sabato 28 febbraio 2026

Della serie i racconti della Piedimonte... "Napoli, Piazza Carlo III, domenica 30 marzo 1913…." Un racconto immaginifico sulla cerimonia inaugurale della ferrovia...

Prendendo spunto da un articolo del giornale "Roma", pubblicato il 29 marzo 1913, dal titolo "La nuova ferrovia Napoli Piedimonte d'Alife - Inaugurazione del tronco Napoli-Capua",  ho scritto questo testo, immaginando la scena che certamente fu osservata durante la cerimonia di inaugurazione, con il convoglio inaugurale che partì dalla centralissima piazza Carlo III di Napoli tra due ali di folla assiepata, come avviene nelle grandi e importanti cerimonie pubbliche. Questo componimento costituisce il primo capitolo del libro "C'era una volta la Piedimonte", edito nell'anno 2014 e stampato dalla casa tipografica "Atena", lo pubblico oggi in questo post celebrando i dodici anni trascorsi dalla presentazione avvenuta nella biblioteca Domenico Severino di Piscinola. Il libro, che contiene una raccolta di racconti e di testimonianze sulla gloriosa Ferrovia "Napoli Piedimonte d'Alife", mi ha dato tante soddisfazioni e riconoscimenti, soprattutto per le manifestazioni di affetto ricevute da parte di tanti anziani, di appassionati di treni e di ex ferrovieri... 

