l'impalcatura di legno che copre la facciata del Duomo, Filomena, la infelice sorella di Carmela la sigaraia, Filomena con la gonna di lanetta azzurra, la baschina di seta bigia e con un nastro rosso al collo, coi capelli stirati sul vertice del capo, con le guancie cariche di rossetto, senz'udire le parole insinuanti, insolenti di coloro che la circondavano, si rialzava sulle spalle lo sciallo di crespo nero, ricamato di rosa e di violetto, e pregava, pregava le due sante, peccatrici come lei, ma sante, che nel nome di san Gennaro benedetto le facessero la grazia di levarla da quella infame esistenza, e avrebbe offerto loro, a Maria Maddalena e a Maria Egiziaca, un cuore di argento massiccio. Ma una grande fluttuazione vi fu, fra le donne che erano nella folla, sui balconi, nei portoni, sulle terrazze. Dopo san Giuseppe e dopo sant'Andrea Avellino, ambedue protettori della buona morte e quindi carissimi agli immaginosi napoletani che hanno la più grande paura della morte; dopo sant'Alfonso de' Liguori che venne dolcemente é familiarmente chiamato cuollo storto, perchè ha la testa inclinata sopra una spalla; dopo san Vincenzo Ferreri che porta la fiamma dello Spirito Santo sulla testa e ha il libro della Legge aperto fra le mani; dopo che tutti questi santi popolarissimi erano passati fra le esclamazioni, i gridi, i sorrisi, le tenere invettive, un bel santo, cosi lucido che pareva allora allora uscito dalle mani del cesellatore, con la faccia rotonda e bonaria, con le mani schiuse e abbassate quasi a lasciar piovere grazie, era comparso, uscendo dal Duomo. 
La processione di maggio in una stampa ottocentesca
Era san Pasquale Baylon, il santo protettore delle ragazze, quelle cui esse fanno la novena per trovar marito, san Pasquale che manda il marito alle fanciulle, un santo accomodante e giocondo: e tutte le zitelle ne conoscono l'effigie, tutte lo riconobbero, quando egli apparve. E da un balcone dove era un'insegna di sarta, madama Juliano, dove stavano Antonietta, la bionda sartina, con la sua amica Nannina, dalle mani della bionda Antonietta cadde, lentamente roteando, una rosa sul braccio di san Pasquale e tutte sentendo l'omaggio, il desiderio, in quell'atto, dai balconi, dalla via, una gran quantità di rose e di garofani furono lanciati a san Pasquale.
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come voi, tal quale, o beato san Pasquale, - pregavano le ragazze, alludendo al marito.
Ora la processione si affrettava un poco; i santi passavano più presto, poichè l'impazienza della folla innanzi alla Cattedrale e per tutta la via del Duomo era diventata enorme. Correvano grandi brividi fra la la gente: tutto quello sfolgorio di aureole di argento, di faccie di argento, di mani di argento, tutto quel passaggio singolare sulle teste delle persone, e quell'allontanarsi laggiù, laggiù, verso Forcella, e le continue nuove apparizioni argentee, nel grande vano nero della porta della cattedrale, avevano creata una emozione nervosa anche negli spettatori tranquilli.

[...] 
Ma un clamore salutò san Biagio, un altro vescovo
napoletano, che nella statua è effigiato in atto di benedire il popolo. Per due o tre anni la difterite e l'angina avevano terrorizzato il cuore delle madri napoletane, massimamente il cuore delle donne del popolo: e san Biagio è appunto il patrono dei mali di gola. Quando egli apparve, il santo di argento, nella via, fra il clamore, vi fu un sollevamento di bimbi sulle braccia delle madri, dei padri, un tendere i piccoli figli a san Biagio, perchè il santo vescovo li benedicesse e li liberasse dall'orribile flagello, che butta alla morte tanti bimbi innocenti
-San Biase, san Biase! 
strillavano le madri, tenendo in alto i figli, convulse, singhiozzanti.
Anche Annarella, la sorella di Carmela la sigaraia e di Filomena l'infelice, aveva levato su i due figliuoli che le restavano: il più piccolo, dopo aver lungamente languito, era morto. Ah non l'avrebbe più aspettata sulla porta del suo basso, seduto sullo scalino, mangiando un pezzo di pane, il povero piccolo Peppiniello, che pazientemente attendeva il ritorno di sua madre dal servizio, la povera piccola creatura innocente! Non più, non più: Peppiniello era morto. Era morto di miseria, in un basso umido e puzzolente, mangiando male e scarsamente, dormendo coperto dai suoi vestitucci, attaccato a sua madre, per aver caldo: morto, morto, il piccolo fiore di sua madre, di miseria, morto per quella terribile bonafficiata, per quel terribile Lotto che perdeva Gaetano, il tagliatore di guanti, sino a fargli rubare il pane dei figli. Ah mai più si sarebbe consolata, Annarella, di quella morte! 
I due figliuoli che le restavano erano saggi, e buoni, e forti, ma non erano il suo piccolo fiore biondo e tenue; essi l'avevano trascinata a veder san Gennaro e quando la misera ebbe visto in aria tanti piccolini, levò anche i suoi, piangendo, singhiozzando, pensando che il suo caro fiore non era stato salvato nè da san Biase nè da san Gennaro, nè da tutti i santi insieme del paradiso. Ma come l'ora si avanzava, l'emozione della gente cresceva, cresceva: ognuno era in preda a una emozione che si rinforzava dal minuto che trascorreva, che si raddoppiava dalla emozione del vicino.

