lunedì 13 luglio 2026

“Bimbi sotto l’ombrello”, di Elena Mastroianni Santoro

Per la serie intitolata: "I racconti della Piedimonte", ecco un altro bel racconto di storia realmente accaduta, che si svolse tra rotaie, stazioni e vagoni dei treni della mitica ferrovia "Napoli Piedimonte d'Alife". E' questo un racconto che ha il sapore della semplicità e della vita serena e tranquilla che caratterizzava i centri attraversati dal nostro trenino, tanti decenni fa...

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"Le minuscole stazioni, dove il treno sbuffando e sferragliando, sostava pochi minuti ad attendere che i passeggeri si avvicinassero a salire o scendere, erano tutte eguali nella loro essenzialità.
Al piano terra, la piccola spoglia saletta per l’attesa, con due porte, una che dava su un vialetto alberato e l’altra, di fronte, usciva sul binario, dopo un breve tratto inghiaiato.

Accanto alla saletta la biglietteria, con scaffalatura a piccoli scomparti pieni di cartoncini-biglietti colorati, lo scrittoio, con l’apparecchio che collegava al capolinea.
Tra tutte le stazioni, quella del paese della mia infanzia, in primavera e in estate, si ornava di una veste fiorita, che la distingueva tra le altre. Il capostazione che viveva nel piccolo alloggio della stazione stessa, amava i fiori, vi si dedicava innaffiando le piante nella calura estiva e proteggendole dal gelo invernale.
Aveva, credo a sue spese, installato un gazebo che a maggio si copriva di boccioli di rose, che andavano ad unire il loro dedicato profumo al cattivo odore del carbone.
Io, bambina, sostavo in attesa del treno, seduta ai sedili del gazebo, come se fossi stata protagonista delle fiabe che leggevo.
Quando, a noi piccoli, arrivava alle orecchie il fragore del treno ancora lontano, correvamo a sostare accanto alla mamma e non vedevamo l’ora di salire sul “mostro” nero e sbuffante.
Prendevano posto sui duri sedili con strette doghe di legno verniciato, ma io preferivo restare in piedi al finestrino per vedere fuggire al di là del vetro alberi e case con donne sedute alla porta a rattoppare o sferruzzare lunghe calze… e via!… di corsa!, di stazione in stazione, fino a quella di capolinea, dove mia madre si recava in visita ai parenti.
Per la verità a me poco interessavano i cuginetti, le zie o i nonni, che pur ci colmavano di doni; non vedevo l’ora di sostare un poco nei giardinetti della stazione dove c’era una particolare fontana, con due bimbi sorridenti sotto un piccolo ombrello, che sgocciolava pioggia a non finire.
Volevo rimanere almeno un poco a guardare quella originale fontana, dove un nutrito zampillo dall’alto batteva sul ferreo ombrello, teso a sgocciolare abbondante lungo gli spioventi, mentre i due bimbi, cosi vivi, così ilari da sembrar veri, si divertivano a ripararsi.
Eravamo arrivati a Piedimonte, il paese dell’acqua. Un torrente impetuoso attraversava la cittadina sotto ponti e strettoie. 
Originava sotto i monti, vomitando da una grotta bassa e larga un’acqua limpida, gelida, cristallina. Fontane e fontanelle sempre aperte gorgogliavano con il loro potente getto, notte e giorno a rinfrescare l’aria o a gelarla.

Industrie fiorenti davano lavoro agli operai e vanto alla cittadina. Ora l’acqua c’è ma nascosta in grossi tubi, viaggia a dissetare altri.
La ferrovia ancora c’è, ma ha cambiato percorso. Le stazioncine sono rimaste disperse nella campagna a confondersi tra le case coloniche.
Sono spariti il gazebo fatato e i bimbi sotto l’ombrello..."

di Elena Mastroianni Santoro 

Il racconto è stato pubblicato nel libro "C'era una volta la Piedimonte", di S. Fioretto, anno 2014, Centro tip. Atena, a cui si rimanda il lettore interessato.