sabato 25 luglio 2026

"Il più napoletano tra i santi"....Breve testimonianza tratta dagli atti del processo canonico di S. Alfonso M. de Liguori

Come da tradizione in uso in Piscinolablog, approssimandosi la ricorrenza della nascita al cielo di Sant'Alfonso Maria de Liguori, morto infatti il 1 agosto 1787, dedichiamo un post che ricalca la vita del Santo marianellese e concittadino della VIII Municipalità. Abbiamo scelto quest'anno un pezzo del brano contenuto nella Raccolta dei decreti emanati dalla Santa Sede nella Causa della beatificazione e canonizzazione di Sant'Alfonso. Il testo dal quale abbiamo tratto lo scritto è: "Riflessioni sopra la santità e dottrina di Sant'Alfonso Maria de Liguori fondatore della Congregazione del SS. Redentore e già vescovo di S. Agata de Goti. Ristampate in occasione della solenne canonizzazione del medesimo santo." Torino, per Giacinto Marietti tipografo-libraio, 1839 (pagg. 9-15).

 


PARTE PRIMA

RACCOLTA DE' DECRETI DELLA S. SEDE

EMANATI

NELLA CAUSA DELLA BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE

DI S. ALFONSO MARIA DE' LIGUORI

CON ALCUNE PRECEDENTI OSSERVAZIONI.

CAPO I.

Sopra la fama di Santità per cui fu introdotta la causa di s. Alfonso Maria de' Liguori.

“Monsignor Alfonso Maria de' Liguori già Vescovo di S. Agata de' Goti passò da questa all'altra vita il primo agosto 1787 in età d'anni 90 mesi 10. Appena compito l'anno non tardò a promoversi la causa della sua Beatificazione dal Vescovo di Nocera, e dal Vicario Capitolare di S. Agata dei Goti, i quali ottenutane la facoltà dalla S. Sede, incominciarono a prendere le opportune informazioni.
Il motivo di un così pronto impegno di promuovere questa causa fu la fama della sua grande santità giustamente meritatasi in vita, e dopo morte.
Esimia in vero è sempre stata la santità di Alfonso in tutti gli stati di sua vita.

1. La sua nascita se non fu preceduta, almen fu accompagnata da maraviglie, perchè fin da bambino S. Francesco di Geronimo al solo vederlo e benedirlo predisse che non sarebbe morto prima dei 90 anni, che sarebbe fatto Vescovo, ed avrebbe fatto del gran bene nella Chiesa (Compendio della vita scritta dall'Abate Amici c. 1. ).
Nell'adolescenza era già di grand'esempio a tutti in ogni genere di virtù; fin d'allora era favorito di estasi nell'orazione; assiduo era altresì a visitar gli infermi (Ivi c. 2.).
Era dotato di grand'ingegno e così applicato allo studio, che all'età di 16 anni aveva presa la sua laurea nel Diritto Canonico e Civile con maraviglia di tutti.
Il suo temperamento era naturalmente focoso, ed irritabile; pure in tutta la sua vita, ed in tante difficilissime occasioni non gli si vide mai dare il menomo indizio di collera, ed erasi già reso un perfetto modello di cristiane virtù anche tra il tumulto e lo strepito del foro.

2. Rinunciato avendo la sua pingue primogenitura e le nozze con una principessa, ed i cospicui impieghi che gli si offerivano, elesse nel 1723 lo stato Ecclesiastico. Lo studio serio della Teologia, della S. Scrittura e dei Padri greci e latini, la chiesa, gli ospedali e le carceri formavano le sue delizie. S'accostava quasi ogni giorno ai SS. Sacramenti e tormentava il suo corpo con istromenti di penitenza, come si dirà in appresso. Appena ordinato Diacono cominciò a predicare, ed era così commosso e penetrato dalle grandi verità che annunziava, che vi correva tutta la Capitale (Napoli n.d.r.) con gran profitto.
Fatto Sacerdote nel 1726, tal fama erasi già acquistato, che il Cardinale in allora Arcivescovo di Napoli, derogando all'antico lodevole costume, volle accordargli subito la facoltà di confessare e lo destinò a dare gli Esercizi spirituali al dotto suo Clero Napolitano, il quale unitamente all'Eminentissimo Arcivescovo sommamente ammirò la dottrina, lo zelo e l'unzione del suo dire.
Conduceva intanto una vita più celeste che umana e diveniva sempre più indefesso al confessionale, e alla predicazione, con gran concorso e con gran frutto; non risparmiando fatica a segno tale che cedendo le forze, cadde gravemente infermo. (ivi c. 4.).

