Lo sosteniamo da tempo che Piscinola e Marianella sono la terra della Musica e le ricerche che conduciamo hanno portato altri frutti che avvalorano e confermano pienamente questo nostro assunto. Ecco un altro personaggio famoso legato al mondo della musica che ha vissuto nel nostro territorio, a Marianella, apprezzando la quiete che offriva il suo abitato, fino agli ultimi giorni della sua vita, parliamo del maestro Uberto Bandini. Esponiamo nel seguito i tratti salienti della biografia e della vita artistica del maestro, tratti in gran parte dalla biografia contenuta nella Enciclopedia Treccani. A margine del testo abbiamo riportato un "Appendice" con una nutrita raccolta di recenzioni di critica, tratte da diversi settimanali e mensili dell'epoca.
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Il Maestro e l'Avanguardia: La Vita e il Viaggio Musicale di Uberto
Bandini
Era
la primavera del 1860, precisamente il 28 marzo, quando a Rieti
nacque Uberto Bandini. Cresciuto tra le bellezze e il rigore di
quegli anni di grandi cambiamenti per l'Italia, il giovane Uberto
completò gli studi liceali a Perugia, ma il richiamo della musica
era troppo forte per essere ignorato. Scelse così di trasferirsi a
Napoli, iscrivendosi al prestigioso conservatorio della città. Lì,
per un intero anno, affinò le sue armi musicali studiando
contrappunto sotto la guida severa del direttore Lauro Rossi e
dedicandosi al canto con il maestro Lombardini.
Tuttavia,
la sete di perfezione di Bandini lo spinse presto verso un altro
grande centro della penisola: Roma. Nel liceo musicale di S. Cecilia,
Uberto trovò il terreno ideale per fiorire, rivelandosi un allievo
brillante ed espressivo al pianoforte sotto la tutela di G. Sgambati,
e una delle promesse più fulgide nella classe di composizione di E.
Terziani.
Le Luci della Capitale e il Sodalizio con Alessandro Costa
Giovanissimo,
Bandini si impose con forza nell'ambiente artistico romano. Ai primi
del 1880, le sue strade si incrociarono indissolubilmente con quelle
di un amico e compagno di studi, Alessandro Costa (1857- 1928). Insieme, i due giovani
diedero vita a una serie di "trattenimenti musicali"
promossi dall'Accademia Filarmonica Romana nella sua sede provvisoria
di via dei Crociferi. Il pubblico romano li vide esibirsi con
audacia: il 23 febbraio suonarono l'ouverture del Fidelio di
Beethoven ridotta a quattro mani, mentre nel marzo successivo
gestirono interamente un concerto con programmi raffinati e
inusitati.
Nel
mese di aprile, i due audaci musicisti presentarono persino le loro
opere originali: Bandini incantò il pubblico con la sua ballata per
mezzosoprano, coro, doppio quartetto e timpani Il giovin bardo
(scritta sui versi di T. Moore), un lavoro che ottenne un tale
successo da dover essere replicato.
Mentre
conquistava Roma, il nome di Bandini varcava i confini regionali. Sul
finire del 1879, il Comitato dei concerti popolari di Torino aveva
bandito un concorso nazionale per un'ouverture a piena orchestra,
attirando ben ottantasei concorrenti. Uberto sbaragliò la
concorrenza vincendo il primo premio con la sua fantasia sinfonica
Eleonora (ispirata a una leggenda di A. Burger). Quando
l'opera debuttò al Teatro Vittorio di Torino il 21 novembre 1880,
divise la critica ma conquistò follemente il pubblico, tanto da
viaggiare presto oltremanica e oltreoceano, risuonando al Crystal
Palace di Londra e al Lennox Lyceum di New York nel 1881.
Ben presto il maestro Bandini mise su famiglia e prese in sposa la signorina Gina del Frate De Giovanni, con la quale ebbe una felice vita coniugale arricchita da prole.
