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| Il lago di Agnano e il casino di caccia reale |
Nel Libro Dizionario Geografico ragionato del
Regno di Napoli di Lorenzo Giustiniani a Sua Maestà Ferdinando IV, re delle Due
Sicilie, edito nel 1804, è riportato testualmente: “Da una carta celebrata in Napoli, citata dal Chiarito, a 29 agosto dell’anno
XLIV dell’impero di Costantino e VII di Romano, si legge: “Petiam terre in loco
dicto prato in Piscinula". Il suo territorio fa grano, granone, lino,
canapa, vino e frutta. Gli abitanti ascendono a 1954 (anno 1804), tutti addetti
all’agricoltura e alla negoziazione de loro prodotti”.
Le
lavorazioni della canapa e anche del lino hanno conservato per molti
secoli un posto di rilievo tra i mestieri maggiormente esercitati dalle popolazioni locali. Ai processi di lavorazione della canapa e del lino abbiamo già descritto tempo fa un post dedicato. Per ricavare queste due fibre, un tempo ampiamente utilizzate per produrre capi di abbigliamento, ma anche cordami e sacchi, occorreva far macerare i fusti secchi delle piante in un ampio specchio d'acqua, calmo e poco profondo, a tal fine si utilizzavano in antichità fino al periodo Angioino, le acque del Sebeto, che in prossimità del ponte della Maddalena, formavano un'ampia zona palustre, detta: "Alle Paludi" (infatti tutt'oggi la zona è menzionata "Sant'Anna alle Paludi"). Nei secoli seguenti, a
causa dei forti miasmi generati dal processo di macerazione, fu disposto il trasferimento delle lavorazioni presso il lago di Agnano, per cambiare ancora in seguito verso i laghi del versante Flegreo, ovvero presso i laghi di Agnano, di Fusaro e di Patria. Per eseguire queste lavorazioni a volte occorreva sfidare le
disposizioni disciplinari impartite dalle autorità sanitarie dell'epoca, perchè
si riteneva che i gas prodotti causassero l'accentuazione delle
situazioni epidemiologiche esistenti, specie durante le epidemie di
peste e di colera, come avvenne nell’anno 1764, durante
l’epidemia del colera. Tuttavia in tali circostanze gli abitanti di Piscinola, Marianella, Chiaiano e
di altri Casali vicini, continuavano a portare a macerare i canapi e i lini da loro prodotti nel lago di
Agnano, nonostante i divieti imposti dal governo della città,
Ecco una
testimonianza raccolta nella cronaca del tempo: “Napoli nell’anno 1764, documenti della carestia e della epidemia…”: “
[…] Con dispaccio del 13 luglio del 1764
venne vietata la macerazione della canapa e del lino nel lago di Agnano, come
cosa pregiudizievole alla pubblica salute, e si ordinò di farsi il macero nel
Fusaro, nel lago di Patria e in altri luoghi lontani dall’abitato e poiché i
contadini di Piscinola, Marianella e Chiajano ed altri si negarono di
ubbidire, fu ordinato dal Commissario di Campagna di procedere con rigore
contro i trasgressori […]
”.
In effetti, a causa di tali lavorazioni (i covoni di canapa e di lino venivano immersi nell'acqua del periodo estivo e fatti macerare per diverse settimane, appesantiti con molte pietre), si sprigionavano significative esalazioni di gas, con "miasmi pestiferi", che erano ritenuti responsabili di patologie di febbre malariche (chiamate "febbri di palude"), lamentante dagli abitanti degli insediamenti prossimi agli specchi d'acqua menzionati (Fuorigrotta, Pianura, Soccavo) e, soprattutto, dai lavoratori addetti che provenivano in gran numero dall'Area Nord della città di Napoli (Piscinola, Marianella, Chiaiano, Secondigliano, ecc.).
Per studiare il problema sanitario furono incaricati diversi medici dell'epoca, come l'illustre medico chirurgo Ferdinando Palasciano (Capua 1815, Napoli 1891), famoso per essere stato tra gli ispiratori della nascita della "Convenzione di Ginevra" e della "Croce Rossa" e anche per la sua bella villa realizzata a Capodimonte, che mostra ancora oggi la torre in "stile senese", chiamata appunto "Torre Palasciano". Questi medici indagarono, visitando i diversi Casali dove si verificarono i maggiori contagi, come a Piscinola, Marianella e altre località. A tal riguardo abbiamo trovato una testimonianza del medico Dott. Nicola Pilla che descrive la sua esperienza di scienziato. Il racconto è stato tratto dal libro: "Vita del Dott. Nicola Pilla, Scritta da lui medesimo. Nell’anno 1837.
