domenica 12 aprile 2026

Sognando l'elettromotrice "E2" della Piedimonte d'Alife come sede di un piccolo museo... Proposta letta alla VIII Municipalità di Napoli, nel 2009

In questo post pubblico il discorso da me letto nel Consiglio della VIII Municipalità di Napoli (Piscinola, Marianella, Chiaiano, Scampia), nella seduta del 15 gennaio 2009, con la proposta di una musealizzazione dell’elettromotrice "E2" della ferrovia "Napoli Piedimonte d'Alife", nel piazzale della stazione Metrò di Piscinola, presentata dall'Associazione G.A.F.A. (Gruppo Amici della Ferrovia Alifana). 

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"Spettabile presidente, spettabili assessori e consiglieri della VIII Municipalità di Napoli, mi chiamo Salvatore Fioretto, sono di Piscinola e sono socio dell’associazione GAFA: Gruppo amici della Ferrovia Alifana.
Vi trasmetto, innanzitutto, i saluti ed i ringraziamenti del presidente e del segretario dell’Associazione, che per improcrastinabili impegni lavorativi, non sono presenti questa mattina. Essi, quindi, mi hanno delegato ad illustrarvi la proposta di progetto, che Vi è stata trasmessa dalla nostra associazione alcuni mesi fa.
L’associazione, di cui faccio parte, si è costituita alcuni anni fa con sede a Piedimonte Matese, non ha finalità politiche e non ha scopo di lucro e, come si evince dal suo nome, oltre al sentimento dell’amicizia, ha un unico comune denominatore che lega tra loro i numerosi soci, cioè la passione e l’amore per la ferrovia Napoli Piedimonte D’Alife, detta anche Alifana.
I numerosi soci che compongono l’associazione sono residenti nei diversi comuni “toccati” dal vecchio percorso della ferrovia, da Napoli fino a Piedimonte Matese, ma registriamo soci anche al di fuori della nostra regione.
La ferrovia, ancora funzionante nella tratta alta, tra SMCV e Piedimonte, ha invece smesso il suo esercizio nella tratta bassa, tra Napoli e Santa Maria Capua Vetere nel lontano febbraio 1976.
Essa ancora oggi, a distanza di 32 anni e passa, costituisce come “una rotaia virtuale” che ci unisce e continua ad allietarci con i suoi fasti, le sue rare foto e la sua bella storia.
La Piedimonte, infatti, vive ancora nei nostri ricordi ed è oggetto di nostri continui studi, di ricerche di cimeli e di iniziative culturali (come mostre), mirati fondamentalmente a diffondere la sua conoscenza verso tutti quelli che non hanno avuto la fortuna di vederla funzionare, come i giovani.
Ci entusiasma, soprattutto, far conoscere le bellezze e gli avvenimenti legati agli anni più belli del suo esercizio, quando la vita era più semplice e genuina e i territori attraversati, come Piscinola, Secondigliano, Mugnano, Marano, Aversa, S.M.C.V. e tanti altri piccoli comuni, componevano un paesaggio bello e incantevole, ormai del tutto scomparso e la ferrovia era come un’arteria che alimentava tutti questi centri con il suo via vai quotidiano.
Io sono al momento l’unico socio che abita in questo quartiere, e ricordo con commozione questa ferrovia, perche ho trascorso la mia infanzia praticamente a contatto con i suoi treni, dato che la linea attraversava interamente la mia campagna di Piscinola.
Nel mese di Luglio scorso quest’associazione ha ben pensato di presentare a questa Municipalità, una proposta di recupero ai fini museali della vecchia elettromotrice.
La scelta di questa Municipalità è stata dettata da vari fattori concomitanti: innanzitutto, perché abbiamo notato una grande disponibilità da parte dell’assessorato alla cultura ad incoraggiare questi tipi di progettualità culturale e poi, perché su questo territorio sta nascendo uno dei nodi ferroviari più importanti del sistema metropolitana regionale, proprio sulla vecchia sede della stazione di Piscinola.
Cosicché, la stazione rappresenta al momento l’unico luogo antico della “Piedimonte” ad essere riutilizzato come sede di stazione della nuova ferrovia MCNE.
Tale importanza è stata evidenziata anche dai progettisti delle varie opere di riqualificazione dell’ex aree di sedime dell’Alifana, anticipandoci nell’ipotizzare in questa zona, tra le varie soluzioni progettuali possibili, la realizzazione di un contenitore museale sulla storia del sistema di trasporto campano, con annesso archivio storico ferroviario.
La vettura di cui parliamo, attualmente giace abbandonata in quello che fu il deposito officina di S. Andrea, vicino alla stazione terminale della ferrovia. L’elettromotrice è l’unica superstite di una serie cospicua di vetture che componevano l’armamento della ferrovia, composto da diverse motrici e trainate.
Fu amorevolmente restaurata dalle maestranze dell’officina, negli ultimi anni di vita della ferrovia, quando questa già si avviava a cessare il suo servizio, con l’intento di poterla salvare facendone un bel ricordo per le future generazioni e poterla destinare, insieme ad una vettura trainata, per l’esposizione nello storico museo ferroviario di Pietrarsa.
Tuttavia, per una serie di motivazioni, non si riuscì a realizzare questo sogno, così essa rimase abbandonata in quel luogo per molti decenni, fino a quando il deposito non fu smantellato e abbandonato. Fu quindi esposta all’incuria del tempo ed ai vandali.
Purtroppo, dopo poco tempo il deposito divenne un accampamento di extracomunitari e le vetture vennero vandalizzate e incendiate.
Da allora sono ricoperte di uno strato di ruggine e sono abbandonate in mezzo alla vegetazione. La vettura trainata è ora praticamente irrecuperabile, perché mancano diversi elementi fondamentali. L’elettromotrice, invece, a parte i danni e la corrosione, ha praticamente tutte le parti ancora presenti.
La proposta di progetto che abbiamo presentato all’attenzione di questa assemblea consiste innanzitutto nella messa in sicurezza della elettromotrice, affinché sia arrestata l’azione distruttrice delle intemperie. A tal proposito, abbiamo pensato, come luogo di ricovero temporaneo, il deposito MN di Marianella, che risulterebbe anche attrezzato, per spazi, locali e per eventuale officina di riparazione, per i successivi interventi di recupero/restauro. Occorrerà realizzare un pianale gommato, con binari a scartamento ridotto per poterla trasportare e contenere durante la sosta in deposito.
Se sarà possibile fare il restauro nel deposito MN di Marianella, con le maestranze locali, pensiamo che si avrebbe un notevole abbattimento dei costi incidenti.
