domenica 25 ottobre 2026

Piscinola e Marianella sono la terra della Musica... ecco il maestro Uberto Bandini!

Lo sosteniamo da tempo che Piscinola e Marianella sono la terra della Musica e le ricerche che conduciamo hanno portato altri frutti che avvalorano e confermano pienamente questo nostro assunto. Ecco un altro personaggio famoso legato al mondo della musica che ha vissuto nel nostro territorio, a Marianella, apprezzando la quiete che offriva il suo abitato, fino agli ultimi giorni della sua vita, parliamo del maestro Uberto Bandini. Esponiamo nel seguito i tratti salienti della biografia e della vita artistica del maestro, tratti in gran parte dalla biografia contenuta nella Enciclopedia Treccani. A margine del testo abbiamo riportato un "Appendice" con una nutrita raccolta di recenzioni di critica, tratte da diversi settimanali e mensili dell'epoca.

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Il Maestro e l'Avanguardia: La Vita e il Viaggio Musicale di Uberto Bandini

Era la primavera del 1860, precisamente il 28 marzo, quando a Rieti nacque Uberto Bandini. Cresciuto tra le bellezze e il rigore di quegli anni di grandi cambiamenti per l'Italia, il giovane Uberto completò gli studi liceali a Perugia, ma il richiamo della musica era troppo forte per essere ignorato. Scelse così di trasferirsi a Napoli, iscrivendosi al prestigioso conservatorio della città. Lì, per un intero anno, affinò le sue armi musicali studiando contrappunto sotto la guida severa del direttore Lauro Rossi e dedicandosi al canto con il maestro Lombardini.
Tuttavia, la sete di perfezione di Bandini lo spinse presto verso un altro grande centro della penisola: Roma. Nel liceo musicale di S. Cecilia, Uberto trovò il terreno ideale per fiorire, rivelandosi un allievo brillante ed espressivo al pianoforte sotto la tutela di G. Sgambati, e una delle promesse più fulgide nella classe di composizione di E. Terziani.


Le Luci della Capitale e il Sodalizio con Alessandro Costa

Giovanissimo, Bandini si impose con forza nell'ambiente artistico romano. Ai primi del 1880, le sue strade si incrociarono indissolubilmente con quelle di un amico e compagno di studi, Alessandro Costa (1857- 1928). Insieme, i due giovani diedero vita a una serie di "trattenimenti musicali" promossi dall'Accademia Filarmonica Romana nella sua sede provvisoria di via dei Crociferi. Il pubblico romano li vide esibirsi con audacia: il 23 febbraio suonarono l'ouverture del Fidelio di Beethoven ridotta a quattro mani, mentre nel marzo successivo gestirono interamente un concerto con programmi raffinati e inusitati.
Nel mese di aprile, i due audaci musicisti presentarono persino le loro opere originali: Bandini incantò il pubblico con la sua ballata per mezzosoprano, coro, doppio quartetto e timpani Il giovin bardo (scritta sui versi di T. Moore), un lavoro che ottenne un tale successo da dover essere replicato.
Mentre conquistava Roma, il nome di Bandini varcava i confini regionali. Sul finire del 1879, il Comitato dei concerti popolari di Torino aveva bandito un concorso nazionale per un'ouverture a piena orchestra, attirando ben ottantasei concorrenti. Uberto sbaragliò la concorrenza vincendo il primo premio con la sua fantasia sinfonica Eleonora (ispirata a una leggenda di A. Burger). Quando l'opera debuttò al Teatro Vittorio di Torino il 21 novembre 1880, divise la critica ma conquistò follemente il pubblico, tanto da viaggiare presto oltremanica e oltreoceano, risuonando al Crystal Palace di Londra e al Lennox Lyceum di New York nel 1881. 
Ben presto il maestro Bandini mise su famiglia e prese in sposa la signorina Gina del Frate De Giovanni, con la quale ebbe una felice vita coniugale arricchita da prole.
 

I Venti Wagneriani e lo Scontro con la Critica

Animati dall'esempio del loro maestro Sgambati, Bandini e Costa abbracciarono con fervore la fede wagneriana, aprendosi alle correnti musicali più innovative e spregiudicate del tempo. Questa loro vocazione per il nuovo si tradusse nella composizione di un Preludio sinfonico alla tragedia Amleto, che il direttore E. Pinelli presentò alla Sala Dante il 26 aprile 1881.
Il brano scatenò una di quelle feroci e memorabili polemiche che infiammavano i salotti artistici d'allora, in particolare a causa della durissima stroncatura firmata dal critico F. Flores d'Arcais. I due giovani compositori non rimasero in silenzio: risposero alle critiche pubblicando un opuscolo intitolato Una curiosa polemica. Brevi cenni sul presente stato della critica e dell'arte musicale in Italia (1881). Quello scritto, tagliente e coraggioso, accusava il critico di disertare i concerti di "buona musica" (da Palestrina a Beethoven) per concentrarsi solo su ciò che consideravano mediocre, offrendo oggi agli storici una finestra preziosa sulle tensioni e sulle condizioni della musica italiana nell'ultimo quarto dell'Ottocento.

La Nascita della "Società Bach": Un Santuario per gli Iniziati

Nonostante il valore delle loro composizioni, la pagina più grande e duratura scritta da Bandini e Costa fu di natura culturale e spirituale: la fondazione della "Società Bach". Descritta dai contemporanei come un vero e proprio "ambiente da iniziati" per la nobiltà e la severità dei repertori, questa coraggiosa istituzione ebbe il merito storico di svelare e diffondere a Roma la musica di J. S. Bach e di educare il gusto di un'intera epoca.
Attraverso concerti memorabili, vennero riscoperte gemme dimenticate di musica sacra, polifonica e vocale firmate da maestri immortali come Palestrina, Orlando di Lasso, Josquin Després, Pergolesi e Caldara. I concerti, diretti da Costa, trovarono dimora in luoghi carichi di suggestione: dapprima nell'abbandonato oratorio di S. Lorenzo in via Belsiana — frequentato assiduamente anche da Gabriele d'Annunzio, che immortalò quelle atmosfere nel suo romanzo Il trionfo della Morte — poi all'Ospizio di S. Filippo e infine, dal 1896, alla magnifica Sala Costanzi. La società, formalmente costituita nel 1895 grazie al sostegno di intellettuali e amatori d'arte, divenne il cuore pulsante della musica antica e sacra in Italia.

Dalla Cattedra alla Memoria Storica

Con il passare degli anni, Uberto Bandini seppe unire alla vena creativa una vocazione profonda per la didattica e la direzione. Nel 1884 vinse la cattedra di composizione all'Istituto musicale "C. Pollini" di Padova, assumendone la direzione tra il 1885 e il 1887 e firmando importanti scritti teorici, come il saggio La musica nella evoluzione della civiltà italiana. 
La sua traiettoria accademica lo vide poi approdare a Milano, come professore d'armonia al Conservatorio (dal 1888 al 1891), e infine a Napoli, dove vinse la cattedra di "Armonia complementare" nel 1900 e quella di armonia principale nel 1906, succedendo nella cattedra di "Armonia principale" al maestro A. Puzone. 
A testimonianza della sua attività didattica rimangono i suoi apprezzati trattati, editi dalla "Casa Ricordi", di Scuola di Armonia, Contrappunto e Composizione... Libro primo: Armonia, Milano s. d. [ma 1887], e Libro secondo: Contrappunto, ibid. s. d. [ma 1900] - il terzo volume non fu pubblicato, ma nel 1936 la casa Ricordi stampò di nuovo i due volumi sotto il titolo: Scuola di Armonia, Contrappunto e Fuga e nel 1943, ancora il primo, Armonia; - Regole d'armonia e piccoli bassi progressivi, I  e II ediz. riveduta dall'autore, Milano s. d.; - Progressioni su tutta l'estensione della scala, Milano s. d. [ma 1902]; - Canti dati, disposti in ordine progressivo per uso scolastico, ibid. s. d. [ma 1908].
La sua eredità didattica rimase scolpita nei manuali pubblicati da Ricordi e formarono generazioni di musicisti... I due libri "Scuola di Armonia, Contrappunto e Fuga", ebbero l'onore di essere vivamente apprezzati dal maestro Giuseppe Verdi, il quale, in particolare, giudicò il libro che tratta dell'Armonia, come: "Il più bello e razionale trattato da lui conosciuto" (cit. della "Gazzetta Musicale", del novembre 1900).
Dopo aver arricchito il suo catalogo con lavori orchestrali e pianistici come l'Elegia op. 7, la Suite in la op. 12 e la singolare Suite della Suocera op. 23, Uberto Bandini si spense nella quiete di Marianella, a Napoli, nella notte tra il 20 e il 21 novembre 1919, lasciando dietro di sé l'impronta indelebile di un pioniere che aveva saputo guardare al futuro della musica senza mai dimenticare le radici dei grandi maestri del passato.