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"Era una bella e limpida mattina di primavera, quel lontano 30 marzo 1913,… esattamente cent’anni fa…, quando il convoglio inaugurale della ferrovia “Napoli-Piedimonte” muoveva lento e con andamento solenne, il suo primo viaggio inaugurale, diretto alla città di Capua. Partiva da una piazza Carlo III gremita di gente, al di là delle più rosee previsioni iniziali…!
Già dal primissimo mattino la piazza si mostrava soleggiata e bella più che mai, addobbata con ghirlande di fiori e tante bandiere tricolori. Decine e decine le coccarde e gli stemmi della casa reale sabauda pendevano dai tralicci stradali e dai balconi delle case, resi ancor più evidenti dal contrasto con il cielo terso di azzurro. Erano presenti autorità cittadine, uomini di cultura, del mondo della finanza e della aristocrazia napoletana.
Tutti vestiti per le grandi e solenni occasioni: severi nel portamento gli uomini, tutti con barba e i baffi impomatati, con frak e con cilindri color nero lucido, accompagnati da donne incipriate, un poco distratte e civettuole, vestite all’ultima moda, con abiti e cappotti lunghi fino alla caviglia, rossetto rosso in evidenza, cappellini di velluto con penne o fiori e la classica acconciatura dei capelli alla Belle Epoque.
Ma da sfondo faceva eco il popolo minuto, quello dei borghi popolari, di Sant’Antonio Abate, dell’Arenaccia e di Sant’Eframo, dei Vergini e perfino quello di Forcella.
Incuriositi dal passaparola avvenuto già dai giorni prima, tra i vicoli scuri e destati dallo stridore del passaggio ininterrotto di carrozze e cupè trainati da fulvi stalloni, che si susseguivano nelle strade principali, senza sosta, fin dal primo mattino… accorrevano verso la lunga piazza, quella su cui si affacciava il maestoso Real Ospizio dei Poveri e ai lati, ancora in costruzione, la bella stazione in piperno grigio, con l’intonaco di color rosso pompeiano. La fiumana di popolo accorreva dai vicoli e dai borghi più lontani; tra questi, molte le donne con i loro pargoli in braccio o tenuti per mano, gli anziani curvi, che a stento camminavano, i mendicanti con i vestiti sudici e rattoppati e gli immancabili scugnizzi, scalzi e vivaci: tutti avevano lasciato le loro faccende e i loro impegni, erano venuti così come si trovavano, per partecipare a quello che sarebbe stato, a giudicar dalle aspettative, l’evento dell’anno in città…! 
Perché dopo i molteplici tentativi, i vari progetti, le richieste ufficiali, i quasi fallimenti e i successi a metà, finalmente la nuova ferrovia si muoveva diretta per Capua. Ferrovia che avrebbe, da quel momento in poi, collegato la parte popolare di Napoli con il suo entroterra, il centro con i paesi della zona collinare e, più giù, i paesi della piana aversana e quella casertana.
Avrebbe attraversato una piana fertilissima, rigogliosa e bella, bagnata dalle copiose e miti acque del fiume Volturno e dal vecchio canale dei Regi Lagni (il flumen Clanius, degli antichi popoli Osci-Sanniti); una linea bianca tracciata tra i campi verdi coltivati con grano, orzo, canapa, mais e tra immensi e profumati vigneti di “Asprigno” e di “Piedirosso”.
Una ferrovia che parlava francese, ma era stata progettata da menti italiane e campane, da uomini d’ingegno, degni eredi, rappresentanti della nobile tradizione napoletana della “Scuola d'Applicazione degli ingegneri di Napoli”, poi divenuta “Real Scuola Superiore Politecnica”.
La cerimonia aveva inizio: il Cardinale di Napoli, il pio arcivescovo Antonio Prisco, eseguiva la benedizione del convoglio, rivolgendo poi agli astanti una breve preghiera, anch’essa benedicente.
Ed ecco i discorsi ufficiali di rito, che vibravano ad alta voce dalla bocca del Prefetto, rappresentante di casa Savoia e dopo quella del Commissario Regio al Comune di Napoli, Vittorio Messinger; poi, a seguire, il discorso dei dirigenti responsabili della società francese “Chemins de Fer du Midi de l’Italie”, costruttrice della linea. In alcuni passi dei discorsi venivano da questi ricordati i tanti sacrifici affrontati dalle maestranze, venivano elencati i nomi dei lavoratori feriti durante la costruzione della linea e veniva compianto il giovane francese Georges Bourdaret, fratello minore dell’ingegnere capocantiere Emile, morto a soli 27 anni nel cantiere di Teverola, il 10 febbraio 1910. L’ingegnere Emile, presente, ne fu visibilmente commosso.
L’immancabile banda musicale intonava, poi, le note della Marcia Reale. Ancora qualche passo del cerimoniale ed ecco finalmente vibrare nell’area il caratteristico fischio della elettromotrice, che annunciava finalmente a tutti l’inizio del primo viaggio… Stupore tra la gente, applausi scrosciati si elevavano dalle banchine verso il treno e dai finestrini del treno verso le banchine, come un grosso e simbolico abbraccio tra le due ali di popolo, con al centro il treno tutto imbandierato di drappi tricolori…
