sabato 16 maggio 2026

I "Due con" della Piedimonte...storia di un'avventura nelle campagne del Torricelli a Mugnano...!



La storia che mi appresto a raccontare risale al mese di ottobre dell'anno 2011. Rappresenta un'esperienza memorabile legata alla mia passione per la ferrovia "Napoli Piedimonte" e che ricorderò per sempre tra gli avvenimenti più belli della mia vita. 

--------------------------

Eravamo nella terza decade di ottobre e, come ogni anno, l’amico Biagio, che abita a Mugnano, mi aveva invitato, insieme all'altro amico Pasquale, a visitare il luogo che, come ogni anno, ospitava i preparativi per i fuochi pirotecnici, eseguiti in occasione dei festeggiamenti del Sacro Cuore di Gesù. Nelle campagne di Mugnano, infatti, i "Fuochisti" allestivano i mortai, detti in gergo "'e batterie", che poi venivano fatti esplodere di sera sul tardi, realizzando un "gran galà pirotecnico". Lo spettacolo in effetti concludeva i solenni festeggiamenti di ogni anno. I "fuochi" di Mugnano sono celebri e conosciuti in tutto in Meridione d'Italia e hanno sempre suscitato l'attenzione di molti appassionati di questo genere, i quali provengono da ogni parte della Campania e anche oltre confine. 
Q
uel pomeriggio percorremmo a piedi diversi sentieri, alcuni sterrati, fino a giungere nel luogo dove si svolgevano i preparativi. Questo posto si trova in prossimità della masseria, detta del "Torricelli". Ricordo che in quel pomeriggio il cielo minacciava pioggia e c'era una grande incertezza che la gara pirotecnica potesse aver luogo in quella sera. A ogni modo, nonostante l'incertezza, i "fuochisti" continuavano a preparare di punto tutti gli armamenti e le cariche di esplosivo, tante "bombe", piccole e grandi, alcune enormi, che poi venivano coperte con teli di cellophan, per proteggerle da una pioggerella sottile che, nonostante tutto, continuava a cadere dal cielo. 
Il terreno era inzuppato d’acqua ed era difficile camminare in quel pantano, misto tra fango e pozzanghere. Molti erano i visitatori e i curiosi che erano giunti ad ammirare quelle operazioni, tanti da Mugnano, ma alcuni anche provenienti dai dintorni della cittadina e dalla provincia. Gli operatori delle ditte di fuochi pirotecnici (chiamati "fuochisti") allestivano gli impianti con sapienza ed esperienza, secondo un'arte tramandata di generazione in generazione.  L'arte pirotecnica, che da molte soddisfazioni, purtroppo risulta essere molto pericolosa, infatti 
non pochi operatori del settore hanno perso la vita in incidenti avvenuti nel corso dei decenni scorsi.
Mugnano fino a pochi anni fa era famosa in tutto il meridione per questa specialità pirotecnica, che vedeva il suo momento cloud, proprio durante la festa annuale in onore del Sacro Cuore di Gesù, quando il comitato dei festeggiamenti organizzava un vero e proprio festival pirotecnico, nel corso del quale si confrontano le abili tecniche di sparo e si sperimentavano anche le nuove creazioni, che comprendevano varie specialità di fuochi; molti erano i maestri fuochisti provenienti da fuori provincia e c'era anche chi proveniva dalla lontana Puglia.
Ricordo l’aria di delusione che si respirava quel pomeriggio, sia tra i fuochisti che tra i curiosi presenti, perché, visto il perdurare del maltempo, con molta probabilità (come poi avvenne), i fuochi sarebbero stati rimandati alla settimana seguente e forse qualche fuochista proveniente da fuori Regione avrebbe abbandonato la competizione per altri impegni presi... Con Biagio e Pasquale avevamo in comune la passione per l'Alifana ed eravamo soci dell'associazione GAFA: io ero iscritto da alcuni anni ed ero stato nominato da poco Consigliere, mentre Pasquale era il Segretario dell'Associazione. 
Non ricordo cosa ci spinse a divagare dall’argomento "fuochi"...  Come un lampo di fulmine che balenò nella mia mente, mi ricordai che non eravamo lontani dall'antico tracciato della Ferrovia Napoli Piedimonte... Guidando i due amici, ci incamminammo in quel vasto territorio, attraversando alcuni sentieri infestati dall'erba selvatica e da cespugliosi rovi, alti anche due metri. A un certo punto, spinto dal 
mio cosiddetto "istinto alifano", ci dirigemmo verso l’area che un tempo era attraversata dai binari della ferrovia "Piedimonte"...
I binari s'intravedevano appena in alcuni tratti, ma poi iniziavano ad essere coperti da una folta vegetazione; devo dire che il mio immancabile fiuto verso le strutture 
superstiti della ferrovia fece il resto e così mi lasciai guidare da quel mio misterioso istinto... Iniziammo a scandagliare i cespugli ed ecco come in un miraggio vedemmo apparire i resti di una trave di acciaio arrugginita, che non era un binario... Riuscimmo a renderla visibile, inizialmente con l'aiuto dei piedi e, poi, anche con alcuni bastoni che riuscimmo a recuperare in quel posto.  
Scoprimmo che l'oggetto misterioso era un traliccio della linea elettrica che era crollato molti anni prima e per fortuna, grazie alla folta vegetazione, si era conservato nascosto e protetto dai ricercatori di ferro, che già avevano smantellato ogni cosa della ferrovia, eccetto i binari che giacevano ancora al loro posto. Continuando l'opera di scoperta, mettemmo in vista la mensola d'acciaio (avente una forma simile alla lettera "lamba"), che era ancora fissata al traliccio con dei collari. Scoprimmo poi, con sommo stupore, che sulla mensola erano fissati due grandi isolatori della linea elettrica aerea: entrambi ben conservati... Addirittura uno di essi aveva ancora attaccato il cavo elettrico di linea, lungo circa tre metri! Questo elemento rappresentava l’unica testimonianza superstite costruttiva della linea aerea, che si era salvata dalla distruzione... C’erano anche due  piccoli isolatori della linea telefonica.
Restammo estasiati da questa scoperta e subito iniziammo a progettare come poter recuperare tutto quel ben di Dio…! Intanto iniziava a imbrunire e fummo costretti  a terminare la nostra improvvisata perlustrazione, ma restammo fermi nel proposito di recuperare al più presto tutto il materiale trasportabile, per salvaguardarlo dall'inevitabile distruzione… 
Facemmo quindi ritorno alle rispettive nostre case, ma il pensiero che regnava nelle nostre menti in quella sera memorabile  ritornava sempre a quella meravigliosa scoperta, e così fu anche nei giorni e mesi seguenti...
Ovviamente, come era prevedibile, la gara pirotecnica quella sera non ebbe luogo… in fin dei conti a noi poco ci interessava, perché il nostro pensiero fisso era concentrato sui cimeli lasciati solo momentaneamente abbandonati in quel campo, alla mercé dei possibili rovistatori di ferro vecchio…! 
Qualcosa dovevamo pur fare per recuperare quei reperti, che per noi rappresentavano un vero e proprio tesoro… ma in che maniera?
Conoscendo la zona e la diffidenza degli abitanti e dei contadini del posto verso i visitatori occasionali e gli sconosciuti, mai avrebbero compreso le finalità culturali del recupero, ed era impensabile presentarsi 
sul posto, all'improvviso, a prelevare quei cimeli, ci potevamo scambiare per dei ladri e rischiavamo come minimo un "richiamo" da parte dei conduttori dei fondi, oltre di incorrere all'assalto dei cani posti a guardia dei poderi, che avrebbero potuto farci del male e seriamente…; ovviamente eravamo dalla parte del torto, perchè non autorizzati...!
Trascorsero diversi mesi, credo più di un anno, ma ecco che, come per una cosa predestinata, l’occasione si presentò ghiotta e inaspettatamente, perché Pasquale, il Segretario dell'Associazione, fece amicizia con alcuni funzionari tecnici della nuova tratta Piscinola-Mugnano della "MetroCampania Nord Est". L’amicizia si consolidò quando i tecnici considerarono utile e importante la collaborazione della nostra Associazione GAFA, perchè si apprestavano a perlustrare e a censire nei dettagli gli attraversamenti della vecchia tratta della Alifana. 
A Natale di quell'anno, preparammo due bei regali destinati al personale di Metrocampania: due grandi quadri contenenti le foto del treno della "Piedimonte" fermo nella stazione di Santa Maria Capua Vetere. Furono regali molto graditi da queste persone, tanto che poi furono appesi alle pareti dei loro uffici. Un giorno i tecnici chiesero a Pasquale se l'Associazione conservasse una mappa 
della vecchia linea, dove si evidenziassero tutti gli attraversamenti, con le rispettive "chilometriche". Noi questa mappa l'avevamo e non ce lo facemmo ripetere due volte, contenti di collaborare con loro. Li accontentammo rapidamente, facendo una copia del disegno che aveva le dimensioni di un lenzuolo... Inoltre, sapendo di farci una cosa gradita, ci invitarono ad visitare insieme a loro diversi tratti di linea, posti tra Secondigliano e Capodichino; alcuni di essi erano nuovi per noi. Fu piacevole, poi, incontrare alcuni residenti che abitavano ai lati dell'antico tracciato della ferrovia, i quali ci consentirono di accedere nelle loro proprietà, lo fecero in segno di gratitudine, memori dell'antico spirito di collaborazione e di stima avuto riguardo al personale della vecchia ferrovia. In effetti i tecnici della "Piedimonte" si sono sempre fatti apprezzare dalle comunità locali per la loro correttezza e per la loro professionalità. Alcuni di questi abitanti ci raccontarono anche alcuni aneddoti e dei ricordi personali, riguardanti episodi legati alla ferrovia, quando era ancora in esercizio. 
Questa occasione di incontro con i tecnici della ferrovia ci fu propizia per chiedere di esaudire il nostro desiderio, che era quello di recuperare i cimeli scoperti al "Torricelli"… I tecnici si misero subito a disposizione. Organizzammo un sopralluogo sul posto, nello stesso giorno in cui consegnammo la mappa richiesta.