Purtroppo non siamo ancora riusciti a sapere dove si trovava l'abitazione del maestro durante la sua permanenza a Marianella e il luogo dove è conservata la sua tomba.  

Salvatore Fioretto


Appendice:
Ecco alcune recenzioni trovate sulle opere e sull'attività artistica del maestro Bandini:

Dalla “Gazzetta Musicale di Milano”, anno XVII, 1887, Ed. G. Ricordi Milano 

PADOVA, 19 Aprile 1887. (pag. 129)
"Il concerto dato all'Istituto Musicale, domenica 17 aprile, è riuscito egregiamente, sia pei pezzi che furon scelti, sia per il modo in cui si eseguirono, sia per la finezza e la valentia, con cui furono diretti dall'egregio professore Uberto Bandini.
La Malinconia di Beethoven (che fa parte del Quartetto in si b. min. op. 18, N. 6) suonata a parti sestuplicate, apri il concerto: ed è un pezzo giustamente degno della preferenza di esser eseguito prima di tutti. È una vera meraviglia! ...
Dinanzi ad opere di tal fatta, maestri e compositori si sentono come annientati: si potentemente vi è scolpita la manifestazione del genio! Quella musica domina sovrana l'animo degli uditori: raggiunge, in una parola, lo scopo più alto dell'arte, che è quello di commuovere. Noi, ascoltando questo lavoro, ci sentimmo compresi da soave mestizia, come alla lettura di una delle più gentili poesie del noto poeta Nicolò Lenau, che è pei tedeschi, quello che per noi è il Leopardi, vogliam dire il cantore della melanconia per eccellenza. Osservammo come l'adagio assomigli in certi punti al preludio del Faust, per quella tinta maestosa e severa , che s'impone a chi ascolta. E chi mai non ha studiato Beethoven?
Quanti maestri dallo studio di questo grande, non ritrassero delle sublimi idee, di cui si servirono nella condotta delle loro opere? Ciò non torna loro punto di vergogna: anzi mostra uno studio diligente, profondo dei grandi esemplari.
Il finale del pezzo è graziosissimo: il motivo è ripetuto a canone, dalle viole, dai violini secondi e dai primi: poi tace, per lasciare il posto alla frase dominante del primo adagio: quindi erompe in tempo doppio, producendo così quelle chiuse violenti e secche, che fanno sempre grandissima impressione. Tali artifizi sono spesso adoperati da Beethoven; li troviamo in molti pezzi: e tra questi, nel famosissimo Trio, che s' intitola la Serenata. Il finale è difficile assai a dirigersi per le frequenti interruzioni e mutazioni di tempo , e per dare ai suonatori gli attacchi giusti. Il Bandini lo dirigeva senza partitura, con molta franchezza: il che mostra una grande conoscenza del pezzo ed un' ammirabile valentia.
Segui poi un Duetto di Mendelssohn, cantato da due allieve dell'Istituto. Tutti i duetti di quest' autore sono soavi e carezzevoli ed hanno melodie di carattere italiano. Mendelssohn già è maestro del dolcissimo canto: ed in ciò ha molti punti di somiglianza col cigno catanese.
Il Quintetto in do di Schubert per due violini, viola e due violoncelli, che venne eseguito di poi , è difficile assai a comprendersi : ha di più il difetto di essere piuttosto lungo. In Germania, ove la calma nell'ascoltare domina più che da noi, deve essere sentito con molto piacere. (In ciò i tedeschi si avvicinano agli antichi greci, che assistevano a lunghissime rappresentazioni , senza stancarsi). Ma qui in Italia (ove la maggior parte di coloro che vanno ai concerti, vanno, se mariti, per accompagnare le loro signore; se giovani, per ammirarle; e dove la maggioranza del bel sesso interviene per farsi ammirare) in Italia diciamo il Quintetto non può essere gustato. Siccome è una musica che richiede molta attenzione, la gente che l'ascolta si stanca e finisce per annoiarsi. Il più bel pezzo del Quintetto è l'adagio; secondo per valore artistico, viene lo Scherzo.
Ma in tutti e quattro i numeri che lo compongono, c'è tanto tesoro di melodia, quanta ne sa creare Schubert. Alle volte per troppi lavori contrappuntistici, per soverchi ricami, non si può afferrare bene l'idea, quindi, per seguire il canto, c'è bisogno di una grande attenzione: talvolta le idee sono ripetute un po' troppo e l'autore peccherebbe di essere prolisso. Il Quintetto fu suonato abbastanza bene, quantunque sia irto di gravissime difficoltà, e per l'esecuzione e per l'intelligenza e pei coloriti.
Passiamo ora a dire di una Barcarola a due voci del maestro Ricci, l'unico pezzo di musica italiana che si sia eseguito. Invero, non fu troppo felice campione dei nostri lavori musicali! Eppure, per quanto volgare (e si può dirlo senza trovare oppositori) valse ad eccitare il pubblico, che al solo sentire musica italiana s'è scosso, s'è animato; ha voluto il bis ed insisteva perché si ripetesse una terza volta: tanto può negli animi il sentimento di nazionalità ! È stata una protesta contro la musica tedesca ? ... Noi non lo possiamo affermare. Diremo però che il prof. Bandini ha accettato in programma la Barcarola, solo in sostituzione di un altro pezzo che non s'era potuto eseguire. Quantunque noi veneriamo i padri dell'arte nostra, e ammiriamo le loro opere , pure ci convien confessare che il duetto del Ricci vale poco : l'allegro poi è inferiore a qualche lieta canzone cantata dal popolo. Si vede chiaramente che deve esser stato proprio gettato giù alla buona, senza curare né la forma, né le idee.
Si eseguì poi la Canzonetta amorosa di Taubert per archi, tutta a pizzicati: è un pezzo graziosissimo, fatto per istrappare l'applauso di questo si volle il bis, perché suonato e diretto squisitamente.
Ebbe l'identica esecuzione il bellissimo adagio del Quartetto in sol, N. 34, di Haydn, che è un vero capolavoro. Quanto hanno da imparare i giovani maestri da questo autore ! Nei suoi lavori si incontrano delle bellissime progressioni, pregiate assai nella scienza musicale, che mostrano, direm quasi, l'unghie del leone, la favilla del genio potente. Noi lo confessiamo: Haydn è il nostro autore favorito. Le opere di lui rivelano un modo di sentire quasi italiano: ed è perciò che esse piacquero fino ad ora e piaceranno sempre nella nostra patria.
Chiuse il concerto il meraviglioso Scherzo in mi b. (op. 44, N. 3 ) di Mendelssohn. In cosi piccolo lavoro come si manifesta la creatrice potenza del maestro! Come è accurata l'istrumentazione! Tanto è l'effetto ricavato dalla bella disposizione degli archi, che pare in certi punti si scateni un uragano, ed escano dai suoni baleni di folgore. Fu benissimo eseguito e diretto a perfezione dal Bandini, che studia di afferrare l'idea dell'autore e farla apparire chiaramente al pubblico mediante i coloriti.
Se ci fosse stato un pezzo meno lungo del Quintetto di Schubert, ed uno italiano più fine della Barcarola del Ricci, tutti e cultori dell'arte e profani, si sarebbero maggiormente divertiti: ma a parte ciò, nel complesso il concerto riuscì egregiamente." ANDEAN.

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Pag. 227 dello stesso:
"Quale maggior attrattiva della Pastorale di Beethoven, della Ouverture dell' Ein Sommernachtstraum di Mendelssohn, e della Marcia Turca di Mozart, eseguite in un concerto da 60 professori d'orchestra ? Il programma era addirittura magnifico: eppure i Padovani, in poco numero (poco più di un centinaio) si recarono alla sala dell'Istituto Musicale ! Qualunque amatore della bella musica ha dovuto esser lietissimo di poter udire la VI Sinfonia di Beethoven, cosi descrittiva, che coglie la natura in tutti i suoi momenti e in tutte le sue fasi : dal sereno splendido che allieta l'animo dei pastori, che li fa erompere nelle più allegre e briose canzoni, che li invita a riposare presso il rumoreggiante ruscello , accarezzati dal canto dei pacifici uccelli, al terribile uragano che impaurisce i timidi abitatori della montagna , al ritorno della calma, che strappa dal petto dei pastori fervidi inni di ringraziamento all'Eterno.
Qualunque amante della musica, ha dovuto per certo gustare le note fantastiche della Ouverture di Mendelssohn, che colla sua potenza imitativa, richiama alla mente le carole e le danze degli dei silvani e dei gnomi. Caratteristica pure è la Marcia Turca di Mozart, la cui esecuzione, come quella degli altri pezzi, riuscì perfetta. Il prof. Uberto Bandini ne fu il direttore: e non è a dire con quanta diligenza egli, innamorato della musica classica, abbia cercato di seguire l'idea dell'autore in tutti i chiaroscuri e in tutte le sfumature, e come mirabilmente vi sia riuscito.
Il concerto dato all'Istituto, senza dubbio farà epoca, ed ha lasciato nel pubblico una piena soddisfazione ed un vivo desiderio di poter udire il più presto, l'ultima e più celebre delle nove Sinfonie che hanno reso glorioso il nome di Beethoven!" ANDEAN.

