domenica 15 febbraio 2026

Quel Sorbo Rosso che ci accomunava nello spirito... Ricordando Domenico De Luca, a un anno dalla scomparsa

Dello storico Domenico De Luca avevo sentito e letto tante notizie sul suo grande impegno storico-culturale, letterario e poetico, perché menzionato in molte recensioni e pubblicazioni, soprattutto per il suo interessamento alla storia degli Osci, antico popolo campano e mi ero incuriosito a conoscerlo per chiedergli dei chiarimenti su alcuni dubbi che avevo e dei consigli riguardo a delle ricerche che stavo conducendo per “Piscinolablog”. E così, attraverso una cara amica, Marica, circa tredici anni fa, riuscii a contattarlo e a fargli visita a casa sua che si trovava a Polvica di Chiaiano. Ricordo quel primo incontro che fu molto cordiale e lui subito mi mise a mio agio, raccontando la sua esperienza di ricercatore e facendomi visitare la sua vasta biblioteca contenente  una mole enorme di documenti e di libri che aveva accumulato negli anni di ricerca, che riempiva quasi un intero appartamento. Gli regalai una copia dei miei due libri e lui ricambiò con diverse sue pubblicazioni. 
Dopo alcuni mesi Domenico ricambiò la visita e venne a trovarmi a Piscinola. Ricordo che gli mostrai il mio giardino e rimase affascinato dalla presenza dell'albero di Sorbo, soprattutto per la storia che era legata alla sua esistenza. 
Gli raccontai che lo avevo adottato, quasi strappato dagli artigli della ruspa demolitrice della mia campagna e crescendo negli anni, con chioma maestosa e fruttifera, lo avevo eletto a simbolo di resistenza della natura e delle anime sensibili contro l’avanzare della urbanizzazione invasiva e i danni che l'uomo compie a discapito della natura. 
Tempo dopo mi inviò una lettera nella quale riportava la corrispondenza che aveva intrapreso con il presidente dell’Accademia della Crusca, nella quale raccontava che a Piscinola, quartiere di Napoli, c’era il sig. Salvatore Fioretto che aveva adottato un albero di Sorbo rosso come simbolo di riscatto e di libertà...! Questa notizia mi riempì d’orgoglio e di soddisfazione;  ebbi molto piacere che lui avesse apprezzato e condiviso questa mia sensibilità, con il mondo culturale accademico a cui  faceva parte, addirittura con la storica Accademia! Ricordo la sua semplicità d’animo e soprattutto la modestia, racchiuse in una massima che ripeteva spesso, soprattutto quando gli facevo notare che alcune sue opere o scritti erano stati usati senza citare la fonte, e lui mi rispondeva serenamente, dicendo: “Non importa, perchè la cultura deve circolare,... deve circolare liberamente…!”.
Domenico negli anni che seguirono mi ha  trasmesso moltissime lettere e plichi contenenti tantissimi suoi scritti, i suoi libri e gli articoli di giornale nei quali erano pubblicati suoi componimenti o recensioni. 
Non li ho mai contati, ma credo che saranno stati una quarantina di corrispondenze, ma forse di più...! La cosa che lo contraddistingueva era quella di essere l’unico a riportare nel mittente delle lettere l'intestazione: “Dottore Salvatore Fioretto - Scrittore”... 

Albero di Sorbo esistente a Piscinola, S. Fioretto
Oltre a lui, nessuno mai mi ha chiamato così! 
Tra questi un giorno è arrivato un plico con sopra attaccato un foglio che riportava la poesia del “Sorbo Rosso”. Leggendola ho capito che a quest’albero avevamo dato entrambi lo stesso significato e che, quindi, anche lui aveva assunto il Sorbo quale simbolo di riscatto del territorio e di libertà della natura! 
Ci siamo visti di persona e sentiti a telefono molte volte in questi anni e ogni volta era un’occasione speciale per parlare dei miei progetti e anche dei suoi. Ricordo come mi stimolava e incoraggiava nella scrittura e nella ricerca storica, soprattutto a pubblicare le mie opere; diceva che non dovevo dar peso alle critiche e alle inevitabili delusioni... Ha scritto anche la presentazione del mio libro di poesie, che non ho ancora pubblicato.
Domenico si è spento alla veneranda età di 92 anni, nel sonno, il 27 dicembre 2024. Il territorio dell’Area Nord di Napoli ha perso un autentico gigante della cultura, un poeta sensibile e raffinato; Chiaiano, Marano e Mugnano di Napoli hanno perduto un appassionato cantore! Io ho perso un grande amico e un punto di riferimento culturale molto forte.
 

"Sorbo Rosso

Ultimo canto del Sud sono rimasti gli alberi

Non mi guardare
Ho il vestito di pietra a brandelli
Ero un paese di montagna
con la parte di vento negli occhi
D’inverno il freddo pungente
d’estate il caldo breve
sulla mia terra.
La mia gente va e viene,
di sempre l’aria snellisce il sangue
e si sente odore di gelsomino
e siamo liberi nel suo profumo.
Ero un paese di montagna nell’Irpinia.
Sono rimasti gli alberi.
Ora non sono più un paese.
Gli alberi sono sul mio cuore.
Le case tutte sono cadute quella sera di novembre 1980
lasciando gli alberi soli nella notte.
L’albero è attaccato alla mia montagna.
A Natale non tagliate l’albero
per sentire di rinascere.
La mia gente non mi lascerà solo,
con la paura di spegnersi come un fiume
spezzato alle radici.
Le case avranno radici d’alberi
nella speranza  delle foglie nuove.
Paesi impauriti rimasero
paesi di pietra,
ma io sarò un paese d’alberi vivi
a sorprendere la luna nelle mani
a riflettere leggende d’altri tempi come me.
Non raccontare ai bimbi la mia storia.
Solo i padroni devono sapere
perché il mondo ne ha avute di queste storie
perdute nelle nebbie dei millenni.
Raccontate piuttosto dei lamenti degli uccelli
che volevano dirci degli alberi
E non abbiamo udito il richiamo."