I Venti Wagneriani e lo Scontro con la Critica
Animati
dall'esempio del loro maestro Sgambati, Bandini e Costa abbracciarono
con fervore la fede wagneriana, aprendosi alle correnti musicali più
innovative e spregiudicate del tempo. Questa loro vocazione per il
nuovo si tradusse nella composizione di un Preludio sinfonico alla
tragedia Amleto, che il direttore E. Pinelli presentò alla Sala
Dante il 26 aprile 1881.
Il
brano scatenò una di quelle feroci e memorabili polemiche che
infiammavano i salotti artistici d'allora, in particolare a causa
della durissima stroncatura firmata dal critico F. Flores d'Arcais. I
due giovani compositori non rimasero in silenzio: risposero alle
critiche pubblicando un opuscolo intitolato Una curiosa polemica.
Brevi cenni sul presente stato della critica e dell'arte musicale in
Italia (1881). Quello scritto, tagliente e coraggioso, accusava
il critico di disertare i concerti di "buona musica" (da
Palestrina a Beethoven) per concentrarsi solo su ciò che
consideravano mediocre, offrendo oggi agli storici una finestra
preziosa sulle tensioni e sulle condizioni della musica italiana
nell'ultimo quarto dell'Ottocento.
La Nascita della "Società Bach": Un Santuario per gli Iniziati
Nonostante
il valore delle loro composizioni, la pagina più grande e duratura
scritta da Bandini e Costa fu di natura culturale e spirituale: la
fondazione della "Società Bach". Descritta dai
contemporanei come un vero e proprio "ambiente da iniziati"
per la nobiltà e la severità dei repertori, questa coraggiosa
istituzione ebbe il merito storico di svelare e diffondere a Roma la
musica di J. S. Bach e di educare il gusto di un'intera epoca.
Attraverso
concerti memorabili, vennero riscoperte gemme dimenticate di musica
sacra, polifonica e vocale firmate da maestri immortali come
Palestrina, Orlando di Lasso, Josquin Després, Pergolesi e Caldara.
I concerti, diretti da Costa, trovarono dimora in luoghi carichi di
suggestione: dapprima nell'abbandonato oratorio di S. Lorenzo in via
Belsiana — frequentato assiduamente anche da Gabriele d'Annunzio,
che immortalò quelle atmosfere nel suo romanzo Il trionfo della
Morte — poi all'Ospizio di S. Filippo e infine, dal 1896, alla
magnifica Sala Costanzi. La società, formalmente costituita nel 1895
grazie al sostegno di intellettuali e amatori d'arte, divenne il
cuore pulsante della musica antica e sacra in Italia.
Dalla Cattedra alla Memoria Storica
Con
il passare degli anni, Uberto Bandini seppe unire alla vena creativa
una vocazione profonda per la didattica e la direzione. Nel 1884
vinse la cattedra di composizione all'Istituto musicale "C.
Pollini" di Padova, assumendone la direzione tra il 1885 e il
1887 e firmando importanti scritti teorici, come il saggio La
musica nella evoluzione della civiltà italiana.
La
sua traiettoria accademica lo vide poi approdare a Milano, come
professore d'armonia al Conservatorio (dal 1888 al 1891), e infine a
Napoli, dove vinse la cattedra di "Armonia complementare" nel 1900 e
quella di armonia principale nel 1906, succedendo nella cattedra di "Armonia principale" al maestro A. Puzone.
A testimonianza della sua attività didattica rimangono i suoi apprezzati trattati, editi dalla "Casa Ricordi", di Scuola di Armonia, Contrappunto e Composizione... Libro primo: Armonia, Milano s. d. [ma 1887], e Libro secondo: Contrappunto, ibid. s. d. [ma 1900] - il terzo volume non fu pubblicato, ma nel 1936 la casa Ricordi stampò di nuovo i due volumi sotto il titolo: Scuola di Armonia, Contrappunto e Fuga e nel 1943, ancora il primo, Armonia; - Regole d'armonia e piccoli bassi progressivi, I e II ediz. riveduta dall'autore, Milano s. d.; - Progressioni su tutta l'estensione della scala, Milano s. d. [ma 1902]; - Canti dati, disposti in ordine progressivo per uso scolastico, ibid. s. d. [ma 1908].