Area espositiva centro Agorà - S. Andrea de Lagni (S.M.C.V.)

Quando ci recammo nel luogo dove si trovavano gli oggetti da recuperare, essi ci presentarono a diversi contadini confinanti il tratto dei binari, dicendo loro che eravamo autorizzati a entrare nelle aree di proprietà della ferrovia e a prelevare i cimeli presenti. Eravamo felici...!
Quella settimana stessa ci organizzammo per l’operazione “X”. Pasquale riuscì a farsi prestare un piccolo gruppo elettrogeno e un "flex" per il taglio dei metalli. Io utilizzai la mia vecchia Panda verde per il trasporto di queste attrezzature. Era un pomeriggio di inizio estate, ricordo che eravamo a giugno, quando iniziammo la nostra piccola avventura, finalizzata al prelievo dei cimeli della "Piedimonte",  nel tenimento della masseria Torricelli; quella volta l'attraversammo senza paura e senza dover spiegare niente a nessuno...! Entrammo proprio dal cortile della masseria, attraversando la strada che proviene dal centro di Mugnano. Con quell'equipaggiamento al seguito e così conciati, sembravamo proprio un gruppo di avanguardisti della Prima Guerra Mondiale (come quelli che si vedono nei film di guerra), che avanzano in prima linea, trasportando a braccia la cassa di legno contenente la radio trasmittente...! 
Io e Pasquale portavamo 
a spalla il pesante gruppo elettrogeno, mentre Biagio, che procedeva dietro di noi, portava il "flex" e i cavi elettrici. 
Eravamo emozionati e non badavamo alla fatica, alla polvere e al caldo, che pur ci faceva sudare tanto. Il terreno era stato zappato da poco con il trattore che aveva reso molto polveroso la consistenza del suolo e si mostrava molto penetrabile sotto il peso dei piedi, rendendo 
ancora più faticoso il nostro cammino, perché le scarpe vi affondavano non poco...
Finalmente arrivammo nel sito dove giacevano i cimeli. Ricordo che eravamo giunti quasi al crepuscolo. Iniziammo a smontare o a tagliare i perni dei tiranti che tenevano unite le mensole degli isolatori al traliccio. Ricordo il rumore metallico del gruppo elettrogeno e le scintille dei tagli che echeggiavano come tuoni e splendevano come fulmini nella sterminata campagna mugnanese... Eravamo solo noi, in mezzo a quel "paradiso", in una perfetta solitudine, quasi surreale...! Smontammo dapprima i due isolatori di porcellana, facendo attenzione a conservare attaccato il cavo di alluminio; mi chiedevo ancora come avessero fatto a resistere alla bramosia dei ricercatori di rottami e di metalli…! Un miracolo!! 