Ed ecco dalle vetture e dalla elettromotrice tanti viaggiatori sporgersi dai finestrini: molti erano gli invitati ufficiali, ma taluni erano semplicemente degli intrusi, entrati a curiosare nei treni e lì rimasti perché impediti dalla calcagna; tutti però si sporgevano dai tanti finestrini, con i visi illuminati dal sole e sorridenti… felici…: era pura gioia la loro...! Rispondevano e salutavano, a forza di braccia e di mani, le tante persone che ormai facevano fatica ad avvicinansi al luogo della stazione, trattenute dalle Guardie Regie e dalle transenne di legno, predisposte per l’occasione.
Tante erano le persone assiepate più lontano, sui marciapiedi e sui balconi, perfino sui tetti dei vecchi palazzi e sul muro del Real Orto Botanico… Centinaia di bandierine tricolori venivano fatte sventolare dai bambini delle scolaresche e dai ragazzi del Real Ospizio dei Poveri.
Si udivano pure tanti “Evviva”, urlati dagli spettatori e dalle maestranze!!
Il treno si muoveva, aumentando via via il suo andamento, stavolta con più decisione e fischiava ancora: una, due, tre volte di seguito, lasciando tutti a bocca aperta…! 
Gioia e commozione trasparivano dai volti semplici e schietti delle persone del popolino, centinaia gli occhi che si inumidivano dalla commozione e tanti e tanti ancora erano quelli che sorridevano e salutavano il treno, che lentamente si allontanava placido verso la salita della Doganella...
Il progresso con le sue vie su ferro si era ormai consolidato in città, consentendo a Napoli di essere degna concorrente delle più grandi capitali europee, quali Londra e Parigi. Ormai Napoli non era seconda a nessuna, per la ramificazione e per la densità della sua rete di trasporti su ferro, sia cittadina che provinciale…
Anche i quotidiani avevano dato ampio risalto nelle loro cronache all’avvenimento cittadino, come il giornale “Roma”, che aveva dedicato il giorno prima un ampio editoriale, che così annunciava l’evento: “I tronco che sarà inaugurato domani, ha origine da piazza Carlo III, dove la società sta costruendo un ampio fabbricato per la stazione”, e poi ancora “Il progetto della ferrovia Napoli-Piedimonte D’Alife fu una prima volta studiato circa 23 anni fa dagli ingegneri Tessitore e D’Aniello che ebbero ben chiara la visione dell’utilità che tale opera avrebbe apportata a Napoli con metterla in diretta comunicazione con le fertili terre della provincia di Caserta, e dei vantaggi enormi che questa avrebbero conseguito quasi avvicinandosi alla grande metropoli”.
Le scene di giubilo si ripetevano a ogni stazione attraversata dal treno inaugurale: Secondigliano, Piscinola, Marano, Mugnano …. Sempre più folla, sempre più entusiasmo…! Dai campi, dai passaggi a livello, dalle case cantoniere, dai balconi delle case… tante erano le persone in attesa che il treno arrivasse, tutti poi a salutare festosamente con le mani le vetture ed i passeggeri in transito... Alcune chiese dei paesi attraversati suonavano a festa le loro campane, salutando il passaggio del convoglio della nuova ferrovia.
Molti chiedevano ancora dove andasse quel trenino mai visto prima, qualcuno rispondeva Caserta, altri Capua, altri ancora preannunciavano l’imminente arrivo a Piedimonte. Qualcuno già iniziava a chiamarlo semplicemente “‘O treno pe’ Piedimonte”… e, infatti, pochi anni dopo sarà per sempre e per tutti semplicemente “‘a Piedimonte”!
Nella stazione di Piscinola c’era anche la banda locale che suonava briose e trillanti marcette sinfoniche.
A Giugliano e ad Aversa la folla era immensa: lì si incontravano anche dei reporter  stranieri che eseguivano fotografie per l’occasione. A Santa Maria il convoglio ripeteva la sosta in ben cinque stazioni e fermate, tutte affollate: S. Andrea, Curti, S. Maria Centrale, Anfiteatro e Biforcazione. Il viaggio terminava finalmente a Capua, dopo oltre cinque ore, tra le soste e la corsa; a Capua il convoglio era obbligato a fermarsi prima, perché non aveva più spazio per fare manovra, tanta era la partecipazione popolare!
Oramai questa ferrovia era già diventata una realtà nel tessuto napoletano e casertano…! I partecipanti all’evento, tutti felici, portavano a casa la lieta notizia e raccontavano ai loro familiari la bella esperienza vissuta in quel giorno.
Il progresso era ormai inarrestabile, la ferrovia ne rappresentava un valido veicolo e lo sarebbe stato veramente e ancor di più per tutto il secolo seguente...

