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mercoledì 3 dicembre 2025

Terza parte - La “Ecclesie Domini et Salvatoris nostri Ihesus Christi de memorato loco Piscinule...

 (segue dalla seconda parte) 
La chiesa attuale
La chiesa attuale comprende una unica ampia navata con brevi cappelle laterali; cinque poste nel lato destro e cinque poste in quello di sinistra, all'interno delle quali sono collocate le nicchie con i santi. Solo quattro di esse contengono gli altari realizzati in marmi policromi intarsiati, risalenti al XVII-XVIII secolo, tre nel lato sinistro e uno solo nel lato destro. 
La struttura portante è realizzata in tufo, mentre il tetto è costruito con una capriata di legno, a due falde, coperte con tegole. 
La lunghezza della chiesa (compreso il corpo avanzato nel lato di ingresso), è di 35 metri circa, mentre la larghezza è di 13 metri circa. La sacrestia è un corpo attiguo a quello della chiesa ed è larga 6 metri e lunga 10 metri circa. Nel lato sinistro della chiesa sono presenti due locali sovrapposti e comunicanti tra loro, un tempo sede dell'Associazione cattolica e utilizzati per lo svolgimento degli incontri di preghiera e per le attività ludiche e sportive.
Il campanile è stato realizzato a pianta quadrata, avente i lati che misurano (alla base) sette metri circa, mentre l'altezza complessiva della torre è di circa 20 metri, a partire dal piano stradale.

Il gruppo scultoreo dei santi

Come si è detto, nel corso degli interventi degli anni ’50 del secolo scorso furono eliminate le tele con i dipinti antichi e furono ricavate le nicchie per ospitare le statue dei santi. Delle statue conservate nella chiesa del Salvatore purtroppo non si conoscono i nomi degli autori e nemmeno l’anno di realizzazione. Per la datazione, invece, è stata fatta una stima di massima, che potrebbe essere oggetto di successiva correzione.

I Santi del lato destro:

Sant’Anna (cappella nel lato destro della controfacciata)

Statua attribuita a Sant’Aspreno (Prima cappella a destra)

Il Santo è scolpito in legno e raffigurato a mezzo busto, con gli abiti vescovili. Abbiamo fondate testimonianze, sia orali che scritte, che si tratterebbe della statua del vescovo san Donato da Arezzo e non di S. Aspreno, primo vescovo di Napoli, come invece viene riportato nella targhetta identificativa apposta alla base della nicchia. Nel testo già citato: “Chiesa e comunità nella diocesi di Napoli tra Cinque e Settecento”, è scritto che nella chiesa di Piscinola era conservata una reliquia di san Donato e che nel giorno della sua ricorrenza liturgica veniva portata in processione per le strade di Piscinola. 

Non è assurdo pensare che sia la stessa statua attuale a contenere un piccolo scomparto interno dove veniva inserita questa reliquia, come avveniva nei tempi antichi per altre statue di santi (vedi le statue dei santi compatroni della cappella del Tesoro di San Gennaro). Nei secoli passati Sant’Aspreno era invocato contro il male dell’emicrania, mentre san Donato, per proteggere le persone dagli attacchi di epilessia. L’iconografia di san Donato trova corrispondenza a come è raffigurato in santo nella statua: con la mitra e il libro del Vangelo, tenuti in una mano.  C’è da aggiungere che in passato a Piscinola il culto di San Donato era molto sentito dagli abitanti, lo dimostrerebbe i tanti piscinolesi che portano il nome di “Donato”, mentre, di contro, non risultano abitanti del quartiere, anche nel recente passato, che abbiano avuto il nome di battesimo di “Aspreno”. Probabilmente il pastorale doveva essere presente fin dalle origini della costruzione della statua e sia stato perduto nel corso del tempo o forse sia stato anch’esso oggetto di furto.

Sant’Antonio di Padova, con altare (seconda cappella a destra)


La statua di sant’Antonio di Padova è risalente al XVIII secolo, ed è interamente realizzata in legno scolpito e verniciato. Purtroppo, il bel bambinello che la statua portava in braccio, sopra a un libro, è stato rubato alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. Conserviamo però una foto tratta da una pubblicazione di opere d’arte che mostra la statua originale. 
Prima degli anni ’50 in questa cappella era conservata la statua dell’Addolorata, mentre ai lati della nicchia erano state affisse due lastre marmoree riportanti i nomi dei soldati caduti nella Prima Guerra mondiale. Tali lastre, negli anni ’30, furono poi collocate in piazza B. Tafuri, sulla parete addossata al Municipio di Piscinola. 
In passato la statua di sant’Antonio era conservata in uno scarabattolo di legno, posta sul lato sinistro dell’altare maggiore (come appare in una rara foto d’epoca, giunta fino a noi). In base a delle testimonianze orali, pervenute dagli anziani, risulta che 
in passato, alla base di questo altare, era collocata la statua di un Cristo morto.

Sant’Alfonso M. De Liguori (Terza cappella a destra)

La statua ha la testa, le mani in gesso, o di terracotta, mentre il busto è un supporto in legno e canapa, coperto da un abito vescovile e mostra in una mano il crocefisso, nell’atto di predicare. 
Per quanto concerne le origini della statua e della nicchia di collocazione, apprendiamo dal libro: “Ultimi Uffizi resi alla veneranda memoria di monsignore D. Celestino M. Cocle della congregazione del SS. Redentore….” 1857, che esse furono fatte realizzare dal mons. Celestino Cocle, quando era Superiore Generale dei Redendoristi…; infatti si legge: “
Ne’ meno tenera fu la devozione che egli ebbe pel suo fondatore S. Alfonso M. de Liguori; e ne saranno monumenti oltre la cappella che con tanta sollecitudine e dispendio da Rettore di S. Michele in Pagani fece così costruire ricca di marmi ed ornati costruire; i Legati stabiliti ai nostri collegi di Napoli e Pagani; l’altare eretto con devota statua nella Parrocchia di Piscinola, dove tutti gli anni faceva solennizzare la festa
…”.
Mons. Cocle nacque a San Giovanni Rotondo, nell'anno 1783  e morì a Napoli, il 3 marzo 1857. Fu Superiore Generale dei Redentoristi dal 1824 al 1831. 
Si può desumere che le due opere siano state eseguite tra il 1824 e il 1831, ma certamente prima del 1857, anno della scomparsa del porporato. Sicuramente mons. Cocle è stato più volte a Piscinola e, molto probabilmente, un suo familiare abitava in un caseggiato di via del Salvatore .