Il prelievo dei due isolatori piccoli della linea telefonica fu più problematico, a causa del peso dell’intero traliccio che gravava sulla loro staffa di ancoraggio; dovemmo fare dei brevi tagli ad alcuni piccoli tiranti e anche una leva con una pertica recuperata sul posto, ma senza danneggiare il traliccio. Finalmente riuscimmo a liberarli. Purtroppo avevano alcuni bordi già parzialmente scheggiati, a causa dal precedente crollo del traliccio.
Ripercorremmo a ritroso il sentiero con i nostri "trofei"..., mentre Biagio restava a salvaguardare le attrezzature. Poi ritornammo a prendere tutto il resto, quando era ormai quasi buio.
Il percorso di ritorno su quel terreno friabile fu reso ancora più problematico, io avvertì alcuni strappi alla schiena e rischiai anche di cadere, poi dovetti anche evitare 
bruscamente alcuni rami bassi di ciliegio, altrimenti mi avrebbero colpito gli occhi nel problematico tragitto. Giungemmo nel luogo dove avevo parcheggiato la mia auto, situato nella parte retrostante la masseria del Torricelli. Caricammo tutto nel bagagliaio, avendo cura di proteggere le delicate alette di porcellana degli isolatori...; salimmo poi tutti a bordo, abbandonando quel luogo fortunato...
Eravamo sudici di polvere e di sudore, con le scarpe piene di terreno, ma eravamo felici tutti e tre…!! Intanto iniziavamo a prendere in giro Biagio, che nel faticoso percorso, stando dietro a noi, ci incitava, urlando, di andare a destra o a sinistra, come fa nel canottaggio 
di un equipaggio “due con” il timoniere, ma in effetti Biagio era quello che camminava con il minor carico…! 
Ogni volta che ci vediamo ricordiamo spesso quell’avventura terminata a lieto fine, compiuta nella nostra gioventù, a volte ridendo a crepapelle per i concitati momenti rocamboleschi che l'accompagnarono, quando riuscimmo a recuperare con successo alcuni preziosi e rari cimeli della nostra cara ed amata ferrovia Piedimonte! 


Alcuni anni dopo, ritornando nello stesso luogo, abbiamo potuto constatare che quell'ultimo traliccio caduto tra i rovi non c'era più, e che quindi si era avverato quello che noi temevamo... Forse abbiamo fatto appena in tempo a salvare quei cimeli...!
Dei cimeli recuperati dall'Associazione GAFA, alcuni sono stati inseriti nel piccolo museo che è stato allestito nei locali dell'associazione "Agorà", di Sant'Andrea de Lagni (S.M.C.V.), mentre altri attendono ancora di essere sistemati in un'esposizione permanente che si spera possa essere presto allestita nel territorio dell'Area Nord di Napoli, a futura memoria della Ferrovia Napoli Piedimonte. 
A nostro avviso, il posto ideale sarebbe  l'edificio della stazione di Mugnano-Calvizzano, che una volta restaurato potrebbe diventare un museo permanente della Ferrovia, come recentemente è stato sollecitato da più parti... 

Salvatore Fioretto 


sabato 9 maggio 2026

1777, il Re concede l'assenso per una Pia Congregazione... Rinasce la Real Arciconfraternita del SS. Sacramento nel Casale di Piscinola!

In questo post pubblichiamo due documenti storici importanti riguardanti l'istituzione della Congregazione del SS.mo Sacramento in Piscinola, in particolare il memoriale di richiesta degli aspiranti confratelli e l'assenso reale concesso dal Re Ferdinando II alla rifondazione del sodalizio avvenuta nel mese di agosto del 1777, dopo che era stata decretata la soppressione della precedente istituzione piscinolese. La richiesta di approvazione al Re fu presentata attraverso un memoriale redatto dal notaio Filippo Cangiano il 23 luglio 1777 per conto della istituenda Confraternita del SS. Sacramento. 

Il testo in latino dell'approvazione reale è inserito nel libro "Viaggio nella mia terra - Memoria storica sul Casale di Piscinola" del dott. Franco B. Sica (tip. Cortese, Napoli 1989), mentre il documento originale, con i capitoli (o regole) della istituenda Congregazione, è conservato nell'Archivio di Stato di Napoli (Volume dei privilegi di Camera Reale - Anno 1777, n. 272 - pagine da 91 a 102).  

--------------------------------------  o  O  o  -------------------------------------- 

 

Ecco un breve passo del memoriale che fu presentato al Re Ferdinando IV, nel Luglio 1777, dai soci fondatori della nuova “Congregazione del SS. Sacramento nel Casale di Piscinola” con il sigillo del notaio Cangiano:

“…Per parte degli infrascritti supplicanti mi è stato presentato l’introscritto memoriale del tenore seguente: Videlicet – Sacra Maestà.
Signore, con dispaccio per Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici de’ cinque del cadente mese di luglio si è degnata Vostra Maestà prevenire questa Curia, che sin dall’anno mille settecentocinquantuno con Suo Real Dispaccio fu chiusa questa Congregazione, e che presentandosi per la moderna le regole s’impartisca su stessa il Regio assenso in seguela di ciò essendosi dalla medesima presentate le Regole, con ricorso de’ Fratelli della Venerabile Congregazione del Santissimo Sacramento, ed è come segue, cioè:
Sacra Maestà – Signore – I Fratelli della Venerabile Congregazione sotto il Titolo del Santissimo Sacramento del Casale di Piscinola prostatasi a’ Reali Piedi di Vostra Maestà con suppliche le rappresentano come sebbene per ripieghi del Parroco si fosse fatta chiudere la suddetta Congregazione, e vietare di darsi assenso su le sue Regole, si è Vostra Maestà degnata per Sua Reale Munificenza comandare, che tale assenso le fosse impartito.
Quindi umiliando a Vostra Maestà le suddette Regole sottoscritte dalla maggiore parte dei Fratelli la supplicano degnarsi dispensare tanto su di esse, quanto sulla fondazione di detta Congregazione il Vostro reale assenso, e l’avranno ut Deus – Il tenore delle sopraccennate regole, è come segue – “Videlicet Jesus Maria Joseph.
Le regole che si hanno da osservare pel sussidio spirituale e temporale dei Fratelli e Sorelle della Congregazione, e confraternita del Santissimo Sacramento, eretta su suolo dell’Università del Casale di Piscinola."

Seguono le regole stipulate in trentuno articoli e firmate dai confratelli piscinolesi dell’epoca.

Le Regole furono formalmente approvate dal Re, in data 18 agosto 1777: data che sancisce ufficialmente la rifondazione della “Congregazione del SS. Sacramento del Casale di Piscinola”.
 
Ecco il testo in latino dell'approvazione reale:


"Die Decimaottava mensis Augusti Millesimo septicentesimo septuagesimoseptimo - Neapoli -Regalis Camera Sancta Clarae providet, decernit, atque mandat, quod expediantur Privilegium  in forma Regi Assensus servata forma retroscriptae relationis. Hoc suum-Citus praeses -Salomonius - Patritius - Vidit Fiscus Regalis Coronae - Pisanus - 

Croce-Stendardo con i simboli della Arciconfraternita

Supplicatum proptenerea nobis extitit pro parte supradictorum supplicantium quantenus fundationem Confraternitas, seu Collegii praedicti, ac praeinserta Capitula approbare et convalidare, cum omnibus et quibuscumque in dictis Capitulus contentis et expressis benignius dignaremur. Nos vero dictis petitionibus, tam justis et piis libenter aumentes in his et aliis quamplurimis loge majoribus, quae exauditionis gratiam rationabiliter promerentur tenore praesentium ex certa nostra scientia deliberate et consulto, ac ex gratia speciali funtationem predictam et ipsa preinserta Capitula juxta eorum tenores acceptamus, approbamus et convalidamus nostro-que munimine, et presidio roboramus, ac omnibus in ejusdem contentis, et praenarratis ac ex gratia speciali, ut supra assentimur et consentimus nostrumque super eis Assensum Regalem, et consentimus nostrunque super eis Assensum Regalem, et consensum interponimus et praestamus, usque ad nostrum Regium successorumque nostrorum Beneplacitum, nulla data temporis praescriptione cum supradictis Clausulis, coditionibus et limitationibus contenits in dicta praeinserta relatione supradicti nostri Regii Cappellani Majoris, ac in omnibus servata forma relationis praedictae. Volentes et decernentes expressa eadem scientia certa nostra, quod praesens nostra approbatio et convalidatio atque concessio tam super fundatione quam super praesentibus Capitulis sit et esse debeat praedictis  Confratribus jam dictae Congregationis praesentibus et futuris usque ad nostrum successorumque Nostrum Regium beneplacitum servata forma regalis valida fructuosa et firma nullamque in judiciis aut extra sentiat quovismodo diminitionis incomodum aut nostrae alterius detrimentum pertimescat, sed in suo semper robe et firmate persistat, in quorum fidem hoc praesens Privilegium fieri fecimus Magno nostro Negotiorum Siggillo pendenti munitum. 

Datum Neapoli. Die decimottava Mensis Augusti Millesimo septicentesimo septuagesimoseptimo, 1777. Ferdinadus Citus praeses Salomonius -Patritius - Vidit Fiscus Regalis Coronae Dominus Rex mandavit mihi D. Ferdinando Corradino a Secretis."


Traduzione: (utilizzando il programma di AI "ChatGPT")

"Il giorno diciotto del mese di agosto dell’anno 1777, in Napoli.

La Regia Camera di Santa Chiara dispone, decreta e ordina che venga spedito il privilegio nella forma del Regio Assenso, osservata la forma della relazione qui riportata.

Così [stabilito].
Citus, presidente – Salomone – Patrizio 
Visto dal Fisco della Regia Corona – Pisanus.

Fu pertanto presentata a noi supplica da parte dei suddetti richiedenti, affinché ci degnassimo benignamente di approvare e convalidare la fondazione della predetta Confraternita, o Collegio, nonché i capitoli sopra inseriti, con tutto quanto nei medesimi capitoli è contenuto ed espresso.
Noi, aderendo volentieri a tali richieste, tanto giuste e pie, e in queste come in moltissime altre cause maggiori che ragionevolmente meritano grazia di accoglimento, con il tenore del presente atto, di nostra certa scienza, con deliberazione e ponderato consiglio, e per speciale grazia, accettiamo, approviamo e convalidiamo la predetta fondazione e gli stessi capitoli sopra inseriti secondo il loro contenuto; e li rafforziamo con la nostra protezione e tutela.
Inoltre, riguardo a tutte le cose in essi contenute e sopra narrate, per speciale grazia, come sopra, prestiamo e conferiamo il nostro Assenso Regio e il nostro consenso, fino a quando durerà il beneplacito nostro e dei nostri successori, senza che possa essere opposta alcuna prescrizione di tempo, con le sopraddette clausole, condizioni e limitazioni contenute nella predetta relazione del nostro Regio Cappellano Maggiore, e osservata in tutto la forma della relazione medesima.
Volendo inoltre e decretando, con la stessa nostra certa consapevolezza, che la presente nostra approvazione, convalidazione e concessione, tanto riguardo alla fondazione quanto ai presenti capitoli, sia e debba essere valida, efficace e stabile per i suddetti confratelli della già detta Congregazione, presenti e futuri, fino al beneplacito nostro e dei nostri successori, osservata la forma regia; e che essa non subisca né in giudizio né fuori giudizio alcun pregiudizio, diminuzione o danno, né tema detrimento ai nostri diritti o a quelli altrui, ma perseveri sempre nel suo pieno vigore e stabilità.
In fede di ciò abbiamo fatto redigere il presente privilegio, munito del nostro grande sigillo pendente degli affari.