Occorrerà procedere alla sabbiatura delle parti metalliche, che sono lamiere e profilati di acciaio e alla ricostruzione delle parti ammalorate o deformate. Poi, successivamente, si procederà alla verniciatura generale e, infine, occorrerà ricostruire i particolari esterni ed interni scomparsi. Gli ambienti interni dovranno essere rifatti, almeno per quelle parti che interessano i fini museali. Considerato che diventerà un contenitore statico, non sarà necessario riportarla allo stato di funzionamento e questo sicuramente faciliterà le operazioni di recupero in termini di contenimento dei costi e di fattibilità tecnica del restauro.
Il progetto di riutilizzo prevede di attrezzare la vettura restaurata e destinarla a sede di un piccolo museo sulla “Piedimonte”. Si sfrutterebbe la divisione degli ambienti già presente, ossia i due vecchi scompartimenti di destra e di sinistra posti asimmetricamente rispetto all’ingresso intermedio della vettura.
L’ambiente più piccolo sarebbe destinato a contenente una mostra fotografica sulla Piedimonte, con molte foto d’epoca esposte in pannelli di legno e vetro e didascalie di commento e con una tavola geografica contenente il percorso e le stazioni della vecchia linea; mentre, l’ambiente più grande, dove occorrerà ricostruire anche le panche di legno, sarebbe destinato a diventare un piccolo auditourium per i visitatori, dove poter proiettare i filmati ed i cortometraggi illustranti soprattutto la storia della ferrovia e del territorio attraversato. Sarebbe bello poter inserire anche un cortometraggio con le foto e con la narrativa che illustri ai visitatori la storia di Piscinola, sede della stazione ferroviaria antica.
La vettura/museo potrebbe essere “adottata” ogni anno da una scuola media inferiore locale, durante le manifestazioni del “maggio dei monumenti”.
Questa associazione non chiede fondi, non intende realizzare i lavori di restauro, perché non ne ha le competenze, e non necessariamente vuole gestire il museo o avere assegnati i piccoli locali di esso, anche se rimane disponibile a ogni forma di collaborazione.
Ha presentato questa proposta solo per amore di questa ferrovia, con il solo intento di sensibilizzare le istituzioni di questa municipalità per cercare di recuperare questo simbolo della memoria collettiva e poterne fare un luogo di aggregazione sociale e culturale, uno spazio aperto al quartiere. Un luogo dove le diverse generazioni di ieri, oggi e domani possano incontrarsi, confrontarsi e scambiarsi emozioni, ricordi e tramandare le proprie radici e le proprie tradizioni.
La memoria della Piedimonte è ancora viva più che mai in questo territorio, essa rappresenta un motivo di orgoglio e di nostalgia, attraverso di essa i vecchi abitanti di Piscinola, Chiaiano e Marianella ricordano la loro infanzia, i loro cari che non ci sono più, tutto un “mondo” che è completamente scomparso. A tal riguardo, abbiamo pensato di dedicare il piccolo museo, che si andrebbe a costituire, a tutti i caduti della ferrovia, a tutte le manovalanze che hanno lavorato per essa e a tutti i viaggiatori che l’hanno in sessanta e passa anni di esercizio utilizzata nei loro viaggi quotidiani.
Quindi, il treno restaurato, oltre a luogo di aggregazione, oltre a contenitore culturale e museale, costituirebbe anche un monumento dedicato a una nobile causa. Poi andrebbe posizionato in un luogo protetto, sorvegliato e ben visibile, in un’area dedicata all’interno del nuovo nodo ferroviario di interscambio.
Questa soluzione colmerebbe anche la grande lacuna che esiste nella stazione attuale. Infatti, a differenze di tante stazioni storiche rifatte, manca in essa un elemento di riferimento visibile che ricordi la precedente vecchia ferrovia ed quindi il quartiere che la ospita.
In altre località d’Italia, come Catania, Valdagno (VI), Roma-Centocelle, per fare un esempio, si è restaurato un convoglio storico e lo si è esposto in un angolo della stazione. Addirittura a Catania Borgo, hanno utilizzato proprio la locomotiva vaporiera belga, detta “La Meuse”, che fu ceduta dalla nostra ferrovia Chemins de Fer du Midi et du Italie, alla Circumetnea nel lontano 1926 ed è stata musealizzata all’esterno della stazione. Ora, pare che i catanesi vogliono addirittura rimetterla in esercizio per farne un treno storico per turisti.
Egr. signori della Municipalità, permettetemi una mia considerazione da cittadino di questa amministrazione municipale, il nostro quartiere ha una stazione della metropolitana tra le più importanti di Napoli e lo sarà sempre di più, essa sarà un luogo di elevato interscambio tra Napoli e l’area nord della Provincia di Napoli e tra questa e la provincia di Caserta; eppure, nel territorio attorno alla stazione non è stata effettuata nessuna opera di riqualificazione, almeno fino adesso. In altre stazioni cittadine la metropolitana ha apportato notevoli migliorie in termini di arredo urbano, di abbellimenti, e di monumenti in tutto il quartiere che le ospita. La stazione di Piscinola sembra isolata dal contesto circostante...non è integrata con esso, come dovrebbe essere, e non è nemmeno un punto di aggregazione. 
In altre stazioni ferroviarie di Napoli c’è stata molta sensibilità nel realizzare opere d’arte e monumenti, specialmente fuori dagli edifici delle stazioni, anche se poi queste opere non hanno un legame forte con quel territorio…come invece avrebbe nel nostro progetto…
Quale regalo più bello ad un quartiere che ha dato tanto per la realizzazione delle due ferrovie, in termini di sacrificio di ettari di campagna, di disturbo ai cittadini per la cantierizzazione delle opere e di sacrifici per il traffico, quello di riportare in esso, dopo trent’anni, un bel simbolo che unisce le diverse generazioni di questo territorio, passate e presenti!
Noi dell’associazione GAFA ci crediamo e speriamo che questo sogno che abbiamo in mente e nel cuore possa realizzarsi attraverso il vostro intervento, la vostra sensibilizzazione e che possa finalmente realizzarsi il desiderio di quelle antiche maestranze della Piedimonte, che nel lontano 1976 restauravano amorevolmente gli ultimi convogli di un’elettromotrice ed una trainata, perché rimanessero per sempre in ricordo alle future generazioni."