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Così, come abbiamo immaginato, crediamo che si dovette svolgere l’evento inaugurale di cent’anni fa. Dovette essere stato sicuramente un gran giorno quello per Napoli e per i napoletani, in quella domenica di fine marzo del 1913…! Fortunati furono quanti ebbero l’opportunità di potervi partecipare…! Oggi, a distanza di cent’anni, noi appassionati dei treni e delle ferrovie e noi appassionati della vecchia Piedimonte, siamo qui per ricordare i fasti di quell’evento, che ha segnato la storia dei trasporti di Napoli e della Campania ed ha favorito indubbiamente la crescita economica e culturale di due province vicine, quelle di Napoli e di Caserta."

Salvatore Fioretto 

Il racconto contenuto di questo post è stato tratto da un'opera letteraria pubblicata e come tale è soggetto ai diritti d'autore, pertanto è vietato copiarlo e pubblicarlo, anche parzialmente, senza ricevere una esplicita autorizzazione da parte dell'autore. 



domenica 15 febbraio 2026

Quel Sorbo Rosso che ci accomunava nello spirito... Ricordando Domenico De Luca, a un anno dalla scomparsa

Dello storico Domenico De Luca avevo sentito e letto tante notizie sul suo grande impegno storico-culturale, letterario e poetico, perché menzionato in molte recensioni e pubblicazioni, soprattutto per il suo interessamento alla storia degli Osci, antico popolo campano e mi ero incuriosito a conoscerlo per chiedergli dei chiarimenti su alcuni dubbi che avevo e dei consigli riguardo a delle ricerche che stavo conducendo per “Piscinolablog”. E così, attraverso una cara amica, Marica, circa tredici anni fa, riuscii a contattarlo e a fargli visita a casa sua che si trovava a Polvica di Chiaiano. Ricordo quel primo incontro che fu molto cordiale e lui subito mi mise a mio agio, raccontando la sua esperienza di ricercatore e facendomi visitare la sua vasta biblioteca contenente  una mole enorme di documenti e di libri che aveva accumulato negli anni di ricerca, che riempiva quasi un intero appartamento. Gli regalai una copia dei miei due libri e lui ricambiò con diverse sue pubblicazioni. 
Dopo alcuni mesi Domenico ricambiò la visita e venne a trovarmi a Piscinola. Ricordo che gli mostrai il mio giardino e rimase affascinato dalla presenza dell'albero di Sorbo, soprattutto per la storia che era legata alla sua esistenza. 
Gli raccontai che lo avevo adottato, quasi strappato dagli artigli della ruspa demolitrice della mia campagna e crescendo negli anni, con chioma maestosa e fruttifera, lo avevo eletto a simbolo di resistenza della natura e delle anime sensibili contro l’avanzare della urbanizzazione invasiva e i danni che l'uomo compie a discapito della natura. 
Tempo dopo mi inviò una lettera nella quale riportava la corrispondenza che aveva intrapreso con il presidente dell’Accademia della Crusca, nella quale raccontava che a Piscinola, quartiere di Napoli, c’era il sig. Salvatore Fioretto che aveva adottato un albero di Sorbo come simbolo di riscatto e di libertà...! Questa notizia mi riempì d’orgoglio e di soddisfazione;  ebbi molto piacere che lui avesse apprezzato e condiviso questa mia sensibilità con il mondo culturale accademico a cui  faceva parte, addirittura con la storica Accademia! Ricordo la sua semplicità d’animo e soprattutto la modestia, racchiuse in una massima che ripeteva spesso, soprattutto quando gli facevo notare che alcune sue opere o scritti erano stati usati senza citare la fonte, e lui mi rispondeva serenamente, dicendo: “Non importa, perchè la cultura deve circolare,... deve circolare liberamente…!”.
Domenico negli anni che seguirono mi ha  trasmesso moltissime lettere e plichi contenenti tantissimi suoi scritti, i suoi libri e gli articoli di giornale nei quali erano pubblicati suoi componimenti o recensioni. 
Non li ho mai contati, ma credo che saranno stati una quarantina di corrispondenze, ma forse di più...! La cosa che lo contraddistingueva era quella di essere l’unico a riportare nel mittente delle lettere l'intestazione: “Dottore Salvatore Fioretto - Scrittore”... 