3. Non contento d'attender egli in persona così indefessamente alla salute delle anime, pensò a formarsi dei soci e fondò in mezzo alle più grandi contraddizioni neł 1732 una Congregazione d'abili Missionari, massimamente per istruire nei villaggi e nelle campagne le persone più rozze, ed abbandonate.
Questa Congregazione che venne chiamata del SS. Redentore, fu approvata da Benedetto XIV, li 25 febbrajo 1749 con grandi encomii dello zelo e santità del fondatore (Vita suddetta c. 6.), e in poco tempo si propagò in molti paesi del regno di Napoli e della Sicilia, negli stati Pontifici, ed in varie altre parti ancora dell'Italia, della Germania, della Francia, del Belgio, della Svizzera, in Lisbona, in Cincinnati negli stati uniti di America, ed in varii altri luoghi, contandosene ora 50 Collegi in circa (Rispoli vita sul fine).
Era da ogni parte invitato a dare Esercizi e Missioni, ed era solito in tal circostanza di viaggiare cavalcando un vil giumento. Le sue prediche producevano innumerevoli conversioni, gli attiravano sempre un gran concorso mercè la fama della sua santità, ed erano accompagnate dai singhiozzi e dalle lagrime di chi l'udiva e bene spesso anche da prodigiosi avvenimenti.
Benchè bagnato di sudore e già molto stanco, alla predica faceva succedere l'assistenza al confessionale. I penitenti s'affollavano a centinaia per confessarsi, nè mai si ricusava ad alcuno in qualunque ora benchè importuna, ancorchè abbisognasse di nutrimento e di riposo; e non solo non dava mai alcun segno di noia, ma anzi accoglieva sempre tutti con aria ilare e graziosa.
Tutte le ore libere dal suo ministero erano da lui impiegate a rispondere a chi lo consultava, a scrivere lettere di direzione e a comporre libri; avendo fatto voto di non perder mai un momento di tempo come si dirà altrove.
Consacrava più ore ogni giorno alla meditazione, ed era il suo spirito così penetrato dalla presenza di Dio che per rispetto dell'adorabile divina maestà camminava sempre come in atto di adorazione anche per le strade, col capo scoperto, eziandio in tempi estivi, freddi e piovosi, appena riparandosi la testa con un fazzoletto, come depose un suo Confessore (Atti vol. 1. sum. p. 198. § 209.) talmente che si può dire, che vivesse d'orazione e che esercitasse il ministero apostolico a guisa degli spiriti angelici, col cuore continuamente unito con Dio, ed infiammato del divino amore, come scorgeasi dalle frequenti, ed infocate aspirazioni e dal continuo suo parlar di Dio con tanto calore che penetrava chiunque lo udiva.
L'ordinario suo cibo era una semplice minestra d'erbaggi che condiva con aloe, mirra, ed assenzio; talmente che nè i poveri, nè i gatti volevano mangiarne gli avanzi (Atti vol. 1. summ. 285. § 8.), tanto erano amari; vi aggiungeva soltanto qualche frutto; nè mai si cibò di carni, o di pesci. In tutti i sabbati s'asteneva anco dalla refezione della sera e il più delle volte digiunava in pane, ed acqua.
Cingevasi i lombi di cilici, le braccia di catenelle ed i femori di cosciali e calzoni di ferro armati di acutissime punte; usava ancora fascie e giubbe di crini di cavallo e simili stromenti di penitenza.
Ogni giorno aspramente si flagellava fino all'effusione del sangue (ciò che continuò finchè gli fu proibito nella sua ultima vecchiaja), usando un pennello con calce per togliere dalle pareti gli spruzzi di sangue. Giunse una volta a flagellarsi così violentemente per vincere una tentazione di vanagloria all'occasione d'una visita, che ebbe del Cardinale Orsini (Atti vol. 2. Resp. ad animadv. p. 54.), che si offese un nervo d'una coscia, per cui dovette andar lungo tempo zoppicando.
Non concesse al sonno mai più di 5 ore e lo prendeva sopra un saccone duro come un sasso, nascondendovi oltre di ciò delle pietre; nell'inverno mai si accostava al fuoco (Vita Amici c. 8.) e quando voleva scrivere si serviva d'un ferro caldo, per riscaldarsi le mani intirizzite.

4. Fatto Vescovo sebbene con grave suo rammarico nel 1762, cedette al suo Vicario Generale l'appartamento vescovile e riservò per se alcune piccole stanze nell'episcopio.
Disadorne erano le pareti delle medesime, addobbate solo con divote immagini di carta; e nella sua angusta camera non v'erano che poche sedie di paglia, un letticciuolo, una scanzia di libri, ed un rozzo tavolino da scrivere; ed occorrendogli di ricevere qualche ospite, domandava ad imprestito un letto. Le sue vesti violacee erano tutte di lana, sempre l'istesse e ricucite; le sue fibbie eran di ferro rugginoso; la sua croce pettorale era d'ottone, dacchè vendette l'altra d'argento per soccorrere i poveri.
Tutta la sua corte consisteva in un Vicario Generale, un Sacerdote che gli serviva da Cappellano, da Segretario e da Prefetto nelle cose domestiche, un laico della sua Congregazione, ed un servo (Atti vol. 2. Vita gr. t. 2 . 1. 3. c. 71. 72.).
Il vitto era l'istesso come si disse di sopra; al più facea imbandire alcune vivande, ma ordinarie, quando v'erano ospiti, e per loro soli.
La sua vita era egualmente austera e penitente come per l'innanzi, e la notte, tempo per gli altri di riposo, era per lui tempo di meditare e di flagellarsi a sangue.
Ardeva di zelo particolare per la disciplina ecclesiastica, esigendo con somma sollecitudine dagli Ecclesiastici fondo di pietà e di buona dottrina, provvedendo i migliori professori per lo studio. La sua cura speciale era il Seminario. Teneva in soggezione i maestri, in subordinazione ed emulazione gli alunni e invigilava severamente su i libri, attentissimo sempre a procurar i buoni e allontanar i cattivi, e rigorosissimo era in tutti gli esami per accertarsi della dottrina, integrità e prudenza degli esaminandi. Stabili ancora conferenze di casi morali, ed esercitazioni per dar missioni ed esercizii, incoraggiando colla sua presenza tutti que' che v'intervenivano. (Atti vol. 2. init. n . 85.).
Fondò monasteri e luoghi di ritiro per le pericolanti.
Procurava Parrochi dotti e santi nelle cure; s'informava minutamente da per tutto dei costumi. Le anime eran numerate e le conosceva quasi tutte; Era indefesso ad estirpar gli scandali ovunque e senza requie finchè gli era riuscito di toglierli. Predicava ogni festa e le feste erano osservate.
Riguardo alla visita della Diocesi, nè intemperie, né distanza, nè altre difficoltà lo impedivano dal farla ogni anno. Visitava fino le cappelle rurali nel più erto de' monti, sempre attento ad esaminar i costumi che ivi regnavano.
Nelle sue visite della diocesi cavalcava un somaro; sempre predicava, istruiva i fanciulli, visitava gli ammalati (Vita suddetta c. 17. 18.) e poteva dirsi che era una mission continua.
Le due gemme che più risplendettero sulla sua mitra,  furono lo zelo della salute delle anime, di cui già si parlò e l'amore sviscerato verso i poveri. Quanto a questi, consta dai processi che a tutte le ore voleva la casa aperta per somministrar loro danaro, alimento e vesti; e per istrada ne era assediato, tutti soccorrendo di propria mano, o per mano altrui (Atti vol. 2. n. 119.). Teneva una lista delle famiglie povere vergognose, ed ogni mese segretamente somministrava loro soccorsi; facevasi inoltre per lo stesso fine mandare una tabella delle medesime dai Parrochi. Certe volte pattuiva fin coi creditori dei poveri di soddisfare egli stesso, poco per volta; (n. 121.) né lasciava di soccorrere due volte la settimana i carcerati; pagava i loro debiti e sosteneva le loro famiglie (n. 127.). Dotava donzelle, manteneva agli studi i poveri chierici, nè lasciava di provvedere i Sacerdoti bisognosi, inabili al Ministero, o infermi. ( n. 121).
Nella carestia del 1764 vendette la sua vecchia carrozza, le mule dategli dal fratello, la croce pettorale, due anelli episcopali, uno de' quali ben prezioso statogli regalato da personaggio insigne e tutta la suppellettile della casa, per darne il prezzo ai poveri; e in tutto quel tempo visse con poco pane e brodo; prescrivendo anche frugalità maggiore del solito sulla mensa comune dei famigliari; (n. 122.) nè poteva contenersi dalle lagrime, quando non aveva più di che soccorrerli. Esortava tutti a far limosina, riprendendo chi la trascurava; le sue limosinė eran divenute celebri per tutto il regno e faceva stupore come potesse sovvenire a tante necessità.
Aveva somma cura degli ammalati, li visitava, consolava e soccorreva, facendo lo stesso nelle ville, quando vi andava (n. 129.); ad ogni ora riceveva, benignamente ascoltava e consolava tutti o poveri, o ricchi (n.127.). In somma tutta santificò la sua Diocesi colla voce, coi libri, colle sue elemosine e colle sue virtù.