Sessangesimosesto della sua età. Empoli. Tipografia di
Giuseppe Capaccio. 1850".
"Nacqui in Venafro
nella Campania, il 1 maggio 1772. I primi anni della mia vita non meritano considerazione.
Mi dedicai agli
studi in età inoltrata. Le mie facoltà intellettuali furono tenaci nel loro
sviluppo, forse perché dominato in quell’epoca da sonno profondissimo che non
permetteva alzarmi di buon mattino. Superai finalmente
tale difficoltà nel seguente modo.
Nell’andare a letto
la sera legava alternativamente il dito massimo de’ miei piedi con una cordella
alla colonna del letto; ciò produsse il suo effetto, cioè di essere costretto
destarmi dopo poche ore di sonno. Un tal metodo
praticato costantemente per due anni consecutivi fece si che dai miei 20 anni
in poi acquistai l’abitudine di alzarmi alle 7 ore d’Italia di tutti i tempi.
Sul declinare de’
miei 17 mi recai in Napoli per applicarmi alla medicina - Passai sotto l’insegnamento
del Professore Saverio Macrì i dei primi anni nella Capitale in quelle
incertezze proprie di uno studioso senza conoscenze e senza appoggio, Nel terzo
anno della mia dimora in Napoli (1790 al 1791) val a dire negli anni 20
incipienti di mia età, ebbi la fortuna di avvicinare i prof. Domenico Cirillo,
Giuseppe Vario, Angiolo Fasani, e Filippo Cavolini.
Trattando con questi celebri
Naturalisti di que’ tempi contrassi l’inclinazione di associare alla medicina
la Chimica e la Fisica, oltre altri rami della Storia Naturale come la Botanica,
la Mineralogia e la Zoologia; al quale oggetto nella primavera dell’anno 1791
intrapresi una escursione ne’ campi Flegrei sotto la direzione de’ prelodati
professori che per me non restò infruttuosa. Infine impiegai l’autunno dello
stesso anno in Piscinola, antico casale di Napoli, ivi mandato dal Sig.
Cirillo, per studiare alcuni morbi autunnali (Cholera Europeo), che sogliono
annualmente contrarre quegli abitanti reduci in quella stagione dal lago di Agnano
in occasione del macero della Canapa e del Lino.
Mentre io era così
avviato dovei rimpatriare. In quest’epoca mi ammogliai e dopo poco tempo questa
moglie si morì senza lasciare prole.
Non troppo tardi
pensai a darmi a nuovo matrimonio e menai a seconde nozze con una giovinetta
che poi disgraziatamente perdei dalla quale ebbi undici figli.
Tristissime vicende
economiche e familiari nel migliore della mia vita! [...]".
La vita di questo scienziato è stata molto frenetica e intensa. Fu combattente e si distinse durante la rivoluzione del 1799, pertanto gli vennero affidati prestigiosi incarichi politici e amministrativi nel suo paese natio, di Venafro. Per risolvere la problematica di trovare una sede idonea per accogliere i malati mentali dell'area napoletana e casertana, consigliò alle autorità dell'epoca di attrezzare l'ex convento di Santa Maria Maddalena di Aversa; quindi il dott. Pilla fu l'ideatore dell'istituzione del noto Manicomio di Aversa, chiamato anche "Ospedale Psichiatrico Santa Maria Maddalena", ricevendone in affidamento la prima direzione sanitaria.
Per quanto riguarda la questione sanitaria descritta, dopo alcune controversie tra gli amministratori e i produttori, le lavorazioni della canapa e del lino furono trasferite, prima, nel lago del Fusaro e, successivamente, presso il Lago di Patria, per poi arrestarsi definitivamente intorno agli anni '60 del secolo scorso, a causa dell'abbandono dell'utilizzo della canapa e del lino nei settori trainanti che, come si è detto in precedenza, furono l'abbigliamento e la realizzazione di cordami e di sacchi. 

