Albero di Sorbo esistente a Piscinola, S. Fioretto
Oltre a lui, nessuno mai mi ha chiamato così! 
Tra questi un giorno è arrivato un plico con sopra attaccato un foglio che riportava la poesia del “Sorbo Rosso”. Leggendola ho capito che a quest’albero avevamo dato entrambi lo stesso significato e che, quindi, anche lui aveva assunto il Sorbo quale simbolo di riscatto del territorio e di libertà della natura! 
Ci siamo visti di persona e sentiti a telefono molte volte in questi anni e ogni volta era un’occasione speciale per parlare dei miei progetti e anche dei suoi. Ricordo come mi stimolava e incoraggiava nella scrittura e nella ricerca storica, soprattutto a pubblicare le mie opere; diceva che non dovevo dar peso alle critiche e alle inevitabili delusioni... Ha scritto anche la presentazione del mio libro di poesie, che non ho ancora pubblicato.
Domenico si è spento alla veneranda età di 92 anni, nel sonno, il 27 dicembre 2024. Il territorio dell’Area Nord di Napoli ha perso un autentico gigante della cultura, un poeta sensibile e raffinato; Chiaiano, Marano e Mugnano di Napoli hanno perduto un appassionato cantore! Io ho perso un grande amico e un punto di riferimento culturale molto forte.
 

"Sorbo Rosso

Ultimo canto del Sud sono rimasti gli alberi

Non mi guardare
Ho il vestito di pietra a brandelli
Ero un paese di montagna
con la parte di vento negli occhi
D’inverno il freddo pungente
d’estate il caldo breve
sulla mia terra.
La mia gente va e viene,
di sempre l’aria snellisce il sangue
e si sente odore di gelsomino
e siamo liberi nel suo profumo.
Ero un paese di montagna nell’Irpinia.
Sono rimasti gli alberi.
Ora non sono più un paese.
Gli alberi sono sul mio cuore.
Le case tutte sono cadute quella sera di novembre 1980
lasciando gli alberi soli nella notte.
L’albero è attaccato alla mia montagna.
A Natale non tagliate l’albero
per sentire di rinascere.
La mia gente non mi lascerà solo,
con la paura di spegnersi come un fiume
spezzato alle radici.
Le case avranno radici d’alberi
nella speranza  delle foglie nuove.
Paesi impauriti rimasero
paesi di pietra,
ma io sarò un paese d’alberi vivi
a sorprendere la luna nelle mani
a riflettere leggende d’altri tempi come me.
Non raccontare ai bimbi la mia storia.
Solo i padroni devono sapere
perché il mondo ne ha avute di queste storie
perdute nelle nebbie dei millenni.
Raccontate piuttosto dei lamenti degli uccelli
che volevano dirci degli alberi
E non abbiamo udito il richiamo."

Domenico De Luca 

 

“L’albero e l’uomo sono gli unici testimoni cosmici della vita” (cit. Domenico De Luca)

 

Recensione: 

““Sorbo rosso” non diventato rosso dalla collera del saccheggio della terra, ma perché il legno è di vena rossa e perché è un albero millenario come il nostro sud “monumenta” fin dall’erba officinalis delle crepe nei castelli e dei costoni dei monti che ospitano nidi e preghiere di gatti. “Sorbo rosso” era una grande poesia verde vivente, stagliato nel cielo del Sud della nostra giovinezza. Nella nostra “masseria” sul grande inviolabile fossato di Cupa Vrito ne avevamo due di sorbi, albero rarissimo, forse due perché deve esserci il maschio e la femmina per la legge dioica: infatti uno ne faceva di frutti come grosse ciliegie ma poche, e l’altro ne faceva di più ma più piccole. Due sorbi grandiosi, per ognuno ci volevano quattro braccia per stringerlo. Il frutto era rosso di porpora, ispido di fuori ma granita gelata con nocciuole dentro ed erano dette anche – sovere pelose – e natalegne a differenza delle altre tenere sorbe dette agostane e pure natalegne.”


(Recensione e biografia di Domenico de Luca riportato sul retro del libro “Sorbo Rosso” - L’ultimo canto del Sud. Ed. Athena. Sabino D’Acunto. in “La poesia contemporanea, Scrittori italiani del Il dopoguerra”, G. Miano, Ed. Milano 1985).