5. Dopo la rinunzia del Vescovato fatta nel 1775 senza domandar alcuna pensione, consegnò ai deputati degli spogli il suo domestico arredo e si vide partire con una semplice sporta che conteneva una lucerna d'ottone,  un fornello, ed una cioccolatiera di latta assieme al suo letticciuolo sopra d'un giumento (Atti vol, 2. Compend. Vita n. 154.).
D'allora in poi, invece di riposarsi tuttochè di 80 anni, estenuato dalle fatiche, dallo studio, dalle assidue penitenze, dalle malattie, dagli anni, per cui era divenuto curvo colla testa cadente fino al petto, oltre l'indefessa applicazione di notte e di giorno, a comporre e pubblicare nuovi libri di religione, continuò ad attendere alla predicazione, sebben sembrasse un animato cadavere; né rallentò dal consueto tenor di vita austera e penitente, finchè decadute affatto le forze, ormai nonagenario, divenne ancora sordo al segno di doversegli parlar con un cornetto, quasi cieco, tormentato da una racchitide che inabile lo rendeva al moto, ed inchiodato sopra una carriuola, ernioso e soggetto perciò a dolori indicibili, talora con febbre acuta, dissenteria, ed iscuria e tormentato da scrupoli, senza che mai si lamentasse di tanti mali ( Atti vol. 2. n. 166. ivi Expos. Virt. n. 275.); e non potendo più uscire di camera passava fin le 8 ed anche le 10 ore adorando il Santissimo Sagramento come se l'avesse presente, nè se ne dipartiva che per forza ( Atti vol. 2. n. 180.) tanto era l'ardore dell'amor di Dio che provava che ad esempio di san Filippo Neri non poteva regger indosso leggieri panni (ivi n . 163.). Restò in seguito inchiodato sul meschino suo letto, ma sempre occupato di Dio e ben sovente in estasi.

6. Ma per formarsi sempre più una giusta idea della sua santità giova l'osservare dagli atti della sua causa che Monsig. Alfonso non solo conservò fino alla morte l'innocenza battesimale, ma che non commise mai in vita sua alcun peccato veniale pienamente deliberato (Atti v. 1. Summ. n. 17.).” […]

Salvatore Fioretto 

La redazione di Piscinolablog, per l'occasione della festività di S. Alfonso, formula gli auguri a tutti i cittadini di Marianella, Pagani e dell'VIII Municipalità di Napoli, nonchè a tutti i lettori che portano il nome di Alfonso. Auguri a tutti e buona festa! 





lunedì 13 luglio 2026

“Bimbi sotto l’ombrello”, di Elena Mastroianni Santoro

Per la serie intitolata: "I racconti della Piedimonte", ecco un altro bel racconto di storia realmente accaduta, che si svolse tra rotaie, stazioni e vagoni dei treni della mitica ferrovia "Napoli Piedimonte d'Alife". E' questo un racconto che ha il sapore della semplicità e della vita serena e tranquilla che caratterizzava i centri attraversati dal nostro trenino, tanti decenni fa...

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"Le minuscole stazioni, dove il treno sbuffando e sferragliando, sostava pochi minuti ad attendere che i passeggeri si avvicinassero a salire o scendere, erano tutte eguali nella loro essenzialità.
Al piano terra, la piccola spoglia saletta per l’attesa, con due porte, una che dava su un vialetto alberato e l’altra, di fronte, usciva sul binario, dopo un breve tratto inghiaiato.

