Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query cocle. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query cocle. Ordina per data Mostra tutti i post

sabato 9 gennaio 2016

Mons. Cocle organizza solenni festeggiamenti a Piscinola...!

Non esistono luoghi con una storia più importante e altri con una storia meno importante..., ogni territorio ha la sua storia, piccola o grande che sia, che è sempre unica, bella ed affascinante, a prescindere dal contesto e dalle dimensioni geografiche del territorio di appartenenza. La storia di Piscinola, oltre a essere bella, è oltremodo copiosa e ricca di eventi e di personaggi importanti...!
Interno della chiesa del SS. Salvatore in Piscinola, cartolina anni '40 ca. (A destra della foto il pulpito ligneo settecentesco)
Questo preambolo fa da cornice al racconto che segue: scritto per dimostrare che alcuni oggetti, oppure alcuni particolari architettonici del territorio (definiti "elementi antropici"), ritenuti fino a un certo momento "comuni" e privi di valore storico, riacquistano, con lo svolgersi della ricerca, il loro contenuto storico e la loro valenza culturale, spesso rilevante. Man mano che si procede con il lavoro, l'area di ricerca inizia subito ad estendersi, sia cronologicamente che geograficamente, spesso in maniera imprevedibile e si finisce per fuoriuscire dal perimetro di studio e andare lontano, molto lontano...! Si scoprono, non senza stupore, correlazioni con altri personaggi, con altri contesti storici, e altri luoghi, che possono essere anche lontanissimi, in un ambito di più ampio respiro: cittadino, regionale e perfino nazionale ed europeo!
L'unico fatto negativo che però emerge è quello che la perdita della memoria storica, vale a dire la perdita di quelle tracce di vissuto comunitario che identificavano gli "elementi" presi in esame, non consente di poter tramandare la loro storia ai posteri e costituisce un danno per l'intera comunità!  Con la perdita della memoria storica, gli "elementi" (oggetti o entità antropiche) diventano dei semplici e muti "oggetti", privi di passato e di una valenza culturale. 
Compito della ricerca storica, quindi, come dimostriamo in questo post, è quello di restituire alla comunità di appartenenza tutto il valore e l'importanza storica degli "elementi antropici" studiati: riscoperta che si tramuta in riappropriazione delle radici comunitarie, in cultura e in sapere per tutti. 

........  0 .......

Chissà quante volte le persone hanno pregato davanti a questa immagine ma senza chiedersi delle sue origini oppure, chissà quante sono passate innanzi, posando fugacemente il loro sguardo, ma senza chiedersi a quale santo appartenesse, e chissà quante altre persone, ancora, hanno pensato che si trattasse di una statua realizzata alla buona dai devoti, negli anni del dopoguerra o per opera di uno dei parroci che si sono avvicendati prima del secondo conflitto mondiale...! Con i risultati della ricerca storica oggi possiamo finalmente raccontare una parte della storia di questo particolare "elemento" della chiesa del SS. Salvatore, rappresentato dalla statua di Sant'Alfonso Maria de Liguori e anche della cappellina che la contiene! 