Antica foto di S. Gennaro sull'altare della Cappella del Tesoro
Agli occhi esaltati delle fanciulle, delle madri, dei poveri, degli infelici, degli sventurati colpevoli, di tutti quei bisognosi di soccorso, di soccorso morale e materiale, quella apparizione di santi diventava fantastica: li vedean passare in una visione luminosa, dove l'argento dell'aureola, della faccia, della persona, dava riflessi abbaglianti, dove il nome finiva per sparire e rimaneva tutta la lunga processione di quelle beate immagini. La folla, oramai, confusa, stordita, fremente di mistica impazienza, non riconosceva più il gruppo degli antichissimi santi del primo tempo di Napoli, sant'Aspreno, san Severo, sant'Eusebio, sant'Agrippino e sant'Attanasio, santi vecchissimi, un po' oscuri, un po' ignoti: rumoreggiò come tuono, quando apparvero le statue dei cinque Franceschi che vegliano intorno a san Gennaro, nel Succorpo: san Francesco di Assisi, di Paola, di Geronimo, Caracciolo, Borgia; urlò nuovamente quando apparve sant'Anna, la madre della Madonna, a cui, dice il popolo, nessuna grazia è negata, mai: nessuno si occupò molto di san Domenico, l'inventore del rosario, poichè nessuno nella storditezza di quell'ora pomeridiana, riconobbe il fiero monaco spagnuolo, salvo il fosco impiegato dell'Intendenza, don Domenico Mayer, che era stato respinto contro una muraglia dalla folla, e che teneva il cappello a cilindro abbassato sugli occhi, le braccia conserte in atto fiero e tetro sul soprabitone nero, e una dolorosa smorfia di scetticismo gli piegava le labbra. 
I santi passavano, passavano, sboccando dalla gran volta nera del Duomo, avviandosi verso Forcella, un po' più presto, adesso, e la folla si agitava a destra e a sinistra, quasi volesse liberarsi dall'incubo di quella attesa. La processione dei santi era li li per finire, durando da quasi un'ora per la lentezza dell'incesso, finiva con san Gaetano Thiene, con l'angelico san Filippo Neri, con i santi dottori Tommaso e Agostino, finiva con santa Irene, con santa Maria Maddalena de' Pazzi, con la grande santa Teresa, in estasi, tutta ardore, tutta passione, la magnifica santa di Avila, che morì in una combustione di amor divino. Quando i santi cessarono la loro sfilata e i primi canonici della cattedrale comparvero, vi fu un immenso movimento nella gente che aspettava. 

Tutti tendevano il capo per veder meglio, per non perdere una linea dello spettacolo religioso, e l'attenzione era anche indomabile commozione. Finirono anche i canonici e finalmente sotto il grande pallio di broccato gallonato, frangiato di oro, pallido, con il volto raggiante di una espressione profonda di pietà, con le labbra che mormoravano una preghiera, apparve il supremo Pastore della chiesa napoletana. 
Otto gentiluomini tenevano alti i bastoni del pallio; otto chierichetti, intorno, agitavano i turiboli fumanti d'incenso: e l'arcivescovo, che era un principe della Chiesa, un cardinale, camminava solo sotto il baldacchino, lentamente, con gli occhi fissi sulle proprie mani congiunte: e da tutte le genti che affollavano le vie, i portici, i balconi, le finestre e le terrazze, da tutte le donne che piangevano, tendendo le braccia, da tutti gli uomini che pregavano, da tutti i bambini che balbettavano il nome di san Gennaro, non al pallio, non ai paramenti d'oro, non alla mitria gemmata, si guardava: ma si guardava alle ceree mani congiunte dell'arcivescovo, si guardava teneramente, entusiasticamente, piangendo, gridando, chiedendo grazia, chiedendo pietà, magnetizzando ciò che l'arcivescovo stringeva fra le mani tremanti di sacro rispetto. Lì, lì, tutti gli sguardi, tutti i sospiri, tutte le invocazioni. Il cardinale arcivescovo di Napoli teneva fra le mani le ampolline, dove era conservato il Prezioso Sangue." [...]