Accanto alla saletta la biglietteria, con scaffalatura a piccoli scomparti pieni di cartoncini-biglietti colorati, lo scrittoio, con l’apparecchio che collegava al capolinea.
Tra tutte le stazioni, quella del paese della mia infanzia, in primavera e in estate, si ornava di una veste fiorita, che la distingueva tra le altre. Il capostazione che viveva nel piccolo alloggio della stazione stessa, amava i fiori, vi si dedicava innaffiando le piante nella calura estiva e proteggendole dal gelo invernale.
Aveva, credo a sue spese, installato un gazebo che a maggio si copriva di boccioli di rose, che andavano ad unire il loro dedicato profumo al cattivo odore del carbone.
Io, bambina, sostavo in attesa del treno, seduta ai sedili del gazebo, come se fossi stata protagonista delle fiabe che leggevo.
Quando, a noi piccoli, arrivava alle orecchie il fragore del treno ancora lontano, correvamo a sostare accanto alla mamma e non vedevamo l’ora di salire sul “mostro” nero e sbuffante.
Prendevano posto sui duri sedili con strette doghe di legno verniciato, ma io preferivo restare in piedi al finestrino per vedere fuggire al di là del vetro alberi e case con donne sedute alla porta a rattoppare o sferruzzare lunghe calze… e via!… di corsa!, di stazione in stazione, fino a quella di capolinea, dove mia madre si recava in visita ai parenti.
Per la verità a me poco interessavano i cuginetti, le zie o i nonni, che pur ci colmavano di doni; non vedevo l’ora di sostare un poco nei giardinetti della stazione dove c’era una particolare fontana, con due bimbi sorridenti sotto un piccolo ombrello, che sgocciolava pioggia a non finire.
Volevo rimanere almeno un poco a guardare quella originale fontana, dove un nutrito zampillo dall’alto batteva sul ferreo ombrello, teso a sgocciolare abbondante lungo gli spioventi, mentre i due bimbi, cosi vivi, così ilari da sembrar veri, si divertivano a ripararsi.
Eravamo arrivati a Piedimonte, il paese dell’acqua. Un torrente impetuoso attraversava la cittadina sotto ponti e strettoie. 
Originava sotto i monti, vomitando da una grotta bassa e larga un’acqua limpida, gelida, cristallina. Fontane e fontanelle sempre aperte gorgogliavano con il loro potente getto, notte e giorno a rinfrescare l’aria o a gelarla.

Industrie fiorenti davano lavoro agli operai e vanto alla cittadina. Ora l’acqua c’è ma nascosta in grossi tubi, viaggia a dissetare altri.
La ferrovia ancora c’è, ma ha cambiato percorso. Le stazioncine sono rimaste disperse nella campagna a confondersi tra le case coloniche.
Sono spariti il gazebo fatato e i bimbi sotto l’ombrello..."

di Elena Mastroianni Santoro 

Il racconto è stato pubblicato nel libro "C'era una volta la Piedimonte", di S. Fioretto, anno 2014, Centro tip. Atena, a cui si rimanda il lettore interessato.


 

giovedì 2 luglio 2026

4 Ottobre 1896....Festa grande a Marianella, per ricordare i duecento anni dalla nascita del Santo....!

Per descrivere l'imponente e solenne celebrazione che si svolse nell'anno 1896, in occasione del bicentenario della nascita di Sant'Alfonso Maria de Liguori a Marianella, già pubblicammo mesi fa uno scritto dell'epoca, questo articolo che abbiamo trovato, ancora più corposo che descrive minuziosamente l'evento, ed elogia in maniera particolare le bellezze di Marianella che li ospitò, è stato tratto dall'opuscoletto intitolato: "Del Secondo Centenario della Nascita di Sant’Alfonso de Liguori", stampato a cura del Circolo Romano di Studi San Sebastiano,  Roma, anno 1896. Il Circolo di Studi S. Sebastiano fu l'organizzatore del Comitato dei festeggiamenti.


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[…] Il Comitato si preparava frattanto alla solenne commemorazione del 27 settembre a Marianella. Si trovò tuttavia nella necessità di dover trasferire la celebrazione della festa di otto giorni, e fu a questo autorevolmente consigliato per poterla unire con il pellegrinaggio che già si stava ordinando in Roma per il santuario di Pompei, e per il quale le Società delle strade ferrate avevano concesso eccezionalissimi favori. Questa fu la ragione per cui la commemorazione fu rimessa; e cosi potè unirsi la gita al santuario della Vergine di Pompei con la solenne cerimonia di Marianella. Il pellegrinaggio parti da Roma mercoledi 30 settembre, a sera, e ingrossato per via dagli altri pellegrini delle città e dei paesi vicini, giunse a Napoli che contava ben 1900 persone accorse per venerare la Vergine santa di Pompei, il Santo glorioso di Marianella.