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PADOVA , 2 Agosto 1887 - Il saggio all'Istituto Musicale .
"Il saggio finale, dato domenica scorsa dagli alunni del nostro Istituto Musicale, ebbe un esito davvero soddisfacente. Tra i suonatori di violino, si distinse il giovane A. Salotto, allievo del valente prof. Cimegotto, e tra quelli di violoncello il signor V. Manzoni , allievo del prof. Baragli. Fra le suonatrici di pianoforte, emerse la simpatica signorina Clori Golfetto, che esegui alla perfezione, con anima e sicurezza da vera concertista, la Canzonetta del mietitore di Schumann, e quell'elegante e difficile pezzo che è l'Au bord d'une source di Liszt. Anche le allieve di bel canto e gli allievi di canto corale diedero buona prova del loro studio e fecero onore agli insegnanti signori G. Consolini e A. Selva.
Si eseguirono poi in questo concerto, Preludio e Gavotta di una nuova Suite in do del prof. U. Bandini, per istrumenti a fiato di legno. Nel Preludio non si sente la geniale ispirazione ond'è piena la Suite in mi dello stesso professore, cui ammirammo in una mattinata musicale: ma vi si scorge piuttosto uno studio severo d'armonia; un uso (se vogliamo, un po' soverchio) della scienza moderna degli accordi. In esso le idee si intrecciano, si complicano, sicchè è difficile di poterne, ad una prima audizione, afferrare la struttura e l'idea predominante.
Graziosa invece è la Gavotta, con una Musette assai caratteristica: quella però che lasciò a desiderare fu la esecuzione di questo pezzo, ad onta della pazienza adoperata dal bravo maestro Zaberoni, nell'istruire i suoi scolari. In complesso il saggio, se non riusci splendidamente, certo bene; lasciò soddisfatte le famiglie degli allievi ed accrebbe credito all'utile istituzione della scuola, dove si apprende la più bella, l'eccelsa delle arti, che nobilita l'animo ed ingentilisce i costumi.
Annunciamo con piacere che il giovane A. Toma, maestro compositore, fu nominato membro della Commissione artistica dell'Istituto Musicale. Egli, certamente, merita questo onore, perché pieno di genio, di intelligenza e di passione per l'arte sua."
   ANDEAN.


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La Musica nella Evoluzione della Civiltà umana del maestro UBERTO BANDINI . ( Venezia . Antonelli, 1887)

 
(Nella foto a lato, pagina di uno spartito di composizione musicale, con l'autografo del maestro Bandini, datato 5 maggio 1893)

[...]

"Questo sia detto en passant, chè il libro del De Valori merita proprio d' esser letto, e magari tradotto per avere più lettori nel paese che lo ha ispirato: l'Italia. Eruditissimo lo scritto del professore Uberto Bandini: La musica nella evoluzione della civiltà italiana.
L'ho letto, e l'ho studiato col massimo piacere. Certamente egli ha dovuto fare entrare in quaranta pagine la materia che ha servito e servirà per centinaia di volumi, ma lo ha fatto con dottrina di saggio discernimento, fermandosi su ciò che era inevitabile fermarsi, e passando via di sfuggita su cose di minore importanza .
Intanto la storia della musica è ancora nella prima infanzia cultori si contano sulle dita, e ne avanzano; studenti , così per modo di dire, ve ne hanno in ogni scuola, ma studenti veri, no. E la storia della musica è una delle più interessanti, è come la cronologia fisiologica-morale del proprio paese .
Riporto questo brano per la sua bellezza e per la sua smagliante verità: «L'origine della musica fu tutta cristiana; dalla rivoluzione «di Cristo cominciò a sentirsi che la contemplazione del mondo « esterno non bastava agli spiriti ardenti di carità, che v'era dentro qualche cosa più potente e segreto, la scintilla dell'amore sconfinato, idealizzato, che tutto abbraccia, che trova conforto « in sè stesso e che doveva avere per altissima espressione un'arte << nuova, modificabile anch'essa coi tempi e con gli uomini, ma << altissima sempre, intima, profondissima: la musica. Ed in vero, << se Voltaire, mordendo giustamente il vizio di musicare le scempiataggini, disse: quello che non si può dire in prosa si dice in «musica, noi diremo ancora che dove non arrivano le altre arti <<giunge la musica. E là nelle catacombe e poi nelle prime chiese << lentamente si svolsero i germi dell'arte nuova. ».
Questo splendido periodo basta a dare un saggio del come è trattato l'argomento nell'erudito lavoro del Bandini. Trattandosi di limiti così ristretti, le citazioni di nomi e di date naturalmente si accumulano le une sulle altre, senza tregua; ma aprono la strada a chi, volonteroso di approfondirsi maggiormente , voglia trovare nei testi e nei libri citati lo sviluppo esteso dell'idea, sovente appena accennata dal nostro autore.
Parlando degli istrumenti ( 150 anni dopo S. Ambrogio), cita fra quelli a fiato le trombe, le zampogne, gli organi, le pandure. E circa l'organo, ne manda ad altro periodo, dove trattando di questo re degli strumenti, si ferma assai a parlare della sua antichità fino a riportare il famoso paragrafo della Bibbia ( Genesi. Capo IV. Versetto 21 ): Esso fu padre di tutti coloro che maneggiano la cetra e l'organo. Ma stando all'autorità di illustri scienziati è mestieri credere che la parola organo significasse voce, canto, perchè infatti come è presumibile nemmeno l'idea d'uno strumento a più suoni definitivamente stabiliti, in quell'epoca, nientemeno che antidiluviana!??... L'illustre Basevi tratta questo argomento con smagliante profondità di argomentazioni scientifiche. Con non minore sicurezza e chiarezza il distintissimo cav. Damiano Muoni, in un suo scritto in proposito, dice: perocchè la voce organo (organum, ὄργανον) serviva a designare, parimenti in antico , oggetti d'ogni natura, ma specialmente ARMONICHE ASSOCIAZIONI DI VOCI, e tutti gli strumenti ad aria o a fiato, noti coi nomi di buccina , concha, tuba, lituus , corna, tibia, ligula, fistula, calamus, ecc., ecc., alla stessa guisa che cithara (κιθάρα, κίθαρις) adoperavasi per accennare tutti gli strumenti a corda appellati: fides, testudo, chelys, lyra, staman, plectrum, psalterium, pulsabulum, harpa, sambuca, tetrachordon, pandura, ecc., есс. ».
È dunque facile comprendere quale interpretazione deve darsi al noto versetto della Genesi: Esso fu padre di tutti coloro che SUONANO E CANTAΝΟ .
Non ho creduto inutile trattenermi su questo punto. La Bibbia dice in altro luogo: Laudate Domine in organum et cordas, e il significato non può fraintendersi. L'organo, strumento, deve piuttosto ritenersi, come dice anche il Bandini , invenzione o del Cetsibio ( 100 anni avanti Cristo) o d'Archimede (250 anni avanti Cristo). Quanto a Santa Cecilia, non fa testo, perchè appunto dall'essere una santa venne dopo Cristo e l'organo è senza dubbio invenzione antecedente; ma da cento o duecento anni prima dell'êra volgare, al tempo di Jubal e di Mosè che ne scrisse nella Genesi , c'è la bellezza di oltre tremila anni !
Nella pandura (strumentino di cannucce inventato dal dio Pane) e nello scieng dei chinesi potrebbe cercarsi l'idea, in embrione, dell'attuale mastodontico strumento. Per esattezza storica, pel naturale procedimento, le quaranta pagine del professore Bandini sono preziose, e più che prezioso ne è il contenuto , un estratto concentrato di tutta quella storia dell'arte nostra, e sulla quale scienziati e filosofi hanno dette tante belle cose, ma eziandio tante corbellerie! " SOFFREDINI 

 
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Critica musicale all'opera comica scritta da Bandini "Alla santa memoria di una suocera"  

"L'editore Achille Tedeschi, di Bologna, pubblicherà in questi giorni una novità musicale assai bizzarra, di un genere assolutamente intentato.
Si tratta di uno scherzo, concepito però con intendimenti artistici e svolto con forma elegantissima e distinta, che il maestro Uberto Bandini intitola "Alla santa memoria di una suocera!"
Questa suite per pianoforte solo, riproduce le impressioni di un genere durante e dopo l'ultima malattia della suocera.

