sabato 12 settembre 2026

Nella commedia "i casi sono due" ...., Armando Curcio menziona Piscinola...

Nel corso degli anni abbiamo più volte evidenziato come il borgo di Piscinola sia stato utilizzato nella letteratura come luogo di origine di personaggi, ambientazione di episodi e riferimento narrativo in romanzi, commedie e opere in prosa.
Questa volta vogliamo soffermarci su una commedia particolarmente divertente: “I casi sono due”, scritta dal commediografo ed editore napoletano Armando Curcio, nella quale il nome di Piscinola compare in diversi momenti della trama e viene associato ad alcuni personaggi originari del nostro territorio, naturalmente frutto della fantasia dell'autore.

Una commedia di grande successo

I casi sono due è una commedia comica, strutturata in tre atti, scritta da Armando Curcio intorno al 1940. L'opera divenne particolarmente popolare grazie anche alle interpretazioni della compagnia dei fratelli De Filippo (1941) e, in particolare, di Peppino De Filippo, che la portò, oltre sulle scene teatrali, anche in televisione. Infatti, tra le versioni più note vi è proprio quella televisiva del 1959, nella quale Peppino De Filippo interpreta il protagonista, Gaetano Esposito. 
La commedia fu riproposta a teatro, nel 2009, attraverso l'interpretazione e la regia del celebre attore napoletano Carlo Giuffrè.
La vicenda, ambientata nella Milano degli anni Quaranta, è costruita su una serie di equivoci, improvvisi colpi di scena e situazioni comiche, secondo il tipico meccanismo della farsa.

Il barone, il cuoco e un figlio misterioso

Al centro della storia troviamo il barone Ottavio Del Duca e sua moglie, la baronessa Aspasia, una coppia ormai avanti negli anni e senza figli.
I due vivono in una grande e lussuosa abitazione, circondati da una numerosa servitù composta da maggiordomo, cuoco e camerieri. Nella casa vive anche Medoro, il cane della baronessa, al quale la donna è particolarmente affezionata.
Il cuoco è Gaetano Esposito, un napoletano rozzo, maldestro, irriverente e, soprattutto, estremamente scaltro. È proprio Gaetano a rappresentare uno dei principali motori comici della commedia, grazie ai suoi atteggiamenti grotteschi e alle numerose battute che caratterizzano il personaggio.
Una delle sue disavventure più gravi riguarda proprio il cane Medoro: Gaetano, infatti, si rende responsabile della morte dell'animale, gettando nello sconforto i due anziani coniugi.
La disgrazia porta il barone a riflettere sulla propria vita e, soprattutto, sull'assenza di una discendenza. È allora che torna alla memoria un episodio della sua giovinezza.
Prima del matrimonio, Ottavio aveva avuto una relazione con una cantante di varietà, dalla quale era nato un figlio illegittimo. Il bambino era stato però perso di vista e la madre era morta prematuramente, quando il piccolo era ancora molto giovane.
Il barone decide quindi di cercarlo. Non avendo altre informazioni, incarica un investigatore, Sormani, di ricostruire le vicende del bambino e di rintracciarlo.

E nei racconti dell'investigatore compare Piscinola

È proprio durante i dialoghi tra il barone Ottavio e l'investigatore Sormani che entra in scena, per ben tre volte, il nome di Piscinola.
Secondo quanto emerge dalle indagini, il bambino era stato adottato da una famiglia di pescatori di Piscinola. Il capofamiglia, chiamato Antonio Manfrecola, si era preso cura del piccolo. La moglie provvide all’allattamento del piccolo.
Quando il bambino aveva raggiunto l'età di quattro anni, però, i Manfrecola lo avevano affidato al parroco di Piscinola, indicato nella commedia con il nome di don Prospero Carlandrea.
La vicenda assume presto contorni tutt'altro che edificanti. L'investigatore informa infatti il barone che non sarebbe opportuno recarsi personalmente a Piscinola per chiedere informazioni al parroco: il bambino, secondo le notizie raccolte, sarebbe stato allontanato dalla canonica perché, dopo esser divenuto chierichetto, erano 
misteriosamente scomparse  tutte le offerte dei fedeli, e il prelato poteva mostrarsi ancora risentito.

Piscinola, dunque, compare nella commedia come una delle tappe della misteriosa infanzia del futuro erede del barone.

Il figlio del barone sarebbe proprio Gaetano

Le indagini di Sormani portano infine a una conclusione sorprendente: il figlio illegittimo del barone Ottavio sarebbe proprio Gaetano Esposito, il cuoco della casa.
La notizia cambia completamente la posizione di Gaetano all'interno della famiglia.
Da semplice cuoco e componente della servitù, egli diventa improvvisamente un barone e, forte del nuovo titolo, comincia ad assumere atteggiamenti ancora più arroganti e sgarbati nei confronti degli altri domestici.
La situazione, tuttavia, non è destinata a durare.
L'investigatore comincia infatti a dubitare delle proprie conclusioni e corregge temporaneamente l'esito delle indagini. Il vero figlio del barone sarebbe, secondo questa nuova ricostruzione, un altro giovane, un impiegato di agenzia, che viene accolto nella famiglia.
Ottavio è quindi costretto, suo malgrado, a separarsi da Gaetano, il quale torna a ricoprire il ruolo di cuoco.