Domenico De Luca 

 

“L’albero e l’uomo sono gli unici testimoni cosmici della vita” (cit. Domenico De Luca)

 

Recensione: 

““Sorbo rosso” non diventato rosso dalla collera del saccheggio della terra, ma perché il legno è di vena rossa e perché è un albero millenario come il nostro sud “monumenta” fin dall’erba officinalis delle crepe nei castelli e dei costoni dei monti che ospitano nidi e preghiere di gatti. “Sorbo rosso” era una grande poesia verde vivente, stagliato nel cielo del Sud della nostra giovinezza. Nella nostra “masseria” sul grande inviolabile fossato di Cupa Vrito ne avevamo due di sorbi, albero rarissimo, forse due perché deve esserci il maschio e la femmina per la legge dioica: infatti uno ne faceva di frutti come grosse ciliegie ma poche, e l’altro ne faceva di più ma più piccole. Due sorbi grandiosi, per ognuno ci volevano quattro braccia per stringerlo. Il frutto era rosso di porpora, ispido di fuori ma granita gelata con nocciuole dentro ed erano dette anche – sovere pelose – e natalegne a differenza delle altre tenere sorbe dette agostane e pure natalegne.”


(Recensione e biografia di Domenico de Luca riportato sul retro del libro “Sorbo Rosso” - L’ultimo canto del Sud. Ed. Athena. Sabino D’Acunto. in “La poesia contemporanea, Scrittori italiani del Il dopoguerra”, G. Miano, Ed. Milano 1985).

 

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Biografia: 

“Domenico De Luca è nato a Mugnano di Napoli l’1 luglio 1932. Ampia e poliedrica la sua attività culturale; numerosi e prestigiosi i riconoscimenti, a partire dal Premi di cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri che gli fu assegnato nel 1960. La sua produzione è catalogata nella bibliografia: 170 scritti, pubblicata nel 1987 per i suoi 30 anni di poesia, suddivisa: 1. Poesia, 2. Estetica per valori, 3. Oscologia, 4. Preistoria, 5. Articoli e recensioni.

“E […] ormai noto con le circa quaranta pubblicazioni dal 1957 ad oggi, per lo più di poesia ma anche di saggistica, oscologia, preistoria, arte e storia. Ampiamente recensito, è presente in prestigiose antologie letterarie. La vera natura di Domenico De Luca la si coglie nella poesia dove si rivela, come dire?, una certa  tendenza verso un ragionato anticonformismo, che abbraccia un po’ tutto;  che lo impegna nella ricerca: dalla linguistica al desiderio di Dio… Ma è proprio in questa sua particolare visione del mondo che trae  efficacia il suo discorso lirico che lo conduce certamente a risultati di pieno rispetto.
De Luca è, in sostanza, anche come poeta, un acuto osservatore dei fenomeni che interessano la sfera dello spirito e da questo poi si riversano nella realtà quotidiana. Il metodo è lo stesso, sia che vada alla scoperta del dato archeologico che fa luce su un’epoca o un certo tipo di umanità, sia che illumini lo spirito dell’uomo del suo tempo.
La terra, il filo d’erba, le metamorfosi della natura lo interessano al pari della vicenda umana. E qui il discorso andrebbe allargato perché la poesia di De Luca assume particolari toni di fronte al mistero della morte, per esempio, dal quale egli prende l’avvio per la più spericolata e inebriante ricerca: quella di Dio”.

Salvatore Fioretto

sabato 7 febbraio 2026

L’allevamento del maiale e la conservazione della carne... una tradizione praticata fino a pochi decenni fa...

La fine dell'inverno coincideva, come da antica tradizione comune a molti centri di periferia  e della provincia napoletana, alla macellazione del maiale. Erano, infatti, molte le famiglie residenti nelle masserie e nei cortili di Piscinola antica che praticavano questa consuetudine di allevare i maiali autonomamente; ritualità che comprendeva anche la lavorazione delle carni, al fine di realizzare insaccati e prodotti derivati dal maiale, che venivano conservati per parecchi mesi dell'anno, mediante apposite tecniche di conservazione, del tutto naturali. 
Il contenuto di questo post è stato interamente tratto dal libro "Piscinola, la Terra del Salvatore", ed. The Boopen, anno 2010, di S. Fioretto. 
Buona lettura.