Dato in Napoli, il giorno diciotto del mese di agosto dell’anno 1777.

Ferdinando.
Citus, presidente – Salomone – Patrizio –
Visto dal Fisco della Regia Corona.

Il Re ordinò a me, don Ferdinando Corradini, segretario.” 

V. M. concede il suo Real Assenso alla preinserta Capitolazione fatta dai Fratelli della Venerabile Congregazione sotto il titolo del SS.mo Sacramento del Casale di Piscinola circa il buon governo della medesima il modo di eligere gli Ufficiali, la Recizione dei Fratelli, e godimento dei suffragi in tempo della morte loro, coll'inserta forma della relazione del Reverendo Cappellano Maggiore, e servata la forma di quella.

In forma Regalis Camerae Sancta Clarae

Pro Magnifico Mastellone

Martius Pisanus.

Salvatore Fioretto 


venerdì 1 maggio 2026

Quella processione delle statue d'argento a maggio... dal libro "Il paese di cuccagna" di Matilde Serao...


L'Imbusto di S. Gennaro, ornato dei gioielli del "Tesoro", 
come veniva portato in processione in passato, a maggio
La scrittrice e giornalista Matilde Serao ha dedicato diversi racconti agli eventi della tradizione e ai personaggi della Napoli popolare di fine Ottocento. Questo che riportiamo è il racconto tratto dal libro "Il paese di Cuccagna", che descrive la processione di San Gennaro che si tiene ogni anno nel primo sabato di maggio e si sviluppa attraverso le stradine del centro antico di Napoli: dalla Cattedrale fino alla basilica di Santa Chiara.

 

-------------------------------  o  O  o  ------------------------------- 


"[...] Più rigoglioso, in quell'anno, sorgeva l'affetto del popolo per san Gennaro, come se un novello impeto di fede avesse ingagliardito le buone anime popolane: a una certa ora la circolazione delle carrozze fu impedita, per Forcella e per i Tribunali: e tutti coloro che in quel giorno partivano da Napoli o vi arrivavano, per andare dalla stazione alla città, o dalla città alla stazione, dovevano fare un lungo giro, per la via Marina, o per la via di Foria. Al passeggiero distratto che domandava la ragione dell'interminabile cammino, il cocchiere rispondeva: San Gennaro, e si toccava il cappello con la frusta, per salutare il patrono. E cercava di affrettare il passo del suo cavallo, non per zelo , ma per andarsene anche lui, il cocchiere, dopo aver messa la carrozzella in un portone, o dopo essersi fermato con essa, in un cantone di via, a veder passare il glorioso Sangue di San Gennaro. 

Processione di San Gennaro di maggio (del mattino), anno 1953
 Archivio Fotografico Carbone

E se tutte le vie piccole erano fitte di gente, se tutti i balconi sontuosi e i balconcini poverelli delle grandi case patrizie e delle misere case che sorgevano loro accanto, erano gremite di persone, nell'ampia via del Duomo lo spettacolo della folla era imponente. La grande strada che unisce la collina al mare, che va con una discesa troppo ripida, da via Foria alla Marina, e che è stato il primo taglio chirurgico attraverso la vecchia Napoli, taglio energico mal fatto, un po' brutale, un po' ridicolo come architettura, ma certamente salutare, la gran via del Duomo che è la Toledo dell'antica Napoli, aveva la maestà delle grandi giornate napoletane, in cui la fiumana popolare fa paura anche ai fieri misuratori della folla. Vi era gente sino ai Gerolomini e sino al Pendino, in sotto e in sopra, e nei due portici che sono a destra e a sinistra del Duomo, e sull'ampia scalinata, e sui lampioni del gas, e infine sulla impalcatura che da anni e anni copre la facciata della cattedrale, per le rifazioni, vi era gente, stretta, pigiata, soffocando all'aria aperta, gente attaccata a un fusto di ferro, a un trave, reggendosi in bilico, miracolosamente, sopra una tavola di legno malferma. Ogni tanto, una madre, tra la folla, levava in aria un bimbo per farlo respirare più liberamente, e il bimbo agitava le gambine e le braccia, giocondamente, per quello slancio nell'aria dolce di calendimaggio. Invano gli scaccini del Duomo tentavano di far largo, perchè la processione già era formata nella chiesa: la folla, un momento respinta, ritornava alla carica, con una spinta così forte, che andava a battere  contro la facciata della chiesa. A un tratto da sotto l'arco nero della grande porta spalancata dove qualche cero, in fondo brillava, si udi un salmodiare grave grave, e la testa della processione apparve fra il gran silenzio e la immobilità della folla. 