I. La suocera è malata, mazurka. Un'idea semplice si svolge con naturalezza, riproducendo l'impressione prodotta dall'annuncio della malattia; nel trio alcuni accordi solenni e forti mettono una nota grave, quasi religiosa, in mezzo alla composizione festevole, come se, per associazione d'idee, ricorressero alla mente i canti di solenni esequie! Ma il pezzo finisce allegramente.

II. Speranza di guarigione, andante mesto. Un telegramma ha annunciato il miglioramento. Musica lugubre; il genere, che si era troppo lusingato, richiamato alla realtà, si abbandona alla disperazione. Sebbene nel mezzo del pezzo vi sia come un momento di rassegnazione, il ritorno al tema e la chiusa esprimono chiaramente la ribellione dell'infelice contro la crudeltà del destino e il proposito di non sopravvivere a tanto dolore.

III. "Proficiscere", valzer. Pare che la cosa volga al serio; il genero si riconcilia col destino ed esprime questo suo sentimento con note gaie, talora in forma popolare, però non ancora tranquillo. È un quid medium tra il valzer alla Chopin e il valzer alla tedesca.

IV. Campane a morto, saltarello sul tema delle campane. Il pezzo è composto sopra una successione di tre note che costantemente si eseguono dalla mano sinistra, mentre la destra segue il suo saltarello di giubilo; dapprima lento e sommesso, poi crescendo e stringendo, fino a terminare presto e strepitoso, con uno scampanio a festa.
Quattro belle vignette del chiarissimo professore Tivoli illustrano i singoli pezzi. Precede, sulla copertina, il monumento che il genero desolato finalmente pose alla memoria della suocera. Sotto al busto che ne ricorda le geniali sembianze, sta per epigrafe: "Cosa bella e mortal passa e non dura." 

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"Il maestro Uberto Bandini, già direttore dell’Istituto Musicale di Padova, ha intrapreso la pubblicazione di un’opera intitolata: Scuola di Armonia, Contrappunto e Composizione. Sin qui è uscita la sola introduzione — Preambolo e parte prima — ne è editore il Ricordi di Milano. È lavoro essenzialmente pratico e che ha per principio di divulgare la teorica degli accordi di "11^a" e di "13^a". Su questo terreno il Bandini incontrerà molti osteggiatori, se non altro per gli urti cacofonici dei rivolti di questi accordi. Ognun vede quanto debba essere malagevole il trattar bene combinazioni complesse come questa:
"Fa\ La\ Do\ Mi\ Sol\ Si\ Re."
Tutte le sette note della scala sono riunite in un solo accordo. A proposito del quale l'egregio autore rammenta un esempio famoso della IX sinfonia di Beethoven, esempio in cui, sopra il primo rivolto dell'accordo di Re minore, si trova l'accordo di settima diminuita della stessa tonalità, e perciò basato sul Do diesis, risultando la combinazione: Fa\ La\ Re\ Fa\ La,\ Si\ bemolle\ Do\ diesis\ Mi\ Sol\ Si\ bemolle.
Noi, all'antica, spiegavamo questa sovrapposizione di due accordi, fra loro collidenti, come una combinazione complessa d'appoggiature sulle note dell'accordo di tonica rivoltato. Ciò è manifesto pel fatto che i suoni dell'accordo di settima risolvono, discendendo di grado, su quelli dell'accordo di tonica coefficiente.
Interessantissimo è il Preambolo critico preposto al trattato — sebbene il Fétis e il Boucheron sieno trattati un po' troppo.... confidenzialmente, — e utili assai sono i partimenti numerosi e scelti che corredano il lavoro dell'egregio Bandini.
Osserviamo solo che questi bassi, dettati dai loro autori (Fenaroli, Mattei, Zingarelli) per le combinazioni armoniche d'altra epoca, non si prestano per l'applicazione dei principii enunciati dall'egregio Bandini. — Era meglio, a nostro avviso, farli precedere dalle vecchie teoriche. — La parte nuova del trattato del Bandini poteva essere aggiunta come seconda parte dedicata all'armonia moderna. È ciò che il Bandini, dotato com'è di vigoroso ingegno, potrà fare in una seconda edizione dei suoi principii d'armonia."

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"Umberto Bandini è allievo di Lauro Rossi al regio Conservatorio di Napoli e del Liceo Musicale di Santa Cecilia in Roma, ove ebbe a maestri Giovanni Sgambati ed Eugenio Terziani. Premiato e licenziato dal Liceo, a venti anni vinse il primo premio ai Concerti Popolari di Torino sopra ottantasette concorrenti con una sua, ouverture: Eleonora, che fu eseguita varie volte a Roma alla Sala Dante, a Torino, e a Londra ai concerti del Crystal Palace con molto successo.
Il Bandini era già professore di composizione e direttore dell'Istituto Musicale di Padova
. Giovane colto, egli ebbe a Venezia l'onore di leggere al regio Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti un suo lavoro intorno la evoluzione della musica nella civiltà italiana. Ma la necessità di vivere in un ambiente artistico, lo costrinse ad abbondonare Padova, e venne nominato professore d'armonia al nostro Conservatorio.
Dei lavori presentati dal Bandini preferisco: il Tempo di danza, un grazioso e brioso "3/4" per quartetto d'archi; e lo Scherzo e l'Andante per pianoforte, violino e violoncello. L'Andante, in ispecie, è una bella pagina di musica calda, appassionata; un dialogo d'amore tra violino e violoncello.
Le altre composizioni dell'egregio musicista, se non prive di pecche — prima dei quali quella delle divagazioni — non mancano però di far testimonianza della coltura del loro autore, e di provare nel Bandini uno studioso dei nostri classici
."

sabato 17 ottobre 2026

Carpinianum e Munianum..., la storia dei due antichi centri con le rispettive chiese, a cura di Nicola del Core