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"Anche l’allevamento del maiale era considerato in passato un rito, che si perpetuava nelle masserie di Piscinola da generazioni e costituiva un momento di aggregazione e di festa tra conoscenti e vicini.
Si iniziava il “ciclo” in primavera con l’acquisto di un maialetto, che avveniva presso altri contadini in possesso di scrofe, oppure presso i vari mercati, che si svolgevano nel circondario del nostro territorio. Di solito il maiale era di razza bianca, ma non si trascuravano anche le altre razze. Molto apprezzata per le carni era la razza scura, detta “Lucchese”.
Il maiale era allevato in un angolo coperto della masseria, opportunamente lastricato di cemento o pietre, perché, come si sa, il maiale mangia di tutto e scava fosse e buche.
Il pasto normalmente dato al maiale consisteva in una poltiglia d’avena (‘a vrenna) mista a frutta, patate lesse, pane duro, ortaggi e avanzi di cucina. Il pasto (‘o pastone) era dato due volte ogni giorno, versato in speciali contenitori rettangolari ricavati da massi scolpiti di pietra vesuviana. A seconda dei periodi dell’anno si poteva dare anche mais, bulbi di rape (‘e scatozze), zucche, zucchini ed altri prodotti dell’orto.
La crescita e l’ingrasso dell’animale duravano in genere un anno. Verso la fine dell’inverno, di solito a gennaio, si eseguiva l’uccisione del maiale.
La vittima di turno era adagiata in orizzontale su una tinozza di legno capovolta e trattenuta da almeno cinque o sei persone forzute. Si procedeva a recidere la giugulare con un coltello appuntito (‘o scannaturo) e a raccogliere rapidamente il sangue in un recipiente di rame. Il primo raccolto era destinato alla produzione del “sanguinaccio” (il tipico dolce di Carnevale), mentre quello successivo, più coagulato, era utilizzato in cucina e veniva fritto.
Spesso, ad operazione conclusa, si contavano i feriti tra i presenti, a causa dei forti calci lanciati dalla povera bestia in agonia!

Una volta morto, il maiale veniva accuratamente pulito delle setole, con grossi coltellacci e lavato con acqua bollente. Poi gli adulti della famiglia provvedevano a tagliare la testa, che veniva appesa ad un’asta di legno (‘a furcina).
Il corpo veniva issato in verticale e appeso con due ganci alle travi della stalla. Si effettuava la recisione dell’addome e la raccolta di tutti gli organi interni in un grosso recipiente.
Si sa del maiale non si butta niente!
All’evento partecipavano tutte le famiglie della masseria, alle quali, secondo l’usanza, si donava un piatto contenente dei pezzi di carne rappresentanti le varie parti del maiale (coratelle, fegatielle, tracchiolelle, ecc.). Ovviamente il rito si ripeteva a catena, perché era d’obbligo, al momento dell’uccisione del proprio maiale, ripetere l’”attenzione” verso i vicini, che avevano offerto della carne in dono. Così facendo, ognuno aveva assicurato della carne fresca suina per la durata di almeno un paio di mesi!
Dopo un giorno di riposo si procedeva al taglio delle carni, secondo le varie usanze culinarie. La conservazione delle parti del maiale veniva fatta con prodotti semplici e metodi antichi, quali: il sale, il pepe, l’affumicatura e la stagionatura.
Le due zampe posteriori venivano subito salate per farne prosciutti. Le parti di grasso erano anch’esse salate e pepate per la produzione di pezzi di lardo. Tutte le parti prodotte erano appese e messe ad essiccare. Le interiora venivano pulite e salate per renderle elastiche e utili per la produzione di salsicce e di “nnòglie”.
Le “nnòglie” avevano la forma di salami, ma erano riempite con carni più grasse, ricavate dal collo, dal capo e dalle interiora (milza, ecc.), rese piccanti con pepe nero.
Si procedeva, poi, alla produzione di salsicce e di salami. Tutte le carni selezionate erano tagliate a punta di coltello in piccoli pezzettini o erano macinate in una particolare macchina tritacarne ad azionamento manuale. Successivamente la carne era salata e pepata, aggiungendo del vino rosso e dei finocchietti. Si formavano poi le salsicce, riempiendo con la carne ottenuta le budella d’intestino. Durante il riempimento si utilizzava un semplice imbuto d’alluminio o addirittura un corno bucato. Con abili giochi di mano, si formavano le salsicce, distanziando, intrecciando e legando con filo di spago i vari segmenti. Con dei spilli si foravano in più punti le budella, per favorire il drenaggio dei grassi liquidi. Le salsicce, una volta pronte, erano quindi appese su assi di legno accanto al camino, per favorirne l’asciugatura. Tra le diverse fila appese s’interponevano delle foglie di alloro, per aromatizzare le carni.
Si procedeva poi a conservare le parti più pregiate: il “capocollo”, il “filetto” e la “ventresca”. Con il fegato si otteneva un ottimo piatto, realizzato con cipolle fritte. Il cuore veniva fritto con le cipolle e foglie d’alloro, avvolto nella famosa “rezza ‘e core”.
Particolare menzione merita la produzione della sugna (‘a ‘nzogna) che, come si sa, era il condimento principe della tradizione contadina. L’olio era poco usato, sia perché costava molto, sia perché non era prodotto nelle nostre campagne.
La sugna era preparata facendo cuocere in un grosso tegame, per molto tempo, tutte le parti grasse del maiale, che venivano tagliate a pezzetti. Durante la cottura si aggiungevano delle foglie di alloro per aromatizzare il grasso. Una volta che il grasso era completamente sciolto si faceva raffreddare il pentolone, fino a raggiungere la temperatura ambiente. Le parti residue (cicole) erano pressate in uno speciale tamburo con dischi forati, per estrarne tutto il grasso ancora impregnato. Qualcuno usava anche una “premi patate”!