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Marianella è un piccolo villaggio amenissimo presso la collina di Capodimonte, a cui si può dire sia addossato, e fa parte del comune di Napoli. Conterà circa tremila abitanti, popolazione che , relativamente alla ristrettezza del caseggiato, è grande e dà un movimento straordinario alle poche strade del paese. Per arrivare a Marianella si costeggia, per un largo tratto, il muro di cinta della villa reale di Capodimonte, sotto l'ombra di superbi platani, che danno alla via un aspetto fantastico sorprendente. Poi si volta a sinistra, e dopo un buon tratto di strada, presso alla scritta ove è indicato il villaggio, una colonna marmorea inaugurata dal municipio di Napoli, qualche anno fa, ricorda ai passanti la gloria di che Marianella si vanta, di aver dato i natali a sant'Alfonso. A destra, per un altro poco, la via procede scoperta e fiancheggiata da terre coltivate, finchè si scorgono le prime case e la piazzetta d'ingresso del grazioso villaggio. 
Quando domenica, 4 ottobre, si arrivò a Marianella, l'aspetto che presentava il paese era straordinario: dovunque parati di damasco, festoni di mortella e drappi rossi, e lumi a foggia di candelieri appesi in segno di festa; ovunque un'animazione crescente, un brio, una festività generale. Erano circa le 10 ant., e già per le vie era una ressa di gente, e presso alla nuova casa dei Redentoristi, che racchiude la cameretta ove il santo dottore nacque, e alla chiesuola che era per inaugurarsi, formicolavano i pellegrini, i forestieri accorsi da ogni parte, le rappresentanze delle società e della stampa: era già uno spettacolo imponente. 
Le campane del piccolo, elegantissimo tempio sonavano a distesa, la banda del paesello sonava fuori del sagrato: arrivava, alle 10 e mezzo ant., mons. Filippo dei baroni Degni, vescovo titolare di Lita ed ausiliare dell'eminentissimo card. Sanfelice, arcivescovo di Napoli, da cui era stato delegato alla benedizione della nuova chiesuola. È questa piccola, ma elegantissima, sia pel disegno che per l'addobbo squisito, ed è stato pensiero degno dei Redentoristi, cui spetta il merito di averla eretta, l'inaugurarla in memoria del secondo centenario dalla nascita del loro fondatore. Il disegno è opera dell'ing. comm. Francesco Carnesecchi, che diresse la costruzione anche dell'attigua casa dei religiosi e che può essere contento dell'opera sua riuscitissima. Egli ha dovuto superare difficoltà non lievi per rispettare la cameretta ove sant'Alfonso nacque, che è al primo piano della casa e a cui si accede per mezzo di una elegante scala di marmo.
Lo stile della chiesuola è bizantino, ad una sola navata,
ricca di dorature e di pregiati affreschi e fatta con raro decoro e con rara maestria anche nei più minuti particolari: sull'altare maggiore si ammira un bellissimo quadro rappresentante sant'Alfonso vestito con gli abiti pontificali in atto di benedire, opera del pittore de Falco e del senatore professor Morelli.  
Compiuta la benedizione della chiesa da monsignor Degni, mons.  Giordano, vescovo di Calvi e Teano, della Congregazione del SS. Redentore, celebrò messa bassa pontificale accompagnata da musica e poi imparti la benedizione col Santissimo. Terminata la funzione religiosa, i suoni del concerto paesano, alle 12 precise, annunziarono l'arrivo del sindaco di Napoli, marchese di Campolattaro, che il Comitato aveva avuto cura d'invitare alla festa. Il sindaco, che era accompagnato dal consigliere cav. Gattola Montella, fu ricevuto dai soci del Comitato e dalle autorità locali, e prima volle visitare i locali e la chiesa e ricevere le presentazioni dei soci del Circolo romano di San Sebastiano e di altri intervenuti alla cerimonia. 
Frattanto la gente si stipava fuori della chiesa in attesa dello scoprimento della lapide commemorativa e dei discorsi che sarebbero stati pronunciati. Era giunto, e qui vuolsi ricordare con ammirazione e con ringraziamento, un numeroso pellegrinaggio da Aversa con a capo quell'illustre vescovo che è mons . Carlo Caputo. 

Egli aveva con uno zelo e con una energia ammirevoli ordinato il pellegrinaggio, che contava oltre 500 persone appartenenti a tutte le classi diverse della società, non compreso il numeroso e fiorente seminario di Aversa , era venuto al completo. Intervennero pure le rappresentanze che di cinque società cattoliche di Aversa, Grumo Nevano, Sant'Antimo , Sant'Arpino e Lusciano con i respettivi vessilli sociali smaglianti d'oro e d'argento. 
Quando, ordinatissimo, il pellegrinaggio giunse a Marianella fra l'entusiasmo schietto della popolazione, fu uno spettacolo commovente. Dal Comitato diocesano poi dell'Opera dei Congressi e Comitati cattolici in Italia erano state diramate apposite circolari d'invito alla festa per ottemperare anche al voto che fu, su proposta del prof. D. Cristoforo Maiello, formulato nel primo Congresso diocesano d'Aversa, il primo agosto scorso, voto che non poteva non avere un'attuazione più splendida. Fu distribuita una poesia composta per la circostanza dal prof. D. Antonio Galiero, egregio segretario del Comitato diocesano che si lesse con vero piacere.
Alle 12 e mezzo precise tutto era pronto: gl'invitati e le autorità sopra una tribuna eretta quasi incontro all'iscrizione; accanto a questa un piccolo pulpito per gli oratori. Fra gl' intervenuti si notavano i vescovi di Lita, di Calvi e Teano, di Aversa, il sindaco di Napoli marchese di Campolattaro, il P. Generale dei PP. Redentoristi, il P. Procuratore generale dei medesimi e il P. Barbarulo, superiore 
della provincia liguorina napoletana, mons. Salvatore Talamo, direttore della Rivista Internazionale di Roma, l'avv. comm. Parlati, il rev. Vittozzi, parroco della SS. Trinità alla Cesarea, moltissimi soci del Circolo universitario cattolico napoletano, il cav. Francesco De Angelis di Roma, rappresentante la Società artistica operaia di Roma, il signor Paolo Alibrandi, rappresentante l'Unione cattolica italiana, il signor Tito Gattoni, presidente del Circolo romano di studi San Sebastiano, una rappresentanza delle due sezioni giovani operaie napolitane, san Luigi e sant'Alfonso, numerosi rappresentanti della stampa romana e napolitana. Pel Comitato era stato incaricato di parlare l'avv. Rufo Agostino Ermini, invece del presidente, impedito d'intervenire alla festa.

Dato l'ordine, fu scoperta la lapide fra gli applausi del pubblico e i suoni della banda paesana. L'iscrizione, dovuta alla penna dell'illustre P. Mauro Ricci, delle scuole pie, è in marmo di Carrara, contornata da una cornice di bardiglio e posta proprio accanto all'ingresso della chiesa, sulla facciata della casa dei religiosi. Dice cosi:

QUESTA CASA
È MONUMENTO DI GLORIA ALL'ITALIA
PERCHÈ IL 27 SETTEMBRE 1696
QUI NACQUE
L'ISTITUTORE DEI REDENTORISTI
LO SPECCHIO DEI VESCOVI
IL DOTTORE DELLA CHIESA
ALFONSO M. DE ' LIGUORI
MAESTRO SOMMO NELLE REGOLE DELLA MORALE
DA LUI SPLENDIDAMENTE AUTENTICATE
CON LE VIRTÙ DI SANTO E I MIRACOLI
IL CIRCOLO ROMANO DI STUDI S. SEBASTIANO
POSE L'ANNO 1896 