Carpignano

Per eseguire la datazione dell’antico casale di Carpinianum (Carpignano) e della chiesa in esso presente, si fa riferimento a alcuni documenti risalenti tra il X° secolo e il XIII° secolo, quindi tra l'epoca ducale e quella in piena dominazione sveva, nei quali è attestata la presenza della 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐚 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐢𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨. Questi documenti sono scritti, in parte in latino e in parte in italiano antico. La più antica testimonianza risale all'anno 979 d.C. ed è contenuta nell'opera: “Monumenta ad Neapolitani Ducatus Historiam Pertinentia”, scritta dal grande storico Bartolommeo Capasso. Tra  le fonti storiche successive, si evidenzia quella datata il 28 marzo 1205, nella quale è citata la chiesa di San Giovanni. Ripercorrendoli in ordine cronologico, queste preziose fonti ci illustrano la storia della Villa Carpinianum, con alcune curiosità, come, ad esempio, le ricorrenti menzioni degli antichi abitanti del posto, che in tanti avevano il nome di Giovanni. Il documento rogato nel 1205 sancisce lo scambio di un appezzamento di terreno avvenuto tra 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐧𝐮𝐬 𝐂𝐚𝐜𝐚𝐩𝐢𝐜𝐞, l'𝐚𝐛𝐚𝐭𝐞 𝐝. 𝐁𝐚𝐫𝐭𝐨𝐥𝐨𝐦𝐞𝐨 del 𝐦𝐨𝐧𝐚𝐬𝐭𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐒𝐞𝐛𝐚𝐬𝐭𝐢𝐚𝐧𝐨 e un certo Cacapice. Nell’atto viene stabilito che l'abate avesse la quarta parte di un terreno, chiamato 𝐂𝐢𝐫𝐚𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐚 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐢𝐧𝐢𝐚𝐧𝐮𝐦. In cambio di questo terreno, Cacapece ottenne un altro appezzamento di terreno, chiamato 𝐏𝐢𝐜𝐳𝐨𝐧𝐞, situato a 𝐌𝐚𝐫𝐚𝐧𝐮𝐦 (l’odierna Marano). Tutta la restante parte del terreno, ovvero tre quarti dell’estensione originaria, rimase indiviso e conteneva al suo interno la 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚 (così in quell’epoca era menzionata la chiesa), di proprietà del 𝐦𝐨𝐧𝐚𝐬𝐭𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐏𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐚𝐥 𝐂𝐚𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐨. Questo monastero cera situato sull'isoletta del Salvatore, l’odierna 𝐂𝐚𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐎𝐯𝐨, che all’epoca dei fatti era abitato da monaci 𝐛𝐚𝐬𝐢𝐥𝐢𝐚𝐧i.
Quindi il Cacapice, probabilmente antico membro della famiglia mugnanese dei Capece Minutolo, cedette un terreno a Carpignano e acquisì un altro terreno a Marano. La Chiesa di San Giovanni apparteneva al monastero del Salvatore di Napoli ed aveva in vicinanza 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚, purtroppo oggi non più presente. Il fatto che la chiesa sia stata menzionata in questo documento dimostra che è di più antica fondazione, ma purtroppo non abbiamo altri documenti antichi che ne dimostrano l’origine. Dalla narrazione si evince che la presenza della vicina fontana, a cui erano attribuiti poteri di guarigione, è riconducibile alla storia evangelica di San Giovanni Battista.
Considerato che nel periodo svevo la chiesa era attiva e funzionante, pensiamo che il tempietto dovesse avere la conformazione e le decorazioni in stile romanico.
La “Villa” di Carpinianum (il termine "Villa" sta a indicare un centro antico abitato, in seguito si tramuterà in 𝐂𝐚𝐬𝐚𝐥𝐞) all’epoca era molto ricca ed estesa ed era situata tra i territori di 𝐌𝐞𝐥𝐢𝐭𝐨 𝐞 di 𝐌𝐚𝐫𝐚𝐧𝐨. A seguito del terribile terremoto del 5 giugno 1688, la chiesa subì ingenti danni; infatti in una relazione del 𝟏6𝟗𝟖 l'edificio viene descritto come se fosse ridotto allo stato di rudere...
Nell’immagine riportata all'inizio di questa descrizione abbiamo immaginato come potesse apparire la chiesa di San Giovanni a Carpignano ai tempi del periodo romanico, seguendo alcuni nostri indizi e aiutandoci nell’ispirazione con le tecniche dell’AI, abbiamo elaborato il disegno; come pure abbiamo ipotizzato come potesse essere l’immagine sacra che era presente all’interno della chiesa, prendendo ad esempio un mosaico che mostra San Giovanni Battista che battezza Gesù, presente in una chiesa di Ravenna (vedi foto inserita). 
Per descrivere la chiesa nei particolari riportiamo la testimonianza dello storico mugnanese Gargiulo, tratta dal suo libro: “𝐌𝐮𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐍𝐚𝐩𝐨𝐥𝐢: 𝐟𝐫𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢" nella quale risulta che, per un certo periodo, la chiesa sia stata probabilmente “suffraganea”, ovvero amministrata dalla chiesa del SS. Salvatore di Piscinola: la notizia è stata tratta dalla “Santa Visita” compiuta dal card. Gesualdo, nell’anno 1598. 
San Giovanni a Carpignano è ritenuta dalla tradizione la chiesetta più antica del paese, le cui origini si perdono nel tempo, anche se è stata sempre ignorata la data della sua fondazione. Pare che sia stata la sede della rettoria, fino a quando rimase suffraganea di Piscinola per la cura delle anime, ma «di ciò non vi sono titoli che convalidino tali notizie»¹. Strettamente legata a Carpignano, ne ha conservato il ricordo fino ad oggi. Coinvolta nelle vicende storiche di quel centro abitato fu esposta per secoli all’incuria ed all’abbandono. Situazione questa, che sembra si sia aggravata col sorgere della chiesetta di S. Maria e, specialmente con quella di S. Biagio, situate «dentro la villa» di Mugnano. Nel 1656 venne completamente restaurata per iniziativa degli scampati alla peste dell’Università di Mugnano. Si ha motivo di ritenere che in quel luogo si dovette costruire una specie di lazzaretto, perché i morti di peste vennero sepolti «in un fosso che ivi si trovava». 
Come si è già detto, nel 1698 si presentava in condizioni disastrose con le pareti in buona parte diroccate, che raggiungevano appena l’altezza di 12 palmi, cioè 3 metri). Dalla relazione si apprende che era lunga palmi 65 (m. 16,30), larga palmi 23 (m. 5,75). A settentrione vi era un avvallamento del terreno lungo palmi 132 (m. 23) e largo palmi 60 (m. 15). A mezzogiorno vi era un altro avvallamento lungo palmi 221 (m. 16,25) e largo palmi 64 (m. 16)². Nel 1692 venne affidata ad un eremita, del quale non si conosce il nome. [...]”.

¹ A.S.D., Visita Card. A. Gesualdo, 1598, vol. VII, f. 183 v.

  

 

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Mugnano

Per quando riguarda le origini di Mugnano, andremo ad esaminare i documenti che descrivono l'abitato di "𝐌𝐮𝐧𝐢𝐚𝐧𝐮𝐦"; nella storia sono menzionate anche le comuni origini del culto religioso con gli abitanti di Carpignano. "M𝐮𝐧𝐢𝐚𝐧𝐮𝐦" nacque nello stesso periodo di Carpignano (𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐗 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐝.C., il primo documento dove esso è menzionata risale a𝐥 𝟗𝟓𝟓 𝐝.C. La chiesa che era presente al suo interno, era dedicata a 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚 Assunta, ed era già attestata 𝐧𝐞𝐥 𝟗𝟓𝟗 𝐝.C. 
Fin dalla fondazione di Mugnano era venerata la 𝐌𝐚𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐀𝐬𝐬𝐮𝐧𝐭𝐚 (molto probabilmente il culto era collegato alla scadenza dei pagamenti degli affitti, fissati dopo il raccolto, il 𝟏𝟓 𝐀𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨).
In un documento del 1091 𝐝.C. purtroppo andato perduto, è attestato sia l’antica famiglia 𝐌𝐢𝐧𝐮𝐥𝐨 (in seguito famiglia 𝐂𝐚𝐩𝐞𝐜𝐞-𝐌𝐢𝐧𝐮𝐭𝐨𝐥𝐨), sia la presenza dell'Ecclesia di Santa Marie ad Campensi; questa abitazione probabilmente si trovava nella località denominata 𝐬𝐚𝐧𝐭'𝐀𝐧𝐢𝐞𝐥𝐥𝐨.
Nel 𝟏𝟏𝟗𝟎 𝐝.𝐜. già esisteva un chiesa dedicata al 𝐦𝐚𝐫𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐒𝐚𝐧 𝐁𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨, che si trovava vicino a quella di 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚 (di questa antica chiesa è rimasta solo la colonna esterna incastonata nella chiesa parrocchiale odierna). Già nel 𝟏𝟐𝟗𝟓 è accertato che il patrono di 𝐌𝐮𝐧𝐢𝐚𝐧𝐮𝐦 era 𝐒𝐚𝐧 𝐁𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢 (San Biagio vescovo).
Il Casale di 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐢𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨, fin dalla sua fondazione, non aveva una propria Chiesa, e gli abitanti per il loro culto si dovevano recare nella chiesa di 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚, che era la chiesa frequentata dagli abitanti del Casale di 𝐌𝐮𝐧𝐢𝐚𝐧𝐮𝐦, tuttavia gli abitanti di 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐢𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨 veneravano 𝐒𝐚𝐧 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐁𝐚𝐭𝐭𝐢𝐬𝐭𝐚.
Verso la 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐗𝐈𝐈 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨 la 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚 divenne piccola per i due centri, a quel punto i cittadini dei due Casali ne edificarono, ciascuno, una indipendente per il proprio utilizzo. A 𝐌𝐮𝐧𝐢𝐚𝐧𝐮𝐦 fu eretta la prima 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐁𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨, mentre a 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐢𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨 quella dedicata a 𝐒𝐚𝐧 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐁𝐚𝐭𝐭𝐢𝐬𝐭𝐚. 
Crediamo che nello stesso periodo della costruzione della 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢, fu edificata anche la cappella privata di proprietà di 𝐂𝐚𝐬𝐚 𝐌𝐢𝐧𝐮𝐥𝐨, che fu intitolata a 𝐒𝐚𝐧𝐭'𝐀𝐧𝐢𝐞𝐥𝐥𝐨 ed ad altri Santi. 
Nel 𝟏𝟗𝟑𝟏 la 𝐂𝐚𝐩𝐩𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧𝐭'𝐀𝐧𝐢𝐞𝐥𝐥𝐨, insieme al 𝐏𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐂𝐚𝐩𝐞𝐜𝐞 𝐌𝐢𝐧𝐮𝐭𝐨𝐥𝐨 (𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐗𝐕𝐈 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨) fu abbattuto per costruire la scuola statale “Gennaro Sequino” (di questo edificio purtroppo non non si conservano foto).