Quando la sugna si era rappresa e addensata, una parte di essa veniva versata in una sacca, ricavata dalla vescica del maiale. La restante parte di sugna era messa in barattoli di terracotta smaltati di colore bianco, coperti con della carta di sigillo e riposti in credenza. Per queste operazioni si utilizzava un cucchiaio di legno (‘a cucchiarella). La sacca piena di sugna era inserita in un canestrino di vimini e appesa in cucina, pronta per essere utilizzata come condimento. Le “cicole” venivano invece mangiate durante la cena o i pasti frugali ed erano considerate dai bambini delle vere leccornie.
I piedi, il muso, le zampe e le orecchie del maiale erano le delizie della cucina piscinolese. Venivano bollite e poi condite con limone e un po’ di sale.
Lo stomaco e le altre interiora del maiale formavano un’ottima trippa da cucinare con sugo di pomodoro o gustata lessa con il limone. Le tracchiole (‘e tracchiulelle) del maiale venivano utilizzate dalle nostre nonne la domenica, per la preparazione del ragù (‘o rragù). Le ossa, infine, venivano utilizzate per il brodo.
Tutte le altre interiora del maiale: come polmoni, fegato, cuore, milza erano ridotti a pezzettini e utilizzati per preparare una speciale salsa, mista a pezzi di carne, molto piccante chiamata “soffritto” o “zuffritto”. Per preparare questo sugo, le interiora di maiale si cuocevano insieme alla conserva di pomodoro, aromatizzata con foglie di alloro e molto peperoncino. Il “zuffritto” era fatto cuocere ininterrottamente a fuoco lento, fino a quando il sugo diventava molto concentrato. Esso veniva poi conservato in barattoli di terracotta e si utilizzava nelle sere di inverno, per inzuppare “freselle” di pane, dopo averlo riscaldato e diluito con un poco di acqua. Spesso questo piatto tipico della nostra cucina veniva servito ai manovali che lavoravano nelle campagne, accompagnato da un pezzo di pane casareccio.
Soffritto
Nei primi anni del 1900, per regolamentare a livello sanitario, questa antica pratica diffusa tra i Piscinolesi, di macellare i maiali in proprio nei cortili, si decise, come annota il Vicesindaco di allora marchese G. Lucarelli, di realizzare un macello pubblico in Via Plebiscito. Quest’ultimo luogo, proprio per la presenza del macello pubblico, fu denominato “Capo ‘a Chianca”. Tuttavia questa decisione non servì a distogliere i Piscinolesi dallo svolgere ogni anno il tradizionale rito di macellare i maiali in proprio.
Il maiale era considerato così importante nella vita sociale ed economica del luogo, che un aspirante sposo soleva rompere un fidanzamento solo dopo che terminavano gli ultimi pezzi di carne suina. Come pure il perdurare del fidanzamento dopo tale periodo significava che le nozze erano vicine…!"

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Questo post è dedicato alla memoria dei miei cari nonni paterni, Salvatore e Maria  che, attraverso mio padre, mi hanno trasmesso i valori autentici e genuini della civiltà contadina di Piscinola antica. A loro devo sempre un grande grazie per essere diventato ciò che oggi sono, con le mie passioni, esperienze ed interessi!

Salvatore Fioretto 

Foto di famiglia che ritrae i nonni Salvatore Fioretto e Trematerra Maria, 
insieme al maiale allevato nella loro masseria di "Abbascio Miano", foto anni '50.

domenica 1 febbraio 2026

Tra Chiaiano e Marianella... due "Santi" vicini di casa...