Le foto riportate in questo post appartengono agli archivi fotografici che sono stati citati nelle didascalie. In alcune di esse si specifica che la processione è del "mattino", in quanto fino alla fine degli anni '60 si solevano eseguire due processioni: al mattino col solo imbusto di san Gennaro, che ornato con pallio, era portato nella basilica di Santa Chiara; nel pomeriggio, invece, si eseguiva la processione più grande, con le statue dei santi compatroni in argento e interveniva l'Arcivescovo, che portava la teca con le ampolline del sangue di San Gennaro. Anche la seconda processione era diretta a Santa Chiara. Questa distinzione nel fare due processioni separate nello stesso giorno aveva una motivazione precisa, in quanto si soleva riprodurre l'evento della prima "liquefazione del sangue", che, secondo la tradizione, avvenne ad Antignano intorno al V secolo, nel momento del passaggio del corteo dei chierici che trasportavano le ossa del Santo diretti alle catacombe di Capodimonte, allorquando una pia donna offrì le ampolline del sangue e in tale "incontro" avvenne il primo prodigio. Nei secoli passati, prima della basilica di Santa Chiara (maggio 1800), la ricorrenza della Traslazione delle Reliquie di S. Gennaro si celebrava portando al mattino l'imbusto del Santo in una chiesa cosiddetta "Maggiore" o in una "Piazza" dei Sedili della Città; nel pomeriggio, quando poi si portava nel medesimo posto la reliquia del sangue, si soleva verificare l'avvenuto ripetersi del prodigio della liquefazione, proprio all'"incontro" delle due reliquie.

Salvatore Fioretto 

Il testo pubblicato è stato tratto da:  "Il paese di cuccagna - Romanzo napoletano", di Matilde Serao, III edizione - Edizione Fratelli Treves, 1891, Milano 

Processione di maggio del mattino in via Duomo, foto inizi '900

martedì 28 aprile 2026

La chiesa dell'Assunta di Miano descritta nella visita del Cardinale Spinelli, anno 1746

Il libro "Miano nella Campania Felice", scritto dal sacerdote Gabriele Monaco (ed. Laurenziana- Napoli, 1977), contiene molte informazioni storiche e architettoniche ed è il primo saggio che descrive le vicissitudini storiche dell'antico Casale di Miano, assieme a quello di Mianella. Nella prima parte del testo sono descritte tutte le "Sante Visite" condotte dagli arcivescovi di Napoli, che hanno interessato nei secoli l'antica chiesa parrocchiale di Miano, dedicata alla Madonna Assunta. Abbiamo scelto di riportare il paragrafo che descrive la Santa Visita eseguita dal cardinale Giuseppe Spinelli, nel mese di maggio del 1746, sia per la descrizione accurata del tempio parrocchiale, così come si presentava a quel tempo, e sia per la descrizione delle pratiche religiose che si eseguivano in quel contesto storico, che sono poi rapportate dallo scrittore al tempo nel quale il libro è scritto. Viene, ad esempio, utilizzato il termine "Andare alla dottrina" (nell'idioma "gghì 'a duttrina"), che vuole significare la consuetudine di frequentare il corso di catechismo da parte dei fanciulli: è questo un modo di dire particolare, che era ancora utilizzato nel nostro linguaggio corrente, fino ad almeno una trentina di anni fa...