Fino alla fine degli anni ’90, alla base di questa statua era collocato un quadro contenente alcune lettere originali scritte da Sant’Alfonso; queste lettere erano indirizzate al parroco di Piscinola. Le stesse lettere oggi sono conservate nella casa museo di Sant’Alfonso a Marianella, come risulta dalla didascalia esposta nella bacheca, nella quale è scritto che esse furono donate dal Parroco, don Angelo Ferrillo, ai padri Redentoristi di Marianella.

San Gerardo Maiella (quarta cappella a destra)

La statua di San Gerardo, che si trova nella terza cappella di sinistra, è databile ai primi anni del XX secolo e ha la testa e le mani in gesso. Il busto è un simulacro realizzato con elementi di legno e di canapa e indossa il talare tipico dei padri redentoristi, mentre in una mano mostra un crocefisso di legno.

Immacolata Concezione (Quinta cappella a destra)

La statua dell’Immacolata è forse la più bella e la più preziosa opera d’arte che si conservi in questa chiesa ed è risalente al XVII secolo. Per fattura e costruzione, è stata attribuita a un componente della famosa famiglia di scultori pugliesi, chiamata Verzella. La statua è stata realizzata in un unico blocco ligneo, scolpito e dipinto. Essa mostra un panneggio (molto mosso), di colore azzurro e rosa e poggia un piede su un emisfero, colorato di blu, mentre con l'altro piede calpesta un "demone". Alcuni anni fa essa è stata sottoposta ad una operazione di restauro, con rifacimento ex novo della base lignea sulla quale essa poggia, mentre è stato sostituito lo “stellario”, con uno nuovo di metallo dorato, completo di illuminazione elettrica.
C’è da aggiungere che questa opera non è originaria della chiesa di Piscinola, ma è proveniente dai depositi della Curia, all’epoca situati presso la Basilica di Capodimonte. Essa fu affidata alla Chiesa del Salvatore, alla fine del secolo scorso, grazie anche all’interessamento del parroco don Francesco Bianco e del diacono dott. Franco Biagio Sica.

I Santi del lato sinistro:

San Biagio (cappella nel lato sinistro della controfacciata)

La statua si trova posta in una nicchia, sotto alla cantoria dell’organo. Essa è realizzata in legno scolpito, con gli occhi di vetro. È un’opera attribuibile al secolo XVIII. Il santo vescovo mostra, secondo l'iconografia, un bambino che accarezza con la mano destra.

Sant’Antonio Abate (Prima cappella a sinistra)

La statua di Sant'Antonio è stata realizzata in legno intarsiato e dipinto. Essa reca i simboli dell’iconografia del Santo, che sono il bastone nella mano destra e un libro aperto del Vangelo nella mano sinistra, sulle cui pagine appare una fiamma, mentre ai lati della figura appare un piccolo maiale (Il Santo è considerato il protettore degli animali e dei malati di Herpes; questa malattia è appunto chiamata "Fuoco di Sant'Antonio"). Essa è una delle statue più antiche conservate nella chiesa di Piscinola, la sua datazione dovrebbe essere compresa tra il XVII e il XVIII secolo. Il bastone con la campanella, un tempo sicuramente presente, è andato perduto nel corso dei secoli.

 
Sacro Cuore di Gesù, con altare (Seconda cappella a sinistra)

La statua del Cuore di Gesù è realizzata in cartapesta (oppure a strati sovrapposti di canapa e gesso); la testa e le mani sono realizzati in gesso, mentre gli occhi sono di vetro. La datazione della statua dovrebbe  attestarsi nell’ultimo decennio dell’’800, come risulterebbe da alcune notizie apprese dal periodico mensile: "La voce del Cuore di Gesù"

Madonna Addolorata, con altare (Terza cappella a sinistra)

La statua dell’Addolorata dovrebbe essere di fattura settecentesca e presenta la testa e le mani di terracotta o di gesso, mentre il busto è realizzato con simulacro di legno e canapa (manichino) rivestito con l'abito e il manto nero, con ricami di argento dorato. L’allegoria delle “sette spade” e la corona che cinge sul capo, sono opere realizzate in argento cesellato. 
Gli abitanti di via del Salvatore (luogo detto Sott'’a Chiesa) erano in passato particolarmente devoti a questa statua; si racconta, infatti, che ogni anno venivano da questi organizzati solenni festeggiamenti in suo onore e che per questa statua avrebbero commissionati due abiti neri, con le stesse decorazioni di argento dorato. Gli abiti venivano scambiati ogni anno, prima che iniziasse la processione e duravano per l'intero anno, fino alla festa seguente…
Prima che si modificasse l’altare maggiore della chiesa del Salvatore, con lo smontaggio della grande tela raffigurante la "Sacra Famiglia", in questa cappella era sistemata la statua del SS. Salvatore. 
Questa sistemazione è confermata dalla particolare conformazione dell’altare, che presenta le stesse decorazioni della cantoria dell’organo (uguale anche al vecchio pulpito demolito), con aggiunta dei simboli della passione di Gesù; anche il bassorilievo  cesellato e dorato, che si trova collocato sulla portella del tabernacolo dell’altare, riporta l’immagine di Gesù Salvatore; tuttavia questa immagine non corrisponderebbe all’attuale statua del Salvatore, e forse raffigurerebbe la “statua dorata” menzionata nel diario di “Santa Visita”, del cardinale Pignatelli, del quale si è già fatto cenno.