Processione di San Gennaro di maggio (del mattino), anno 1953
 Archivio Fotografico Carbone
Lentissimamente, con un moto quasi impercettibile procedevano in avanti gli ordini religiosi napoletani. Monaci bianchi, e neri, e marrone, monaci scalzi o con gli zoccoli, col  cappuccio o con lo zucchetto, che cantavano le laudi del Divo Gennaro, con gli occhi vaganti, coi cerei inclinati, la cui tenue fiammella non si vedeva, divorata dalla grande luce pomeridiana e che un monelletto scortava, per raccogliere in una carta le grosse goccie di cera che cadevano dai cerei: domenicani, benedettini, francescani, verginisti, missionarii, gesuiti, monaci e preti, in due file, trascorrenti portati fra la folla, non guardandola, fissando un punto lontano dell'orizzonte, fissando la terra: e tutte le bocche erano schiuse al canto, alla salmodia latina, schiuse con una linea severa, grave, come il canto che ne usciva e che ondeggiava, con severe intonazioni, sulla testa della folla: e involontariamente, mentre gli ordini religiosi scendevano con un moto impercettibile verso Forcella, nella folla i devoti che conoscevano le preghiere latine dedicate al Divo Januario, si univano al canto grave delle corporazioni religiose, e un'altra larga parte della folla, eccitata dall'aria, dalla luce, dal canto altrui, schiudeva la bocca a intonare anch'essa una salmodia senza parole, in preda a un principio di mistica tenerezza, e dal basso di via del Duomo, la processione e la folla che si avanzavano insieme, erano un seguito di bocche aperte, mille bocche, duemila bocche che cantavano gravemente e il cui gran rumore si perdeva nell'ampio cielo. Ma quelli che procedevano verso Forcella, non lasciavano via del Duomo libera, poichè il loro posto era preso da nuovi accorrenti, che  pingevano avanti gli altri, e a un tratto, passata la sfilata dei parroci della città, passati i canonici dell'antica chiesa di San Giovanni Maggiore, vi fa come un lieto tumulto fra il popolo, un movimento immenso di attenzione e di soddisfazione.
Era la lentissima sfilata dei santi che fanno compagnia e onore a san Gennaro, nella sua cappella quarantasei santi di argento, la statua intiera, o il busto, o la metà del corpo. Questi santi stavano alzati sopra certe barelle, portate da quattro facchini, sulle spalle; e fra la gente, i facchini scomparivano, tanto che parea il santo andasse miracolosamente da solo, sopra le teste delle persone, tutto scintillante. Lentissimamente, dico, poichè la folla era così folta, così soffocante che ogni tanto queste statue si fermavano, immobilizzate, mentre la gente le guardava con gli occhi inteneriti; ed anche lentissimamente, perchè la devozione dei napoletani si vuol pascolare a lungo, nella vista dei suoi speciali protettori , che tutto l'anno sono chiusi nel Tesoro e solo in quel giorno escono a benedire la povera gente.
A ogni santo che appariva, sotto la volta nera della
gran porta e penetrava fra la gente, per andarsene anch'esso, verso Forcella, alla chiesa di Santa Chiara, era uno scoppio di clamore, fra la gente. Il primo era l'altro patrono di Napoli, quello che viene subito dopo san Gennaro, nella protezione della città, sant'Antonio, che porta un bastone con un campanello risuonante, in cima, e accanto gli si vede la testina d'argento dell'animale che egli amò. Quel campanello ondeggiava, a ogni ondeggiamento del santo, sulla testa delle persone e squillava, squillava, allegramente, mettendo una gaiezza fra la gente che gridava: Sant' Antuono, sant'Antuono!
Commossa, quasi singhiozzante, Carmela la sigaraia si raccomandava a sant' Antonio; anche lui, il santo, si era innamorato di una brutta bestia, come lei, che amava quel cuore ingrato di Raffaele detto Farfariello, e respinta fin dentro la bottega dell'ufficio telegrafico di via Duomo, ella con la faccia stravolta dove erano impresse, sempre più, le durezze e le privazioni della sua vita, ella guardava la scintillante faccia d'argento del santo che aveva resistito a tutte le tentazioni, e lo scongiurava di toglierle quell'amore dal cuore, di toglierle la tentazione dell'amore, che in lei raddoppiava i morsi della miseria.
Foto della processione dell'Archivio Fotog. Troncone

- Sant'Antuono, sant'Antuono, - gridava la folla, al santo che si allontanava.
Sant'Antuono, liberatemi, singhiozzava Carmela, nella strada, senza accorgersi di quel grido o di quel singhiozzo che tutti i vicini udivano.
Ma in Napoli, in chiesa o nelle vie, si prega ad alta voce. Adesso era comparso, snello, alto in una posa sfolgorante di vittoria con la corazza fulgida che ne stringe il corpo giovanile, con l'elmo sulla testa bella e lieta di trionfo, con il piede che scaccia il dragone con la lancia impugnata a ucciderlo, era apparso l'arcangelo Michele, il guerriero invitto, l'arcangelo Michele che appariva circonfuso di una luce mistica e guerresca, da eroe e da santo. E nel vederlo apparire, cosi leggiadro e spirante trionfo, con il diavolo che gli si torce inanemente sotto il piede, l'entusiasmo dei devoti si complicò di una forma artistica: san Michele fu chiamato da migliaia di voci.
Addossato a una colonna del porticato, a destra del
Duomo, il marchese di Formosa aveva cavato il cappello e salutato profondamente l'apparire del folgorante arcangelo Michele, a cui era devoto, tanto nel suo carattere violento e avido di lotta, piaceva quel miscuglio di cherubino e di cavaliere: e mentre il bello e splendido santo si avanzava, si avanzava, calpestando il dragone, eternamente vittorioso, il vecchio marchese pregava fra sè, fervidamente, appassionatamente, perchè gli fosse dato di vincere il dragone che gli si avventava ogni di contro, sotto la forma della miseria, dell'onta, e della morte; pregava il grande Michele, il debellatore del diavolo, di prestargli la sua santa lancia per uccidere il mostro che minacciava di vincerlo. San Michele scendeva anche lui, per via del Duomo, dalla collina al mare, ed era cosi bello, così fiammeggiante di gloria nella luce pomeridiana, che le tre sillabe del suo nome si ripetevano, continuamente, da su in giù, come il fuoco che divora la lunghezza di una miccia:
Michele, Michele, Michele!
Ma una gran diversione la fece san Rocco, il salvatore degli appestati, il protettore del popolo contro tutte le epidemie: san Rocco è vestito da pellegrino, porta il mantello con la cappa, il bordone, e sollevando la sua tonaca, mostra un ginocchio nudo, dove è scolpita una piaga, immagine della peste: e dietro di lui viene un cane, un piccolo cane fedele, così fedele, che per indicare due indivisibili si dice, nel popolo: santo Rocco e il cane. E quest'amicizia così forte, e la figura un po' curiosa del santarello, col suo mantelletto e il suo canino dietro, tutta questa storia familiare, provocó una certa ilarità tenera, che si comunicò da una persona all'altra, tra la folla: santo Rocco pareva un buon amico di tutta quella gente, un caro amico indulgente con cui fosse permesso scherzare, poichè egli è incapace di andare in collera:
Processione di San Gennaro si maggio (del mattino), anno 1953
 Archivio Fotografico Carbone