Gli sviluppi di questo progetto è una storia che è stata già descritta in questo blog. Ringrazio l'assessore alla cultura dell'epoca, che prese a cuore questa proposta e si adoperò per sensibilizzare questo progetto di recupero.

Salvatore Fioretto

 

sabato 4 aprile 2026

Dagli antichi commercianti di Piscinola, una famiglia di affermati imprenditori... La famiglia Mele!



Diversi mesi fa, in questo blog abbiamo raccontato la bella storia dei commercianti un tempo esistenti nel quartiere di Piscinola, dalla quale abbiamo appreso quanta intraprendenza e passione era riservata da questa categoria di lavoratori nello svolgere la loro professione,  costituendo l'asse portate di una economia, non seconda a nessuno, seppure in un contesto abbastanza limitato e locale! 
Questa esperienza imprenditoriale, derivante da un retaggio storico ampiamente consolidato nei decenni, pur essendo negli ultimi tempi sensibilmente ridotto, per le problematiche che abbiamo già descritto, ha generato alcune particolarità imprenditoriali sviluppate negli ultimi anni che, come vedremo nel continuo di questo post, sono da considerare un fiore all'occhiello e un motivo di orgoglio per questo Quartiere, per le notevoli capacità organizzative dimostrate e per l'umanità che le contraddistingue. 