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"Ancora oggi, due grandi iscrizioni ai lati del coro della nostra Cattedrale ricordano alcune delle tante benemerenze di questo nostro Pastore, che, nato a Napoli nel 1694, fu anch'egli un grande diplomatico e Nunzio Apostolico. Nel 1734 fu elevato alla sede Arcivescovile di Napoli, e l'anno seguente insignito della Porpora.
Fornito della conoscenza di ogni scienza, volle, come i suoi predecessori, dotti i suoi Sacerdoti; per la quale ragione nel pianterreno del palazzo arcivescovile eresse un Liceo, che è stato per secoli una vera fucina di sommi ingegni. Chi scrive ebbe ivi a suoi Maestri tre grandi: Mons. Michele Autore, letterato e filosofo; Mons. Giovan Battista Alfano, vulcanologo di fama universale, Mons. Domenico Mallardo, ellenista ed archeologo, tutti onore del  Capitolo Metropolitano.
Ai tempi dello Spinelli Napoli era fiera di annoverare nelle file del suo Clero Alessio Simmaco Mazzocchi (nato in S. M. di Capua nel 1684) salutato da Carlo Le Beau, segretario dell'Accademia di Parigi "totius Europae litterariae miraculum: miracolo, meraviglia di tutta l'Europa letteraria"!
Fatta rinunzia dell'Arcivescovado di Napoli nel 1754, lo Spinelli si ritirò a Roma ove ebbe vari incarichi dai Pontefici, fino ad essere Decano del Sacro Collegio. Morì nel 1763 in Roma.
La Santa Visita fu fatta il dì 8 maggio 1746 personalmente dal cardinale, che era partito di buon mattino da Piscinola ove si trovava. Dopo le solite cerimonie liturgiche per l'accoglienza, come prescritto dal Rituale, l'Eminentissimo passò alla ispezione del tabernacolo, del fonte battesimale, ecc. Gli oli santi erano conservati al lato del Vangelo dell'altare maggiore, in un loculo rivestito di tavole di legno, e ricoperto di tela di seta, all'esterno v'era una cornice di marmo, con porticina di legno, munita di serratura e chiave. La sagrestia era ritenuta angusta piuttosto che spaziosa, lunga palmi ventuno, larga tredici. L'altare maggiore è sempre di legno dipinto e indorato, coi gradini, superiori e inferiori, di fabbrica, sul quale si vede la statua di legno dipinto, raffigurante l'Assunta.
Il pulpito è di legno elegantemente lavorato. Si ripete che alla fine del secolo XVII la chiesa era quasi cadente e diruta; per questa ragione fu restaurata nel 1697 la vecchia fabbrica. Essa consta di un'unica navata, lunga palmi novantasei e larga quarantasette. Nel 1732, a cura e per diligenza del R. D. Pietro Bruno, uno dei Maestri della chiesa, furono costruite due grandi cappelle. In seguito, con comuni elemosine furono costruite, dal lato del Vangelo, due pareti ancora rustiche. Il pavimento è in calce e lapilli. Archi sostenuti da pilastri danno alla chiesa una bella volta. 
Non vi è alcuna servitù, stillicidio o prospetto. Interessante, allo scopo di conoscere quello che potrebbe chiamarsi termometro della vita spirituale del popolo, apprendere che il Parroco, benchè aiutato da altri Sacerdoti, e Chierici, esercita per sè la cura delle anime; tutti i giorni feriali, o lui od un altro détta la meditazione al popolo la mattina, molto presto, mentre ogni sera fa col popolo per un quarto d'ora l'adorazione del SS. Sacramento.
Ed i soliti "scopritori" vanno cianciando che si è dovuto aspettare il Vaticano II, per "introdurre" la pia usanza di una "meditazione" davanti al Sacramento dell'Eucarestia, prima che venga impartita la benedizione! E non era, quello di cui stiamo trattando il tempo in cui viveva quel vero maestro di devozione all'Eucarestia che risponde al nome di S. Alfonso, nato a quattro passi da Miano? Quanto è degno di compassione (il minimo) chi vuol sedere a scranna, senza dare uno sguardo al passato disprezzato! Ogni domenica il Parroco, oltre il discorso al popolo, faceva il catechismo ai fanciulli d'ambo i sessi, e non tralasciava mai di leggere e spiegare al popolo gli editti del Cardinale Arcivescovo. V'è la tabella delle Messe perpetue della Parrocchia, accuratamente rivista e riformata "secondo le intenzioni dei pii disponenti" dallo Spinelli nella S. Visita. Si aggiunge che il campanile, perchè aderente al muro della chiesa, gode dell'immunità ecclesiastica. 
I due cappelloni fabbricati ai lati nel 1732, per la loro grandezza equivalgono, dice il testo, l'antica navata, restaurata al tempo del Cantelmo (cardinale di Napoli n.d.r.) "e di tanto in tanto adornati e stuccati in quanto nave" (intende la navata della chiesa - n.d.r.). Oltre l'altare maggiore, sono altri quattro altari di marmo fatti, dice il Parroco "a mie spese".
Il presbiterio è largo palmi otto, lungo palmi quindici, il coro è largo palmi quindici.
Il campanile è alto palmi novanta. Una campana pesa due cantara, un'altra un cantaro e mezzo; v'è un orologio e nient'altro.
Non vi sono opere d'arte. La sagrestia è lunga palmi ventuno, larga tredici "fabbricata e stuccata a spese mie e della Parrocchia".
I sacerdoti fanno da coadiutori, senza alcun emolumento; al solo Parroco l'Università (L'"Università" era il governo del Casale di Miano - n.d.r.) dà ducati nove al mese, a causa delle decime. Riprendendo argomenti trattati avanti, il Parroco ci fa sapere che tutte le domeniche (eccettuato il tempo di Avvento e Quaresima) spiega al popolo i misteri e riti della S. Messa, e dice che si serve dell'opera del Paciuchelli sopra Giona profeta, delle opere del P. Rosignoli, gesuita, dell'Hortus Pastorum e della Tromba catechistica del P. Ardia, anch'egli gesuita. Per l'insegnamento della dottrina cristiana il Parroco ed i suoi Sacerdoti e Chierici si servono dell'inestimabile "libro che per ordine di V. E. è stato dato alla luce". E ciò, pur se non esistendo in Parrocchia alcuna Congregazione della dottrina cristiana. Oggi, da troppi pulpiti si predica che bisogna "riscoprire" la S. Messa!!!

Poveri padri nostri, i cui preclari meriti sono disprezzati, perchè ignorati! Bisogna pur dire, però, che nonostante sì fervorosa attività apostolica del nostro Clero, v'erano molti padri di famiglia che trascuravano il loro dovere di mandare i figli "alla dottrina" espressione usata fino ai nostri giorni.
Quando non ancora esisteva l'Azione Cattolica, come oggi la si concepisce, nella parrocchia di Miano erano non poche donne ben preparate. La benedizione delle case si faceva nella Settimana Santa".
Il un'altra pagina del libro, sempre riferendosi alla visita del card. Spinelli del 1746, si riporta che nella chiesa era presente l'organo che "aveva nove registri, rinnovato con le piccole entrate della Parrocchia e col contributo di tranta ducati da parte dell'Università. Era situato sulla porta della chiesa.  Vi era il pulpito e quattro confessionali di pioppo..." Si aggiunge la statua lignea della Madonna Assunta, circondata da quattro Evengelisti e un prezioso piviale di drappo fiorato con fondo di latte, donato dal cardinale Francesco Pignatelli. 