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Trascrizione integrale dell'Atto del 𝟐𝟖.𝟑.𝟏𝟐𝟎𝟓, con traduzione:

Imperante domino nostro Frederico imp. anno 8 die 28 mensis martii, ind. VIII (an. 1205) Neapoli. 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐧𝐮𝐬 𝐂𝐚𝐜𝐚𝐩𝐢𝐜𝐞 comestabilis commutavit et dedit d. Bartholomeo 𝐚𝐛𝐛𝐚𝐭𝐢 𝐦𝐨𝐧𝐚𝐬𝐭𝐞𝐫𝐢𝐢 𝐒. 𝐒𝐞𝐛𝐚𝐬𝐭𝐢𝐚𝐧𝐢 integram petiolam de terra suam quarte unius, positam in loco qui nominatur 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐢𝐧𝐢𝐚𝐧𝐮𝐦 e dicitur ad Cirasola quae est campese, una cum introitu suo, et omnibus sibi pertinentibus, et coheret sibi ab uno latere terra heredum q.d. Sergii de Syrento, de alio latere est terra ecclesie S. Anelli maioris, de uno capite est terra d. Gregorii Caraczulo, de alio capite est terra d. 𝐈𝐨𝐡𝐚𝐧𝐧𝐢𝐬 𝐁𝐨𝐥𝐚𝐧𝐨, habitatoris d. loci 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐢𝐧𝐢𝐚𝐧𝐢; propter quam petiolam terre in commutatione datam prefato monasterio ut supra dictus 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐧𝐮𝐬 𝐂𝐚𝐩𝐢𝐜𝐞 accepit ab eodem abbati S. Sebastiani integram terram monasterii de integra petiola de terra, quae dicitur Piczone, positam in loco qui nominatur Maranum, et dicitur ad illa de Sicule quae est campese, una cum introitu suo et omnibus sibi pertinentibus, quae adhuc indivisa, et in comuni cum reliquo exinde, quod est 𝐞𝐜𝐜𝐥𝐞𝐬𝐢𝐞 𝐒. 𝐈𝐨𝐡𝐚𝐧𝐧𝐢𝐬 𝐚𝐝 𝐟𝐨𝐧𝐭𝐞 iuris Sancte neapolitane ecclesie, et 𝐦𝐨𝐧𝐚𝐬𝐭𝐞𝐫𝐢𝐢 𝐒. 𝐏𝐞𝐭𝐫𝐢 𝐚𝐝 𝐂𝐚𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐮𝐦 et hos habet fines de uno capite est via pubblica, unde ibidem introitum ingredit, de alio capite est terra d. Bartolomei Falconaro, de uno latere in ex paste est via, seu et in ipso latere est fundus heredum q. Iohannis qui nominatur de Caesario habitatoris ipsius loci Marani, et de alio latere est terra heredum q. Iacobi Comite sicut exfinat; et st signatum tali signo CCCCLXXXXVIII - Summarium inst. S. Sebastiani fol. 216.

(Testo tratto da B. Capasso, Monumenta ad Neapolitani Ducatus Historiam Pertinentia).

(traduzione)

Per ordine di nostro signore Federico, imper. anno 8, 28 marzo, ind. VIII (an. 1205) a Napoli. 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐧𝐮𝐬 𝐂𝐚𝐜𝐚𝐩𝐢𝐜𝐞 stabile scambiò e diede d. Bartolomeo, 𝐚𝐛𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐚𝐬𝐭𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐒𝐞𝐛𝐚𝐬𝐭𝐢𝐚𝐧𝐨, ricevette in dono un'intera parte del suo terreno, un quarto di uno, situato in un luogo chiamato 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐢𝐧𝐢𝐚𝐧𝐮𝐦 e denominato Cirasola, che è pianeggiante, con il suo ingresso e tutto ciò che vi appartiene, e confina da un lato con il terreno dell'erede di Sergio di Syrento, dall'altro lato con il terreno della chiesa di Sant'Anelli il Maggiore, da un lato con il terreno di Gregorio Caraczulo, dall'altro lato con il terreno di 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐁𝐨𝐥𝐚𝐧𝐨, abitante del luogo di 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐢𝐧𝐢𝐚𝐧𝐢; per il quale un pezzo di terra fu dato in cambio al suddetto monastero, come il suddetto 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐧𝐮𝐬 𝐂𝐚𝐩𝐢𝐜𝐞 ricevette dallo stesso abate di San Sebastiano l'intero terreno del monastero dell'intero pezzo di terra, che è chiamato Piczone, situato in un luogo chiamato Maranum, e si dice che sia su quello di Sicilia che è pianeggiante, insieme al suo ingresso e tutto ciò che gli appartiene, che è ancora indiviso, e in comune con il resto da lì, che è la 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐧𝐭𝐞 della chiesa Santa Napoletana, e il 𝐦𝐨𝐧𝐚𝐬𝐭𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐏𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐚𝐥 𝐂𝐚𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐨 e ha questi confini. Da una parte c'è la strada pubblica, da cui vi entra l'ingresso, dall'altra parte c'è il terreno di San Bartolomeo Falconaro, da un lato nel pascolo c'è la strada, o e da quel lato c'è la proprietà degli eredi fu 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 che è chiamato da Cesareo, l'abitante dello stesso luogo, Marani, e dall'altro lato c'è il terreno degli eredi del Conte di Giacomo come è definito; ed è firmato con tale segno CCCCLXXXVIII (498).

Da una ricerca di Nicola del Core 


Ringraziamo Nicola del Core, bravo e appassionato ricercatore storico, per aver condiviso su Piscinolablog il frutto della sua interessante ricerca. 
Molto interessante è la notizia che lega la chiesa di San Giovanni a Carpignano con quella del Santissimo Salvatore di Piscinola, non solo perchè un certo periodo divenne rettoria, ma ancor di più perché i proprietari del fondo nel quale si ergeva la chiesa di San Giovanni erano i monaci basiliani dell'"Isola del Salvatore" (isola di Megaride, odierno sito di Castel dell'Ovo), gli stessi che a Piscinola avevano una grancia di terreno e da cui deriverebbero il culto del Santissimo Salvatore e il toponimo di "Terra del Salvatore".

S.F. 

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Le Fonti bibliografiche consultate sono:

-"Mugnano e Carpignano la storia attraverso i documenti" 𝐑𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐛𝐢𝐛𝐥𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐝𝐨𝐜𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐂𝐚𝐩𝐚𝐬𝐬𝐨

-"𝐌𝐮𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐍𝐚𝐩𝐨𝐥𝐢: 𝐟𝐫𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢", 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐫𝐞𝐯. 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐆𝐚𝐫𝐠𝐢𝐮𝐥𝐨.

-“Monumenta ad Neapolitani Ducatus Historiam Pertinentia”, di Bartolommeo Capasso.

sabato 10 ottobre 2026

Quelle opere di carità di mons. Andrea Viggiano: dai "marinaretti della nave Caracciolo" alla "Casa Bianca" presso il Bosco di Capodimonte...