La testimonianza della donna di Piscinola

Ma la verità non è ancora definitivamente stabilita.

A risolvere l'ennesimo intricato passaggio della vicenda è la testimonianza della moglie del Manfrecola, ormai anziana, che aveva allevato il piccolo Gaetano nella propria casa di Piscinola.
La donna ricorda alcuni particolari molto precisi del bambino che aveva accudito fino all'età di quattro anni.
Secondo la sua testimonianza, Gaetano aveva i capelli rossi e presentava sulla pelle della natica destra una grossa macchia, indicata nella commedia con l'espressione popolare di “voglia di cotica”.
Il barone, con una banale scusa, riesce quindi a verificare personalmente il particolare. La macchia è effettivamente presente sul corpo del cuoco!
A questo punto ogni dubbio sembra svanire: Gaetano Esposito è davvero il figlio del barone Ottavio.
L'altro Gaetano, l'impiegato che per un breve periodo era stato considerato il possibile erede, viene quindi congedato. Il giovane, peraltro, non aveva mai conquistato le simpatie del barone, essendosi dimostrato goffo e poco brillante.

L'ultimo colpo di scena

Quando sembra che la storia abbia finalmente trovato il suo lieto fine, Armando Curcio introduce l'ennesimo capovolgimento.
Gaetano, ormai diventato barone, comincia a sentirsi diffidente e poco incline a rimanere a lungo nella casa. Decide così di andarsene, ma non prima di portare con sé una considerevole quantità di oggetti preziosi appartenenti alla famiglia: argenteria e oro.

Prima di sparire, lascia però al padre una lettera nella quale comunica apertamente di aver sottratto gli oggetti di valore.
La giustificazione è paradossale e perfettamente in linea con lo spirito della farsa: il barone gli aveva insegnato che non si deve rubare, ma Gaetano sostiene che rubare al proprio genitore sia, in qualche modo, un reato meno grave rispetto al furto commesso ai danni di una persona estranea.
È la conclusione ideale per una commedia costruita sul continuo ribaltamento delle situazioni e sulla comicità del personaggio di Gaetano.

Armando Curcio, commediografo ed editore

Armando Curcio nacque a Napoli nel 1900, in una famiglia colta e agiata.
Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza nel 1926, si trasferì a Milano, dove intraprese l'attività giornalistica. Nel corso della sua carriera si dedicò alla narrativa, al teatro e alla scrittura per lo spettacolo, realizzando novelle, commedie e programmi destinati anche alla televisione.
Alcune delle sue opere teatrali raggiunsero una particolare notorietà grazie alle interpretazioni dei fratelli De Filippo. Tra queste figurano La fortuna con la Effe maiuscola, A che servono questi quattrini? e, naturalmente, I casi sono due.
Curcio fu inoltre un importante editore. Negli anni a cavallo della Seconda guerra mondiale fondò diverse iniziative editoriali, fino alla nascita della casa editrice Armando Curcio Editore, destinata a diventare famosa anche per la pubblicazione dell'Enciclopedia Curcio per tutti, opera che sarebbe entrata nelle case di numerose generazioni di italiani.
Armando Curcio morì a Roma nel 1957.

Piscinola nella letteratura e nel teatro

Al di là del carattere fantasioso della vicenda, la presenza di Piscinola in I casi sono due costituisce un'altra interessante testimonianza di come il nome del nostro antico borgo sia entrato, nel corso del tempo, nell'immaginario letterario e teatrale.
Nel testo di Curcio, Piscinola non è semplicemente nominata di passaggio: diventa parte della storia personale del protagonista, il luogo nel quale il piccolo Gaetano viene accolto da una famiglia, allevato durante i primi anni della sua vita e affidato successivamente al parroco.
Naturalmente si tratta di una costruzione narrativa e i personaggi citati nella commedia appartengono alla fantasia dell'autore. Ma proprio questo elemento rende ancora più curiosa la vicenda per chi oggi si interessa alla storia e alla memoria di Piscinola.
Una piccola presenza, dunque, ma significativa: anche attraverso una brillante farsa napoletana, il nome di Piscinola è riuscito a entrare nel teatro italiano del Novecento.

La commedia in televisione

Per chi desiderasse conoscere direttamente l'opera, è possibile ricercare su YouTube la versione televisiva de I casi sono due interpretata da Peppino De Filippo nel 1959.
Si tratta di un adattamento televisivo dell'opera teatrale, con una riduzione del testo originale, ma conserva intatto il carattere comico della vicenda e permette di riscoprire uno dei personaggi più celebri creati da Armando Curcio.

Per gli appassionati di storia locale, è inoltre un'occasione curiosa per ascoltare, all'interno dei dialoghi della commedia, il nome di Piscinola, evocato come uno dei luoghi della misteriosa infanzia di Gaetano Esposito.

Salvatore Fioretto

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