E' il caso della bella storia di una famiglia di commercianti profondamente radicata nel quartiere di Piscinola, il cui capostipite è il simpatico Giambattista Mele, storico commerciante di Piscinola, discendente di un'antica famiglia radicata a Piscinola da secoli. Giambattista, che ha avuto fin dall'età giovanile uno spirito audace, combattente, che lo ha spinto a mettersi in gioco con successo, impiantò a metà degli anni '60 un fornito e assortito negozio di abbigliamento, nel cuore del centro storico di Piscinola e precisamente in via Vittorio Emanuele, nel sito prospiciente alla centrale piazza Bernardino Tafuri. Si può dire che i capi di abbigliamento che sono stati venduti in questo negozio hanno vestito con soddisfazione almeno due generazioni di Piscinolesi e non solo! Alcuni anni dopo, il nostro caro Giambattista prese moglie ed elesse la sua dimora in un appartamento situato tra via Napoli e Via Vittorio Veneto. 
Da questa unione sono nati sette figli: Luca, Livio, Lucio, Larry, Salvatore e Davis e tutti nati a Piscinola. Verso la metà degli anni '80, quando la zona del nostro "Capo 'e Coppa" fu interessata dal noto programma di riqualificazione urbanistica del "Dopoterremoto del 1980", anche il negozio della famiglia Mele fu purtroppo demolito, e così Giambattista ben pensò di spostare la sua fiorente attività commerciale presso la vicina e più centrale zona dei Colli Aminei, in via Nicolardi, dove rimase in esercizio fino al momento del suo pensionamento. Ma questo passaggio epocale non ha segnato la fine di questa tradizione di famiglia, ma anzi ha registrato un continuo, con l'inizio di un nuovo progetto imprenditoriale, ancora più avvincente e di ampio respiro, che ha interessato la sua numerosa e bella famiglia. Ben presto i figli di Giambattista Mele hanno in gran parte seguito un percorso imprenditoriale o manageriale, tra gli Stati Uniti e l'Europa; in particolare: Larry, Loris e Davis, dopo aver appreso l'arte culinaria napoletana, da maestri esperti del settore, hanno iniziato una bella esperienza lavorativa nel settore della gastronomia, cimentandosi come pizzaiuoli napoletani in terra d'oltreoceano, negli Stati Uniti d'America. 
In breve tempo e con notevoli sacrifici, i fratelli Mele hanno aperto in cooperazione con altri imprenditori e in alcuni casi anche da soli, una catena di grandi pizzerie, distribuite in Florida, fino a sbarcare negli ultimi anni anche in Spagna: con due locali impiantati a Barcellona e uno ad Ibiza. Al momento la catena di pizzerie fondate contano ben 11 esercizi commerciali attivi, che forniscono lavoro a tanti operatori del settore, tra i quali diversi provenienti anche dall'Italia! I locali aperti hanno per comune denominatore la denominazione, quella di "Pummarola"; il motto per tutti è: "Qui si mangia bene", mentre la mascotte, che è l'emblema della italianità, è una fiammante "Fiat 500", verniciata color "rosso Ferrari"!  
Oggi tutti i loro locali sono superaffollati di avventori americani e stranieri, che gustano con piacere, non solo le prelibate pizze napoletane, frutto dell'antica tradizione partenopea, ma anche le loro nuove creazioni, oltre alle altre eccellenze della cucina napoletana, che i Mele riescono a offrire 
con successo, in un contesto di ottima accoglienza e di grande soddisfazione della clientela. Possiamo dire che "buon sangue non mente"... e il caro Giambattista Mele, oggi vispo ultraottantenne, che non mostra i segni della sua veneranda età, guarda con orgoglio i suoi eredi, non nascondendo la commozione e la sua personale soddisfazione. 
I fratelli Mele, pur adattandosi perfettamente in un contesto socio-ambientale molto diverso da quello di origine, non hanno rinnegato le loro origini napoletane e piscinolesi, facendo spesso ritorno nella loro terra natia e mantenendo vivi i contatti che li lega ai numerosi amici che sono a Napoli e che fanno tutti il tifo per loro... 
Ultimamente, ci raccontava Giambattista con entusiasmo, che i tre figli che vivono in America, si sono aggiudicati in un'asta pubblica, il pallone giocato nella partita Inter-Lazio del Campionato di serie A, a.s. 2024-25; proprio quel pallone, sottolinea, che il calciatore Pedro tirò a rete su calcio di rigore e che contribuì indirettamente all'assegnazione del quarto scudetto alla squadra del Napoli! 
I fratelli Mele, assieme agli altri soci, partecipano continuamente ai festival e ai concorsi in tema di pizza, conseguendo tanti premi e attestazioni. Sono riusciti ad organizzare da soli una kermesse tutta sulla pizza: la "Pizza Fest, at the park", nel South Florida, agli inizi del 2026. L'ultimo riconoscimento da essi ricevuto risale a febbraio scorso: con il primo premio "Best VPN Margherita Verace Pizza Napoletana", ottenuto all'"Espo Pizza 2026" di Las Vegas! 
Nel 2025 
si sono classificati al 43° posto della classifica "50 Top World Artisan Pizza Chains 2025", un ottimo piazzamento se si considera il loro giovane ingresso nel panorama della pizza mondiale.
Non ci resta che fare il nostro "in bocca al lupo" ai nostri cari concittadini, augurando loro sempre maggiori successi e riconoscimenti!

Salvatore Fioretto






martedì 31 marzo 2026

Con la rivoluzione industriale nacquero anche da noi le Società di Mutuo Soccorso... Le prime forme assistenziali per i lavoratori... (seconda parte)