La sua eredità didattica
rimase scolpita nei manuali pubblicati da Ricordi e formarono generazioni di musicisti... I due libri "Scuola di Armonia, Contrappunto e Fuga", ebbero l'onore di essere vivamente apprezzati dal maestro Giuseppe Verdi, il quale, in particolare, giudicò il libro che tratta dell'Armonia, come: "Il più bello e razionale trattato da lui conosciuto" (cit. della "Gazzetta Musicale", del novembre 1900).
Dopo
aver arricchito il suo catalogo con lavori orchestrali e pianistici
come l'Elegia op. 7, la Suite in la op. 12 e la
singolare Suite della Suocera op. 23, Uberto Bandini si spense
nella quiete di Marianella, a Napoli, nella notte tra il 20 e
il 21 novembre 1919, lasciando dietro di sé l'impronta indelebile di
un pioniere che aveva saputo guardare al futuro della musica senza
mai dimenticare le radici dei grandi maestri del passato.
Purtroppo non siamo ancora riusciti a sapere dove si trovava l'abitazione del maestro durante la sua permanenza a Marianella e il luogo dove è conservata la sua tomba.
Salvatore Fioretto
Appendice:
Ecco alcune recenzioni trovate sulle opere e sull'attività artistica del maestro Bandini:
Dalla “Gazzetta Musicale di Milano”, anno XVII, 1887, Ed. G. Ricordi Milano
PADOVA,
19 Aprile 1887. (pag. 129)
"Il
concerto dato all'Istituto Musicale, domenica 17 aprile, è riuscito
egregiamente, sia pei pezzi che furon scelti, sia per il modo in cui
si eseguirono, sia per la finezza e la valentia, con cui furono
diretti dall'egregio professore Uberto Bandini.
La
Malinconia di Beethoven (che fa parte del Quartetto in si b. min. op.
18, N. 6) suonata a parti sestuplicate, apri il concerto: ed è un
pezzo giustamente degno della preferenza di esser eseguito prima di
tutti. È una vera meraviglia! ...
Dinanzi
ad opere di tal fatta, maestri e compositori si sentono come
annientati: si potentemente vi è scolpita la manifestazione del
genio! Quella musica domina sovrana l'animo degli uditori: raggiunge,
in una parola, lo scopo più alto dell'arte, che è quello di
commuovere. Noi, ascoltando questo lavoro, ci sentimmo compresi da
soave mestizia, come alla lettura di una delle più gentili poesie
del noto poeta Nicolò Lenau, che è pei tedeschi, quello che per noi
è il Leopardi, vogliam dire il cantore della melanconia per
eccellenza. Osservammo come l'adagio assomigli in certi punti al
preludio del Faust, per quella tinta maestosa e severa , che s'impone
a chi ascolta. E chi mai non ha studiato Beethoven?
Quanti
maestri dallo studio di questo grande, non ritrassero delle sublimi
idee, di cui si servirono nella condotta delle loro opere? Ciò non
torna loro punto di vergogna: anzi mostra uno studio diligente,
profondo dei grandi esemplari.
Il
finale del pezzo è graziosissimo: il motivo è ripetuto a canone,
dalle viole, dai violini secondi e dai primi: poi tace, per lasciare
il posto alla frase dominante del primo adagio: quindi erompe in
tempo doppio, producendo così quelle chiuse violenti e secche, che
fanno sempre grandissima impressione. Tali artifizi sono spesso
adoperati da Beethoven; li troviamo in molti pezzi: e tra questi, nel
famosissimo Trio, che s' intitola la Serenata. Il finale è difficile
assai a dirigersi per le frequenti interruzioni e mutazioni di tempo
, e per dare ai suonatori gli attacchi giusti. Il Bandini lo dirigeva
senza partitura, con molta franchezza: il che mostra una grande
conoscenza del pezzo ed un' ammirabile valentia.
