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| Il convento e la chiesa fondati da Matteo Ripa a Capodimonte |
Per la cronaca, l'opera del Matteo Ripa, con continue trasformazioni avvenute nei secoli, è sopraggiunta fino ai nostri giorni; infatti: il convento di Capodimonte è stato adattato agli inizi del '900 per diventare la sede dell'ospedale "Elena d'Aosta", mentre l'istituzione del "Collegio dei Cinesi", è divenuta il centro di studi universitari che si chiama "Istituto Orientale di Napoli".
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Vedevasi Alfonso in questo Collegio cinto di continuo in tutto il corpo con varj ordigni, ma troppo aspri, di catenette di ferro: più volte al giorno flagellavasi, e spesso a sangue, come rilevavasi dai suoi pannilini, che vedevansi tutti intinti di sangue, ed inzuppati: scarsissimo era il cibo, che prendeva, e quel poco, attossicato da mirra, e da altre polveri amare. La centaurea, e l'assenzio erano per esso le ordinarie confetture: frutta poche o niente ne vedeva: ogni Sabbato in onore della Vergine passavalo in pane, ed acqua; e quasi di continuo non cibavasi, che ginocchione, o stramazzone a terra. Questo anch'è poco. Nella stanza non vedevansi mai seduto, ma studiava in piede, e col libro tra le mani. Di più, dentro le scarpe aveva delle petruzze, per isperimentare un continuato tormento.
Soleva dire Mons. Coppola Vescovo di Cassano, ch'era consapevole di queste, e di altre sue austerità, e lo diceva con enfasi: Le penitenze di Alfonso Liguori sono tali, che sapendosi, supereranno di molto anche quelle di S. Pietro di Alcantara.
Oltre di queste penalità, che Alfonso volontariamente si addossava, ve n'erano ancora in Congregazione delle indispensabili, e comuni.
Essendosi sementato di ravanelli un orticello, che si aveva di fianco al Collegio, non si ebbe per minestra per più mesi, che ravanelli cotti, e non altro, o se si comprava, non era che di bietole unite con altre erbe di poco valore. Tal volta si faceva pasto ne' giorni di magro con una saraca, ed un poco di semola condita con olio. Anche il pane era nero, e delle farina la più ordinaria.
Questo era il pranzo della mattina; ma di sera la cena non era meno lauta. In quel brodo de' ravanelli, o delle bietole, che avanzava la mattina, si mettevano ad ammollire avanti tempo dentro un caldajo a fuoco lento biscotti duri, e neri, che risultavano dalla crusca un po' più raffinata, e di questa zuppa così delicata se ne dava per cena un cocchiarone a Soggetto.
Tra questi patimenti (e non potevano essere da meno in una Comunità nascente) non solo non si vide in Alfonso, come attestava il Fatigati, verun rincrescimento, che anzi godeva di patire, e confortava gli altri a volerli soffrire, per così farsi Santi, e dar gusto a Dio.
L'unico cibo fra queste penalità, che godeva Alfonso, e sollevavano nello spirito, era orare, e leggere Vite de' Santi: con queste s'istruiva, e si animava ad imitarli, e coll'Orazione si accendeva di maggior desiderio in amare Dio. Oltre all'Orazione in comune, in cui mai mancava, ogni giorno impreteribilmente se ne stava per lo meno un'ora e mezza, e talvolta le due, sempre immobile avanti al Sacramento, ove vi erano le Quarantore.
La sua Messa in questo tempo quanto era divota, altrettanto era lunga, e lungo era il rendimento di grazie; ma non per questo vedevasi soddisfatto. Continue erano di notte le sue vigilie o nella stanza, o in Chiesa avanti al Venerabile; e quel poco di sonno, che prendeva, non era che a stento, e con suo grave incomodo. Tante volte la nuda terra o una tavola era il suo letto.
Non è però che il cuore di Alfonso, tra queste tante penalità, e vigilie gustato avesse in parte, non che con soprabbondanza, di quelle dolcezze, che sperimentar si sogliono dalle Anime predilette, e che l'amaro della penitenza raddolcito venisse dal dolce dello Spirito.
Avendo Iddio ritirata la mano alle solite sue consolazioni, non viveva, dimorando in questo Collegio, che una vita arida e desolata. Nella Messa non ritrovava divozione: l'Orazione gli era di tedio: cercava Iddio, e nol rinveniva. Mi disse il P. Fatigati, che navigava di continuo contr'acqua, e che volendo esprimere il suo stato, soleva dire: vado da Gesù Cristo, e mi ributta: ricorro alla Madonna, e non mi sente. Vale a dire, che quant'operava tra queste oscurità, tutto era guidato dalla pura fede, e non facevalo, che colla punta dello spirito, risoluto di dar gusto a Dio, ancorchè per esso non vi fosse nè Paradiso, nè Inferno.
Grande in questo Collegio furono ancora le mostre del suo zelo. Un cuore acceso di Dio non può non aver fame delle Anime , e della sua Gloria.