Anche Chiaiano, come Marianella, vanta di avere avuto un "Santo" che ha frequentato in vita il suo territorio e ha percorso le sue strade fin dalla tenera età, parliamo di Gennaro Maria Sarnelli, Barone di Ciorani, che è stato elevato agli onori degli Altari, nell'anno 1996.
Gennaro Maria nacque a Napoli il 12 settembre 1702, era figlio del Barone Angelo, originario della cittadina di Ciorani e della baronessa Caterina Scoppa. I Ciorani possedevano a Napoli, oltre il palazzo nobiliare nei pressi della Piazza Trieste e Trento (chiamato "Palazzo Zapata"), anche estesi appezzamenti di terreni e masserie a Chiaiano, all'epoca Casale di Napoli, nei quali era ubicato il casino di campagna della nobile famiglia. Ebbe un infanzia spensierata, ma mite, raccolta nei valori cristiani e caritatevoli.
Gennaro manifestò fin dalla tenera età la sua "chiamata" alla vita consacrata, ma fu severamente osteggiato dal genitore, che lo costrinse agli studi forensi. Frequentò con profitto l'Università di Napoli, laureandosi nell'anno 1722, in giuridispudenza, in utroque iure (in entrambi i "diritti": canonico e civile).
Esercitò la professione di avvocato per pochi anni, fino al 1728, ma ben presto il desiderio giovanile di farsi sacerdote riaffiorò nella sua mente con maggiore vigore. Dopo gli studi teologici previsti, fu ordinato sacerdote il 9 novembre 1732, anno in cui veniva fondata la Congregazione del SS. Redentore
Contemporaneo di Alfonso Maria de Liguori (era più giovane di cinque anni circa), lo conobbe sicuramente per la stretta vicinanza tra Chiaiano e Marianella, nei luoghi dove le rispettive famiglie nobili avevano le loro residenze estive, ma anche per i comuni studi universitari e per l'attività di assistenza agli ammalati che entrambi svolgevano nell'ospedale degli Incurabili di Napoli.
Come Sant'Alfonso, anche Gennaro Sarnelli rinunciò presto alla vita forense, divenendo un sacerdote impegnato anche nel sociale. 
Affascinato dal progetto missionario di Sant'Alfonso, aderì nel 1733 alla Congregazione del SS. Redentore, proprio nel momento in cui il fondatore fu abbandonato dai primi adepti del nascente sodalizio e si trovava a Scala.
I
l padre, Angelo, che aveva così duramente osteggiato il figlio, alla fine ne apprezzò la scelta e su richiesta di Gennaro, donò a Sant'Alfonso un'ala del castello di Ciorani, per stabilirvi una casa della congregazione. 
Dopo l'ordinazione, Gennaro fu nominato responsabile della catechesi nella parrocchia dei Santi Francesco e Matteo. Entrò a far parte della Congregazione delle Missioni Apostoliche; ed essendo un eccellente oratore, fu chiamato dal cardinale Spinelli, fin dall'anno 1736, a sostituire Sant'Alfonso nella conduzione delle Sante Missioni, che si tenevano in tutta l'Archidiocesi di Napoli.  
Nel 1741 organizzò una "Missione permanente" nei sobborghi di Napoli.
Per le privazione e per i sacrifici patiti
, si ammalò gravemente, minato anche nel fisico troppo esile, Gennaro Maria Sarnelli morì poco dopo, a Napoli, a soli 41 anni, il 30 giugno 1744. 
Come Sant'Alfonso, è stato anche lui un apprezzato scrittore di numerose opere spirituali, oltre 40, tra cui l'Opera Omnia. Fu promotore di una vasta campagna moralizzatrice, che estese nella Napoli popolare e nei suoi Casali, combattendo la prostituzione dilagante e lo sfruttamento delle donne e lo stato indigente di molti fanciulli. 
Tra le altre attività portate avanti dal Sarnelli, dall'anno 1736, infatti, vi sono le iniziative a favore dei «facchinelli», cioè i minori sfruttati per il lavoro. Degni di nota sono anche la fondazione della casa redentorista di Liberi (Caserta), le campagne contro la "bestemmia”, l'evangelizzazione dei laici, la formazione spirituale dei fanciulli. 
Condusse sulla retta via molte donne e uomini della sua epoca. 
Fu sepolto nella parrocchia di Santa Maria dell'Aiuto e poi trasferito nella casa redentorista di Ciorani.
E' stato dichiarato Beato da Papa S. Giovanni Paolo II, il 12 maggio 1996. 
Degli scritti prodotti da Gennaro Maria Sarnelli, in massima parte pubblicati postumi, le sue opere sono state raccolte in 13 volumi (Opere Omnia) e pubblicate in Napoli, tra il 1848 e il 1851; esse sono così suddivise:
  • 1: Il mondo santificato, dove si tratta della meditazione e della preghiera: opera istruttiva ed illuminativa utilissima ai secolari ecclesiastici e religiosi per facilitare a ciascuno stato di anime l'esercizio della vita devota e per introdurre nelle chiese comunità e famiglie l'uso dell'orazione in comune, volume 1.
  • 2: Il mondo santificato: opera utilissima per ogni stato di anime, volume 2.
  • 3: L'anima illuminata: opera utilissima ad ogni stato di anime per accendersi nell'amore del sommo benefattore.
  • 4: Il mondo riformato, cioè Sacre lezioni contro gli abusi: opera utilissima che istruisce ed illumina il cristiano negli obblighi di sua religione; vol. 1.
  • 5: Il mondo riformato, cioè Sacre lezioni contro gli abusi: opera utilissima che istruisce ed illumina il cristiano negli obblighi di sua religione; vol. 2.
  • 6: Il mondo riformato nella istituzione ed educazione dei fanciulli: opera utilissima per gli ecclesiastici, e i padri di famiglia.
  • 7: L'ecclesiastico santificato.
  • 8: Le Glorie e grandezze della Divina Madre: opera utilissima per destare in cuor dei fedeli la vera devozione a Maria santissima.
  • 9: L' anima desolata confortata a patire cristianamente colla considerazione delle massime eterne.
  • 10: Della discrezione degli spiriti: operetta istruttiva, illuminativa, e direttiva per regola e cautela delle anime, che attendono all'esercizio dell'orazione, ed al cammino della perfezione e per i loro direttori.
  • 11: Il cristiano illuminato nei pensieri di vita eterna per la via purgativa e nei sentimenti di vita eterna per la via illuminativa diretto nella via della divozione colle regole e pratiche per avanzarsi nella perfezione ed ammaestrato nei misteri della religione e negli obblighi di sua professione.
  • 12: Opera contro il vizio della bestemmia, divisa in tre parti: ai principi e magistrati, ai sacri prelati della chiesa ed ai parrochi predicatori e confessori, colle regole maniere e pratiche ordinate per frenare un cotal delitto.
  • 13: Ragioni cattoliche legali e politiche in difesa delle città rovinate dall'insolentito meretricio.
  • 14: Lettere spirituali con l'aggiunta di un frammento dell'opera intitolata Dio placato nell'imminente suo sdegno.
 Salvatore Fioretto
 
 
Casa e Chiesa redentorista di Ciorani


martedì 27 gennaio 2026

A Piscinola esiste una "piazza" in miniatura, la più piccola d'Italia...!