Subito dopo lo scoprimento della lapide il prof. D. Carlo Sica, segretario del Comitato, comunicò le adesioni pervenute, lesse una lettera affettuosissima mandata dal cardinale Sanfelice, e prima di dar la parola all'avv. Rufo Agostino Ermini portò, con brevi e calde parole, agl'intervenuti, il saluto ed il ringraziamento del Comitato.
Dopo di lui l'avv. Rufo Agostino Ermini lesse il discorso inaugurale, spiegando gl'intenti che avevano mosso il Comitato romano a promuovere la festa, il carattere che si era voluto dare alla medesima, conforme alla missione altamente civile compiuta da sant'Alfonso. Salutò il sindaco di Napoli e il P. Generale dei Redentoristi, e li ringraziò dell'intervento graditissimo e gentilissimo, affidando al primo la custodia della lapide che si era inaugurata.
Rispose brevi e commoventi parole il P. Generale dei Redentoristi, ringraziando il Comitato ed il Circolo romano di San Sebastiano di tutto ciò che avevano fatto per glorificare cosi bene il Liguori. Tutti i discorsi furono interrotti da vivissimi applausi e la riunione ebbe termine fra il generale entusiasmo.
Furono poi agl'invitati serviti de' rinfreschi con isquisita cortesia e tutti ebbero a rallegrarsi sinceramente della riuscita bellissima della festa e del carattere serio e solenne che il Circolo di San Sebastiano aveva voluto, ed era riuscito, a darle.
Della perfetta riuscita di essa sono una prova gli articoli oltremodo favorevoli de' giornali d'ogni colore che descrissero ed encomiarono altamente l'opera del Comitato, e cui devonsi da questo i ringraziamenti più sinceri. Spigoliamo, soltanto fra i giornali napolitani: la Libertà Cattolica, il Don Marzio, il Mattino, la Domenica dell'operaio, il Corriere di Napoli e la Discussione. Quest'ultima descrisse minutamente la cerimonia e volle essere gentile di elogi straordinari tanto ai Redentoristi che ai soci del Circolo di San Sebastiano. Riportiamo le ultime parole del lungo articolo pubblicato nel numero del 5 ottobre: "I discorsi tutti vennero applauditi fragorosamente, perché piacquero all' intelligente pubblico che gremiva in modo straordinario il piazzale di rincontro al collegio dei Redentoristi, ai quali mandiamo le nostre congratulazioni pel felice risultato della doppia festa, congratulazioni che presentiamo ancora, di tutto cuore, al Comitato del Circolo romano di studi San Sebastiano per aver compiuto, con l'apposta lapide ove nacque il santo dottore, un atto di somma predilezione inverso il santo vescovo e realizzato un pensiero lodevolissimo." […]

Salvatore Fioretto 

Si ringrazia calorosamente Ferdinando Kaiser per le foto, da lui eseguite, che sono state utilizzate per la composizione di questo blog .


domenica 28 giugno 2026

Quei fieri partigiani e combattenti antifascisti attivi tra Piscinola, Marianella e Miano...

Questo territorio, lembo dell'Area Nord di Napoli, ha registrato ancor prima della Seconda Guerra Mondiale, quando in Italia imperversava la dittatura fascista, la nascita di una nutrita organizzazione antifascista, composta da dissidenti, da anarchici e da ex militanti comunisti, che operò dapprima in segreto, con riunioni clandestine, a cui seguirono, col trascorrere degli anni, manifestazioni pubbliche e sabotaggi, organizzati o spontanei, tesi a contrastare l'egemonia dispotica che imperversava in quel periodo. Questa organizzazione, accrescendo e maturando nel corso del secondo conflitto mondiale, risultò strategica e determinante per il successo delle "Quattro Giornate di Napoli", che segnarono un momento di riscatto e di orgoglio cittadino, riconosciuto a livello nazionale. 
Molti dei personaggi narrati diventeranno con il trascorrere del dopoguerra dirigenti e militanti del ricostituito Partito Comunista.
La preziosa fonte, a cui siamo ricorsi per attingere molte notizie importanti che hanno permesso di scrivere questo post dedicato alla memoria di questi partigiani dell'Area Nord di Napoli, è stata il libro: "I Comuni a Nord di Napoli - Dall'Unità d'Italia alla Repubblica (1860-1946), scritto da Nello Ronga, stampato a cura dell'Istituto di Studi Atellani, anno 2020.

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Prime azioni...

Nel marzo del 1936, dopo che fu istituita la settimana corta col sabato non lavorativo allo scopo di ridurre drasticamente la disoccupazione (gennaio 1935), tra Miano e Piscinola furono arrestate 28 persone accusate di aver tentato di riorganizzare il partito comunista. In quel periodo veniva diffuso dai dissidenti, tra Piscinola, Miano e Secondigliano  il giornale clandestino "Vita nuova" del quale il principale artefice fu l'avvocato comunista Antonio De Ambrosio.

Interessante è la parte che descrive le attività di comunicazioni e di organizzazione:
"L'ascolto delle radio libere si andava sempre più intensificando, ad aprile del '38, ad esempio tre operai di Giugliano, che saranno ammoniti o diffidati, furono sorpresi ad ascoltare nella sede del Dopolavoro radio Mosca e furono accusati di essere propalatori di false notizie apprese da queste trasmissioni radiofoniche. Un comunista molto attivo in questo periodo fu Amedeo Napoletano, fiduciario della zona di Barra, S. Giorgio a Cremano, Portici, Resina, che teneva i contatti anche con i comunisti di Piscinola, Casoria e Caivano nel tentativo di coordinare il lavoro di tutti."

Le persone che furono ammonite e/o confinate dal regime sono riportate in dettaglio nell'elenco che segue, in base alle ricerche condotte negli archivi storici dall'autore del testo (vedi fonti citate nel libro). Gran parte di essi furono "schedati" dai gerarchi con il termine di "Comunista", quelli che invece furono definiti "Antifascista" o "Anarchico" sono stati specificati nell'elenco.

Piscinola:

Avolio Antonio, nato a Piscinola nel 1904, residente a Piscinola, antifascista, denunciato per offese al capo del governo, 1928/1940.