Chiesa SS. Salvatore, cappella con l'immagine di Sant'Alfonso Maria De Liguori (foto di Dario De Simone)
L'immagine di Sant'Alfonso, che si venera nella cappellina omonima, posta sul lato destro della navata della chiesa, ha una storia di degno rispetto e risale a oltre 170 anni fa...! L'autore che la commissionò fu un personaggio molto discusso e controverso alla sua epoca, anche se oggi è stato rivalutato dalla storiografia moderna ed è rientrato a pieno titolo, per importanza, nella storia del Regno di Napoli e della comunità religiosa napoletana; quest'uomo si chiamava Celestino Maria Cocle, fu Rettore Maggiore dei Redentoristi e arcivescovo di Pratasso. Ma mons. Cocle è ricordato soprattutto per un altro aspetto importantissimo della sua vita, egli fu il confessore personale e consigliere spirituale di sua maestà, il re Ferdinando II di Borbone, per tanti anni,  incarico affidatogli con insistenza dal pontefice regnante, Gregorio XVI.
Mons. Cocle fu quindi un uomo di Chiesa, tanto amato e odiato nello stesso tempo, temuto e perseguitato, religioso e pio, ma frequentatore dello sfarzo della corte borbonica, un uomo umile ma autorevole.... Insomma un personaggio abbastanza controverso, complesso da esaminare dal punto di vista storico, soprattutto perché è vissuto in un contesto difficile, nel quale le cronache, pubblicate dalla stampa di parte, condizionano fortemente la sua figura e la sua personalità, a favore o contro, a seconda del versante dal quale esse provengono: sia dalla casa reale, sia dalla Chiesa, che dai nuclei di Liberali e di Carbonari, all'epoca molto attivi anche nel Regno di Napoli. 
Cercheremo di descriverlo in maniera "asettica", seguendo le testimonianze contenute nelle varie fonti storiche raccolte.
Mons. Celestino Cocle nacque a San Giovanni Rotondo (provincia di Foggia), il 23 novembre dell'anno 1783. Entrò in età giovanissima nella Congregazione del SS. Redentore, fondata da Sant'Alfonso Maria de Liguori. La sua vita subito volse a raccogliere traguardi importanti: culminò nel 1824, quando fu nominato Rettore Maggiore della Congregazione dei Redentoristi, che era stata appena riunificata; carica che mantenne fino al 1832, quando fu nominato dal papa Gregorio XVI, arcivescovo di Pratasso. Ebbe il privilegio di accompagnare il papa Pio IX e il re Ferdinando II, in visita al santuario di Pagani, ai piedi della tomba del Santo fondatore.
Mons. Cocle e il ministro Del Carretto in visita al re Ferdinando II
Tra le tante cariche ricoperte nella sua carriera ecclesiastica, ricordiamo quelle di: prelato domestico e assistente al Soglio Pontificio di Papa Gregorio XVI, Abate Commendatorio di S. Maria Odegitria, Cavaliere Gran Croce del Real Ordine di Re Francesco I e dell’Imperiale ordine di Cristo del Brasile, Balì Gran Croce del Sacro Militare ordine Gerosolimitano, Decano Perpetuo della Regia Università degli studi, Gran Dignitario di Luigi Filippo Re dei Francesi, Cappellano Maggiore della Società Generale dei Naufragi di Parigi e, solo per finire, socio dignitario dell’Accademia Archeologica di Atene...
Mons. Cocle, quindi, nutrendo una profondissima venerazione per il Fondatore dei Redentoristi, fece realizzare a sue spese una devotissima immagine di Sant'Alfonso Maria de Liguori, con relativo altare eretto presso la parrocchia del SS. Salvatore di Piscinola, nel quale poi la statua fu riposta. 
Ritratto di mons. Celestino Cocle
Non solo, egli volle organizzare personalmente, per diversi anni, nel giorno del 2 agosto (all'epoca era considerata la ricorrenza della morte e quindi la festa liturgica del Santo), una solenne celebrazione liturgica, che si teneva presso questo altare della parrocchia piscinolese, cerimonia che era sempre seguita da un ampio giubileo di devoti.
Per sua volontà e finanziamento fu realizzata anche la bellissima cappella che accoglie i resti di Sant'Alfonso nel Santuario di Pagani, rivestita di pregiati marmi. Fece altresì realizzare l'immagine reliquario del Santo, attraverso il pio gesuita, don Placido Baccher.
Celestino Cocle, in qualità di confessore della Casa Reale, godeva di una grande influenza verso il sovrano, ed otteneva da questi quanto chiedeva, soprattutto in termini di concessioni, che tuttavia Egli utilizzava per fare del bene, specie verso gli ultimi e i derelitti.
Presto, però, questi privilegi cominciarono ad essere visti con gelosia e sospetto, soprattutto nell'ambito della corte reale e tra i Liberali napoletani. Era opinione diffusa, alimentata soprattutto dai Liberali, che il mons. Cocle insieme al ministro Del Carretto, tenessero ideologicamente in ostaggio il sovrano, condizionandolo sensibilmente anche negli affari di Stato... Non trascorse molto tempo che questi nemici incominciarono a tramare contro i due famosi personaggi, alimentando il malcontento tra il popolino e la classe della borghesia dell'epoca
Foglio di cronaca, fatto stampare e distribuire dai carbonari
In occasione dei moti insurrezionali del 1848, tra le varie richieste e condizioni imposte al sovrano dai Liberali, oltre all'agognata Costituzione, ci fu anche la richiesta di arresto per mons. Cocle e per il ministro Del Carretto
Il sovrano, forse male consigliato, forse per una scelta ponderata mirata a salvare la propria incolumità e la corona traballante, forse pensando di smorzare sul nascere il malcontento popolare, decise, senza ripensamenti, di far arrestare i due confidenti, per lui diventati molto scomodi... Riversò irriconoscente e in modo indecoroso tutte le responsabilità del malgoverno su entrambe le persone, che erano state fino a prima dei punti di riferimento e indiscussi suoi confidenti.
Le cronache raccontano che il Cocle, intuendo che i fatti si mettevano male per lui, riuscì in tempo a mettersi in salvo, riparando dapprima presso alcuni conventi di frati, siti nei Casali intorno Napoli, per poi rifugiarsi nel convento di Castellammare, ospite del vescovo della diocesi omonima.
Questo però non servì a salvarlo dalla rappresaglia del sovrano e, forse per una "soffiata", fu scoperto dalle guardie borboniche nel rifugio di Castellammare e arrestato. La condanna infertagli fu l'esilio; condanna che egli accolse con lacrime e costernazione per l'ingiusto trattamento subito. 
La mattina del 10 marzo 1848 fu imbarcato sul traghetto "Nettuno" e condotto a Malta.
Articolo tratto da "Biografie manoscritte" di P. S, Schiavone, vol.2
Dopo la persecuzione e l'umiliazione patita, a quasi un anno di distanza dagli eventi raccontati, fu riaccolto in patria;  tuttavia egli decise di ritirarsi definitivamente a vita privata, presso alcuni nipoti, che abitavano nel borgo di Montesanto
Morì all'età di 74 anni, il 2 marzo 1857. 
La sua tomba si trova a Napoli, nella chiesa redentorista di S. Antonio a Tarsia.
Non sappiamo purtroppo quali vincoli legavano mons. Cocle con Piscinola, e in particolare con la Parrocchia del SS. Salvatore, legami che hanno favorito sicuramente questa generosa concessione, compiuta per onorare la figura di Sant'Alfonso. Immaginiamo che dovesse essere stato per l'amicizia spirituale intercorsa con il parroco dell'epoca, nata forse in occasione di qualche Santa Missione Popolare, organizzata a Piscinola dai Redentoristi e dal mons. Cocle.
Non sappiamo se l'altare fatto costruire da mons. Cocle corrisponde all'attuale sistemazione dell'immagine di Sant'Alfonso, oppure si tratta di un'altra cappella. 
Un tempo, proprio sul lato sinistro dell'attuale cappella, addossato alla paraste, era sistemato il pulpito di legno settecentesco, utilizzato per le prediche durante le funzioni solenni, come nel corso delle Sante Missioni Popolari. Non è da escludere che questo pulpito sia stato utilizzato da Sant'Alfonso per le prediche svolte durante una Santa Missione e quindi considerato una testimonianza del Santo, da immortalare con un altare e una sua immagine, in stretta adiacenza. Sicuramente l'attuale cappella di Sant'Alfonso ha subito delle modifiche nel corso dei secoli, perché essa è una delle due, tra quelle presenti lungo le pareti centrali della navata, che risultano essere prive di una mensa.