 

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Biografia: 

“Domenico De Luca è nato a Mugnano di Napoli l’1 luglio 1932. Ampia e poliedrica la sua attività culturale; numerosi e prestigiosi i riconoscimenti, a partire dal Premi di cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri che gli fu assegnato nel 1960. La sua produzione è catalogata nella bibliografia: 170 scritti, pubblicata nel 1987 per i suoi 30 anni di poesia, suddivisa: 1. Poesia, 2. Estetica per valori, 3. Oscologia, 4. Preistoria, 5. Articoli e recensioni.

“E […] ormai noto con le circa quaranta pubblicazioni dal 1957 ad oggi, per lo più di poesia ma anche di saggistica, oscologia, preistoria, arte e storia. Ampiamente recensito, è presente in prestigiose antologie letterarie. La vera natura di Domenico De Luca la si coglie nella poesia dove si rivela, come dire?, una certa  tendenza verso un ragionato anticonformismo, che abbraccia un po’ tutto;  che lo impegna nella ricerca: dalla linguistica al desiderio di Dio… Ma è proprio in questa sua particolare visione del mondo che trae  efficacia il suo discorso lirico che lo conduce certamente a risultati di pieno rispetto.
De Luca è, in sostanza, anche come poeta, un acuto osservatore dei fenomeni che interessano la sfera dello spirito e da questo poi si riversano nella realtà quotidiana. Il metodo è lo stesso, sia che vada alla scoperta del dato archeologico che fa luce su un’epoca o un certo tipo di umanità, sia che illumini lo spirito dell’uomo del suo tempo.
La terra, il filo d’erba, le metamorfosi della natura lo interessano al pari della vicenda umana. E qui il discorso andrebbe allargato perché la poesia di De Luca assume particolari toni di fronte al mistero della morte, per esempio, dal quale egli prende l’avvio per la più spericolata e inebriante ricerca: quella di Dio”.

Salvatore Fioretto

sabato 7 febbraio 2026

L’allevamento del maiale e la conservazione della carne... una tradizione praticata fino a pochi decenni fa...

La fine dell'inverno coincideva, come da antica tradizione comune a molti centri di periferia  e della provincia napoletana, alla macellazione del maiale. Erano, infatti, molte le famiglie residenti nelle masserie e nei cortili di Piscinola antica che praticavano questa consuetudine di allevare i maiali autonomamente; ritualità che comprendeva anche la lavorazione delle carni, al fine di realizzare insaccati e prodotti derivati dal maiale, che venivano conservati per parecchi mesi dell'anno, mediante apposite tecniche di conservazione, del tutto naturali. 
Il contenuto di questo post è stato interamente tratto dal libro "Piscinola, la Terra del Salvatore", ed. The Boopen, anno 2010, di S. Fioretto. 
Buona lettura.


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"Anche l’allevamento del maiale era considerato in passato un rito, che si perpetuava nelle masserie di Piscinola da generazioni e costituiva un momento di aggregazione e di festa tra conoscenti e vicini.
Si iniziava il “ciclo” in primavera con l’acquisto di un maialetto, che avveniva presso altri contadini in possesso di scrofe, oppure presso i vari mercati, che si svolgevano nel circondario del nostro territorio. Di solito il maiale era di razza bianca, ma non si trascuravano anche le altre razze. Molto apprezzata per le carni era la razza scura, detta “Lucchese”.
Il maiale era allevato in un angolo coperto della masseria, opportunamente lastricato di cemento o pietre, perché, come si sa, il maiale mangia di tutto e scava fosse e buche.
Il pasto normalmente dato al maiale consisteva in una poltiglia d’avena (‘a vrenna) mista a frutta, patate lesse, pane duro, ortaggi e avanzi di cucina. Il pasto (‘o pastone) era dato due volte ogni giorno, versato in speciali contenitori rettangolari ricavati da massi scolpiti di pietra vesuviana. A seconda dei periodi dell’anno si poteva dare anche mais, bulbi di rape (‘e scatozze), zucche, zucchini ed altri prodotti dell’orto.
La crescita e l’ingrasso dell’animale duravano in genere un anno. Verso la fine dell’inverno, di solito a gennaio, si eseguiva l’uccisione del maiale.
La vittima di turno era adagiata in orizzontale su una tinozza di legno capovolta e trattenuta da almeno cinque o sei persone forzute. Si procedeva a recidere la giugulare con un coltello appuntito (‘o scannaturo) e a raccogliere rapidamente il sangue in un recipiente di rame. Il primo raccolto era destinato alla produzione del “sanguinaccio” (il tipico dolce di Carnevale), mentre quello successivo, più coagulato, era utilizzato in cucina e veniva fritto.
Spesso, ad operazione conclusa, si contavano i feriti tra i presenti, a causa dei forti calci lanciati dalla povera bestia in agonia!