Le Società di Mutuo Soccorso che, come abbiamo visto, sorsero in tutte le regioni italiane fin dalla metà dell''800, si diffusero gradualmente nell'ultimo ventennio di fine secolo, anche in Campania e principalmente nel capoluogo napoletano. Le indagini che abbiamo condotto hanno rilevato almeno due realtà esistenti nell'Area Nord del Comune di Napoli, all'epoca ricca di manovalanza composta da operai edili e da braccianti agricoli. Dall'"Elenco delle Società di Mutuo Soccorso edito dal Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio" (Direzione Generale della Statistica), Roma, anno 1898 (pag. 169), risultano istituite ben due Società nel quartiere di Piscinola, all'epoca "Frazione" del Comune di Napoli. Nella restante Area Nord cittadina odierna erano presenti solo  altre due società, rispettivamente a Secondigliano e a San Pietro a Patierno, ma questi all'epoca erano ancora dei Comuni autonomi (Secondigliano: "Unione di Carità e di M. S. per gli operai cattolici", anno fond. 1883, con 210 soci - San Pietro a P.: Società Operaia B. Margherita", anno fond. 1880, con 40 soci). 
Ritornando alle due società con sede a Piscinola, la prima risulta essere stata la "Società di Mutuo Soccorso Operaia", inaugurata nel 1887, composta da 47 soci (censimento anno 1894), tutti abitanti nel luogo sede del sodalizio; mentre la seconda società risulta denominata "Unione Operaia Agricola di Piscinola, Marianella, San Rocco, Miano e Capodimonte", con sede a Piscinola, inaugurata nel 1888, composta da 37 soci iscritti (censimento anno 1894). Entrambe le società furono riconosciute giuridicamente secondo le disposizioni legislative all'epoca vigenti ed risultavano ancora attive nell'anno 1895. 
Entrando nel dettaglio, la prima società garantiva, oltre l'assistenza 
del socio in caso di malattia, anche i sussidi in caso di spese funerarie e l'erogazione di prestiti in caso di necessità. 
Della seconda società di Mutuo Soccorso con sede a Piscinola, siamo riusciti a trovare lo Statuto, unico esemplare fortunatamente conservato nella Biblioteca Nazionale di Firenze, intitolato: "Statuto Unione Operaia e Agricola di Piscinola, Marianella, San Rocco, Miano e Capodimonte", stampato dalla tipografia "Filinto Cosmi", Napoli 1889. Nella retrocopertina che si apre troviamo elencati i Soci onorari e benemeriti nominati dal sodalizio. Il presidente onorario nominato era il Duca di Sandonato, all'epoca deputato nel Parlamento Italiano. Per la carica di "vice presidente onorario", troviamo ben 8 componenti designati, di cui 7 erano deputati parlamentari. E' presente anche la lista dei "Soci Benemeriti", con un presidente e 6 vicepresidenti. Di queste personalità si conoscono tutti i nomi in dettaglio
Sappiamo, inoltre, che la Società fu registrata con atto pubblico rogato presso il notaio Domenico Pastena, nell'anno 1889 e riconosciuta come "Ente Morale" dal Tribunale Civile e dal Regio Decreto Ministeriale, emanati nello stesso anno.
Tra le premesse introduttive dello Statuto, si precisa che la società accoglieva i soci che svolgessero le professioni di: impiegati, commercianti, operai e agricoltori, residenti nella Provincia di Napoli, ai quali veniva offerto tra l'altro: sussidi, medici, pensione in caso di inabilità al lavoro e i sussidi a favore dei soci chiamati alla "ferma di leva". La Società garantiva ogni anno una dote (detta "maritaggio") di cinquanta lire per ogni figlia o sorella del socio iscritto, avente un'età non inferiore a 14 anni: il sussidio veniva assegnato ogni anno con una procedura di sorteggio. 
Erano ancora riconosciuti dalla Società: le pensioni o i sussidi continuativi o straordinari ai soci anziani, a quelli inabili al lavoro o affetti da malattie croniche, i sussidi per spese funerarie, l'istruzione mediante scuole private, con corsi serali o svolti in giorni festivi, sia per i soci che per i loro figli, nonchè l'impegno per il ricollocamento lavorativo dei soci che avevano perso l'occupazione.
I soci ammessi venivano suddivisi in: promotori, effettivi, benemeriti e onorari. 
Sono poi descritte le procedure per essere ammessi nella Società, a tal fine sono allegati al termine del testo i modelli da compilare per la richiesta di adesione.
La Società era amministrata da un consiglio direttivo, un presidente, un vicepresidente (queste ultime due cariche duravano un anno, con possibilità di rielezione). Il consiglio direttivo era composto da 30 consiglieri che duravano 5 anni, ma ogni anno si provvedeva a rinnovare un quinto dei componenti. Nel governo della Società erano ancora presenti: un direttore, un vicedirettore, un "segretario ragioniere" e dei vicesegretari. Nelle funzioni pubbliche di rappresentanza i consiglieri indossavano il collare con la medaglia dorata e argentata, mentre il presidente e il vicepresidente indossavano "la ciarpa" distintiva della Società. I soci anziani avevano il diritto di portare la bandiera della Società, di forma militare, contenenti i tre colori della Nazione, con l'obbligo di indossare i guanti neri, la medaglia argentata e la fascia al braccio. 
La Società disponeva tra i dipendenti anche di un "Usciere", a cui erano assegnati i compiti di messa in ordine e la pulizia della sede e di consegnare la corrispondenza per le comunicazioni ufficiali ai soci. I "censori", che erano due, provvedevano a dirimere controversie tra i soci e a controllare l'applicazione delle regole statutarie. 
Simbolo tipo della Società di M.S. (simbolo ricostruito)
In questo libretto abbiamo trovato una notizia inedita e  sorprendente che riguarda la storia musicale di Piscinola, infatti nelle sei pagine conclusive si descrive il regolamento della banda musicale, chiamata "Concerto Musicale" e di una "Fanfaretta musicale alla militare" che la Società disponeva nel suo organico. Il "Concerto Musicale" si componeva di 24 musicisti e aveva: un direttore, un maestro, un sergente e un caporale. La "Fanfaretta" si componeva di 13 musicisti e disponeva anch'essa di: un direttore, un maestro e un caporale. I direttori di entrambi i corpi musicali prestavano il loro incarico gratuitamente. Tutti i musicisti dovevano essere soci, pagare una tassa di iscrizione e una rata mensile per il mantenimento del maestro. Essi percepivano un premio a ogni esibizione, ma dovevano suonare gratuitamente durante i raduni della Società e per l'accompagnamento durante i funerali dei soci defunti. La Società forniva loro una divisa con berretto e lo strumento musicale, a cui dovevano prestare cura e manutenzione, pena una multa e, nei casi gravi, l'espulsione dal corpo musicale.
Considerato che tra le norme contenute nella Statuto, emerge il seguente divieto, dettato ai musicisti delle due formazioni musicali: "... restandogli espressamente proibito di iscriversi ad altro Concerto musicale sia nello stesso Villaggio di Piscinola che fuori", si lascia intendere che in quell'anno a Piscinola operasse almeno un'altro corpo musicale!
Il primo presidente della "Società Unione Operaia e Agricola" fu il piscinolese Francesco Bonaurio, mentre il segretario ragioniere si chiamava Pietro Alfonso Scandone. I soci votanti che approvarono lo Statuto nella prima Assemblea Generale del sodalizio, tenuta il 16 giugno 1889, furono 571. Con il trascorrere dei decenni si ebbe un diradamento del numero dei soci a causa di problemi esterni alla Società, che descriveremo in un altro post.