 La Casa Bianca a San Rocco di Capodimonte

L'argomento di questo post si inserisce nel grande movimento socio-assistenziale sorto a Napoli all'inizio del Novecento, dedicato al recupero dei ragazzi poveri e abbandonati, che vede al centro dei progetti realizzati il sacerdote, monsignor Andrea Viggiano. 
La prima opera realizzata, promossa dal sacerdote, fu la "Nave-Asilo Caracciolo", che sarà attiva dal 1913, per la quale mons. Viggiano profuse tutte le sue energie organizzative e aiutò moltissimo l'istituzione durante il suo operato, recuperando i fondi necessari, con il sostegno dei benefattori e fornendo anche dai propri averi. 
La nave Caracciolo era destinata all'educazione e al recupero dell'infanzia abbandonata, in particolare degli scugnizzi che vagavano all'epoca per le strade di Napoli. La direzione educativa della nave fu affidata all'insegnante Giulia Civita Franceschi.
Giulia, che oltre all'insegnamento fu anche direttrice del nuovo Ente morale, pensò spesso alla realizzazione sul lago Fusaro di una casa per i piccoli pescatori, assieme ad un’opera per le scugnizze, alle quali estendere le pratiche collegate alla pesca. "Convinta che nessuno si preoccupasse della sorte delle bambine abbandonate per le vie della città, nonché “esposte a tutte le forme orribili di criminalità per sé e più ancora per i figli che verranno da lei”. Ed ecco che il 13 aprile 1921, maturate le esperienze di pesca, si costituì la SPEM (Scuola Pescatori e Marinaretti), alla quale due anni dopo lo Stato concesse la gestione dei Laghi Fusaro e Mare Morto, tra Bacoli e Capo Miseno.Sempre nel 1921, l'opera della "Caracciolo" fu oggetto di studio da parte di una commissione giunta dal Giappone che, insieme al Ministro dell’Istruzione italiano dell'epoca e a professori universitari, salì a bordo della nave per conoscere il sistema educativo adottato. Un anno dopo il Ministero della Pubblica Istruzione conferì alla sig. Giulia Civita, la prima medaglia d’oro al merito. La nave-asilo "Caracciolo", seguiva la scia di altre navi scuola che in quel periodo si affermarono il Italia, prima nel Veneto e poi in Sicilia edebbe una grande risonanza nella stampa dell'epoca; ecco un articolo tratto dal “Corriere dei Piccoli”, 18 maggio 1913 - anno V n. 20 pagg. 4-5), nel quale si indica mons. Viggiano come ideatore dell'istituzione: "Sulla fine di aprile, Napoli ha avuto un dono di cui da tempo aveva bisogno. Nel suo porto è stato inaugurata una nave asilo per i figli dei marinai morti e per i bambini derelitti che abbondano nelle vie della città. Il Ministero della marina ha concesso una vecchia nave radiata dai quadri della flotta, una nave che porta un nome glorioso: quello dell'ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo. La "Caracciolo" fu, in altri tempi, sede di una scuola nautica ed ora accoglierà una non vasta schiera di ragazzi bisognosi di aiuto e di guida, per non correre incontro alla perdizione alla quale erano già avviati .
La nuova "nave-asilo" fu inaugurata in forma solenne alla presenza del Duca d'Aosta, del ministro della marina, on. Pasquale Leonardi-Cattolica, e di tutte le autorità civili e militari di Napoli. Già parecchi sono i ricoverati ospiti della « Caracciolo. E bisogna augurarsi che presto i mezzi concessi dal Governo siano accresciuti dalla beneficenza privata, per il bene di tanti derelitti strappati dal pericolo di precipitare nel vizio.
L'istituzione delle « navi-asilo » iniziata da qualche anno a Venezia è fra le più benemerite. Il fanciullo abbandonato per le strade, il figlio del marinaio morto per la patria oppure scomparso, lasciando la famiglia nella miseria, salendo la scala che mena alla nave che sta per essere la sua casa, mette il mare fra la sua anima che comincia a sbocciare e l'atmosfera di perdizione che egli lasciò a terra. Il suo mestiere, la sua professione sono già stabiliti non per volontà impressagli da chi l'educa, ma per una spontanea tendenza che gli si andrà sviluppando nell'anima, e che lo porterà a preferire le sane fatiche, le gioie salubri, le gagliarde iniziative della vita marinaresca. Sarà come il figlio dei contadini che, nato e cresciuto in mezzo ai campi. non saprà mai più staccarsene, e darà tutto il suo amore e tutto il suo sudore alla terra.
Sarà pari ai giovani delle antiche repubbliche marinare d'Italia, che crescevano volgendo gli occhi avidi al mare, aspettando con ansia febbrile il giorno di salire su di una bella nave, a scoprire ignorati orizzonti, a lavorare per l'incremento della potenza e dei commerci della patria. Questi futuri navigatori non saranno marinai d'occasione: avranno il mare nel sangue e nel cuore: avranno robustezza degna di sfidare le collere e gli ostacoli degli oceani, e cuore saldo per non dar confini ai loro ardimenti. Quanto bene verrebbe all'Italia, terra di marinai, se tutte le sue future energie, se tutti i suoi figli in tenera età che stanno per essere traviati dall'abbandono e dalle insidie delle grandi città, potessero rifugiarsi su di una nave, e respirare a pieni polmoni l'incomparabile bellezza dell'infinito marino, l'ossigeno che sale dalle onde, gli insegnamenti che sono nella vita operosa e pura che si vive sul mare.
L'iniziativa è così nobile e profittevole, che non è facile spiegarsi come mai quella di Napoli sia soltanto la seconda nave asilo d' Italia.
La « Caracciolo » è sorta per le premure e la fede di un modesto prete, don Andrea Viggiano che non ebbe riposo fra relazioni e sollecitazioni al ministro della marina e ad altre autorità - finchè non vide il suo bel sogno aver consistenza di realtà
". 
Purtroppo, dopo soli 15 anni di attività,nel 1928, la signora Civita fu rimossa del tutto dall’incarico e la nave fu inquadrata nell’Opera Nazionale Balilla...

  

Per l'istituzione assistenziale, denominata "Casa Bianca", creata sempre dall'ispirazione avuta da don Viggiano, della quale fu direttore e amministratore, dobbiamo partire dall'anno 1914.

Dagli atti della conferenza, intitolata: "Dalla Nave-Asilo Caracciolo a Casa Bianca" (tenuta il 21 aprile 1914, presso il "Circolo Imperium", nella sala Maddaloni a Napoli), viene illustrata per la prima volta l'istituzione della "Casa Bianca" a San Rocco di Capodimonte: struttura destinata al recupero delle bambine orfane e abbandonate. Questo fa pensare che il progetto "Casa Bianca", ideato e realizzato da mons. Viggiano, sia stato successivo o parallelo all'iniziativa educativa-assistenziale collegata all'esperienza della nave-asilo "Caracciolo". 
Ecco una parte del discorso di Mons. Viggiano nel quale annuncia l'opera alla città:
"[...] Ispirato a questi alti ideali, vagheggiavo in me stesso, come tradurre in atto il grande sogno di redenzione delle povere bambine abbandonate, e dopo profondo raccoglimento e preghiera, mi vennero i primi aiuti da un’anima grande, per gettare le basi della nuova pietosa opera, per la redenzione dell’infanzia dolente!
Ed è per questo che su di Napoli nostra, sulla ridente ed amena collina di S. Rocco di Capodimonte, il viandante scorge, sulla via maestra, un cancello bianco. Esso si aprirà tra breve alla dolce carità Cristiana. Ed inoltrandosi, è tutto un lungo viale d’aranci in fiore, il cui profumo delizioso è l’indice di un più soave effluvio di bene. La teoria di alberi conduce alla villa amena e soleggiata, tutta fresca e serena, circondata dalla Signoria della sua grande estensione di terra.
Un piccolo, grande reame di cuore e di sentimento. La Villa s’intitolerà « Casa Bianca », piccolo dolce nome di radiosa purezza, piccolo dolce nome di poesia gentile, e sarà il simbolico Giordano di purificazione, il santuario immacolato delle piccole anime vaganti per le vie e per le piazze, in balia di se stesse!

Colà, in quel porto di quiete e di consolazione, fra sole e cielo, fra il misticismo della dolce preghiera, che come soave nube d’incenso salirà al cielo, e il canto degli uccelli, tra la scuola e il lavoro, la pace e la tranquillità, converranno le fanciulle derelitte che un barbaro destino poteva votare un giorno doloroso alla vergogna !
Lassù, l’infanzia sparuta, l’infanzia affamata, l’infanzia maltrattata, abbandonata, si inabisserà nella luce smagliante di un nuovo sole di carità che solleverà le derelitte alla dignità altissima di donne buone, pure ed immacolate, degne di diventare un giorno vere madri di famiglia. 
[...] 
Per conoscere nei dettagli l'istituzione della "Casa Bianca", prendiamo in prestito il contentuto del libretto: "
Le Colonie Scolastiche in Italia negli anni 1925 e 1926 -  Relazione dell'Ispettore Comm. Gallo Cabrini - "Grafia" S. A. I. Industrie Grafiche - Roma 1927, nel quale, a pagina 14, capitolo 5, si descrive la struttura:
"5. CASA BIANCA DI MONSIGNOR VIGGIANO. Fondata in Napoli a San Rocco di Capodimonte nel 1914 da Monsignor Andrea Viggiano, per accogliervi bambine abbandonate, ricovera da qualche anno anche delle orfane di guerra.
Vi sono ammesse le bambine di povera condizione, dai 4 agli 8 anni di età , abbandonate o maltrattate dai parenti, od orfane di guerra , e vi sono trattenute fino ai 18 anni. Frequentate le classi elementari, le ragazze vengono addestrate per turno in cucina, nel refettorio e nei dormitori, nelle faccende domestiche e attendono alla fabbricazione di calze, alla filanda, alla maglieria, ai ricami, alla azienda agricola di nuovo impianto .