Una volta morto, il maiale veniva accuratamente pulito delle setole, con grossi coltellacci e lavato con acqua bollente. Poi gli adulti della famiglia provvedevano a tagliare la testa, che veniva appesa ad un’asta di legno (‘a furcina).
Il corpo veniva issato in verticale e appeso con due ganci alle travi della stalla. Si effettuava la recisione dell’addome e la raccolta di tutti gli organi interni in un grosso recipiente.
Si sa del maiale non si butta niente!
All’evento partecipavano tutte le famiglie della masseria, alle quali, secondo l’usanza, si donava un piatto contenente dei pezzi di carne rappresentanti le varie parti del maiale (coratelle, fegatielle, tracchiolelle, ecc.). Ovviamente il rito si ripeteva a catena, perché era d’obbligo, al momento dell’uccisione del proprio maiale, ripetere l’”attenzione” verso i vicini, che avevano offerto della carne in dono. Così facendo, ognuno aveva assicurato della carne fresca suina per la durata di almeno un paio di mesi!
Dopo un giorno di riposo si procedeva al taglio delle carni, secondo le varie usanze culinarie. La conservazione delle parti del maiale veniva fatta con prodotti semplici e metodi antichi, quali: il sale, il pepe, l’affumicatura e la stagionatura.
Le due zampe posteriori venivano subito salate per farne prosciutti. Le parti di grasso erano anch’esse salate e pepate per la produzione di pezzi di lardo. Tutte le parti prodotte erano appese e messe ad essiccare. Le interiora venivano pulite e salate per renderle elastiche e utili per la produzione di salsicce e di “nnòglie”.
Le “nnòglie” avevano la forma di salami, ma erano riempite con carni più grasse, ricavate dal collo, dal capo e dalle interiora (milza, ecc.), rese piccanti con pepe nero.
Si procedeva, poi, alla produzione di salsicce e di salami. Tutte le carni selezionate erano tagliate a punta di coltello in piccoli pezzettini o erano macinate in una particolare macchina tritacarne ad azionamento manuale. Successivamente la carne era salata e pepata, aggiungendo del vino rosso e dei finocchietti. Si formavano poi le salsicce, riempiendo con la carne ottenuta le budella d’intestino. Durante il riempimento si utilizzava un semplice imbuto d’alluminio o addirittura un corno bucato. Con abili giochi di mano, si formavano le salsicce, distanziando, intrecciando e legando con filo di spago i vari segmenti. Con dei spilli si foravano in più punti le budella, per favorire il drenaggio dei grassi liquidi. Le salsicce, una volta pronte, erano quindi appese su assi di legno accanto al camino, per favorirne l’asciugatura. Tra le diverse fila appese s’interponevano delle foglie di alloro, per aromatizzare le carni.
Si procedeva poi a conservare le parti più pregiate: il “capocollo”, il “filetto” e la “ventresca”. Con il fegato si otteneva un ottimo piatto, realizzato con cipolle fritte. Il cuore veniva fritto con le cipolle e foglie d’alloro, avvolto nella famosa “rezza ‘e core”.
Particolare menzione merita la produzione della sugna (‘a ‘nzogna) che, come si sa, era il condimento principe della tradizione contadina. L’olio era poco usato, sia perché costava molto, sia perché non era prodotto nelle nostre campagne.
La sugna era preparata facendo cuocere in un grosso tegame, per molto tempo, tutte le parti grasse del maiale, che venivano tagliate a pezzetti. Durante la cottura si aggiungevano delle foglie di alloro per aromatizzare il grasso. Una volta che il grasso era completamente sciolto si faceva raffreddare il pentolone, fino a raggiungere la temperatura ambiente. Le parti residue (cicole) erano pressate in uno speciale tamburo con dischi forati, per estrarne tutto il grasso ancora impregnato. Qualcuno usava anche una “premi patate”!