Salvatore Fioretto 


Estratto dell'elenco delle Società di Mutuo Soccorso esistenti nell'anno 1898 edito dal Ministero dell'AA.II.CC.

lunedì 30 marzo 2026

Con la rivoluzione industriale nacquero anche da noi le Società di Mutuo Soccorso... Le prime forme assistenziali per i lavoratori... (prima parte)

Con l'affermazione della Rivoluzione Industriale in Italia, nacquero, a partire dalla metà dell''800, le "Società di Mutuo Soccorso", che furono le prime organizzazioni assistenziali fondate per prestare aiuto ai lavoratori in difficoltà e sono state a tutti gli effetti le antesignane delle attuali organizzazioni sindacali.
In Italia le più antiche Società di Mutuo Soccorso nacquero in Piemonte, nell'Emilia, nel Veneto e nella Lombardia. Delle 72 società fondate prima del 1850 ed esistenti ancora nel 1895, 32 erano nel Piemonte, 7 in Lombardia, 11 nel Veneto, 12 nell'Emilia, 5 in Toscana, 1 nelle Marche, 2 nell'Umbria e 2 nella provincia di Roma. Tra 1862 e il 1885 il numero delle società ebbero un aumento esponenziale, passando da 443 a 4900!  
Dieci anno dopo, nel 1895, divennero ben 6723!
Tra il 1895 al 1905 il numero delle società aumentò in maniera differente tra le regioni italiane, specialmente al nord e al centro, compreso la Sardegna (con punte del 86 per cento nella provincia di Roma, di 78 per cento in Sardegna; di 63 per cento nel Veneto; di 62 per cento nel Piemonte). Notevole fu pure l'aumento nelle Marche, in Lombardia e nelle Calabrie. Nelle regione meridionali, invece, si ebbe una contrazione, specie nelle Puglie, nella Basilicata e in Sicilia, dove si registrò una diminuzione di 129 società complessivamente .
Per quanto riguarda la composizione dei soci affiliati, la maggior parte dei sodalizi, specie nei piccoli comuni, accolsero tra le loro fila operai di qualunque arte o mestiere, pochi invece erano quelli che accettavano soci appartenenti ad un solo mestiere oppure a mestieri equiparabili. Nell'anno 1895 le società formate da soli operai erano 4021, mentre 241 società erano composte esclusivamente da agricoltori, e altre, circa 700, avevano insieme agricoltori ed operai. Le società che accoglievano solamente soci della stessa professione o di professioni affini, erano 1624.
Per quanto riguarda il sesso degli aderenti, tra le società registrate nell'anno 1905, solo 188 erano composte solamente da donne, mentre le restanti società (6537) erano formate o da soli uomini o da entrambi i sessi.
Per quanto concerne il numero complessivo dei lavoratori iscritti a queste società, non si conosce il dato preciso, ma si conosce solo che per 6587 società, essi ammontavano a 994.183 soci, con rappresentanza dei due sessi.  Nelle società formate da solo donne (188), il numero complessivo delle lavoratrici era di 24.580 unità.  
Soltanto 44 società superavano i 1000 soci affiliati; di esse 8 si trovavano in Piemonte, 1 in Liguria, 12 in Lombardia, 5 nel Veneto, 5 nell' Emilia, 3 in Toscana, 1 nell'Umbria, 3 nel Lazio, 1 negli Abruzzi, 2 nella Campania, 1 nelle Puglie e 2 nella Sicilia. 
C'è da dire che mentre il numero delle Società di Mutuo Soccorso crebbe nel decennio esaminato (1895 - 1905) del 37 per cento, il numero complessivo dei soci aumentò soltanto del 26 per cento.
Col trascorrere dei decenni le società si specializzarono per professioni, e forse per tal  motivo si osservò una diminuzione dei sodalizi e un aumento nei piccoli comuni: infatti, si passò dall'anno 1885, con 4900 società sparse in 2598 comuni, all'anno 1897, con 6725 società distribuite in 3343 comuni. 
Riguardo agli scopi statutari che le Società si proponevano, oltre a quello comune a tutte di dare un sussidio in caso di malattia, comprendevano altre forme di assistenza e cura. Su un complessivo di 4983 società, 2256 davano o promettevano nei loro statuti pensioni o sussidi continuativi ai soci vecchi o affetti da malattia cronica, oppure alle famiglie dei soci defunti; 2478 accordavano sussidi straordinari ai soci vecchi od inabili al lavoro, oppure alle vedove od orfani dei soci; 451 concedevano sussidi di puerperio o baliatico alle lavoratrici madri; 417 elargivano ai soci o ai loro figli sussidi per favorire l'istruzione; 1891 concorrevano alle spese funerarie in caso di morte del socio; 241 soccorrevano i soci in caso di morte di un membro della loro famiglia; 489 accordavano ai soci sussidi speciali in caso d'infortunio sul lavoro; 234 sussidiavano i soci disoccupati; 545 provvedevano al loro collocamento; 429 davano sussidi agli operai in cerca di lavoro;  1151 facevano prestiti ai soci; 409 dichiararono di aver fondato un magazzino cooperativo di consumo; 174 di aver organizzato società cooperative di lavoro e 467 di aver istituito delle scuole serali e festive per uso dei soci e delle loro famiglie.
Fra le 6725 società di mutuo soccorso esistenti al 1 gennaio 1895, 1172 erano riconosciute giuridicamente a norma della legge 15 aprile 1886, 28 erano riconosciute come Enti morali, con Regio Decreto (art. 2 del C.C.); altre 22 avevano conseguito la personalità giuridica, non nella loro qualità di società di mutuo soccorso, ma come società cooperative a norma del Codice di Commercio. Le rimanenti 5503 società esistevano solamente di fatto ed erano per conseguenza prive di personalità giuridica. 
Con questo riconoscimento giuridico si permetteva alle società di assicurare  un sussidio 
ai soci in caso di invalidità al lavoro o per vecchiaia. Questo sussidio, però, non deve essere interpretato come una pensione fissa, come fu dichiarato esplicitamente dal Ministro Guardasigilli, nella sua circolare 2 luglio 1886.
Le società riconosciute dovevano comunicare al Ministero di Agricoltura e Commercio lo statuto sociale e il rendiconto annuale e fornire allo stesso Ministero le notizie statistiche richieste. Erano sottoposte al divieto di erogare fondi sociali per altri scopi che non erano quelli enunciati dallo statuto, o per le spese di amministrazione e, come detto, non potevano erogare pensioni. La legge stessa definitiva le responsabilità degli amministratori del sodalizio. Tuttavia ben quattro quinti delle Società di Mutuo Soccorso nate in Italia in quel periodo tralasciarono di chiedere il riconoscimento giuridico.