La chiesa oggi conserva nel suo interno, oltre alle opere descritte nel post, diverse altre opere d'arte, forse introdotte dopo la visita del Card. Spinelli, come il pregevole tabernacolo in marmo bianco scolpito, le statue di san Gaetano e la bella statua dell'Addolorata per la quale abbiamo già scritto un altro post. Dedicheremo alla storia di questa chiesa un successivo post approfondito. 

Salvatore Fioretto 

 

venerdì 17 aprile 2026

Le caratteristiche geomorfologiche del territorio e l'evoluzione della pianta urbana di Piscinola

Il post che pubblichiamo analizza la conformazione orografica e geologica del quartiere di Piscinola, anche se i caratteri descritti sono comuni a tutti i centri che appartengono all'Area Nord napoletana. Viene analizzato anche lo sviluppo urbano dell'abitato avvenuto nei secoli.

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"Il sottosuolo piscinolese presenta un substrato tufaceo-pozzolanico a struttura variabile, con rinvenimenti di lapilli, pozzolana e tufo, distribuiti in vari strati. 
Strati che si sono depositati durante le eruzioni vulcaniche, avvenute nel corso delle varie ere geologiche, principalmente nell’area puteolana e vesuviana.
Nel substrato piscinolese, a profondità variabile (a meno di un metro), è presente anche un solido strato di cenere molto compatto, di spessore di circa dieci centimetri, nel cui sedimento sono inglobati dei resti botanici ancora in fase di fossilizzazione, molto simili a delle felci.
La presenza di banchi tufacei, a profondità relativamente basse, ha permesso l’estrazione della pozzolana e soprattutto del tufo. E’ noto come questi materiali siano stati utilizzati fin dall’antichità per la costruzione degli edifici e, in particolare, come nel nostro territorio, per la realizzazione di cisterne e pozzi destinati alla conservazione dell’acqua piovana.
Quest’utilizzo del sottosuolo, così intensivo e diffuso, presenta tracce storiche anche nella nostra zona, come nella parte meridionale di Piscinola, dove si registra la presenza di una cava estrattiva di pozzolana e forse anche di tufo.
Considerata la particolare struttura orografica del territorio, si sono formati dei canali di scolo che nei secoli hanno permesso il defluire delle acque meteoriche provenienti dalle alture delle colline napoletane. Spesso, in coincidenza di eventi piovosi eccezionali, si formavano le cosiddette “lave”, ossia torrenti impetuosi, che trasportavano verso il territorio di Piscinola e verso altri territori adiacenti, ingenti quantità di fango e di altri sedimenti. 
Nell’anno 1877 si ebbe un evento piovoso così catastrofico al punto che molti Comuni a nord di Napoli, come quello di Giugliano, dovettero chiedere aiuto al Parlamento Italiano. 
L’acqua meteorica ha eroso nel corso dei secoli il territorio, realizzando dei veri e propri canali con sponde di terreno in rilevato, i cui letti sono poi diventati le strade attuali. 

Queste strade, proprio per la loro conformazione, sono indicate ancora oggi con il termine di “cupe”. Alcune delle primitive “cupe”, anche se sono state urbanizzate nel corso dell’ultimo secolo, conservano ancora alcune tracce orografiche originali ben identificabili, come: Via Vecchia Miano, Vico II V. Veneto (ora Via Giorgio Amendola), Via SS. Salvatore, Via V. Emanuele, Via Napoli e Via Madonna delle Grazie. 
In alcuni punti di Piscinola, come in Via Cupa Acquarola e l’attuale Via Zuccarini, l’acqua meteorica si raccoglieva formando pozzanghere e stagni, tanto che, oltre a essere utilizzata per irrigare i campi, veniva in parte convogliata per alimentare un lavatoio pubblico. Quest’opera idraulica fu realizzata in Via Cupa Acquarola nei primi anni del 1900 e comprendeva circa una quarantina di postazioni per lavare i panni.
Della presenza di questi acquitrini, spesso invasi da fitti canneti, si hanno notizie già a partire dal Medioevo; infatti nelle cronache dell’epoca si trovano citazioni ricorrenti sull’esistenza di numerosi canneti che erano presenti intorno ai villaggi di Piscinola, di Marano, di Mugnano e di Chiaiano.
A causa del significativo dislivello presentato dal suolo piscinolese, con direzione da sud verso nord, erano presenti e ben visibili, fino a pochi anni fa, diversi terrazzamenti che sicuramente furono realizzati dai primi abitanti per meglio sfruttare il territorio, in ragione della nascente agricoltura intensiva.
Per curare la manutenzione di questi terrazzamenti o “fratture” del suolo, si formò nel tempo, specialmente nei borghi di Piscinola, Chiaiano e Marianella, una nutrita schiera di ricercata manovalanza, costituita da operatori specializzati nel creare o manutenzionare le “separelle”, ossia i terrazzamenti. Questi operatori venivano chiamati “tappiatori”: termine derivato dalla parola “tappiafossati”, ossia la particolare sistemazione “a terrazze” dei pendii naturali, per consentire la coltivazione della vite. 
I tappiatori di Piscinola erano considerati i migliori esistenti in Campania, infatti nell’edizione del giornale “The Geographical Journal”, n.5 del nov. 1897, pubblicato dalla società ingleseThe Royal Geographical Society”, si legge: “These terraces for vines (tappiafossati) are made by tappiatori. The people of Piscinola are considered the best for the work […]” (Queste terrazze della vite (tappiafossati) sono fatte da tappiatori. La gente di Piscinola sono considerati i migliori per il lavoro.
La pianta urbana di Piscinola si è sviluppata nel corso dei secoli a partire dal nucleo storico centrale costituito dalla Chiesa del SS. Salvatore, a cui, nel XVIII secolo, fu aggiunta la chiesa dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento.
L’espansione urbana avvenuta dal XVIII secolo ha privilegiato la direttrice est-ovest del territorio: verso gli insediamenti di Via V. Emanuele e Via Plebiscito, ad ovest e verso quella di Via SS. Salvatore, Vico degli Operai e Via Vecchia Miano, a est". Si dice comunemente che la mappa di Piscinola si presenta "trilobata", descrivendo proprio questo schema a tre ripartizioni.