Segui
poi un Duetto di Mendelssohn, cantato da due allieve dell'Istituto.
Tutti i duetti di quest' autore sono soavi e carezzevoli ed hanno
melodie di carattere italiano. Mendelssohn già è maestro del
dolcissimo canto: ed in ciò ha molti punti di somiglianza col cigno
catanese.
Il
Quintetto in do di Schubert per due violini, viola e due violoncelli,
che venne eseguito di poi , è difficile assai a comprendersi : ha di
più il difetto di essere piuttosto lungo. In Germania, ove la calma
nell'ascoltare domina più che da noi, deve essere sentito con molto
piacere. (In ciò i tedeschi si avvicinano agli antichi greci, che
assistevano a lunghissime rappresentazioni , senza stancarsi). Ma qui
in Italia (ove la maggior parte di coloro che vanno ai concerti,
vanno, se mariti, per accompagnare le loro signore; se giovani, per
ammirarle; e dove la maggioranza del bel sesso interviene per farsi
ammirare) in Italia diciamo il Quintetto non può essere gustato.
Siccome è una musica che richiede molta attenzione, la gente che
l'ascolta si stanca e finisce per annoiarsi. Il più bel pezzo del
Quintetto è l'adagio; secondo per valore artistico, viene lo
Scherzo.
Ma
in tutti e quattro i numeri che lo compongono, c'è tanto tesoro di
melodia, quanta ne sa creare Schubert. Alle volte per troppi lavori
contrappuntistici, per soverchi ricami, non si può afferrare bene
l'idea, quindi, per seguire il canto, c'è bisogno di una grande
attenzione: talvolta le idee sono ripetute un po' troppo e l'autore
peccherebbe di essere prolisso. Il Quintetto fu suonato abbastanza
bene, quantunque sia irto di gravissime difficoltà, e per
l'esecuzione e per l'intelligenza e pei coloriti.
Passiamo
ora a dire di una Barcarola a due voci del maestro Ricci, l'unico pezzo
di musica italiana che si sia eseguito. Invero, non fu troppo felice
campione dei nostri lavori musicali! Eppure, per quanto volgare (e si
può dirlo senza trovare oppositori) valse ad eccitare il pubblico,
che al solo sentire musica italiana s'è scosso, s'è animato; ha
voluto il bis ed insisteva perché si ripetesse una terza volta:
tanto può negli animi il sentimento di nazionalità ! È stata una
protesta contro la musica tedesca ? ... Noi non lo possiamo
affermare. Diremo però che il prof. Bandini ha accettato in
programma la Barcarola, solo in sostituzione di un altro pezzo che
non s'era potuto eseguire. Quantunque noi veneriamo i padri dell'arte
nostra, e ammiriamo le loro opere , pure ci convien confessare che il
duetto del Ricci vale poco : l'allegro poi è inferiore a qualche
lieta canzone cantata dal popolo. Si vede chiaramente che deve esser
stato proprio gettato giù alla buona, senza curare né la forma, né
le idee.
Si
eseguì poi la Canzonetta amorosa di Taubert per archi, tutta a
pizzicati: è un pezzo graziosissimo, fatto per istrappare l'applauso
di questo si volle il bis, perché suonato e diretto squisitamente.
Ebbe
l'identica esecuzione il bellissimo adagio del Quartetto in sol, N.
34, di Haydn, che è un vero capolavoro. Quanto hanno da imparare i
giovani maestri da questo autore ! Nei suoi lavori si incontrano
delle bellissime progressioni, pregiate assai nella scienza musicale,
che mostrano, direm quasi, l'unghie del leone, la favilla del genio
potente. Noi lo confessiamo: Haydn è il nostro autore favorito. Le
opere di lui rivelano un modo di sentire quasi italiano: ed è perciò
che esse piacquero fino ad ora e piaceranno sempre nella nostra
patria.