Divagando e curiosando su "Internet" si scopre con stupore che a Torino si troverebbe una "Piazza" definita la più piccola d'Italia, ossia la "Piazzetta Beata Vergine degli Angeli", piazzetta che si incontra percorrendo l’elegante "Via Carlo Alberto", oggi quasi interamente pedonale, all’incrocio con "Via Cavour". La via qui si allarga davanti alla chiesa della "Madonna degli Angeli". In effetti sono in pochissimi a sapere, ma questo primato spetterebbe al quartiere di Piscinola, perchè per un caso quasi fortuito nel bel mezzo dell'antica strada di Via Vittorio Emanuele si trova la piccolissima Piazza Vittorio Emanuele. La cosa curiosa da sapere è che questo primato risulta essere ancora più suggestivo, perché al piccolo largo la toponomastica non ha attributo il termine di "Piazzetta", come si addice a una piazza avente piccole dimensioni, ma addirittura il generoso appellativo di "Piazza". Sicuramente essa è una delle piazze più piccole esistenti.
Se analizziamo il luogo a livello storico scopriamo che la strada fino ai primi decenni del '900 era intitolata Via Risorgimento e attraversava l'antico sobborgo del Villaggio di Piscinola, chiamato in gergo locale "'O Capo 'e Coppa", sicuramente perchè questa zona si trovava ubicata (e si trova ancora oggi), rispetto alla piazza principale del quartiere, a un livello altimetrico superiore, causato dal declivio naturale generato dalle pendici della collina dei Camaldoli. 

Il "Capo 'e Coppa" era un tempo densamente abitato e costituiva il cuore popolare dell'antico Villaggio di Piscinola. Esso presentava due vicoletti che erano chiamati Vico I e Vico II Risorgimento. Questi vicoletti esistono ancora oggi, anche se sono stati profondamente trasformati nel corso dei decenni scorsi. 
Ritornando alla Piazza Vittorio Emanuele colpiscono le dimensioni esigue di questo largo, infatti si trova in corrispondenza di una deviazione dell'asse stradale, e misura (all'incirca) appena 25 metri per 20 metri... Su un lato di questa "Piazza" si erge un importante edificio storico di Piscinola, che viene indicato come Palazzo Don Carlo o Don Carlos... Inutile sottolineare che 
tutt'oggi non si conosce l'origine dell'attribuzione spagnoleggiante. Molto probabilmente essa è stato coniata per ricordare un componente di una famiglia nobile che l'ha abitato nei secoli scorsi, molto probabilmente di origine spagnola. L'edificio, che ha l'ingresso principale proprio sul prospetto principale della piazza, ha i caratteri di un palazzo fortificato e sontuoso, infatti presenta un alto portale ad arco "a sesto ribassato", balconi, finestre e lucernari organicamente distribuiti, secondo un disegno studiato. 
L'interno presenta un'ampia corte, con aiuole e diversi ambienti residenziali distribuiti su tre livelli. Sul lato sinistro, poi, è presente un altro alto portale con un arco "a tutto sesto" e costituisce l'ingresso di una pertinenza collegata da una scalea scoperta. Si racconta che fino alla metà del secolo scorso, sul lato destro del complesso edificato era presente un piccolo convento che ospitava alcune suore; non conosciamo purtroppo a quale ordine religioso esse appartenessero. L'edificio e l'intera piazza sono stati restaurati e in parte rifatti in occasione del "Programma di ricostruzione del dopoterremoto del 1980" e fortunatamente sono stati leggermente modificati rispetto alla loro configurazione originaria. Sul lato opposto all'edificio del palazzo don Carlos si affaccia, sempre sulla "Piazza Vittorio Emanuele", un altro bell'arco in muratura, che costituisce l'ingresso di una proprietà situata nella zona retrostante. In passato a lato di questo ingresso era presente un altro arco di fabbrica, più piccolo del primo, che costituiva il frontale di un altro piccolo edificio, purtroppo inesorabilmente abbattuto... 
L'insolita piazza conserva ancora oggi il fascino di un fulgido passato, mentre un piccolo filare di pini, che le fanno da cornice, creano un bello scorcio di paesaggio che mostra ciò che è rimasto oggi dell'antico sobborgo di Piscinola, chiamato  "'O Capo 'e Coppa"!

Salvatore Fioretto 

martedì 20 gennaio 2026

Dal convento delle Tozzole nasce il "Sanatorio Caputi"...Storia di un centro di eccellenza napoletano!




 