Salvatore Fioretto

Il contenuto di questo post è stato interamente tratto dal libro "Piscinola, la terra del Salvatore. Una terra, la sua gente, le sue tradizioni", ed. The Boopen, anno 2010, di S. Fioretto. 


 

domenica 12 aprile 2026

Sognando l'elettromotrice "E2" della Piedimonte d'Alife come sede di un piccolo museo... Proposta letta alla VIII Municipalità di Napoli, nel 2009

In questo post pubblico il discorso da me letto nel Consiglio della VIII Municipalità di Napoli (Piscinola, Marianella, Chiaiano, Scampia), nella seduta del 15 gennaio 2009, con la proposta di una musealizzazione dell’elettromotrice "E2" della ferrovia "Napoli Piedimonte d'Alife", nel piazzale della stazione Metrò di Piscinola, presentata dall'Associazione G.A.F.A. (Gruppo Amici della Ferrovia Alifana). 

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"Spettabile presidente, spettabili assessori e consiglieri della VIII Municipalità di Napoli, mi chiamo Salvatore Fioretto, sono di Piscinola e sono socio dell’associazione GAFA: Gruppo amici della Ferrovia Alifana.
Vi trasmetto, innanzitutto, i saluti ed i ringraziamenti del presidente e del segretario dell’Associazione, che per improcrastinabili impegni lavorativi, non sono presenti questa mattina. Essi, quindi, mi hanno delegato ad illustrarvi la proposta di progetto, che Vi è stata trasmessa dalla nostra associazione alcuni mesi fa.
L’associazione, di cui faccio parte, si è costituita alcuni anni fa con sede a Piedimonte Matese, non ha finalità politiche e non ha scopo di lucro e, come si evince dal suo nome, oltre al sentimento dell’amicizia, ha un unico comune denominatore che lega tra loro i numerosi soci, cioè la passione e l’amore per la ferrovia Napoli Piedimonte D’Alife, detta anche Alifana.
I numerosi soci che compongono l’associazione sono residenti nei diversi comuni “toccati” dal vecchio percorso della ferrovia, da Napoli fino a Piedimonte Matese, ma registriamo soci anche al di fuori della nostra regione.
La ferrovia, ancora funzionante nella tratta alta, tra SMCV e Piedimonte, ha invece smesso il suo esercizio nella tratta bassa, tra Napoli e Santa Maria Capua Vetere nel lontano febbraio 1976.
Essa ancora oggi, a distanza di 32 anni e passa, costituisce come “una rotaia virtuale” che ci unisce e continua ad allietarci con i suoi fasti, le sue rare foto e la sua bella storia.
La Piedimonte, infatti, vive ancora nei nostri ricordi ed è oggetto di nostri continui studi, di ricerche di cimeli e di iniziative culturali (come mostre), mirati fondamentalmente a diffondere la sua conoscenza verso tutti quelli che non hanno avuto la fortuna di vederla funzionare, come i giovani.
Ci entusiasma, soprattutto, far conoscere le bellezze e gli avvenimenti legati agli anni più belli del suo esercizio, quando la vita era più semplice e genuina e i territori attraversati, come Piscinola, Secondigliano, Mugnano, Marano, Aversa, S.M.C.V. e tanti altri piccoli comuni, componevano un paesaggio bello e incantevole, ormai del tutto scomparso e la ferrovia era come un’arteria che alimentava tutti questi centri con il suo via vai quotidiano.
Io sono al momento l’unico socio che abita in questo quartiere, e ricordo con commozione questa ferrovia, perche ho trascorso la mia infanzia praticamente a contatto con i suoi treni, dato che la linea attraversava interamente la mia campagna di Piscinola.
Nel mese di Luglio scorso quest’associazione ha ben pensato di presentare a questa Municipalità, una proposta di recupero ai fini museali della vecchia elettromotrice.
La scelta di questa Municipalità è stata dettata da vari fattori concomitanti: innanzitutto, perché abbiamo notato una grande disponibilità da parte dell’assessorato alla cultura ad incoraggiare questi tipi di progettualità culturale e poi, perché su questo territorio sta nascendo uno dei nodi ferroviari più importanti del sistema metropolitana regionale, proprio sulla vecchia sede della stazione di Piscinola.
Cosicché, la stazione rappresenta al momento l’unico luogo antico della “Piedimonte” ad essere riutilizzato come sede di stazione della nuova ferrovia MCNE.
Tale importanza è stata evidenziata anche dai progettisti delle varie opere di riqualificazione dell’ex aree di sedime dell’Alifana, anticipandoci nell’ipotizzare in questa zona, tra le varie soluzioni progettuali possibili, la realizzazione di un contenitore museale sulla storia del sistema di trasporto campano, con annesso archivio storico ferroviario.