Chiuse
il concerto il meraviglioso Scherzo in mi b. (op. 44, N. 3 ) di
Mendelssohn. In cosi piccolo lavoro come si manifesta la creatrice
potenza del maestro! Come è accurata l'istrumentazione! Tanto è
l'effetto ricavato dalla bella disposizione degli archi, che pare in
certi punti si scateni un uragano, ed escano dai suoni baleni di
folgore. Fu benissimo eseguito e diretto a perfezione dal Bandini,
che studia di afferrare l'idea dell'autore e farla apparire
chiaramente al pubblico mediante i coloriti.
Se
ci fosse stato un pezzo meno lungo del Quintetto di Schubert, ed uno
italiano più fine della Barcarola del Ricci, tutti e cultori
dell'arte e profani, si sarebbero maggiormente divertiti: ma a parte
ciò, nel complesso il concerto riuscì egregiamente." ANDEAN.
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"Quale maggior attrattiva della Pastorale di Beethoven, della Ouverture dell' Ein Sommernachtstraum di Mendelssohn, e della Marcia Turca di Mozart, eseguite in un concerto da 60 professori d'orchestra ? Il programma era addirittura magnifico: eppure i Padovani, in poco numero (poco più di un centinaio) si recarono alla sala dell'Istituto Musicale ! Qualunque amatore della bella musica ha dovuto esser lietissimo di poter udire la VI Sinfonia di Beethoven, cosi descrittiva, che coglie la natura in tutti i suoi momenti e in tutte le sue fasi : dal sereno splendido che allieta l'animo dei pastori, che li fa erompere nelle più allegre e briose canzoni, che li invita a riposare presso il rumoreggiante ruscello , accarezzati dal canto dei pacifici uccelli, al terribile uragano che impaurisce i timidi abitatori della montagna , al ritorno della calma, che strappa dal petto dei pastori fervidi inni di ringraziamento all'Eterno.
Qualunque amante della musica, ha dovuto per certo gustare le note fantastiche della Ouverture di Mendelssohn, che colla sua potenza imitativa, richiama alla mente le carole e le danze degli dei silvani e dei gnomi. Caratteristica pure è la Marcia Turca di Mozart, la cui esecuzione, come quella degli altri pezzi, riuscì perfetta. Il prof. Uberto Bandini ne fu il direttore: e non è a dire con quanta diligenza egli, innamorato della musica classica, abbia cercato di seguire l'idea dell'autore in tutti i chiaroscuri e in tutte le sfumature, e come mirabilmente vi sia riuscito.
Il concerto dato all'Istituto, senza dubbio farà epoca, ed ha lasciato nel pubblico una piena soddisfazione ed un vivo desiderio di poter udire il più presto, l'ultima e più celebre delle nove Sinfonie che hanno reso glorioso il nome di Beethoven!" ANDEAN.
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PADOVA
, 2 Agosto 1887 - Il
saggio all'Istituto Musicale .
"Il
saggio finale, dato domenica scorsa dagli alunni del nostro Istituto
Musicale, ebbe un esito davvero soddisfacente. Tra i suonatori di
violino, si distinse il giovane A. Salotto, allievo del valente prof.
Cimegotto, e tra quelli di violoncello il signor V. Manzoni , allievo
del prof. Baragli. Fra le suonatrici di pianoforte, emerse la
simpatica signorina Clori Golfetto, che esegui alla perfezione, con
anima e sicurezza da vera concertista, la Canzonetta del mietitore di
Schumann, e quell'elegante e difficile pezzo che è l'Au bord d'une
source di Liszt. Anche le allieve di bel canto e gli allievi di canto
corale diedero buona prova del loro studio e fecero onore agli
insegnanti signori G. Consolini e A. Selva.
Si
eseguirono poi in questo concerto, Preludio e Gavotta di una nuova
Suite in do del prof. U. Bandini, per istrumenti a fiato di legno.