Hai freddo al ginocchio, santo Rò ?
Tè, tè, canuccio !
Prestami questo soprabito, santo Rò !
Ma i veri devoti, scandolezzati, imponevano silenzio. Era comparsa, vacillante sulle teste dei facchini che la portavano, la bellissima santa che fu peccatrice, Maria Maddalena penitente, coi bei capelli, che le piovevano sul collo e gli occhi irrorati di lacrime metallizzate; dietro di lei, per un bizzarro ravvicinamento, veniva la statua dell'altra santa che era stata una peccatrice, Maria Egiziaca, divorata, consunta da una passione non meno ardente della passione di Maddalena: una specie di sorda convulsione agitò tutti quelli che vedevano passare in mezzo a loro le due statue; una sorda convulsione, che non ebbe scoppio. Sull'amplissimo ultimo scalino della gradinata, sotto l'impalcatura di legno che copre la facciata del Duomo, Filomena, la infelice sorella di Carmela la sigaraia, Filomena con la gonna di lanetta azzurra, la baschina di seta bigia e con un nastro rosso al collo, coi capelli stirati sul vertice del capo, con le guancie cariche di rossetto, senz'udire le parole insinuanti, insolenti di coloro che la circondavano, si rialzava sulle spalle lo sciallo di crespo nero, ricamato di rosa e di violetto, e pregava, pregava le due sante, peccatrici come lei, ma sante, che nel nome di san Gennaro benedetto le facessero la grazia di levarla da quella infame esistenza, e avrebbe offerto loro, a Maria Maddalena e a Maria Egiziaca, un cuore di argento massiccio. Ma una grande fluttuazione vi fu, fra le donne che erano nella folla, sui balconi, nei portoni, sulle terrazze. Dopo san Giuseppe e dopo sant'Andrea Avellino, ambedue protettori della buona morte e quindi carissimi agli immaginosi napoletani che hanno la più grande paura della morte; dopo sant'Alfonso de' Liguori che venne dolcemente é familiarmente chiamato cuollo storto, perchè ha la testa inclinata sopra una spalla; dopo san Vincenzo Ferreri che porta la fiamma dello Spirito Santo sulla testa e ha il libro della Legge aperto fra le mani; dopo che tutti questi santi popolarissimi erano passati fra le esclamazioni, i gridi, i sorrisi, le tenere invettive, un bel santo, cosi lucido che pareva allora allora uscito dalle mani del cesellatore, con la faccia rotonda e bonaria, con le mani schiuse e abbassate quasi a lasciar piovere grazie, era comparso, uscendo dal Duomo. 
La processione di maggio in una stampa ottocentesca
Era san Pasquale Baylon, il santo protettore delle ragazze, quelle cui esse fanno la novena per trovar marito, san Pasquale che manda il marito alle fanciulle, un santo accomodante e giocondo: e tutte le zitelle ne conoscono l'effigie, tutte lo riconobbero, quando egli apparve. E da un balcone dove era un'insegna di sarta, madama Juliano, dove stavano Antonietta, la bionda sartina, con la sua amica Nannina, dalle mani della bionda Antonietta cadde, lentamente roteando, una rosa sul braccio di san Pasquale e tutte sentendo l'omaggio, il desiderio, in quell'atto, dai balconi, dalla via, una gran quantità di rose e di garofani furono lanciati a san Pasquale.
....
come voi, tal quale, o beato san Pasquale, - pregavano le ragazze, alludendo al marito.
Ora la processione si affrettava un poco; i santi passavano più presto, poichè l'impazienza della folla innanzi alla Cattedrale e per tutta la via del Duomo era diventata enorme. Correvano grandi brividi fra la la gente: tutto quello sfolgorio di aureole di argento, di faccie di argento, di mani di argento, tutto quel passaggio singolare sulle teste delle persone, e quell'allontanarsi laggiù, laggiù, verso Forcella, e le continue nuove apparizioni argentee, nel grande vano nero della porta della cattedrale, avevano creata una emozione nervosa anche negli spettatori tranquilli.

[...] 
Ma un clamore salutò san Biagio, un altro vescovo
napoletano, che nella statua è effigiato in atto di benedire il popolo. Per due o tre anni la difterite e l'angina avevano terrorizzato il cuore delle madri napoletane, massimamente il cuore delle donne del popolo: e san Biagio è appunto il patrono dei mali di gola. Quando egli apparve, il santo di argento, nella via, fra il clamore, vi fu un sollevamento di bimbi sulle braccia delle madri, dei padri, un tendere i piccoli figli a san Biagio, perchè il santo vescovo li benedicesse e li liberasse dall'orribile flagello, che butta alla morte tanti bimbi innocenti
-San Biase, san Biase! 
strillavano le madri, tenendo in alto i figli, convulse, singhiozzanti.
Anche Annarella, la sorella di Carmela la sigaraia e di Filomena l'infelice, aveva levato su i due figliuoli che le restavano: il più piccolo, dopo aver lungamente languito, era morto. Ah non l'avrebbe più aspettata sulla porta del suo basso, seduto sullo scalino, mangiando un pezzo di pane, il povero piccolo Peppiniello, che pazientemente attendeva il ritorno di sua madre dal servizio, la povera piccola creatura innocente! Non più, non più: Peppiniello era morto. Era morto di miseria, in un basso umido e puzzolente, mangiando male e scarsamente, dormendo coperto dai suoi vestitucci, attaccato a sua madre, per aver caldo: morto, morto, il piccolo fiore di sua madre, di miseria, morto per quella terribile bonafficiata, per quel terribile Lotto che perdeva Gaetano, il tagliatore di guanti, sino a fargli rubare il pane dei figli. Ah mai più si sarebbe consolata, Annarella, di quella morte! 
I due figliuoli che le restavano erano saggi, e buoni, e forti, ma non erano il suo piccolo fiore biondo e tenue; essi l'avevano trascinata a veder san Gennaro e quando la misera ebbe visto in aria tanti piccolini, levò anche i suoi, piangendo, singhiozzando, pensando che il suo caro fiore non era stato salvato nè da san Biase nè da san Gennaro, nè da tutti i santi insieme del paradiso. Ma come l'ora si avanzava, l'emozione della gente cresceva, cresceva: ognuno era in preda a una emozione che si rinforzava dal minuto che trascorreva, che si raddoppiava dalla emozione del vicino.