Madonna del Rosario di Pompei, con altare (Quarta cappella a sinistra)

La cappella è realizzata con marmi intarsiati del XVIII secolo, tuttavia la parte superiore, che comprende l'immagine della Madonna, è di fattura ottocentesca. Il quadro è una copia di dimensioni ridotte dell’immagine della Madonna del Rosario venerata nella basilica di Pompei. Nello spazio circostante al quadro sono disposti quindici medaglioni, contenenti le immagini delle stazioni della Via Crucis. La foto di questa cappella è stata inserita su una cartolina postale pubblicata negli anni ’50.

San Giuseppe (Quinta cappella a sinistra)

La statua di San Giuseppe è risalente al XVIII secolo ed è realizzata in legno scolpito e verniciato. Anche questa statua, a giudicare i suoi particolari, risulterebbe (a nostro parere), attribuibile alla mano di un componente della famiglia Verzella. Purtroppo, il bastone ed i gigli che un tempo adornavano la statua, sono andati dispersi oppure trafugati dai ladri nei decenni scorsi. In antico tempo questa statua doveva essere collocata nella nicchia dove attualmente si trova la statua del Cuore di Gesù, lo dimostra il fatto che sulla portella del tabernacolo del corrispondente altare è riportato un bassorilievo con sopra incisa l’immagine del Santo uguale a come è raffigurato nella statua.

La statua del Salvatore e la nicchia dell'Altare maggiore

La scultura del Salvatore è stata recentemente datata e risulta risalente al XVIII secolo. Essa è realizzata in un unico blocco di legno. Gli occhi sono in vetro. L’aureola e la piccola croce posta sulla sommità della sfera azzurra (che rappresenta il mondo), sono in bronzo dorato. L’immagine è stata recentemente ristrutturata e ridipinta.
Sulla parete attorno alla nicchia, dove è collocata la statua del Salvatore, sono raffigurati una schiera di angeli e di putti in stucco, mentre in primo piano, ai due lati, appaiono tre angeli realizzati in altorilievo sempre in stucco, che pregano a mani congiunte e mostrano alcuni simboli cristologici (calice, ecc.). 
Nella parte inferiore, della nicchia, sono presenti altri due angeli, che sono però a figura intera (un tempo essi sorreggevano i due candelabri che illuminavano la parte alta dell’altare). La scena è abbellita con un drappeggio e una grande conchiglia, che insieme racchiudono, come in un’allegoria, l’affresco medioevale della Madonna della Misericordia. Ai lati della nicchia sono collocate quattro alte colonne a intero spessore (due per lato), con capitelli dorati in stile corinzio. Le colonne reggono una ampia volta decorata, con cornici dorate e allegorie composte con foglie di acanto.

Il Crocefisso (ingresso, lato sinistro)

Il crocefisso risulterebbe realizzato in terracotta ed è databile ai primi decenni del secolo XIX. E’ stato concepito e realizzato per essere una "macchina da festa", infatti dispone di braccia mobili, che si possono accostare ai lati del busto. Sicuramente è stato utilizzato in passato per svolgere le funzioni del Venerdì Santo e la processione del Cristo morto.
Secondo la testimonianza di Giovanna Altamura, insegnante della scuola Tasso di Piscinola, riportata nel suo libro di novelle, questo crocifisso presenterebbe anche la testa rimovibile, che  poteva essere reclinata sulla spalla, attraverso una cordicella, durante la funzione che si svolgeva in chiesa nel giorno del Venerdì Santo.
Questo crocefisso veniva portato in processione durante la festa che era organizzata dagli abitanti di via del Plebiscito (‘o capo 'a Chianca), nei primi giorni di maggio e anche durante la processione generale che si svolgeva a termine delle "Sante Missioni" popolari, come quelle che furono organizzate negli anni ’50, per interessamento del sacerdote gesuita chiamato padre Juè.                                                                       
Due di questi altari descritti ricevettero l'Indulgenza nell'anno 1903: quello di San Giuseppe e quello della Beata Vergine". 

Ecce Homo (locali dell’oratorio)

È una statua realizzata "a mezzo busto" in cartapesta, che è stata recentemente donata alla chiesa di Piscinola. L’epoca di costruzione della statua è stimabile nella seconda metà del XX secolo. Dopo essere stata riposta per alcuni anni nella quinta cappella di sinistra, e stata poi collocata nei locali dell’oratorio interno della chiesa.

Nel secolo scorso, alcune di queste statue venivano portate in processione per le strade del quartiere, specialmente quando i diversi “sobborghi” di Piscinola festeggiavano il loro santo compatrono. Tra questi: l’Addolorata (via del Salvatore), Sant’Antonio (via Vittorio Veneto) e il Crocifisso (via Plebiscito). Nel corso dell’Anno Santo 1950, il parroco don Angelo Ferrillo decise di ammettere alla processione del SS. Salvatore tutte le statue contenute della chiesa, per poi far cessare definitivamente il proseguimento di questa tradizione negli anni seguenti.

 (segue nella quarta parte)

Salvatore Fioretto 




domenica 9 marzo 2025

Tutto Sant'Alfonso.... Tutti gli scritti di Piscinolablog dedicati al Santo nato a Marianella

In questo post elenchiamo tutti i post publicati in "Piscinolablog" ricordando Sant'Alfonso Maria de Liguori e anche alcuni redentoristi che si ispirarono al Suo esempio. Cliccando sul link sottolineato, si avrà in lettura la pagina desiderata:

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30/07/2013

Alfonso di Marianella: Il santo degli ultimi...un santo delle periferie!