La vettura di cui parliamo, attualmente giace abbandonata in quello che fu il deposito officina di S. Andrea, vicino alla stazione terminale della ferrovia. L’elettromotrice è l’unica superstite di una serie cospicua di vetture che componevano l’armamento della ferrovia, composto da diverse motrici e trainate.
Fu amorevolmente restaurata dalle maestranze dell’officina, negli ultimi anni di vita della ferrovia, quando questa già si avviava a cessare il suo servizio, con l’intento di poterla salvare facendone un bel ricordo per le future generazioni e poterla destinare, insieme ad una vettura trainata, per l’esposizione nello storico museo ferroviario di Pietrarsa.
Tuttavia, per una serie di motivazioni, non si riuscì a realizzare questo sogno, così essa rimase abbandonata in quel luogo per molti decenni, fino a quando il deposito non fu smantellato e abbandonato. Fu quindi esposta all’incuria del tempo ed ai vandali.
Purtroppo, dopo poco tempo il deposito divenne un accampamento di extracomunitari e le vetture vennero vandalizzate e incendiate.
Da allora sono ricoperte di uno strato di ruggine e sono abbandonate in mezzo alla vegetazione. La vettura trainata è ora praticamente irrecuperabile, perché mancano diversi elementi fondamentali. L’elettromotrice, invece, a parte i danni e la corrosione, ha praticamente tutte le parti ancora presenti.
La proposta di progetto che abbiamo presentato all’attenzione di questa assemblea consiste innanzitutto nella messa in sicurezza della elettromotrice, affinché sia arrestata l’azione distruttrice delle intemperie. A tal proposito, abbiamo pensato, come luogo di ricovero temporaneo, il deposito MN di Marianella, che risulterebbe anche attrezzato, per spazi, locali e per eventuale officina di riparazione, per i successivi interventi di recupero/restauro. Occorrerà realizzare un pianale gommato, con binari a scartamento ridotto per poterla trasportare e contenere durante la sosta in deposito.
Se sarà possibile fare il restauro nel deposito MN di Marianella, con le maestranze locali, pensiamo che si avrebbe un notevole abbattimento dei costi incidenti.
Occorrerà procedere alla sabbiatura delle parti metalliche, che sono lamiere e profilati di acciaio e alla ricostruzione delle parti ammalorate o deformate. Poi, successivamente, si procederà alla verniciatura generale e, infine, occorrerà ricostruire i particolari esterni ed interni scomparsi. Gli ambienti interni dovranno essere rifatti, almeno per quelle parti che interessano i fini museali. Considerato che diventerà un contenitore statico, non sarà necessario riportarla allo stato di funzionamento e questo sicuramente faciliterà le operazioni di recupero in termini di contenimento dei costi e di fattibilità tecnica del restauro.
Il progetto di riutilizzo prevede di attrezzare la vettura restaurata e destinarla a sede di un piccolo museo sulla “Piedimonte”. Si sfrutterebbe la divisione degli ambienti già presente, ossia i due vecchi scompartimenti di destra e di sinistra posti asimmetricamente rispetto all’ingresso intermedio della vettura.
L’ambiente più piccolo sarebbe destinato a contenente una mostra fotografica sulla Piedimonte, con molte foto d’epoca esposte in pannelli di legno e vetro e didascalie di commento e con una tavola geografica contenente il percorso e le stazioni della vecchia linea; mentre, l’ambiente più grande, dove occorrerà ricostruire anche le panche di legno, sarebbe destinato a diventare un piccolo auditourium per i visitatori, dove poter proiettare i filmati ed i cortometraggi illustranti soprattutto la storia della ferrovia e del territorio attraversato. Sarebbe bello poter inserire anche un cortometraggio con le foto e con la narrativa che illustri ai visitatori la storia di Piscinola, sede della stazione ferroviaria antica.
La vettura/museo potrebbe essere “adottata” ogni anno da una scuola media inferiore locale, durante le manifestazioni del “maggio dei monumenti”.
Questa associazione non chiede fondi, non intende realizzare i lavori di restauro, perché non ne ha le competenze, e non necessariamente vuole gestire il museo o avere assegnati i piccoli locali di esso, anche se rimane disponibile a ogni forma di collaborazione.