Nel Preludio non si sente la geniale ispirazione ond'è piena la
Suite in mi dello stesso professore, cui ammirammo in una mattinata
musicale: ma vi si scorge piuttosto uno studio severo d'armonia; un
uso (se vogliamo, un po' soverchio) della scienza moderna degli
accordi. In esso le idee si intrecciano, si complicano, sicchè è
difficile di poterne, ad una prima audizione, afferrare la struttura
e l'idea predominante.
Graziosa
invece è la Gavotta, con una Musette assai caratteristica: quella
però che lasciò a desiderare fu la esecuzione di questo pezzo, ad
onta della pazienza adoperata dal bravo maestro Zaberoni,
nell'istruire i suoi scolari. In complesso il saggio, se non riusci
splendidamente, certo bene; lasciò soddisfatte le famiglie degli
allievi ed accrebbe credito all'utile istituzione della scuola, dove
si apprende la più bella, l'eccelsa delle arti, che nobilita l'animo
ed ingentilisce i costumi.
Annunciamo
con piacere che il giovane A. Toma, maestro compositore, fu nominato
membro della Commissione artistica dell'Istituto Musicale. Egli,
certamente, merita questo onore, perché pieno di genio, di
intelligenza e di passione per l'arte sua." ANDEAN.
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La Musica nella Evoluzione della Civiltà umana del maestro UBERTO BANDINI . ( Venezia . Antonelli, 1887)
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[...]
"Questo
sia detto en passant, chè il libro del De Valori merita proprio d'
esser letto, e magari tradotto per avere più lettori nel paese che
lo ha ispirato: l'Italia. Eruditissimo
lo scritto del professore Uberto Bandini: La musica nella evoluzione
della civiltà italiana.
L'ho
letto, e l'ho studiato col massimo piacere. Certamente egli ha
dovuto fare entrare in quaranta pagine la materia che ha servito e
servirà per centinaia di volumi, ma lo ha fatto con dottrina di
saggio discernimento, fermandosi su ciò che era inevitabile
fermarsi, e passando via di sfuggita su cose di minore importanza .
Intanto
la storia della musica è ancora nella prima infanzia cultori si
contano sulle dita, e ne avanzano; studenti , così per modo di dire,
ve ne hanno in ogni scuola, ma studenti veri, no. E la storia della
musica è una delle più interessanti, è come la cronologia
fisiologica-morale del proprio paese .
Riporto
questo brano per la sua bellezza e per la sua smagliante verità:
«L'origine della musica fu tutta cristiana; dalla rivoluzione «di
Cristo cominciò a sentirsi che la contemplazione del mondo «
esterno non bastava agli spiriti ardenti di carità, che v'era dentro
qualche cosa più potente e segreto, la scintilla dell'amore
sconfinato, idealizzato, che tutto abbraccia, che trova conforto «
in sè stesso e che doveva avere per altissima espressione un'arte
<< nuova, modificabile anch'essa coi tempi e con gli uomini, ma
<< altissima sempre, intima, profondissima: la musica. Ed in
vero, << se Voltaire, mordendo giustamente il vizio di musicare
le scempiataggini, disse: quello che non si può dire in prosa si
dice in «musica, noi diremo ancora che dove non arrivano le altre
arti <<giunge la musica. E là nelle catacombe e poi nelle
prime chiese << lentamente si svolsero i germi dell'arte nuova. ».
Questo
splendido periodo basta a dare un saggio del come è trattato
l'argomento nell'erudito lavoro del Bandini. Trattandosi di limiti
così ristretti, le citazioni di nomi e di date naturalmente si
accumulano le une sulle altre, senza tregua; ma aprono la strada a
chi, volonteroso di approfondirsi maggiormente , voglia trovare nei
testi e nei libri citati lo sviluppo esteso dell'idea, sovente appena
accennata dal nostro autore.