23/12/2013

Marianella, capitale della musica Natalizia... con Sant'Alfonso!!


20/07/2014

Alfonso....Un santo che insegnava l'aritmetica e la grammatica...!


14/12/2014

Natale alfonsiano e... Marianella...! 


25/07/2015

Un pittore per anime.... Alfonso da Marianella!

26/09/2015

Un ricordo d'argento per il più napoletano tra i napoletani....

08/11/2015

Piscinola e Marianella... la terra della musica....! (parte prima) 

09/01/2016 

Mons. Cocle organizza solenni festeggiamenti a Piscinola...!

14/05/2016

Marianella, il seme piantato da Alfonso dona buoni frutti... 

26/09/2018

Quando il male porta il bene... e quel "codicillo" infame, ci portò un grande Santo: Alfonso de Liguori!

28/07/2020

Alfonso de' Liguori, un Santo, un uomo, che fu anche dotto grammatico e delicato poeta, nel secolo dei Lumi...!

14/12/2020

 Natale e... «La terra è arreventata Paraviso» ! Ricordando S. Alfonso M. de Liguori


22/01/2021 

Don Luigino Iommelli, un marianellese innamorato di Sant'Alfonso...

23/07/2021

1-2 agosto 1787... Una folla incontenibile a Pagani, per salutare il Santo di Marianella...!

04/02/2022

Feudo vecchio o nuovo...?! Fu così che Alfonso conobbe il mondo degli uomini...!

25/07/2022

La tradizione Alfonsiana dei Liguori a Marianella: la famiglia, la vita, la casa...  

24/12/2022

... Contento e riso, la terra è arreventata Paraviso...!! La più celebre pastorale natalizia!

08/07/2023

Scrittore, poeta, musicista, pittore, avvocato, non basta...! Alfonso dei Liguori fu anche un valente conoscitore di architettura! 

21/12/2023

Il Santo, cantore del Natale... che ha contribuito per primo alla diffusione della lingua Italiana...


07/06/2024

Un marianellese con S. Alfonso nel Cuore... Padre Francesco Minervino  

21/07/2024

...Figlio, vi benedico e mille volte vi benedico...! Dalla biografia di Sant'Alfonso Maria de Liguori. 


19/12/2024

Non c'è Natale senza "Tu scendi dalle Stelle"!


27/02/2025

L'uomo Alfonso Maria de Liguori... quella serenità che traspariva dal suo volto!

Salvatore Fioretto

sabato 15 febbraio 2025

Una villa con il suo giardino delle delizie..., ecco il palazzo Grammatico!

Via del Salvatore, facciata del palazza Grammatico
Camminando per il centro antico di Piscinola (ci riferiamo a quella parte sopravvissuta dopo gli interventi del "dopoterremoto degli anni '80"), s'incontra l'austero ed elegante edificio che si erge in via del Salvatore, poco discosto dalla chiesa parrocchiale, intitolato "Villa Vittoria", edificio che risulta essere, come vedremo nel seguito del racconto, molto importante nella storia di Piscinola. Pur portando il nome di uno degli ultimi proprietari, l'edificio è però conosciuto col toponimo di "Palazzo Grammatico". Possiamo sfidare chiunque, anche il più anziano piscinolese, ad indicarci l'etimologia che faccia risalire alle origini del nome di questo antico palazzo, ma siamo sicuri che non troveremo nessuna risposta che chiarisca il dilemma... In effetti questo nome è tutt'oggi un mistero...! Sicuramente l'edificio sarà stato in tempi antichi la residenza di qualche famiglia nobile o di un personaggio notabile cittadino che, come avveniva nei secoli passati, qui da noi fissavano la propria residenza di vacanza, per trascorrere i caldi periodi estivi. Lo possiamo affermare quasi con certezza, perché la facciata dell'edificio, che appare in stile tardo cinquecentesco, è semplice e austera, e presenta equilibrate e giuste proporzioni tra le dimensioni e gli spazi occupati dalle finestre e dal portone dell'ingresso principale. E poi, come tutte le dimore appartenute alle famiglie nobili del territorio, esso presentava un ampio giardino annesso, di tipo fortificato, perché un tempo delimitato da un'alta cortina di muro in tufo, chiamato "Giardino delle Delizie". In particolare, la presenza del dislivello esistente tra il giardino della villa  con via del Salvatore e via Vittorio Emanuele (già via Risorgimento), ha comportato l'edificazione di una cortina di mura, alta ben oltre cinque metri (misurata dalle sedi stradali). 
Stemma nobiliare un tempo esistente sul portale d'ingresso (disegno S. Fioretto)

Ancora oggi ammiriamo il bel portale esistente, arricchito da un elegante ed alto cancello in ferro battuto, che porta inserito alla sommità le sigle iniziali "CM" (forse le iniziali della famiglia Cocle), mentre il battente a terra in ghisa porta inciso l'anno "1894". Il portale, realizzato ad arco a  sesto ribassato, un tempo era contraddistinto dalla presenza, in corrispondenza della chiave di volta, di un bellissimo stemma in marmo bianco, sormontato da una corona, sul quale erano rappresentati, in bassorilievo, le figure di due cavalieri con armature, in atto di sfidarsi a duello, con le lance impugnate. I cavalieri erano situati sopra a un piccolo ponte, sotto cui scorreva un fiumiciattolo. In mancanza di foto antiche, che mostrassero oggi questa bella testimonianza storica piscinolese, abbiamo provveduto a disegnare le fattezze a matita, anche se in maniera grossolana, basandoci sui nostri ricordi. Purtroppo è tutto quello che ci resta per ricordare questo gioiello...! Lo stemma fu miseramente sottratto al palazzo, intorno all'anno 2003, proprio nel periodo in cui la facciata dell'edificio era coperta da un alto ponteggio, eretto per i lavori di ristrutturazione.

Il cancello d'ingresso in ferro battuto, con le iniziali "C M"

Ritornando alle origini del toponimo del palazzo, non nascondiamo che il nostro intuito ci ha portato a indirizzare la ricerca verso la famosa famiglia di giureconsulti, chiamata "Grammatico": famiglia originaria della città di Aversa, il cui massimo esponente fu il grande Tommaso Grammatico, riconosciuto autore di diversi trattati di diritto, poeta, scrittore e apprezzato giureconsulto presso il Regio Tribunale della Vicaria, nonché componente del Sacro Regio Consiglio.
Non è assurdo infatti ipotizzare che uno dei rampolli di questa famiglia, se non proprio Tommaso, abbia scelto la propria dimora nel Casale di Piscinola, luogo all'epoca ameno, prossimo alla città, per rendere agevoli i continui viaggi, necessari per il raggiungimento della sede di lavoro al tribunale di Napoli o in altri uffici. Ma questa nostra ipotesi, seppur affascinante e verosimile, non ha comportato finora alla scoperta di indizi e di prove testimoniali che ne potessero avvalorare la nostra ipotesi; tuttavia abbiamo sempre la speranza che prima o poi scopriremo la chiave di lettura di quello che cerchiamo...!
E... qualcuno scrisse sul muro: “Viva i garibaldini”…! 

L'esedra di accesso al giardino, vista dalla villa Mario Musella
Una scritta anonima, tracciata con vernice rossa, richiamava la frase patriottica di “VIVA I GARIBALDINI” e si poteva leggerla ancora chiaramente, fino alla metà degli anni ’80, sull’imponente muro di tufo in via del Salvatore. Una volta demolito il muro, intorno al 1988, la scritta è entrata a far parte a pieno titolo tra i misteri e le leggende che accompagnano la storia di Piscinola. Nessuno sa dire con certezza se essa sia stata scritta per mano di qualche filo-garibaldino piscinolese che, nel lontano 1860, acclamò in questo modo la venuta di Garibaldi a Napoli, oppure fu uno slogan elettorale del partito “Fronte Democratico Popolare”, scritta forse durante le elezioni politiche del 1948, quando questo partito presentò come suo emblema elettorale il volto Garibaldi. Anche questo mistero resta…!
Il palazzo risulta ben evidente nelle mappe antiche ottocentesche, tuttavia erano presenti solo i due corpi di fabbrica, distinti e separati, uno situato lungo via del Salvatore e l'altro su via V. Emanuele, mentre il cortile interno si apriva alla piazza di Piscinola, che aveva per scenografia l'architettura di ingresso della villa, con l'attuale esedra. Lo "zoccolo" che lega i due corpi di fabbrica (ci riferiamo alla parte che si erge su piazza B. Tafuri), è stato realizzato nei primi anni del secolo scorso.
Questo lato del palazzo, più recente, è caratterizzato da una serie piccoli balconi sottesi ad eleganti archi di volta. Mentre l'ampio loggiato sovrastante è delimitato da una semplice ed elegante ringhiera in ferro, un tempo sorretta con pilastrini sormontati da vasi con piante.
Il corpo di fabbrica che si affaccia sulla via Vittorio Emanuele presentava il tetto a capriata, delimitato da una "coronazione" realizzata con una specie di merlatura in piperno. Questo elmento architettonico, assieme al bugnato presente nella parte bassa dell'edificio, rappresentano altri indizi che fanno risalire alle origine antiche e nobiliari dell'edificio descritto. Questi particolari architettonici del palazzo sono ben evidenziati nelle prime foto cartoline di Piscinola, intorno agli anni '20, nelle quali è raffigurata la piazza B. Tafuri, all'epoca denominata Piazza del Municipio, con ai lati i due edifici emergenti, che sono, appunto, il Municipio e il Palazzo Grammatico.
L'interno del palazzo risulta discretamente  conservato rispetto alla sua conformazione architettonica originaria, con qualche evidente trasformazione; il tutto sempre contraddistinto dalla semplicità dello stile e delle decorazioni. Sicuramente l'elemento più caratteristico è rappresentato dall'esedra di accesso al "Giardino delle delizie" annesso al palazzo, realizzata con una brevissima doppia rampa  e un bel cancello in ferro battuto, sostenuto da due pilastri in muratura posti ai due lati.
Altro elemento caratteristico è costituito dalla cosiddetta "Colombaia", ovvero una struttura in muratura completamente suddivisa con finestrelle ad arco acuto; le cui fattezze architettoniche e i fregi richiamano le forme di un tempietto cinese in miniatura.
Colombaia, foto elaborata digitalmente (S. Fioretto)
Il curioso manufatto era adibito all'allevamento dei colombi, un tempo utilizzati per lo scambio dei messaggi tra persone ed erano anche apprezzati in cucina, per la prelibatezza della loro carne, utilizzata per preparare le pietanze destinate a bambini anemici e ai malati debilitati. Il tempietto un tempo era sormontato da un tetto in lamiera argentata con le punte delle falde rivolte verso l'alto, che riproducevano proprio quelle presenti nei templi cinesi. Purtroppo il tetto è andato perduto negli anni scorsi.
Il giardino era chiamato "delle delizie", perché in esso venivano coltivate varietà di frutta ricercate e prelibate, apprezzate soprattutto durante il periodo estivo, quando i proprietari solevano trascorrere lunghi periodi di vacanza. In esso si producevano principalmente agrumi, fichi, uva da tavola, cachi, gelsi, pesche e prugne. Nel giardino era presente anche un'area adibita ad orto, nella quale si seminavano ortaggi e cereali, destinati all'utilizzo familiare. 

La colombaia
Nella parte centrale della villa si ergeva una cappella che conteneva l'immagine in altorilievo di una natività, realizzata  in gesso. L'opera fu salvata e recuperata dalla distruzione durante la trasformazione del giardino, grazie all'interessamento del compianto ex pugile Pasquale di Stazio e oggi si trova protetta dall'intemperie, sotto a un arco situato a lato del cortile del palazzo. Lo stile e le dimensioni della scultura richiamano quelle della Pietà, che si trova incastonata sulla facciata della Arciconfraternita del SS. Sacramento in Piscinola, è molto probabile che entrambe le sculture siano state realizzate dallo stesso artista.
Nel lato del palazzo prospiciente alla sacrestia della chiesa del SS. Salvatore è stato posto un pilastrino di marmo di granito, a forma cilindrica, le cui fattezze richiamerebbero alla sua antica provenienza.
L'elemento, che serviva a
proteggere lo spigolo del palazzo dal logorio dei carri trainati da equini (le carrette), potrebbe infatti trattarsi di un "elemento di spoglio", tratto da qualche architettura tardo antica presente in zona...

Tra i proprietari del palazzo Grammatico troviamo anche la famosa famiglia Cocle, il cui massimo esponente fu il cardinale Celestino Cocle, che fu superiore redentorista, arcivescovo di Pratasso e confessore ufficiale del re Ferdinando I e della famiglia reale borbonica.
L'edificio nel secolo scorso è stato anche sede dell’istruzione pubblica, infatti alcuni locali furono adibiti ad accogliere la sezione maschile della scuola elementare di Piscinola (la sede della sezione femminile ci risulta che sia stata realizzata in via del Plebiscito).
Questa scuola nel palazzo Grammatico era intitolata a "Guglielmo Pepe".
Foto ricordo di una classe della scuola elementare "Guglielmo Pepe"

Bisognerà attendere l’anno 1929, ossia in pieno periodo fascista, per vedere inaugurata l’imponente mole dell’edificio scolastico intitolato a Torquato Tasso, edificata in un’area prospiciente l’antica Via Plebiscito.
In un locale esistente al piano terra del palazzo fu allestita, verso la metà degli anni '50 del secolo scorso, la sala di musica della banda musicale di Piscinola, che fu anche sede dell'associazione che la gestiva. Sappiamo che la sede della banda di Piscinola subì nel tempo diversi spostamenti, oltre il palazzo Grammatico, l'ultima sede fu il locale situato nel palazzo “Chiarolanza”, oggi diventato il teatrino dell’oratorio della chiesa del SS. Salvatore. Spesso, specie nei giornate di bel tempo, si solevano organizzare le prove musicali all’aperto, nel cortile interno del palazzo “Grammatico”, in queste circostanze la banda di Piscinola era sempre attorniata da molti Piscinolesi, che accorrevano ad ascoltare della “buona musica”!
Cortile interno del palazzo (2010)
I locali posti sul lato che guarda alla piazza B. Tafuri hanno ospitato i celebri negozi di Piscinola antica, tra i quali: il presidio di "Sali e Tabacchi" (che ebbe il primo telefono pubblico installato a Piscinola), la "Cantina di don Lorenzo" (poi diventata "Cantina Pippotto"), la sede del Partito Comunista, il "Circolo dei Cacciatori" e altri negozi, i cui titolari sono stati ricordati negli anni scorsi, in altri post pubblicati in questo blog.
All'interno del palazzo Grammatico fu installato anche un laboratorio di analisi cliniche, dal compianto dottore Giuseppe Lapenna, che qui ebbe anche il suo primo studio medico e la sua abitazione.
Piazza B. Tafuri, cantina e lato del palazzo grammatico, angolo via V. Emanuele, 1971
Con gli interventi di ristrutturazione urbanistica e la ricostruzione avvenuta dopo il sisma del 1980, i giardini della Villa Vittoria furono requisiti per diventare una villa municipale. L'alto muraglione, un tempo esistente, fu demolito e al suo posto fu realizzata una recinzione in cemento armato, sormontata da un'alta cancellata in ferro. Sono stati poi realizzati i tre ingressi pedonali: in via del Salvatore, in via V. Emanuele e in via Gustavo Hermann (con accesso da Via Napoli). In corrispondenza dell'ingresso di via Hermann è stata realizzata anche un'area di parcheggio per auto. Il giardino è stato riorganizzato con una interconnessione di vialetti, spazi e aiuole.
L'area posta a lato di via del Salvatore fu inizialmente piantumata con un folto palmeto (delle varietà Phoenix e Washingtonia), mentre quella prospiciente alla via V. Emanuele, con alberi di Lecci, Cercis Siliquastrum (detti "Sangue di Giuda") e con altre essenze botaniche ad alto fusto.
Facciata e portale del palazzo Grammatico (foto tratta da Google maps)
Sul lato del vecchio ingresso del palazzo Grammatico è ben conservato un poderoso e secolare albero di Eucalipto (chiamato da qualcuno "Nonno Vecchio"), ed è  un albero originario dell'antico giardino delle delizie del palazzo, le cui cime svettano tutt'oggi sopra i corpi di fabbrica e sono ammirabili da lontano, fin dalla via del Plebiscito... Altre essenze sopravvissute dell'antica dimora sono alcuni alberi di agrumi e un altro antico e raro albero, anch'esso secolare. Al centro della villa è stato realizzato un collegamento pedonale tra le due zone poste a diverse quote, costituito da un corpo di fabbrica a due livelli, alla cui sommità è presente un pergolato realizzato in struttura metallica. Il piano inferiore
di questo piccolo edificio è adibito ad accogliere gli uffici dei custodi, il deposito attrezzi dei giardinieri, i servizi igienici e gli spogliatoi, mentre nel livello superiore è stato realizzato il camminamento pedonale. Ai lati di questa zona è presente anche una piccola fontana e una scala in muratura. 
Nell'area meridionale della villa municipale sono presenti anche alcuni manufatti in muratura e acciaio, dedicati agli svaghi ludici del bimbi, quali una torretta di avvistamento, delle scalette a ponte, degli scivoli, ecc.
Purtroppo l'epidemia botanica del "Punteruolo rosso", che ha imperversato negli scorsi anni, ha distrutto quasi tutte le palme Phoenix, un tempo esistenti, soprattutto nelle aree vicine alla via del Salvatore e a via Gustavo Hermann. Quest'ultima area è stata pavimentata e attrezzata con altalene, scivoli e giostrine per bimbi.
La Villa municipale di Piscinola, dopo diversi anni dalla  sua inaugurazione, nel 2002, è stata intitolata  al cantante piscinolese Mario Musella, che ebbe i natali in un'abitazione adiacente proprio al palazzo Grammatico, nell'anno 1945. La dedica marmorea si trova affissa ai lati dell'ingresso su via V. Emanuele.