Libretto conservato nel "Museo del Mare" di Napoli
Istituto non ha patrimonio, vive coi proventi di una lotteria fatta a beneficio della Casa Bianca: coi sussidi della Provincia e con le elargizioni di Privati .
Morto, per disgrazia automobilistica l'11 luglio 1924 (cadde dall’autoveicolo, aveva 42 anni), Monsignor Viggiano, assunse la direzione dell'Opera il di lui fratello Antonio (chiamata Villa Perna). Negli anni 1925 e 1926 tutte le bambine furono portate al mare a Pozzuoli, e precisamente in località Lucrino, dal 15 luglio al 25 settembre.
Nel 1926 gli accolti furono 220, compresi 80 ciechi dell'Istituto Principe di Napoli. Divenne in seguito un Istituto con 120 posti letto.
Mon. Viggiano nacque ad Avigliano in Basilicata, nel 1882."
Nel sito del Comune di Napoli si legge: “La struttura fu fondata per le piccole abbandonate e per le orfane di guerra, ed era alquanto curata dal fratello di lui, antonio. La casa Bianca è nota in tutta Italia per il gran bene che fa: nella sola colonia Marina ha ospitato quest’anno oltre 1200 bambini tra quelli formanti la sua popolazione stabile di orfanelle….”
Altra fonte trovata è l'opera “La Basilicata nel Mondo” vol. I - anno 1924, infatti a pag. 40 si legge: ANDREA VIGGIANO: « Era anch'egli dei nostri: nato nel cuore della Basilicata, ad Avigliano. Giovanissimo, aveva vestito l'abito talare, a vent'anni aveva celebrato la prima messa. Da allora il suo apostolato non ebbe mai tregua, non conobbe mai soste, né limiti di sacrificio, fino alla morte. Quella morte tragica, che lo colse all'improvviso, interrompendo la sua ultima non compiuta opera di bene... ». « . . .Egli era in automobile lungo le strade di Capodimonte, e la macchina procedeva a velocità notevole. Nei pressi delle birrerie meridionali, forse per una brusco sobbalzo, il corpo di Mons. Andrea fu sbalzato fuori dalla macchina sbattendo, violentemente l'occipite sul selciato: rimase cadavere senza agonia... Quanto sorriso egli aveva dato ai più bisognosi di cure, di affetto, di amore, alle orfanelle, ai figli di nessuno. «... Durante la guerra, la sua opera fu inesauribile. Inviò coperte, tende, biancheria all'esercito combattente; raccolse profughi delle terre invase; assisté gli orfani e le vedove dei caduti. Anche nella sciagura di Amalfi, egli portò il contributo della sua carità, accogliendo nella “Casa Bianca” due bambine rimaste orfane...». «... Mons. Andrea Viggiano è nato apostolo, benefattore, Egli si curva sul fango della strada a raccogliere le figlie di nessuno... ». « . . .Napoli tutta, gli ha reso onori funebri degni di un re. Mai la pietà umana compì una più mirabile opera di redenzione sociale, mai un cuore più evangelico si consumò nel fervore di così illuminata e benefica carità cristiana...". 

La stessa collana editoriale ("La Basilicata nel Mondo - 1924 / 1927"), pubblicava nel 1927 un ricordo del monsignore Viggiano, al momento della sua prematura scomparsa: "UN APOSTOLO DI CARITA' - E’ morto tragicamente a Napoli mons. Andrea Viggiano. Era anch’ Egli dei nostri: nato nel cuore rupestre della Basilicata, ad Avigliano. Giovanissimo, aveva vestito l’abito talare, a vent’anni aveva celebrato la prima messa, da allora, il suo apostolato non ebbe mai tregua, non conobbe mai soste né limiti di sacrificio, fino alla morte. Quella morte tragica, che lo colse all’ improvviso, interrompendo la sua ultima, non compiuta opera di bene. Tornava Mons. Andrea Viggiano dalla sua ((Casa Bianca)) e andava a concludere un contratto, mercé il quale le sue centoventi orfanelle — ora veramente orfanelle — avrebbero potuto usufruire di un comodo stabilimento balneare, nei pressi del Lucrino. Egli era in automobile, lungo la strada di Capodimonte, e la macchina procedeva a velocità notevole. Nei pressi delle Birrerie Meridionali, forse per un brusco sobbalzo, dovuto al cattivo stato della strada, il corpo di Mons. Viggiano fu sbalzato fuori della macchina battendo, violentemente, con l’occipite sul selciato: rimase cadavere, senza agonia. Quanto sorriso di vita Egli aveva adunato negli occhi dei derelitti I terremoti Calabro-Siculi e quelli della Marsica lo avevano visto accorrere a recare il saluto cristiano della vita e della speranza. La sua pietà evangelica, imitatrice di quella di Gesù, Sinite parvulos venire ad me, si esercitò e si rivolse, specialmente ai più deboli, ai più inermi, ai più bisognosi di cure, di conforto, di amore, alle orfanelle, ai figli di nessuno. Le prime, Egli raccolse nella sua « Casa Bianca » togliendole alla miseria e all’abbrutimento; e, per l’assistenza degli «scugnizzi », coadiuvò instancabilmente Donna Giulia Civita e le altre dame fondatrici della ((Nave Asilo)). Durante la guerra, la sua opera fu inesauribile. Inviò coperte, tende, biancheria all’esercito combattente; raccolse profughi delle terre invase; assisté gli orfani e le vedove dei caduti. Anche nella recente sciagura di Amalfi, Egli portò il contributo della sua carità, accogliendo nella ((Casa Bianca)) due bambine rimaste orfane. Questo il cuore, che fu spento così tragicamente. A ((Casa Bianca)) piangono le Inconsolabili. L’Apostolo non c’è più. Ma la sua opera e il suo esempio rimangono. Napoli, tutta Napoli, gli ha reso onori funebri degni di un re. E re Egli era, di un suo bianco regno di bene, tanto vicino a quello dei cieli di redenzione sociale; mai un cuore più evangelico si consumò nel fervore di così illuminata e benefica carità cristiana. Monsignor Andrea Viggiano col suo poco pacato e arso volto di asceta, coi Suoi occhi pieni di tutti i sogni celestiali dell’anima sua soavemente mistica e innamorata di Dio, somiglia singolarmente all’Uomo della montagna di Assisi, al Santo della Povertà e della Verginità. Francesco, dall’alto della sua montagna, sulla quale Dante si genuflesse, predica e canta e più canta che predica — la fraternità universale di tutte le creature di Dio, dall’uomo al filo di erba del prato, dall’insetto più vile alle perle magnifiche della rugiada mattutina. ((Tutto purificare, tutto donare)), era la sete mistica del poverello di Assisi. 
Cartolina conservata nella Biblioteca Vittorio Emanuele III di Napoli
L’Uomo della montagna lucana, con gli occhi certo rivolti alla luce di Assisi, fa suo il grande grido dell’ultimo profeta di Dio sopra la terra. La sua fantasia si popola delle visioni più chiare dell’ amore cristiano. Egli ha davanti al suo spirito: Gesù Cristo, il gentile Messia del popolo di Galilea, che passa per l’ombra degli olivi di Palestina, seminando il bene e chiamando, intorno a sé, quanto vi è di più puro al mondo: i bambini; Francesco, che, nell’ombra del bosco di Assisi, fonda l’Eremo della purità e della povertà. Nel suo grande cuore, Monsignor Andrea Viggiano fonde insieme, in un palpito solo, l’ardore divino di Cristo e l’ardore serafico di Francesco. Egli è nato apostolo. La miseria innocente lo commuove, lo attrae. Benefattore, Egli si curva sul fango della strada, a raccogliere le figlie di nessuno, — (quelle che il vizio e la perdizione ingoiano e dissolvono e che alimentano miseramente le falangi delle prostitute — cambia, come per un incanto, il loro destino. Nei cuori, ove annidavano il buio e la disperazione, getta la luce e la fede. Sulle labbra sfatte dalla fame e dall’orrore, fa fiorire il sorriso e la benedizione, nelle anime brute getta i germi della più sana educazione cristiana. Casa Bianca! 
Mai sogno di poeta fu così bello e più puro. A sera, quando le piccole redente, raccolte nella preghiera, levano a Dio i cori originali e le anime senza macchia, come le ostie del sacrificio, lo spirito di Monsignor Andrea Viggiano è presente. E vigila, custodisce la Casa della Purità. A questo apostolo della nostra Basilicata siano perenni la lode, il culto, la benedizione e l’imitazione di tutti gli uomini di buona volontà".
La “Domenica del Corriere, Supplemento illustrato del Corriere” dell’anno 1927, pag. 7: cosi commentava la scomparsa di mons. Viggiano: “...Fervido di spirito cristiano apostolico, aveva fondato dal nulla, come i santi di una volta, con soli suoi mezzi…”.

Salvatore Fioretto 

Si ringraziano tutti coloro che hanno contribuito alla redazione di questo post. Si ringrazia, in particolare, la direzione del "Museo del Mare", per averci aiutato nella ricerca storica su mons. Viggiano, fornendoci la visura di alcune fonti storiche dell'epoca ("Sac. Andrea Viggiano - Dalla nave-asilo Caracciolo a Casa Bianca" - Conferenza"). 
Alcune foto della nave "Caracciolo" sono state tratte dal libro "Da scugnizzi a marinaretti - L'esperienza della nave-asilo Caracciolo 1913-1928. Mostra foto documentaria a cura di A. Mussari e Maria A. Selvaggio, ed. Scientifiche e artistiche". 
La cartolina che ritrae l'edificio della "Casa Bianca" è stata trovata nel libretto "Casa Bianca - Regolamento per le bambine", conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli.