sabato 25 luglio 2026

"Il più napoletano tra i santi"....Breve testimonianza tratta dagli atti del processo canonico di S. Alfonso M. de Liguori

Come da tradizione in uso in Piscinolablog, approssimandosi la ricorrenza della nascita al cielo di Sant'Alfonso Maria de Liguori, morto infatti il 1 agosto 1787, dedichiamo un post che ricalca la vita del Santo marianellese e concittadino della VIII Municipalità. Abbiamo scelto quest'anno un pezzo del brano contenuto nella Raccolta dei decreti emanati dalla Santa Sede nella Causa della beatificazione e canonizzazione di Sant'Alfonso. Il testo dal quale abbiamo tratto lo scritto è: "Riflessioni sopra la santità e dottrina di Sant'Alfonso Maria de Liguori fondatore della Congregazione del SS. Redentore e già vescovo di S. Agata de Goti. Ristampate in occasione della solenne canonizzazione del medesimo santo." Torino, per Giacinto Marietti tipografo-libraio, 1839 (pagg. 9-15).

 


PARTE PRIMA

RACCOLTA DE' DECRETI DELLA S. SEDE

EMANATI

NELLA CAUSA DELLA BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE

DI S. ALFONSO MARIA DE' LIGUORI

CON ALCUNE PRECEDENTI OSSERVAZIONI.

CAPO I.

Sopra la fama di Santità per cui fu introdotta la causa di s. Alfonso Maria de' Liguori.

“Monsignor Alfonso Maria de' Liguori già Vescovo di S. Agata de' Goti passò da questa all'altra vita il primo agosto 1787 in età d'anni 90 mesi 10. Appena compito l'anno non tardò a promoversi la causa della sua Beatificazione dal Vescovo di Nocera, e dal Vicario Capitolare di S. Agata dei Goti, i quali ottenutane la facoltà dalla S. Sede, incominciarono a prendere le opportune informazioni.
Il motivo di un così pronto impegno di promuovere questa causa fu la fama della sua grande santità giustamente meritatasi in vita, e dopo morte.
Esimia in vero è sempre stata la santità di Alfonso in tutti gli stati di sua vita.

1. La sua nascita se non fu preceduta, almen fu accompagnata da maraviglie, perchè fin da bambino S. Francesco di Geronimo al solo vederlo e benedirlo predisse che non sarebbe morto prima dei 90 anni, che sarebbe fatto Vescovo, ed avrebbe fatto del gran bene nella Chiesa (Compendio della vita scritta dall'Abate Amici c. 1. ).
Nell'adolescenza era già di grand'esempio a tutti in ogni genere di virtù; fin d'allora era favorito di estasi nell'orazione; assiduo era altresì a visitar gli infermi (Ivi c. 2.).
Era dotato di grand'ingegno e così applicato allo studio, che all'età di 16 anni aveva presa la sua laurea nel Diritto Canonico e Civile con maraviglia di tutti.
Il suo temperamento era naturalmente focoso, ed irritabile; pure in tutta la sua vita, ed in tante difficilissime occasioni non gli si vide mai dare il menomo indizio di collera, ed erasi già reso un perfetto modello di cristiane virtù anche tra il tumulto e lo strepito del foro.

2. Rinunciato avendo la sua pingue primogenitura e le nozze con una principessa, ed i cospicui impieghi che gli si offerivano, elesse nel 1723 lo stato Ecclesiastico. Lo studio serio della Teologia, della S. Scrittura e dei Padri greci e latini, la chiesa, gli ospedali e le carceri formavano le sue delizie. S'accostava quasi ogni giorno ai SS. Sacramenti e tormentava il suo corpo con istromenti di penitenza, come si dirà in appresso. Appena ordinato Diacono cominciò a predicare, ed era così commosso e penetrato dalle grandi verità che annunziava, che vi correva tutta la Capitale (Napoli n.d.r.) con gran profitto.
Fatto Sacerdote nel 1726, tal fama erasi già acquistato, che il Cardinale in allora Arcivescovo di Napoli, derogando all'antico lodevole costume, volle accordargli subito la facoltà di confessare e lo destinò a dare gli Esercizi spirituali al dotto suo Clero Napolitano, il quale unitamente all'Eminentissimo Arcivescovo sommamente ammirò la dottrina, lo zelo e l'unzione del suo dire.
Conduceva intanto una vita più celeste che umana e diveniva sempre più indefesso al confessionale, e alla predicazione, con gran concorso e con gran frutto; non risparmiando fatica a segno tale che cedendo le forze, cadde gravemente infermo. (ivi c. 4.).

3. Non contento d'attender egli in persona così indefessamente alla salute delle anime, pensò a formarsi dei soci e fondò in mezzo alle più grandi contraddizioni neł 1732 una Congregazione d'abili Missionari, massimamente per istruire nei villaggi e nelle campagne le persone più rozze, ed abbandonate.
Questa Congregazione che venne chiamata del SS. Redentore, fu approvata da Benedetto XIV, li 25 febbrajo 1749 con grandi encomii dello zelo e santità del fondatore (Vita suddetta c. 6.), e in poco tempo si propagò in molti paesi del regno di Napoli e della Sicilia, negli stati Pontifici, ed in varie altre parti ancora dell'Italia, della Germania, della Francia, del Belgio, della Svizzera, in Lisbona, in Cincinnati negli stati uniti di America, ed in varii altri luoghi, contandosene ora 50 Collegi in circa (Rispoli vita sul fine).
Era da ogni parte invitato a dare Esercizi e Missioni, ed era solito in tal circostanza di viaggiare cavalcando un vil giumento. Le sue prediche producevano innumerevoli conversioni, gli attiravano sempre un gran concorso mercè la fama della sua santità, ed erano accompagnate dai singhiozzi e dalle lagrime di chi l'udiva e bene spesso anche da prodigiosi avvenimenti.
Benchè bagnato di sudore e già molto stanco, alla predica faceva succedere l'assistenza al confessionale. I penitenti s'affollavano a centinaia per confessarsi, nè mai si ricusava ad alcuno in qualunque ora benchè importuna, ancorchè abbisognasse di nutrimento e di riposo; e non solo non dava mai alcun segno di noia, ma anzi accoglieva sempre tutti con aria ilare e graziosa.
Tutte le ore libere dal suo ministero erano da lui impiegate a rispondere a chi lo consultava, a scrivere lettere di direzione e a comporre libri; avendo fatto voto di non perder mai un momento di tempo come si dirà altrove.
Consacrava più ore ogni giorno alla meditazione, ed era il suo spirito così penetrato dalla presenza di Dio che per rispetto dell'adorabile divina maestà camminava sempre come in atto di adorazione anche per le strade, col capo scoperto, eziandio in tempi estivi, freddi e piovosi, appena riparandosi la testa con un fazzoletto, come depose un suo Confessore (Atti vol. 1. sum. p. 198. § 209.) talmente che si può dire, che vivesse d'orazione e che esercitasse il ministero apostolico a guisa degli spiriti angelici, col cuore continuamente unito con Dio, ed infiammato del divino amore, come scorgeasi dalle frequenti, ed infocate aspirazioni e dal continuo suo parlar di Dio con tanto calore che penetrava chiunque lo udiva.
L'ordinario suo cibo era una semplice minestra d'erbaggi che condiva con aloe, mirra, ed assenzio; talmente che nè i poveri, nè i gatti volevano mangiarne gli avanzi (Atti vol. 1. summ. 285. § 8.), tanto erano amari; vi aggiungeva soltanto qualche frutto; nè mai si cibò di carni, o di pesci. In tutti i sabbati s'asteneva anco dalla refezione della sera e il più delle volte digiunava in pane, ed acqua.
Cingevasi i lombi di cilici, le braccia di catenelle ed i femori di cosciali e calzoni di ferro armati di acutissime punte; usava ancora fascie e giubbe di crini di cavallo e simili stromenti di penitenza.
Ogni giorno aspramente si flagellava fino all'effusione del sangue (ciò che continuò finchè gli fu proibito nella sua ultima vecchiaja), usando un pennello con calce per togliere dalle pareti gli spruzzi di sangue. Giunse una volta a flagellarsi così violentemente per vincere una tentazione di vanagloria all'occasione d'una visita, che ebbe del Cardinale Orsini (Atti vol. 2. Resp. ad animadv. p. 54.), che si offese un nervo d'una coscia, per cui dovette andar lungo tempo zoppicando.
Non concesse al sonno mai più di 5 ore e lo prendeva sopra un saccone duro come un sasso, nascondendovi oltre di ciò delle pietre; nell'inverno mai si accostava al fuoco (Vita Amici c. 8.) e quando voleva scrivere si serviva d'un ferro caldo, per riscaldarsi le mani intirizzite.