La collina di Capodimonte, nota fin dai tempi antichi per la salubrità dell'aria, per il paesaggio verdeggiante e per la sua preminente e felice posizione geografica, immediatamente a ridosso di Napoli, che fa da contraltare alle altre colline che coronano la Città, con un’ampia visione del suo golfo. Queste bellezze e queste prerogative naturali hanno sempre attirato l’attenzione sia dei visitatori che degli investitori, italiani e stranieri, che qui hanno edificato nel corso dei secoli diverse strutture medico-assistenziali, dedite alla cura degli ammalati, specie se affetti da malattie respiratorie oppure neurologiche e mentali. Infatti, già a partire dalla metà del ‘700, la collina di Capodimonte fu scelta, assieme ad altre località amene partenopee, specialmente da parte di agiati inglesi, che si erano ammalati di tisi, per impiantare opere e strutture medico assistenziali. Con trascorrere dei decenni le strutture aumentarono e assunsero sempre più le caratteristiche di centri medici specializzati e attrezzati, dediti all’assistenza e alla cura degli ammalati. Nell’800 i centri di benessere e di cura, si intensificano, anche se ancora riservati ai facoltosi, scelte anche come rinomate méte turistiche, come in Svizzera così in Italia.
Nei primi decenni del ‘900 le strutture divennero meno elitarie ed iniziarono ad accogliere anche i malati appartenenti alle categorie sociali meno facoltose,  nacquero così i primi "Sanatori" popolari, che, d’altronde, ricevettero un forte impulso da parte dello Stato, attraverso l'emissione, nel 1933, di un decreto governativo, pensato proprio per incentivare la nascita di queste strutture…
A Napoli diversi furono i “Sanatori” e i centri di cura mentali che nacquero, una di queste strutture (che risulta a molti poco conosciuta), sorse nella zona prossima a Miano, a ridosso del vallone di San Rocco e fu chiamata: “Sanatorio Villa Caputi”. Tuttavia c’è da dire che amministrativamente la località rientrerebbe nei confini del quartiere di Piscinola-Marianella. Una parte di questa struttura è sopraggiunta ai nostri giorni e costituisce il centro medico assistenziale privato, chiamato “Casa di Cura Hermitage”.
Difficile da immaginare, ma il “Sanatorio Caputi” trasse le proprie origini da un complesso conventuale preesistente, che era situato immediatamente a ridosso del vallone San Rocco, dedicato alla “Madonna delle Tozzole”; infatti, inglobata al convento, si ergeva un tempietto dedicato alla Vergine, venerata da tempo immemorabile dagli abitanti di questa zona ed era anche meta di pellegrinaggi. Non sappiamo le origini della chiesa e nemmeno del convento. Sappiamo però che la devozione degli abitanti dei secoli passati era molto sentita per questa Madonna, tanto da dedicarle una festa solenne che si svolgeva ogni anno, in estate.  L’origine del nome risalirebbe, molto probabilmente, a un prodigio attribuito alla Madonna, legato alla dispensa del pane ai poveri: infatti “Tozzole” o “Tozze”, sono termini usati nel napoletano antico per indicare piccole parti di pane indurito, delle quali si cibava il popolino più indigente. 
Durante i festeggiamenti, che capitavano nel mese di agosto, si usava per tale motivo distribuire del pane raffermo ai poveri (le tozzole). 
Per queste emergenze architettoniche, sia della chiesa che convento, la zona ad essi circostante prese il nome di “Contrada Madonna delle Tozzole”. Anche la strada che conduce alla chiesa, partendo dalla ottocentesca via Maria a Cubito, prese il nome di “via Cupa delle Tozzole”; nome che è conservato tutt’oggi. 
La ricostruzione storica delle fasi realizzative del Sanatorio sembra trovare conferma l’ipotesi che la primitiva cappella della Madonna delle Tozzole sia stata poi inglobata nell’attuale chiesetta, che è stata edificata in epoca successiva alla prima, e dedicata a Maria Santissima di Costantinopoli.
Non conosciamo l’anno esatto nel quale si operò la conversione del convento in clinica chirurgica privata, sappiamo però che prima del 1926 essa già esisteva ed era in funzione, anche se probabilmente limitata nelle dimensioni e nell’organizzazione sanitaria, ed era conosciuta con il nome di “Villa Caputi”. 
Da una fonte apprendiamo che: “La ricostruzione storica ha svelato un singolare processo di costruzione nel tempo per stratificazioni ed addizioni intorno al piccolo insediamento conventuale della cappella delle Tozze. 
Ai piccoli manufatti bipiano sette-ottocenteschi dell’edificio conventuale e della cappella (orientati secondo l’asse est ovest, tra loro paralleli e cinti da mura) si affianca e si sovrappone, all’inizio del ’900, "Villa Tozzi", ovvero l’edificio multipiano (probabilmente realizzato in due fasi e con un piano di meno) che non sappiamo se nacque già come clinica chirurgica o come villa residenziale. Sappiamo che intorno agli anni ’20 sicuramente il ‘casamento’ era stato trasformato in una clinica chirurgica composta da questo edificio principale di cinque livelli e da corpi di fabbrica di due livelli che conformavano due corti includendo la cappella […].”
Nell’anno 1926 il dott. Giovanni Caputi senior promosse la riconversione della vecchia clinica chirurgica “Villa Caputi”, adiacente all’antica cappella delle Tozzole, in “Sanatorio”, struttura dedita alla cura dei malati di tubercolosi. Questa struttura sanitaria privata fu la prima a essere realizzata a Napoli e nella sua Provincia e precedette di due anni la costruzione dell’Ospedale Antonio Cardarelli (inizialmente chiamato “XXIII Marzo”).
Passarono sette anni di esercizio, ed un decisivo impulso costruttivo di ampliamento si ebbe nel 1933, ad opera del Dottor Emanuele Mario Caputi (coadiuvato dal fratello Dr. Giovanni), con una significativa operazione di ristrutturazione dei locali preesistenti e la realizzazione di nuove costruzioni, progettati dall’ingegnere Amedeo D’Albora.