Cascella Carmine, nato a Piscinola il 17 luglio 1895, residente a Piscinola, Barbiere, comunista, confinato nell’isola di Lipari e ammonito, 1927/1942

Cascella Giacomo, nato a Piscinola nel 1898, residente a Piscinola, panettiere, ammonito 1936/1942

Cascella Marco, nato a Piscinola il 10 giugno 1895, residente a Piscinola, muratore, ammonito e confinato a Isilli (NU) per aver preso parte alla ricostituzione del partito Comunista, 1936/1942

Cascella Salvatore, nato a Piscinola nel 1903, residente a Piscinola, contadino, ammonito, 1936/1943

Caso Gaetano, nato a Piscinola nel 1904, residente a Piscinola, muratore, ammonito, 1936/1941

Esposito Raffaele, nato a Piscinola nel 1880, residente a New York, calzolaio, anarchico, iscritto alla rubrica di frontiera, 1912/1942

Morra Salvatore, nato a Piscinola nel 1912, residente a Piscinola, elettricista, ammonito/radiato, 1936/1940

Palladino Domenico, nato a Napoli nel mese di aprile 1901, residente a Piscinola, contadino e muratore, confinato/radiato, 1936/1941 (morto ucciso da un soldato tedesco, durante le Quattro Giornate di Napoli, 30 sett. 1943)

Rusciano Raffaele, nato a Piscinola nel 1889, residente a Piscinola, facchino, antifascista, radiato, 1928/1933

Russo Salvatore, nato a Piscinola nel 1915, residente a Piscinola, fattorino, ammonito/radiato, 1936/1938

Terracciano Salvatore, nato a Piscinola nel 1894, residente a Napoli, calzolaio, ammonito, 1936/1942

(aggiunto) Di Napoli Vincenzo, nato a Piscinola, residente a Piscinola, calzolaio, anarchico, ammonito e arrestato (dichiarato morto suicida nel carcere di Poggioreale, nel mese di aprile 1936, mentre veniva interrogato)

(aggiunto) Gaetano Marfè, nato a...., residente a Piscinola, muratore, ...,

(aggiunto) Salvatore Longo, nato a..., residente a Piscinola, pittore, ...,
 

Marianella:

Trematerra Luigi, nato a Marianella nel 1895, muratore, arrestato per offese al capo del governo

(aggiunto) Guglielmo Mazzocchi, nato a ,.... residente a Marianella, bottaio.


Miano:

Del Giudice Francesco, nato a Napoli nel 1872, residente a Miano, laureato in giurisprudenza, anarchico, ammonito, 1898/1937

Giordano Vincenzo, nato a Matera nel 1895, residente a Miano, pittore, anarchico, ammonito, 1930/1941

Marseglia Vincenzo, nato a Napoli nel 1910, residente a Miano, guantaio, ammonito, radiato, 1936/1941

Morosini Luisa, nata a Istanbul nel 1896, residente a Miano, sarta, antifascista, denunciata per offese al capo del governo, 1932/1942

Patrone Gaetano, nato a Napoli nel 1913, residente a Miano, studente, confinato, ammonito e radiato, 1936/1940

Pennino Giuseppe, nato a Secondigliano nel 1880, residente a Miano, operaio ferroviario, radiato, 1928/1930.

(aggiunto) Ianniello Salvatore, nato... residente a Miano, stuccatore,...,  

Particolarmente narrati sono gli incontri e le attività clandestine compiute dai primi dissidenti, tra i quali compaiono molti originari di Piscinola: 


"Probabilmente all’inizio del ’35 si costituì a Napoli tra gli eredi dell’Unione Meridionale e del Gruppo Italia libera il Centro d’informazione e di assistenza antifascista noto come Centro di via Mezzocannone, coordinato dal bacolese Pasquale Schiano, che aveva al suo interno anche antifascisti di orientamento liberale come Arangio Ruiz e il cattolico Francesco Selvaggi. Tra i comunisti, Pennasilico di Casoria si occupava dei comuni a Nord di Napoli ed aveva contatti con Laurenza di Caivano, che si interessava dell’organizzazione dei contadini; Cascella coordinava l’area di Piscinola. Sono questi che, unitamente all’avvocato D’Ambrosio e al ragioniere Francesco Papa e a Emma Mancini, rappresentavano i comunisti nel Napoletano. La rete organizzativa nel ’36, relativa ai comuni a Nord di Napoli, faceva riferimento anche a mastro Salvatore, cioè il calzolaio Salvatore Terracciano di Piscinola. Forse a casa sua si tenne il primo gennaio del ’36 una riunione tra i militanti e un membro dell’Esecutivo napoletano. Un infiltrato della polizia, ex quadro della Fiom e forse vicino a Buozzi, Luigi Villani di Casoria (o Vincenzo come a volte firmava) a casa del quale si tenne anche qualche riunione, informò la polizia sulla struttura del partito." [...]
"Il 18 marzo 1936, in occasione di una riunione convocata per commemorare l'anniversario della costituzione della Comune di Parigi, furono fermati Carmine Cascella e suo fratello Giacomo (panettiere), i muratori Marco Cascella, Gaetano Marfè e Domenico Palladino, i fattorini Gugliemo Mazzocchi (nella cui casa venne trovato un poligrafo) e Salvatore Russo, l'elettricista Salvatore Morra, il pittore Salvatore Longo, ecc., tutti di Piscinola; furono fermati anche lo studente e milite fascista Gaetano Patrone (ritenuto uno dei capi dell'organizzazione), il calzolaio Vincenzo Di Napoli, il guantaio Vincenzo Marseglia e lo stuccatore Salvatore Ianniello, di Miano. Al termine del processo furono condannati al confino Patrone, Marfè, Mazzocchi (di Marianella, licenziato dalla Birreria Meridionale, iscritto al PSI poi passato al PCd'I (Partito Comunista d'Italia)), Marco e Carmine Cascella, Domenico Palladino, Rodrigo Improta; altri furono ammoniti o diffidati. Il Di Napoli in carcere scavalcò una ringhiera e si precipitò nel vuoto morendo. A seguito di questi e di altri arresti di attivisti di varie cellule della regione fu convocata a Casoria una riunione con una trentina di militanti e si decise di sciogliere temporaneamente tutte le cellule per evitare altri arresti.
" [...]