4. Fatto Vescovo sebbene con grave suo rammarico nel 1762, cedette al suo Vicario Generale l'appartamento vescovile e riservò per se alcune piccole stanze nell'episcopio.
Disadorne erano le pareti delle medesime, addobbate solo con divote immagini di carta; e nella sua angusta camera non v'erano che poche sedie di paglia, un letticciuolo, una scanzia di libri, ed un rozzo tavolino da scrivere; ed occorrendogli di ricevere qualche ospite, domandava ad imprestito un letto. Le sue vesti violacee erano tutte di lana, sempre l'istesse e ricucite; le sue fibbie eran di ferro rugginoso; la sua croce pettorale era d'ottone, dacchè vendette l'altra d'argento per soccorrere i poveri.
Tutta la sua corte consisteva in un Vicario Generale, un Sacerdote che gli serviva da Cappellano, da Segretario e da Prefetto nelle cose domestiche, un laico della sua Congregazione, ed un servo (Atti vol. 2. Vita gr. t. 2 . 1. 3. c. 71. 72.).
Il vitto era l'istesso come si disse di sopra; al più facea imbandire alcune vivande, ma ordinarie, quando v'erano ospiti, e per loro soli.
La sua vita era egualmente austera e penitente come per l'innanzi, e la notte, tempo per gli altri di riposo, era per lui tempo di meditare e di flagellarsi a sangue.
Ardeva di zelo particolare per la disciplina ecclesiastica, esigendo con somma sollecitudine dagli Ecclesiastici fondo di pietà e di buona dottrina, provvedendo i migliori professori per lo studio. La sua cura speciale era il Seminario. Teneva in soggezione i maestri, in subordinazione ed emulazione gli alunni e invigilava severamente su i libri, attentissimo sempre a procurar i buoni e allontanar i cattivi, e rigorosissimo era in tutti gli esami per accertarsi della dottrina, integrità e prudenza degli esaminandi. Stabili ancora conferenze di casi morali, ed esercitazioni per dar missioni ed esercizii, incoraggiando colla sua presenza tutti que' che v'intervenivano. (Atti vol. 2. init. n . 85.).
Fondò monasteri e luoghi di ritiro per le pericolanti.
Procurava Parrochi dotti e santi nelle cure; s'informava minutamente da per tutto dei costumi. Le anime eran numerate e le conosceva quasi tutte; Era indefesso ad estirpar gli scandali ovunque e senza requie finchè gli era riuscito di toglierli. Predicava ogni festa e le feste erano osservate.
Riguardo alla visita della Diocesi, nè intemperie, né distanza, nè altre difficoltà lo impedivano dal farla ogni anno. Visitava fino le cappelle rurali nel più erto de' monti, sempre attento ad esaminar i costumi che ivi regnavano.
Nelle sue visite della diocesi cavalcava un somaro; sempre predicava, istruiva i fanciulli, visitava gli ammalati (Vita suddetta c. 17. 18.) e poteva dirsi che era una mission continua.
Le due gemme che più risplendettero sulla sua mitra,  furono lo zelo della salute delle anime, di cui già si parlò e l'amore sviscerato verso i poveri. Quanto a questi, consta dai processi che a tutte le ore voleva la casa aperta per somministrar loro danaro, alimento e vesti; e per istrada ne era assediato, tutti soccorrendo di propria mano, o per mano altrui (Atti vol. 2. n. 119.). Teneva una lista delle famiglie povere vergognose, ed ogni mese segretamente somministrava loro soccorsi; facevasi inoltre per lo stesso fine mandare una tabella delle medesime dai Parrochi. Certe volte pattuiva fin coi creditori dei poveri di soddisfare egli stesso, poco per volta; (n. 121.) né lasciava di soccorrere due volte la settimana i carcerati; pagava i loro debiti e sosteneva le loro famiglie (n. 127.). Dotava donzelle, manteneva agli studi i poveri chierici, nè lasciava di provvedere i Sacerdoti bisognosi, inabili al Ministero, o infermi. ( n. 121).
Nella carestia del 1764 vendette la sua vecchia carrozza, le mule dategli dal fratello, la croce pettorale, due anelli episcopali, uno de' quali ben prezioso statogli regalato da personaggio insigne e tutta la suppellettile della casa, per darne il prezzo ai poveri; e in tutto quel tempo visse con poco pane e brodo; prescrivendo anche frugalità maggiore del solito sulla mensa comune dei famigliari; (n. 122.) nè poteva contenersi dalle lagrime, quando non aveva più di che soccorrerli. Esortava tutti a far limosina, riprendendo chi la trascurava; le sue limosinė eran divenute celebri per tutto il regno e faceva stupore come potesse sovvenire a tante necessità.
Aveva somma cura degli ammalati, li visitava, consolava e soccorreva, facendo lo stesso nelle ville, quando vi andava (n. 129.); ad ogni ora riceveva, benignamente ascoltava e consolava tutti o poveri, o ricchi (n.127.). In somma tutta santificò la sua Diocesi colla voce, coi libri, colle sue elemosine e colle sue virtù.