(Segue nella seconda parte)

Tutte le statistiche riportate in questo post sono state riassunte e tratte dal libro: "L’unione fa la forza" Società di mutuo soccorso e altre organizzazioni dei lavoratori a Napoli dall’Unità alla crisi di fine secolo, scritto da Erminio Fonzo, anno 2010  Ed. Rubbettino - Università di Salerno, al quale si rimanda il lettore interessato agli approfondimenti specifici.  

Salvatore Fioretto 


sabato 21 marzo 2026

L'aria insalubre e le infezioni causate dalle lavorazioni della canapa e del lino portarono a proibire l'accesso al lago di Agnano e a promuovere delle indagini scientifiche...

Il lago di Agnano e il casino di caccia reale

Nel Libro Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli di Lorenzo Giustiniani a Sua Maestà Ferdinando IV, re delle Due Sicilie, edito nel 1804, è riportato testualmente: “Da una carta celebrata in Napoli, citata dal Chiarito, a 29 agosto dell’anno XLIV dell’impero di Costantino e VII di Romano, si legge: “Petiam terre in loco dicto prato in Piscinula". Il suo territorio fa grano, granone, lino, canapa, vino e frutta. Gli abitanti ascendono a 1954 (anno 1804), tutti addetti all’agricoltura e alla negoziazione de loro prodotti”.
Le lavorazioni della canapa e anche del lino hanno conservato per molti secoli un posto di rilievo tra i mestieri maggiormente esercitati dalle popolazioni locali. Ai processi di lavorazione della canapa e del lino abbiamo già descritto tempo fa un post dedicato. Per ricavare queste due fibre, un tempo ampiamente utilizzate per produrre capi di abbigliamento, ma anche cordami e sacchi, occorreva far macerare i fusti secchi delle piante in un ampio specchio d'acqua, calmo e poco profondo, a tal fine si utilizzavano in antichità fino al periodo Angioino, le acque del Sebeto, che in prossimità del ponte della Maddalena, formavano un'ampia zona palustre, detta: "Alle Paludi" (infatti tutt'oggi la zona è menzionata "Sant'Anna alle Paludi")Nei secoli seguenti, a causa dei forti miasmi generati dal processo di macerazione, fu disposto il trasferimento delle lavorazioni presso il lago di Agnano, per cambiare ancora in seguito verso altri laghi del versante Flegreo, ovvero presso i laghi di Fusaro e di Patria. Per eseguire queste lavorazioni a volte occorreva sfidare le disposizioni disciplinari impartite dalle autorità sanitarie dell'epoca, perchè si riteneva che i gas prodotti causassero l'accentuazione delle situazioni epidemiologiche esistenti, specie durante le epidemie di peste e di colera,  come avvenne nell’anno 1764, durante l’epidemia del colera. Tuttavia in tali circostanze gli abitanti di Piscinola, Marianella, Chiaiano e di altri Casali vicini, continuavano a portare a macerare i canapi e i lini da loro prodotti nel lago di Agnano, nonostante i divieti imposti dal governo della città, 
Ecco una testimonianza raccolta nella cronaca del tempo: “Napoli nell’anno 1764, documenti della carestia e della epidemia…”: “[…] Con dispaccio del 13 luglio del 1764 venne vietata la macerazione della canapa e del lino nel lago di Agnano, come cosa pregiudizievole alla pubblica salute, e si ordinò di farsi il macero nel Fusaro, nel lago di Patria e in altri luoghi lontani dall’abitato e poiché i contadini di Piscinola, Marianella e Chiajano ed altri si negarono di ubbidire, fu ordinato dal Commissario di Campagna di procedere con rigore contro i trasgressori […]
”.
In effetti, a causa di tali lavorazioni (i covoni di canapa e di lino venivano immersi nell'acqua 
del periodo estivo e fatti macerare per diverse settimane, appesantiti con molte pietre), si sprigionavano significative esalazioni di gas, con  "miasmi pestiferi", che erano ritenuti responsabili di patologie di febbre malariche (chiamate "febbri di palude"), lamentante dagli abitanti degli insediamenti prossimi agli specchi d'acqua menzionati (Fuorigrotta, Pianura, Soccavo) e, soprattutto, dai lavoratori addetti che provenivano in gran numero dall'Area Nord della città di Napoli (Piscinola, Marianella, Chiaiano, Secondigliano, ecc.). 
Per studiare il problema sanitario furono incaricati diversi medici dell'epoca, come l'illustre medico chirurgo Ferdinando Palasciano (Capua 1815, Napoli 1891), famoso per essere stato tra gli ispiratori della nascita della "Convenzione di Ginevra" e della "Croce Rossa" e anche per la sua bella villa realizzata a Capodimonte, che mostra ancora oggi la torre in "stile senese", chiamata appunto "Torre Palasciano". Questi medici indagarono, visitando i diversi Casali dove si verificarono i maggiori contagi, come a Piscinola, Marianella e altre località. A tal riguardo abbiamo trovato una testimonianza del medico Dott. Nicola Pilla che descrive la sua esperienza di scienziato. Il racconto è stato tratto dal libro: "Vita del Dott. Nicola Pilla, Scritta da lui medesimo. Nell’anno 1837. Sessangesimosesto della sua età. Empoli. Tipografia di Giuseppe Capaccio. 1850". 