La chiesetta di S. Maria di Costantinopoli
Ecco altre informazioni specifiche reperite riguardo alla descrizione dell'intervento architettonico operato: "La struttura esistente fu interamente ristrutturata con l’aggiunta di nuovi volumi; In particolare, furono realizzati due moduli con travature in cemento armato, di cui uno ex novo posto sull’estremità occidentale e l’altro corrispondente alla ristrutturazione del corpo frontale della corte a nord. Anche la cappella, insieme alla campata adiacente e alla scala, furono oggetto in questa fase di un radicale intervento di ristrutturazione, con tecniche in cemento armato che, oltre agli impalcati orizzontali, interessò la costruzione del singolare loggiato al piano superiore con caratteri analoghi a quello del nuovo modulo sull’estremità occidentale. I loggiati colonnati al primo piano, sovrastanti la Chiesa dedicata a Maria SS. di Costantinopoli e il nuovo corpo aggiunto, risultarono sposarsi con il singolare fronte dorico della palazzina amministrativa e con il prisma ottagonale con coronamento liberty che sovrastava la cisterna, ridefinendo stilisticamente l’ingresso da via Cupa delle Tozzole. Furono poi realizzati quattro nuovi piccoli edifici indipendenti, che furono rispettivamente destinati a: portineria con casa del custode, uffici amministrativi, cappella funeraria e casa del contadino."
Nel periodico “L’Architettura italiana”, dell’anno 1936, troviamo dettagliatamente descritto il progetto architettonico dell’ampliamento progettato nel 1933 dall’ingegnere Amedo D’Albora. L’opera viene giudicata esemplare ed all’avanguardia nel panorama europeo per la chiara impostazione moderna. 
Il nuovo edificio di degenza (oggi Istituto di diagnosi e cura Hermitage”), planimetricamente realizzato a forma di “T leggermente curva”, era circondato da un giardino ornamentale terapeutico e da costruzioni neo-liberty.
Ecco la descrizione contenuta nel periodico.  ​ "Nel corso di un anno è stata completamente costruita una nuova ala comprendente una spaziosa ed arieggiata corsia ed un reparto a camerette isolate.​ Essa è corredata di due ampie verande, esposte a S. W., di servizi igienici e di un apposito ingresso. ​ Il pianterreno di questo nuovo edificio è adibito a refettorio. ​ Due enormi ed eleganti sale costituiscono i refettori per gli uomini e per le donne. ​ L'arredamento è sobrio ed elegante: tavole di marmo, sedie di ferro verniciate a smalto bianco, vasellame in porcellana, cristalleria colorata ed infine l'illuminazione sontuosa, rendono i due ambienti sommamente confortevoli. ​ 
La cucina è stata dotata di un impianto modernissimo con la sala di lavaggio e disinfezione stoviglie, provvista di macchina lavatrice e sterilizzatrice. ​ In un edificio a parte è impiantata una grande lavanderia meccanica con lisciviatrice, sciacquatrice, idroestrattore ed essiccatoi.
In altri ambienti trovansi il forno inceneritore per le sputacchiere di carta paraffinata ed i rifiuti, e la sterilizzatrice e lavatrice delle sputacchiere tascabili. ​ Ogni piano è fornito di un gran numero di lavandini ad acqua corrente e di … (servizi) igienici, posti in locali bene areati e rivestiti di mattonelle di maiolica, mentre nuovi ed eleganti gabinetti da bagno sono venuti ad arricchire i servizi igienici del Sanatorio. ​ La sala operatoria è stata completamente rimodernata e verniciata a nitro-cellulosa, e perché la divisione tra i reparti uomini e donne fosse assoluta, si è anche costruita una nuova medicheria donne. ​ Nei due distinti giardini per le donne e per gli uomini sono stati collocati comodi sedili di legno e ferro e numerose sedie a sdraio, si che gli ammalati vi trascorrono volentieri le ore di riposo, all'ombra degli annosi alberi. ​ Con le nuove costruzioni si è ottenuta la completa divisione dei reparti. ​ Mentre alle donne degenti è stata destinata la nuova ala, agli uomini è stato destinato il corpo dell'antico fabbricato. ​ Il servizio idrico è stato risolto con l'impianto di un vasto serbatoio d'acqua in cui questa viene immessa a mezzo di un impianto di elevazione. ​Nessuna preoccupazione quindi più rimane per la scarsa pressione.” ​
Il “Sanatorio Caputi”, che fu conosciuto anche come “Sanatorio di Capodimonte”, svolse le sue attività, con successo e con fama di livello internazionale, fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, poi purtroppo iniziò, lentamente, una inesorabile fase di declino. 
Il suo punto di forza furono la professionalità e la specializzazione mostrata dal suo staff medico e infermieristico e la sua posizione naturalistica, esaltata dalla vicinanza con il Bosco di Capodimonte e il Vallone San Rocco, oltre a possedere un parco ornamentale e terapeutico privato di incomparabile bellezza e funzionalità.
Alla fine del secolo scorso, il complesso più recente, progettato dall’ingegnere Amedo D’Albora, fu ulteriormente ristrutturato, riorganizzato e reso moderno e funzionale, capace di offrire un’attività ospedaliera al passo con i tempi e prese il nome, come già detto, di “Casa di Cura Hermitage”. 
Per il fatiscente vecchio “Sanatorio Caputi” ed i suoi piccoli edifici a contorno, invece, è in fase di realizzazione un autonomo percorso di restauro e di rifunzionalizzazione, che prevederebbe, tra l'altro, un nascente centro territoriale dedito alle attività associative e culturali, per il territorio che le accoglie.

Salvatore Fioretto 

Ringraziamo la dott.ssa Simona Provvido, coordinatrice dell'ass. "Ponti tra Quartiere e Vallone", per averci supportato nella scelta e nella definizione del tema trattato.