5. Dopo la rinunzia del Vescovato fatta nel 1775 senza domandar alcuna pensione, consegnò ai deputati degli spogli il suo domestico arredo e si vide partire con una semplice sporta che conteneva una lucerna d'ottone,  un fornello, ed una cioccolatiera di latta assieme al suo letticciuolo sopra d'un giumento (Atti vol, 2. Compend. Vita n. 154.).
D'allora in poi, invece di riposarsi tuttochè di 80 anni, estenuato dalle fatiche, dallo studio, dalle assidue penitenze, dalle malattie, dagli anni, per cui era divenuto curvo colla testa cadente fino al petto, oltre l'indefessa applicazione di notte e di giorno, a comporre e pubblicare nuovi libri di religione, continuò ad attendere alla predicazione, sebben sembrasse un animato cadavere; né rallentò dal consueto tenor di vita austera e penitente, finchè decadute affatto le forze, ormai nonagenario, divenne ancora sordo al segno di doversegli parlar con un cornetto, quasi cieco, tormentato da una racchitide che inabile lo rendeva al moto, ed inchiodato sopra una carriuola, ernioso e soggetto perciò a dolori indicibili, talora con febbre acuta, dissenteria, ed iscuria e tormentato da scrupoli, senza che mai si lamentasse di tanti mali ( Atti vol. 2. n. 166. ivi Expos. Virt. n. 275.); e non potendo più uscire di camera passava fin le 8 ed anche le 10 ore adorando il Santissimo Sagramento come se l'avesse presente, nè se ne dipartiva che per forza ( Atti vol. 2. n. 180.) tanto era l'ardore dell'amor di Dio che provava che ad esempio di san Filippo Neri non poteva regger indosso leggieri panni (ivi n . 163.). Restò in seguito inchiodato sul meschino suo letto, ma sempre occupato di Dio e ben sovente in estasi.

6. Ma per formarsi sempre più una giusta idea della sua santità giova l'osservare dagli atti della sua causa che Monsig. Alfonso non solo conservò fino alla morte l'innocenza battesimale, ma che non commise mai in vita sua alcun peccato veniale pienamente deliberato (Atti v. 1. Summ. n. 17.).” […]

Salvatore Fioretto 

La redazione di Piscinolablog, per l'occasione della festività di S. Alfonso, formula gli auguri a tutti i cittadini di Marianella, Pagani e dell'VIII Municipalità di Napoli, nonchè a tutti i lettori che portano il nome di Alfonso. Auguri a tutti e buona festa! 





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