Con lo scoppio della Guerra i partigiani cominciarono a riorganizzarsi: 

"Nel Napoletano all’inizio delle ostilità (Seconda Guerra Mondiale) c’era un certo entusiasmo popolare che diede luogo ad arruolamenti volontari e ci fu una certa fibrillazione negli ambienti comunisti, che confidavano nelle sanzioni della Società delle Nazioni, che sarebbero state inflitte all’Italia fascista. Appena scoppiata la guerra tra i più attivi antifascisti si segnalarono Cascella, che era il punto di riferimento dei comunisti di Piscinola, ed agiva in coordinamento col falegname di Casoria Antonio Pennasilico; ambedue facevano parte del gruppo che si riuniva a casa di Emma Mancini, la quale era impegnata principalmente nel coordinamento delle donne e responsabile del Soccorso Rosso."

Al termine del conflitto, i militanti che si iscrissero al Partito Comunista iniziarono a dare aiuto ai soldati italiani, attraverso le loro sedi: 

"Secondo Cacciapuoti il PCI, subito dopo la cacciata dei tedeschi, si prodigò per creare stretti rapporti di solidarietà tra il popolo e l’esercito. Ad esempio cita il caso di Cardito dove le donne della sezione del PCI si offrivano di lavare gratuitamente i panni e fare altri lavori di cucito “a tutti i soldati italiani accampati nelle vicinanze”; ad Afragola e a Piscinola ed in altre sezioni “i compagni hanno seguito questi esempi ed i soldati hanno trovato spesso nei locali delle nostre sezioni la possibilità di fumare una sigaretta, di leggere un giornale o di scrivere una lettera alla famiglia lontana”."

Per i singoli partigiani, una descrizione particolare è riservata alle vicende che videro coinvolto Carmine Cascella: 

"Cascella Carmine attirò l'attenzione delle autorità nel 1924 a causa della propaganda comunista che faceva tra gli operai e i contadini, ai quali spesso dava in lettura L'Unità. In occasione della morte di Lenin (21 gennaio 1925) fu indiziato di essere stato l'autore di manifestini apparsi sui muri di Piscinola inneggianti alla III Internazionale e alla dittatura del proletariato. Il primo maggio del '26 fu sorpreso dalla polizia mentre lanciava dal loggione del Trianon manifestini del Partito comunista. Arrestato nel '28 per aver assolto incarichi affidatigli dai dirigenti del Partito Comunista fu condannato al confino." [...] 
"Nella notte del 18 marzo del '36, nel corso di indagini svolte dalla Questura sulla presenza di attivisti comunisti a Piscinola, Miano e Secondigliano fu arrestato insieme ad altre 17 persone per impedire che si svolgesse nel pomeriggio una manifestazione per commemorare la Comune di Parigi. Durante gli interrogatori la polizia accertò che a casa sua e in quelle di Gaetano Marfè e Gaetano Patrone si erano tenute varie riunioni di attivisti comunisti. Insieme a lui furono condannati al confino altri."

Di Gaetano Petrone di Miano si evidenzia quanto segue: 

"Patrone Gaetano fu accusato di aver ospitato a casa sua attivisti comunisti e di essersi occupato della distribuzione dell'opuscolo antifascista Vita Nuova. Poco prima dell'arresto fu segnalato dalla questura di Napoli come <<elemento su cui il Partito Comunista poteva fare affidamento in qualsiasi circostanza». Per lo stesso motivo furono confinati: Carmine Cascella barbiere, Marco Cascella muratore, Rodrigo Improta elettricista, Gaetano Marfè muratore, Guglielmo Mazzocchi bottaio, Domenico Palladino muratore. Furono ammoniti: Alberto Angelotti studente, Giacomo Cascella panettiere, Salvatore Cascella contadino, Gaetano Caso muratore, Vincenzo di Natale calzolaio, Vincenzo Improta fabbro, Salvatore Longo pittore, Vincenzo Marseglia  guantaio, Salvatore Morra elettricista, Salvatore Russo fattorino."

Infine, per il piscinolese Salvatore Terracciano: 

"Salvatore Terracciano fu giudicato e poi amnistiato con Ordinanza del Tribunale speciale fascista per il reato di aver pronunciato parole offensive contro il capo del governo il 5 ottobre 1932 a Napoli , cfr. Adriano Dal Pont, Simonetta Carolini, L'Italia dissidente e antifascista, Le ordinanze, le sentenze istruttorie e le sentenze in Camera di Consiglio emesse dal Tribunale speciale fascista contro gli imputati di antifascismo dall'anno 1927 al 1943, Pubblicazione patrocinata dall'ANPPIA nazionale, Milano 1980, p. 643 ."

"Terracciano fu ancora arrestato il primo febbraio del 1936 perché il sei gennaio precedente aveva partecipato a Casoria ad una riunione per organizzare un movimento comunista nella zona e dare impulso all'opera di propaganda e proselitismo nelle officine. Per lo stesso motivo furono ammoniti Tommaso Cuozzo di Melito Amedeo e Mario Arena, Ermenegildo Iodice, Gennaro Mitilini."

In memoria di Vincenzo di Napoli e di Domenico Palladino, "Piscinolablog" nel 2016 ha dedicato questo post: https://piscinola.blogspot.com/2016/07/in-memoria-di-vincenzo-di-napoli-e.html .

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Al termine di questo lavoro, si evidenzia che i nomi e i dati caratteristici dei partigiani residenti a Secondigliano e a Chiaiano non sono stati riportati, ma saranno inseriti in un successivo post che sarà pubblicato prossimamente.

Salvatore Fioretto