"Nacqui in Venafro nella Campania, il 1 maggio 1772. I primi anni della mia vita non meritano considerazione.
Mi dedicai agli studi in età inoltrata. Le mie facoltà intellettuali furono tenaci nel loro sviluppo, forse perché dominato in quell’epoca da sonno profondissimo che non permetteva alzarmi di buon mattino. Superai finalmente tale difficoltà nel seguente modo. 
Nell’andare a letto la sera legava alternativamente il dito massimo de’ miei piedi con una cordella alla colonna del letto; ciò produsse il suo effetto, cioè di essere costretto destarmi dopo poche ore di sonno. Un tal metodo praticato costantemente per due anni consecutivi fece si che dai miei 20 anni in poi acquistai l’abitudine di alzarmi alle 7 ore d’Italia di tutti i tempi.
Sul declinare de’ miei 17 mi recai in Napoli per applicarmi alla medicina - Passai sotto l’insegnamento del Professore Saverio Macrì
i dei primi anni nella Capitale in quelle incertezze proprie di uno studioso senza conoscenze e senza appoggio, Nel terzo anno della mia dimora in Napoli (1790 al 1791) val a dire negli anni 20 incipienti di mia età, ebbi la fortuna di avvicinare i prof. Domenico Cirillo, Giuseppe Vario, Angiolo Fasani, e Filippo Cavolini. 
Trattando con questi celebri Naturalisti di que’ tempi contrassi l’inclinazione di associare alla medicina la Chimica e la Fisica, oltre altri rami della Storia Naturale come la Botanica, la Mineralogia e la Zoologia; al quale oggetto nella primavera dell’anno 1791 intrapresi una escursione ne’ campi Flegrei sotto la direzione de’ prelodati professori che per me non restò infruttuosa. Infine impiegai l’autunno dello stesso anno in Piscinola, antico casale di Napoli, ivi mandato dal Sig. Cirillo, per studiare alcuni morbi autunnali (Cholera Europeo), che sogliono annualmente contrarre quegli abitanti reduci in quella stagione dal lago di Agnano in occasione del macero della Canapa e del Lino.
Mentre io era così avviato dovei rimpatriare. In quest’epoca mi ammogliai e dopo poco tempo questa moglie si morì senza lasciare prole.
Non troppo tardi pensai a darmi a nuovo matrimonio e menai a seconde nozze con una giovinetta che poi disgraziatamente perdei dalla quale ebbi undici figli.
Tristissime vicende economiche e familiari nel migliore della mia vita! [...]".

La vita di questo scienziato è stata molto frenetica e intensa. Fu combattente e si distinse durante la rivoluzione del 1799, pertanto gli vennero affidati prestigiosi incarichi politici e amministrativi nel suo paese natio, di Venafro. Per risolvere la problematica di trovare una sede idonea per accogliere i malati mentali dell'area napoletana e casertana, consigliò alle autorità dell'epoca di attrezzare l'ex convento di Santa Maria Maddalena di Aversa; quindi il dott. Pilla fu l'ideatore dell'istituzione del noto Manicomio di Aversa, chiamato anche "Ospedale Psichiatrico Santa Maria Maddalena", ricevendone in affidamento la prima direzione sanitaria. 

Per quanto riguarda la questione sanitaria descritta, dopo alcune controversie tra gli amministratori e i produttori, le lavorazioni della canapa e del lino furono trasferite, prima, nel lago del Fusaro e, successivamente, presso il Lago di Patria, per poi arrestarsi definitivamente intorno agli anni '60 del secolo scorso, a causa dell'abbandono dell'utilizzo della canapa e del lino nei settori trainanti che, come si è detto in precedenza, furono l'abbigliamento e la realizzazione di cordami e di sacchi. 
Il lago di Averno fu definitivamente prosciugato e bonificato poco dopo l'Unità di Italia (1870), per mano di imprenditori privati; sulla nuova area libera ricavata furono successivamente realizzati insediamenti agricoli, residenziali e soprattutto l'Ippodromo di Agnano.
Salvatore Fioretto