Quando la sugna si era rappresa e addensata, una parte di essa veniva versata in una sacca, ricavata dalla vescica del maiale. La restante parte di sugna era messa in barattoli di terracotta smaltati di colore bianco, coperti con della carta di sigillo e riposti in credenza. Per queste operazioni si utilizzava un cucchiaio di legno (‘a cucchiarella). La sacca piena di sugna era inserita in un canestrino di vimini e appesa in cucina, pronta per essere utilizzata come condimento. Le “cicole” venivano invece mangiate durante la cena o i pasti frugali ed erano considerate dai bambini delle vere leccornie.
I piedi, il muso, le zampe e le orecchie del maiale erano le delizie della cucina piscinolese. Venivano bollite e poi condite con limone e un po’ di sale.
Lo stomaco e le altre interiora del maiale formavano un’ottima trippa da cucinare con sugo di pomodoro o gustata lessa con il limone. Le tracchiole (‘e tracchiulelle) del maiale venivano utilizzate dalle nostre nonne la domenica, per la preparazione del ragù (‘o rragù). Le ossa, infine, venivano utilizzate per il brodo.
Tutte le altre interiora del maiale: come polmoni, fegato, cuore, milza erano ridotti a pezzettini e utilizzati per preparare una speciale salsa, mista a pezzi di carne, molto piccante chiamata “soffritto” o “zuffritto”. Per preparare questo sugo, le interiora di maiale si cuocevano insieme alla conserva di pomodoro, aromatizzata con foglie di alloro e molto peperoncino. Il “zuffritto” era fatto cuocere ininterrottamente a fuoco lento, fino a quando il sugo diventava molto concentrato. Esso veniva poi conservato in barattoli di terracotta e si utilizzava nelle sere di inverno, per inzuppare “freselle” di pane, dopo averlo riscaldato e diluito con un poco di acqua. Spesso questo piatto tipico della nostra cucina veniva servito ai manovali che lavoravano nelle campagne, accompagnato da un pezzo di pane casareccio.
Soffritto
Nei primi anni del 1900, per regolamentare a livello sanitario, questa antica pratica diffusa tra i Piscinolesi, di macellare i maiali in proprio nei cortili, si decise, come annota il Vicesindaco di allora marchese G. Lucarelli, di realizzare un macello pubblico in Via Plebiscito. Quest’ultimo luogo, proprio per la presenza del macello pubblico, fu denominato “Capo ‘a Chianca”. Tuttavia questa decisione non servì a distogliere i Piscinolesi dallo svolgere ogni anno il tradizionale rito di macellare i maiali in proprio.
Il maiale era considerato così importante nella vita sociale ed economica del luogo, che un aspirante sposo soleva rompere un fidanzamento solo dopo che terminavano gli ultimi pezzi di carne suina. Come pure il perdurare del fidanzamento dopo tale periodo significava che le nozze erano vicine…!"

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Questo post è dedicato alla memoria dei miei cari nonni paterni, Salvatore e Maria  che, attraverso mio padre, mi hanno trasmesso i valori autentici e genuini della civiltà contadina di Piscinola antica. A loro devo sempre un grande grazie per essere diventato ciò che oggi sono, con le mie passioni, esperienze ed interessi!

Salvatore Fioretto 

Foto di famiglia che ritrae i nonni Salvatore Fioretto e Trematerra Maria, 
insieme al maiale allevato nella loro masseria di "Abbascio Miano", foto anni '50.