Antica foto di S. Gennaro sull'altare della Cappella del Tesoro
Agli occhi esaltati delle fanciulle, delle madri, dei poveri, degli infelici, degli sventurati colpevoli, di tutti quei bisognosi di soccorso, di soccorso morale e materiale, quella apparizione di santi diventava fantastica: li vedean passare in una visione luminosa, dove l'argento dell'aureola, della faccia, della persona, dava riflessi abbaglianti, dove il nome finiva per sparire e rimaneva tutta la lunga processione di quelle beate immagini. La folla, oramai, confusa, stordita, fremente di mistica impazienza, non riconosceva più il gruppo degli antichissimi santi del primo tempo di Napoli, sant'Aspreno, san Severo, sant'Eusebio, sant'Agrippino e sant'Attanasio, santi vecchissimi, un po' oscuri, un po' ignoti: rumoreggiò come tuono, quando apparvero le statue dei cinque Franceschi che vegliano intorno a san Gennaro, nel Succorpo: san Francesco di Assisi, di Paola, di Geronimo, Caracciolo, Borgia; urlò nuovamente quando apparve sant'Anna, la madre della Madonna, a cui, dice il popolo, nessuna grazia è negata, mai: nessuno si occupò molto di san Domenico, l'inventore del rosario, poichè nessuno nella storditezza di quell'ora pomeridiana, riconobbe il fiero monaco spagnuolo, salvo il fosco impiegato dell'Intendenza, don Domenico Mayer, che era stato respinto contro una muraglia dalla folla, e che teneva il cappello a cilindro abbassato sugli occhi, le braccia conserte in atto fiero e tetro sul soprabitone nero, e una dolorosa smorfia di scetticismo gli piegava le labbra. 
I santi passavano, passavano, sboccando dalla gran volta nera del Duomo, avviandosi verso Forcella, un po' più presto, adesso, e la folla si agitava a destra e a sinistra, quasi volesse liberarsi dall'incubo di quella attesa. La processione dei santi era li li per finire, durando da quasi un'ora per la lentezza dell'incesso, finiva con san Gaetano Thiene, con l'angelico san Filippo Neri, con i santi dottori Tommaso e Agostino, finiva con santa Irene, con santa Maria Maddalena de' Pazzi, con la grande santa Teresa, in estasi, tutta ardore, tutta passione, la magnifica santa di Avila, che morì in una combustione di amor divino. Quando i santi cessarono la loro sfilata e i primi canonici della cattedrale comparvero, vi fu un immenso movimento nella gente che aspettava. 

Tutti tendevano il capo per veder meglio, per non perdere una linea dello spettacolo religioso, e l'attenzione era anche indomabile commozione. Finirono anche i canonici e finalmente sotto il grande pallio di broccato gallonato, frangiato di oro, pallido, con il volto raggiante di una espressione profonda di pietà, con le labbra che mormoravano una preghiera, apparve il supremo Pastore della chiesa napoletana. 
Otto gentiluomini tenevano alti i bastoni del pallio; otto chierichetti, intorno, agitavano i turiboli fumanti d'incenso: e l'arcivescovo, che era un principe della Chiesa, un cardinale, camminava solo sotto il baldacchino, lentamente, con gli occhi fissi sulle proprie mani congiunte: e da tutte le genti che affollavano le vie, i portici, i balconi, le finestre e le terrazze, da tutte le donne che piangevano, tendendo le braccia, da tutti gli uomini che pregavano, da tutti i bambini che balbettavano il nome di san Gennaro, non al pallio, non ai paramenti d'oro, non alla mitria gemmata, si guardava: ma si guardava alle ceree mani congiunte dell'arcivescovo, si guardava teneramente, entusiasticamente, piangendo, gridando, chiedendo grazia, chiedendo pietà, magnetizzando ciò che l'arcivescovo stringeva fra le mani tremanti di sacro rispetto. Lì, lì, tutti gli sguardi, tutti i sospiri, tutte le invocazioni. Il cardinale arcivescovo di Napoli teneva fra le mani le ampolline, dove era conservato il Prezioso Sangue." [...]

Le foto riportate in questo post appartengono agli archivi fotografici che sono stati citati nelle didascalie. In alcune di esse si specifica che la processione è del "mattino", in quanto fino alla fine degli anni '60 si solevano eseguire due processioni: al mattino col solo imbusto di san Gennaro, che ornato con pallio, era portato nella basilica di Santa Chiara; nel pomeriggio, invece, si eseguiva la processione più grande, con le statue dei santi compatroni in argento e interveniva l'Arcivescovo, che portava la teca con le ampolline del sangue di San Gennaro. Anche la seconda processione era diretta a Santa Chiara. Questa distinzione nel fare due processioni separate nello stesso giorno aveva una motivazione precisa, in quanto si soleva riprodurre l'evento della prima "liquefazione del sangue", che, secondo la tradizione, avvenne ad Antignano intorno al V secolo, nel momento del passaggio del corteo dei chierici che trasportavano le ossa del Santo diretti alle catacombe di Capodimonte, allorquando una pia donna offrì le ampolline del sangue e in tale "incontro" avvenne il primo prodigio. Nei secoli passati, prima della basilica di Santa Chiara (maggio 1800), la ricorrenza della Traslazione delle Reliquie di S. Gennaro si celebrava portando al mattino l'imbusto del Santo in una chiesa cosiddetta "Maggiore" o in una "Piazza" dei Sedili della Città; nel pomeriggio, quando poi si portava nel medesimo posto la reliquia del sangue, si soleva verificare l'avvenuto ripetersi del prodigio della liquefazione, proprio all'"incontro" delle due reliquie.

Salvatore Fioretto 

Il testo pubblicato è stato tratto da:  "Il paese di cuccagna - Romanzo napoletano", di Matilde Serao, III edizione - Edizione Fratelli Treves, 1891, Milano 

Processione di maggio del mattino in via Duomo, foto inizi '900