Salvatore Fioretto


Ecco un breve video della visita guidata eseguita all'interno del palazzo Grammatico, realizzata nell'anno 2019.

Il palazzo Grammatico 

Villa Mario Musella, palmeto andato poi distrutto a causa del Punteruolo rosso, foto risalente all'anno 2003

 

sabato 26 novembre 2022

Professore, deputato, ministro, giurista.... Pasquale Stanislao Mancini, Avvocato di Piscinola... (1^ parte)

La storia di Piscinola è piena di personaggi storici famosi, che qui sono nati o hanno trascorso parte della loro vita oppure hanno esercitato la loro professione. Già in passato abbiamo raccontato la vita dei notai Valenzia e Liccardi, del procuratore regio Ferdinando Lestingi, del soprintendente Gallotti, di San Ludovico da Casoria, del card. Celestino Cocle, tanto per citarne alcuni...
Questa volta racconteremo la biografia di un altro personaggio importante e famoso, passato alla storia d'Italia, nel periodo a cavallo tra la Restaurazione Borbonica e l'unificazione italiana dei Savoia, e che ha trascorso parte della sua vita nel Comune di Piscinola, parliamo dell'avv. Pasquale Stanislao Mancini.
Considerando la proficua e intensa attività di questo statista, cercheremo di contenere al massimo la lunghezza della trattazione, racchiusa in due post.