Mi attestava il P. Fatigati, ch'esso solo Alfonso teneva accorsata, e soddisfatta la Chiesa. Ogni Venerdì predicava ad una mondo di gente le Glorie di Maria Santissima, e recitava la Coroncina de' suoi dolori. Varie tra l'anno erano le Novene, che celebrava, e vi sermocinava così in onore della Vergine, che della sacra Famiglia, titolare di quella Congregazione: ed ogni anno porgeva gli Santi Esercizj, con frutto assai copioso di chiunque vi concorreva. Vedevasi di continuo quella Chiesa così affollata di popolo, che ogni giorno, sembrava giorno festivo.
Volendo soddisfare a' Penitenti, un boccone di cibo nol prendeva che a stento, ed un pezzo dopo la seconda tavola, e talvolta finita la ricreazione. Persona, che v'era presente in Chiesa, mi dice, che concorrevasi da lui o per confessarsi, o per sentire le sue prediche non solo da Fonzeca, dalle Vergini, e dalla Sanità; ma ben anche dal Mercato, dagli Orefici, e da altri luoghi di Napoli, anche più lontani. Dippiù ritornando la sera dalle Quarantore, si ritirava il zelante operajo, con un seguito di uomini, e tirava a confessar questi anche le più ore, avanzata la notte.
Benchè tali fossero in questo Collegio, e così penose le fatiche di Alfonso, si animava con tutto ciò, e maggiormente s'impiegava, vedendo il gran bene che risultava alle Anime. Non è quì luogo da poter dire quanti, e quali peccatori da ostinati che erano, ed invecchiati nel peccato, invogliati si videro ad amare Gesù Cristo. Una celebre meretrice convertita da lui, e poi diretta, addivenne singolare in santità.
Attestava il P. Fatigati che Alfonso aveva nel confessare un dono di Dio tutto particolare, ed era, che compungeva ognuno. Come i peccatori si vedevano a suoi piedi, mi disse, così restavano compunti e contriti; ed il medesimo Alfonso, essendo vecchio, soleva dire non ricordarsi aver licenziato taluno senza vederlo contrito, e senza averlo assoluto.
Innumerabili
ancor furono le Anime, che sollevò da una perfezione ordinaria ad
una santità sublime. Tante, che già erano impegnate pel mondo,
voltarono le spalle al Mondo, e si diedero a Gesù Cristo.[...]
Oltre
queste tante fatiche, che Alfonso si addossava, vivendo tra Cinesi,
si univano le altre, che operava dentro Napoli. Non vi era giorno,
che non predicasse ora in una Chiesa, ora in un'altra. Vi sono
persone che se le ricordano dare gli Esercizj in varie Parrocchie, e
sortirvi delle stupende conversioni: soprattutto era invitato, e si
voleva ove vi erano le Quarantore. Pronto era ancora a' cenni de'
Superiori della sua Congregazione.
Essendosi aperta una general Missione nella gran Chiesa dello Spirito Santo, contestavano i vecchi, ch'esso con modo speciale si sagrificò tra tutti, ajutando i peccatori. Furono tali le mostre del suo zelo, che avvenne memoria registrata nei libri di quell'adunanza.
A 29 Gennaro dell'anno susseguente predicò di mattina nella Missione di Marano, e di giorno catechizzava le zitelle. Nell'Aprile fece la Predica grande nella Regal Villa di Capodimonte. Anche quì si vuole, che non furono pochi i peccatori, che ridusse a penitenza. Questa Missione appena terminata, portossi in soccorso dell'altra, che aperta si era nel Monistero dell'Annunciata. Fu tale e tanto lo strapazzo di se medesimo, che, non reggendogli le forze, si vide attaccato ne' polmoni anche col sistole e da altri ascessi marciosi. Per un mese e più si tenne in forse della vita: e se fu salvo, come mi attestò il medesimo P. Fatigati, non fu che evidente miracolo di Maria SS.
Troppo
di mira teneva l'Inferno così Alfonso, che il Ripa, perchè tutti e
due opposti a' suoi disegni, ma tutti e due sperimentarono sempre
chiara la protezione di Dio.Un giorno, e fu a' 13 Luglio 1729, mentre il Ripa ed Alfonso verso le due della notte confabulavano con altri Congregati di cose divote nella comune ricreazione, essendosi mosso un fiero temporale, un fulmine cadendo nel mezzo di essi, se non gli estinse, poco loro lasciò di vita. Il Ripa fu colpito nella fontanella della gola, ed Alfonso, e gli altri furono talmente offesi, che si credettero vittima del fuoco. Si riebbe Alfonso, e si riebbero gli altri, ma il Ripa non si vide in vita, che dopo un quarto di ora.
Questo accidente invogliò Alfonso, ed il Padre Ripa a maggiormente impiegarsi per la gloria di Dio, e per lo bene delle Anime la protezione fu chiara. Se il fulmine girato avesse per la camera, come di ordinario accadde, essendo quella angusta, avrebbe tutti inceneriti, e tolti di vita."



















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