Parlando
degli istrumenti ( 150 anni dopo S. Ambrogio), cita fra quelli a
fiato le trombe, le zampogne, gli organi, le pandure. E circa
l'organo, ne manda ad altro periodo, dove trattando di questo re
degli strumenti, si ferma assai a parlare della sua antichità fino a
riportare il famoso paragrafo della Bibbia ( Genesi. Capo IV.
Versetto 21 ): Esso fu padre di tutti coloro che maneggiano la cetra
e l'organo. Ma stando all'autorità di illustri scienziati è
mestieri credere che la parola organo significasse voce, canto,
perchè infatti come è presumibile nemmeno l'idea d'uno strumento a
più suoni definitivamente stabiliti, in quell'epoca, nientemeno che
antidiluviana!??... L'illustre Basevi tratta questo argomento con
smagliante profondità di argomentazioni scientifiche. Con non minore
sicurezza e chiarezza il distintissimo cav. Damiano Muoni, in un suo
scritto in proposito, dice: perocchè la voce organo (organum,
ὄργανον) serviva a designare, parimenti in antico , oggetti
d'ogni natura, ma specialmente ARMONICHE ASSOCIAZIONI DI VOCI, e
tutti gli strumenti ad aria o a fiato, noti coi nomi di buccina ,
concha, tuba, lituus , corna, tibia, ligula, fistula, calamus, ecc.,
ecc., alla stessa guisa che cithara (κιθάρα, κίθαρις)
adoperavasi per accennare tutti gli strumenti a corda appellati:
fides, testudo, chelys, lyra, staman, plectrum, psalterium,
pulsabulum, harpa, sambuca, tetrachordon, pandura, ecc., есс.
».
È
dunque facile comprendere quale interpretazione deve darsi al noto
versetto della Genesi: Esso fu padre di tutti coloro che SUONANO E
CANTAΝΟ .
Non
ho creduto inutile trattenermi su questo punto. La Bibbia dice in
altro luogo: Laudate Domine in organum et cordas, e il significato
non può fraintendersi. L'organo, strumento, deve piuttosto
ritenersi, come dice anche il Bandini , invenzione o del Cetsibio (
100 anni avanti Cristo) o d'Archimede (250 anni avanti Cristo).
Quanto a Santa Cecilia, non fa testo, perchè appunto dall'essere una
santa venne dopo Cristo e l'organo è senza dubbio invenzione
antecedente; ma da cento o duecento anni prima dell'êra volgare, al
tempo di Jubal e di Mosè che ne scrisse nella Genesi
, c'è la bellezza di oltre tremila anni !
Nella
pandura (strumentino di cannucce inventato dal dio Pane) e nello
scieng dei chinesi potrebbe cercarsi l'idea, in embrione,
dell'attuale mastodontico strumento. Per
esattezza storica, pel naturale procedimento, le quaranta pagine del
professore Bandini sono preziose, e più che prezioso ne è il
contenuto , un estratto concentrato di tutta quella storia dell'arte
nostra, e sulla quale scienziati e filosofi hanno dette tante belle
cose, ma eziandio tante corbellerie! " SOFFREDINI
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Critica musicale all'opera comica scritta da Bandini "Alla santa memoria di una suocera"
"L'editore
Achille Tedeschi, di Bologna, pubblicherà in questi giorni una
novità musicale assai bizzarra, di un genere assolutamente
intentato.
Si tratta di uno scherzo, concepito però con
intendimenti artistici e svolto con forma elegantissima e distinta,
che il maestro Uberto Bandini intitola "Alla santa memoria di
una suocera!"
Questa suite per pianoforte solo, riproduce
le impressioni di un genere durante e dopo l'ultima malattia della
suocera.
I. La suocera è malata, mazurka. Un'idea semplice si svolge con naturalezza, riproducendo l'impressione prodotta dall'annuncio della malattia; nel trio alcuni accordi solenni e forti mettono una nota grave, quasi religiosa, in mezzo alla composizione festevole, come se, per associazione d'idee, ricorressero alla mente i canti di solenni esequie! Ma il pezzo finisce allegramente.
IV.