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Pasquale Stanislao Mancini nacque in provincia di Avellino, nel piccolissimo comune chiamato Castel Baronia, il 17 marzo 1817, da una famiglia di estrazione borghese e benestante; i suoi genitori furono Francesco Saverio e Maria Grazia Riola. Un ruolo decisivo per la formazione pedagogica di Mancini l'ebbe la madre, che fu donna di elevata cultura e di profonda sensibilità. Pasquale Mancini compì i suoi primi studi al seminario di Ariano Irpino e, successivamente, si trasferì a Napoli, per frequentare il liceo del SS. Salvatore, dove era seguito da uno zio materno, Giambattista Riola, che fu anch'egli avvocato. Dotato di ingegno, perspicacia e entusiasmo, al fuori dal comune nell'apprendere ogni disciplina,  durante la sua formazione giovanile spaziò dal diritto, alla fisica, alle scienze naturali, alla letteratura e, addirittura, finanche alla geologia e allo studio dei terremoti. Non mancò di coltivare la sua principale passione che fu il giornalismo, ma anche la musica e la poesia. A Napoli in quel periodo si respirava una coinvolgente aria di rinnovamento culturale e scientifico.  Dopo la licenza liceale, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza e conseguì il titolo accademico, nell'anno 1835. Notevole fu anche l'impegno nel campo letterario in cui si cimentò con successo. Si ricordano, tra i suoi lavori e opere: Impressioni di un viaggio campestre (1836) la traduzione di P.J. Bèranger (1837), e il Saggio di una versione poetica di Giobbe (1838). Fu anche poeta, sue furono le poesie che saranno edite raccolte solo dopo la sua morte (1904), quali: "Incerti voli. Nuove poesie del giovanetto Pasquale Stanislao Mancini", e "Senza amore".  
Nell'anno 1840
convolò a nozze con donna Laura Beatrice Oliva, anche lei appassionata della poesia.
Poco dopo il tirocinio, si avviò alla professione di avvocato e, a partire dal 1840, si dedicò anche all'insegnamento di diritto privato.
Nel campo dell'editoria, acquistò la proprietà del periodico Le Ore Solitarie, nel 1838, coprendo il ruolo di direttore. Il giornale, inizialmente a tiratura quindicinale, passò ad essere semestrale, col nuovo nome di "Giornale delle Scienze morali, legislative ed economiche": una rivista dedita alla trattazione di temi giuridici e amministrativi, con sezioni informative sui vari aspetti della cultura napoletana, sulla filosofia, e sull'attività accademica italiana e straniera.
Successivamente, dal 1844 al 1847, il periodico fu trasformato, cambiando anche il titolo in Biblioteca di scienze morali, legislative ed economiche. Queste iniziative editoriali gli consentirono di farsi conoscere nell'ampio panorama italiano dell'epoca, anche al di fuori delle Alpi, soprattutto da coloro che erano dediti agli approfondimenti e agli studi in materie giuridiche, estese ai campi delle attività umane, quali l'istruzione, l'agricoltura, l'economia, e i sistemi assistenziali, per le quali si registravano già all'epoca delle profonde carenze normative e soprattutto di carattere moderno.
Mancini fu autore di molte opere di Diritto, ricordiamo: Intorno alla proprietà letteraria e ad un opuscolo di Raffaele Carbone. Ragionamento, Napoli 1841, Intorno alla libertà dell'industria ed a' privilegi. Considerazioni, 1842. Pubblicò anche dei saggi legati alla vita sociale di quel periodo (Sul colera e delle cagioni che han preservato finora le provincie del Principato Ulteriore dal colera, Napoli 1836; Nuove idee sulle elettricità applicate all'invenzione di un paratremuoto, 1837 e 1884; Intorno alla libertà dell'industria e ai privilegi, Bologna 1842; Dell'utilità di ordinare i nuovi asili di mendicità nel Regno di Napoli sotto forma di colonie agricole. Discorso, 1843).
In quel periodo intraprese numerosi viaggi, allacciando relazioni amichevoli, anche e soprattutto durante la sua partecipazione a numerosi congressi. Tutte queste situazioni contribuirono alla conoscenza di numerosi personaggi e anche delle realtà italiane vocate al liberalismo.
Per le sue idee liberali e di sinistra, man mano si avvicinò alla politica partenopea.
E' in questo periodo, coincidente con i primi esercizi della sua professione di avvocato, che le fonti registrano la permanenza di Pasquale Mancini nel Comune di Piscinola, tanto da venire indicato, come vedremo nel seguito della trattazione, con l'appellativo di "Avvocato di Piscinola".
Dopo la costituzione, concessa dai Borboni, nel 1848, fondò il trisettimanale "Riscatto italiano", avente come obiettivo il sostegno dell'iniziale cambiamento liberale dello Stato.  Continuò, l'esperienza editoriale con un'altra testata, sempre da lui fondata, chiamata "La Libertà italiana". Fu quindi eletto deputato del parlamento napoletano, nel distretto di Ariano Irpino. Tuttavia il momento liberale concesso dal sovrano durò pochissimo e, chiusa definitivamente la Camera del Parlamento, si misero in moto le corti speciali.
Mancini divenne quindi manifastamente contrario alla politica della monarchia Borbonica e, avvertendo molto prossimo il suo arresto, si trasferì esule nel Regno di Sardegna, stabilendosi a Torino, ove giunse il 5 ottobre 1849.
A Torino, diede alle stampe il libro dove denunciava il clima instaurato a Napoli dai Borboni, dal titolo: le Relazioni di magistrati e pubblicisti italiani sopra le quistioni legali e costituzionali della causa per gli avvenimenti del 15 maggio 1848 a Napoli.
Nel 1850, il governo sardo gli assegnò una cattedra di "Diritto pubblico esterno e internazionale", nell'Università di Torino. Nell'anno 1851, Mancini introdusse il proprio corso universitario con una prolusione dal titolo "Della nazionalità come fondamento del diritto delle genti" (Torino 1851; poi inserita dal Mancini in Diritto internazionale. Prelezioni con un saggio sul Machiavelli, Napoli 1873.
La sua attività culturale e letteraria non si arrestò e pubblicò anche la riedizione del
Saggio storico di Vincenzo Cuoco.
Insieme all'insegnamento e al lavoro intellettuale, il Mancini portò avanti anche l'attività professionale di avvocato, sia quella forense che quella del suo studio legale. Divenne nel Foro di Torino un avvocato di fama e di successi, e di posizione agiatissima!
Stimato giurista e esperto di diritto, fu chiamato a collaborare dai vari governi succeduti nel Regno di Piemonte e Sardegna.
Già nel 1850, il
guardasigilli Siccardi inserì Mancini in una commissione creata per rivedere le leggi civili e criminali; poco dopo, fu eletto membro della Commissione per la statistica giudiziaria.
Nel 1852, in collaborazione con G. Pisanelli e con A. Scialoja, portò a termine, il Commentario del Codice di procedura civile per gli Stati sardi, con la comparazione degli altri codici italiani e delle principali legislazioni straniere.
Intanto, già nel 1851, gli  fu concessa la cittadinanza sarda, che gli consentiva di poter
esercitare la professione legale, sia nei tribunali e sia in Cassazione.
Nel novembre 1850, fu incaricato, sempre dal ministro Siccardi, di preparare, insieme al Pescatore, il disegno di legge sull'introduzione del matrimonio civile.
La collaborazione del Mancini continuò con il governo Rattazzi nella preparazione della legge sulla soppressione delle corporazioni ecclesiastiche, promulgata, poi, nel 1855, in tutto il Regno sardo.
Fu eletto deputato nel parlamento dello Stato Piemontese, dell'aprile 1860 (VII legislatura), nel collegio di Sassari. Seguirono, da allora, altre conferme, infatti, Mancini fu sempre eletto in tutte le elezioni successive: dalla VII, alla XVI legislatura, in continuità fino alla morte, anche nel parlamento italiano.
Fu uomo di ispirazione politica di sinistra, ma tale orientamento non implicava nessun irrigidimento ideologico, né lo poneva in antitesi con le idee politiche della Destra cavouriana; anzi con Cavour, collaborò nella fase dell'unificazione legislativa postunitaria.
Ormai considerato a Torino il giurista più esperto sulle questioni dell'organizzazione statale e nei problemi di diritto internazionale, il Mancini nel periodo delle annessioni dei vari stati e staterelli dell'Italia centrale e meridionale, fu inviato dal Cavour nelle varie città annesse, per studiare i problemi legislativi in essere e organizzare l'unificazione legislativa del nuovo Stato unitario.
Nell'ex Regno delle Due Sicilie, dopo la l'annessione avvenuta nel 1860, Mancini fu inserito all'interno del Consiglio di luogotenenza, presieduto dal Farini, nel ruolo di consigliere senza portafoglio. Entrò subito in contrasto con la politica di Farini, ritenuta troppo sbilanciata a favore degli autonomisti, e rassegnò le dimissioni il 27 novembre 1881. Seguì nell'informare il Cavour, della situazione pericolosa che si stava creando, con la trasmissione del suo Memorandum, con cui faceva un resoconto degli errori commessi e fornendo consigli su come riorganizzare la luogotenenza, ma soprattutto consigliava la rapida unificazione legislativa.
A valle di questi contrasti, il Farini fu sostituito nell'incarico di luogotenente con il principe Eugenio di Savoia Carignano.
                                     (segue nella seconda parte)
Salvatore Fioretto