Ha presentato questa proposta solo per amore di questa ferrovia, con il solo intento di sensibilizzare le istituzioni di questa municipalità per cercare di recuperare questo simbolo della memoria collettiva e poterne fare un luogo di aggregazione sociale e culturale, uno spazio aperto al quartiere. Un luogo dove le diverse generazioni di ieri, oggi e domani possano incontrarsi, confrontarsi e scambiarsi emozioni, ricordi e tramandare le proprie radici e le proprie tradizioni.
La memoria della Piedimonte è ancora viva più che mai in questo territorio, essa rappresenta un motivo di orgoglio e di nostalgia, attraverso di essa i vecchi abitanti di Piscinola, Chiaiano e Marianella ricordano la loro infanzia, i loro cari che non ci sono più, tutto un “mondo” che è completamente scomparso. A tal riguardo, abbiamo pensato di dedicare il piccolo museo, che si andrebbe a costituire, a tutti i caduti della ferrovia, a tutte le manovalanze che hanno lavorato per essa e a tutti i viaggiatori che l’hanno in sessanta e passa anni di esercizio utilizzata nei loro viaggi quotidiani.
Quindi, il treno restaurato, oltre a luogo di aggregazione, oltre a contenitore culturale e museale, costituirebbe anche un monumento dedicato a una nobile causa. Poi andrebbe posizionato in un luogo protetto, sorvegliato e ben visibile, in un’area dedicata all’interno del nuovo nodo ferroviario di interscambio.
Questa soluzione colmerebbe anche la grande lacuna che esiste nella stazione attuale. Infatti, a differenze di tante stazioni storiche rifatte, manca in essa un elemento di riferimento visibile che ricordi la precedente vecchia ferrovia ed quindi il quartiere che la ospita.
In altre località d’Italia, come Catania, Valdagno (VI), Roma-Centocelle, per fare un esempio, si è restaurato un convoglio storico e lo si è esposto in un angolo della stazione. Addirittura a Catania Borgo, hanno utilizzato proprio la locomotiva vaporiera belga, detta “La Meuse”, che fu ceduta dalla nostra ferrovia Chemins de Fer du Midi et du Italie, alla Circumetnea nel lontano 1926 ed è stata musealizzata all’esterno della stazione. Ora, pare che i catanesi vogliono addirittura rimetterla in esercizio per farne un treno storico per turisti.
Egr. signori della Municipalità, permettetemi una mia considerazione da cittadino di questa amministrazione municipale, il nostro quartiere ha una stazione della metropolitana tra le più importanti di Napoli e lo sarà sempre di più, essa sarà un luogo di elevato interscambio tra Napoli e l’area nord della Provincia di Napoli e tra questa e la provincia di Caserta; eppure, nel territorio attorno alla stazione non è stata effettuata nessuna opera di riqualificazione, almeno fino adesso. In altre stazioni cittadine la metropolitana ha apportato notevoli migliorie in termini di arredo urbano, di abbellimenti, e di monumenti in tutto il quartiere che le ospita. La stazione di Piscinola sembra isolata dal contesto circostante...non è integrata con esso, come dovrebbe essere, e non è nemmeno un punto di aggregazione. 
In altre stazioni ferroviarie di Napoli c’è stata molta sensibilità nel realizzare opere d’arte e monumenti, specialmente fuori dagli edifici delle stazioni, anche se poi queste opere non hanno un legame forte con quel territorio…come invece avrebbe nel nostro progetto…
Quale regalo più bello ad un quartiere che ha dato tanto per la realizzazione delle due ferrovie, in termini di sacrificio di ettari di campagna, di disturbo ai cittadini per la cantierizzazione delle opere e di sacrifici per il traffico, quello di riportare in esso, dopo trent’anni, un bel simbolo che unisce le diverse generazioni di questo territorio, passate e presenti!
Noi dell’associazione GAFA ci crediamo e speriamo che questo sogno che abbiamo in mente e nel cuore possa realizzarsi attraverso il vostro intervento, la vostra sensibilizzazione e che possa finalmente realizzarsi il desiderio di quelle antiche maestranze della Piedimonte, che nel lontano 1976 restauravano amorevolmente gli ultimi convogli di un’elettromotrice ed una trainata, perché rimanessero per sempre in ricordo alle future generazioni."

Gli sviluppi di questo progetto è una storia che è stata già descritta in questo blog. Ringrazio l'assessore alla cultura dell'epoca, che prese a cuore questa proposta e si adoperò per sensibilizzare questo progetto di recupero.

Salvatore Fioretto