Campane a morto, saltarello sul tema delle campane. Il pezzo è
composto sopra una successione di tre note che costantemente si
eseguono dalla mano sinistra, mentre la destra segue il suo
saltarello di giubilo; dapprima lento e sommesso, poi crescendo e
stringendo, fino a terminare presto e strepitoso, con uno scampanio a
festa.
Quattro belle vignette del chiarissimo professore Tivoli
illustrano i singoli pezzi. Precede, sulla copertina, il monumento
che il genero desolato finalmente pose alla memoria della suocera.
Sotto al busto che ne ricorda le geniali sembianze, sta per epigrafe:
"Cosa bella e mortal passa e non dura."
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"Fa\ La\ Do\ Mi\ Sol\ Si\ Re."
Tutte le sette note della scala sono riunite in un solo accordo. A proposito del quale l'egregio autore rammenta un esempio famoso della IX sinfonia di Beethoven, esempio in cui, sopra il primo rivolto dell'accordo di Re minore, si trova l'accordo di settima diminuita della stessa tonalità, e perciò basato sul Do diesis, risultando la combinazione: Fa\ La\ Re\ Fa\ La,\ Si\ bemolle\ Do\ diesis\ Mi\ Sol\ Si\ bemolle.
Noi, all'antica, spiegavamo questa sovrapposizione di due accordi, fra loro collidenti, come una combinazione complessa d'appoggiature sulle note dell'accordo di tonica rivoltato. Ciò è manifesto pel fatto che i suoni dell'accordo di settima risolvono, discendendo di grado, su quelli dell'accordo di tonica coefficiente.
Interessantissimo è il Preambolo critico preposto al trattato — sebbene il Fétis e il Boucheron sieno trattati un po' troppo.... confidenzialmente, — e utili assai sono i partimenti numerosi e scelti che corredano il lavoro dell'egregio Bandini.
Osserviamo solo che questi bassi, dettati dai loro autori (Fenaroli, Mattei, Zingarelli) per le combinazioni armoniche d'altra epoca, non si prestano per l'applicazione dei principii enunciati dall'egregio Bandini. — Era meglio, a nostro avviso, farli precedere dalle vecchie teoriche. — La parte nuova del trattato del Bandini poteva essere aggiunta come seconda parte dedicata all'armonia moderna. È ciò che il Bandini, dotato com'è di vigoroso ingegno, potrà fare in una seconda edizione dei suoi principii d'armonia."
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"Umberto Bandini è allievo di Lauro Rossi al regio Conservatorio di Napoli e del Liceo Musicale di Santa Cecilia in Roma, ove ebbe a maestri Giovanni Sgambati ed Eugenio Terziani. Premiato e licenziato dal Liceo, a venti anni vinse il primo premio ai Concerti Popolari di Torino sopra ottantasette concorrenti con una sua, ouverture: Eleonora, che fu eseguita varie volte a Roma alla Sala Dante, a Torino, e a Londra ai concerti del Crystal Palace con molto successo.
Il Bandini era già professore di composizione e direttore dell'Istituto Musicale di Padova. Giovane colto, egli ebbe a Venezia l'onore di leggere al regio Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti un suo lavoro intorno la evoluzione della musica nella civiltà italiana. Ma la necessità di vivere in un ambiente artistico, lo costrinse ad abbondonare Padova, e venne nominato professore d'armonia al nostro Conservatorio.
Dei lavori presentati dal Bandini preferisco: il Tempo di danza, un grazioso e brioso "3/4" per quartetto d'archi; e lo Scherzo e l'Andante per pianoforte, violino e violoncello. L'Andante, in ispecie, è una bella pagina di musica calda, appassionata; un dialogo d'amore tra violino e violoncello.
Le altre composizioni dell'egregio musicista, se non prive di pecche — prima dei quali quella delle divagazioni — non mancano però di far testimonianza della coltura del loro autore, e di provare nel Bandini uno studioso dei nostri classici."




