Ritratto di mons. Celestino Cocle e immagine della sua tomba, nella chiesa di S.Antonio a Tarsia
Fino a pochi decenni fa, ai piedi della statua di Sant'Alfonso era posta una specie di cornice di legno, leggermente decorata, sorretta da un piede di appoggio; dietro al vetro erano mostrate due carte antiche, al cui capoverso c'erano delle lettere miniate o forse stampate. Qualcuno ritiene che si trattasse di una o due epistole scritte da Sant'Alfonso e indirizzate al parroco di Piscinola. Tanto erano preziosi e venerati questi cimeli, che al cospetto di questo quadro erano sempre accese due lampade, sorrette con dei candelabri di ottone. Purtroppo oggi si è persa ogni traccia della loro esistenza, probabilmente furono rubate nel periodo del "Dopoterremoto del 1980". Forse non sapremo mai cosa effettivamente essi rappresentassero!
L'abito vescovile che oggi copre la statua del Santo non risulta essere quello originale dell'Ottocento, ma rifatto sommariamente alla fine degli anni '90 del secolo scorso.
La ricerca storica continua il suo corso, siamo del parere che le risposte ai diversi quesiti qui posti siano contenute tra le "note" dei diari parrocchiali e che la loro consultazione consentirà di colmare presto anche queste lacune storiche. 
Salvatore Fioretto 

Ringraziamo il fotografo Dario De Simone per la collaborazione a "Piscinolablog" e per averci concesso la sua foto, utilizzata nel post.

Tutti i diritti per la pubblicazione dei testi del blog sono riservati agli autori, ai sensi della legislazione vigente).
N.B.: Le foto riportate in questo post sono state liberamente ricavate da alcuni siti web, ove erano pubblicate. Esse sono state inserite in questa pagina di storia della città, unicamente per la libera divulgazione della cultura, senza alcun secondo fine o scopo di lucro.

mercoledì 3 dicembre 2025

Terza parte - La “Ecclesie Domini et Salvatoris nostri Ihesus Christi de memorato loco Piscinule...

 (segue dalla seconda parte) 
La chiesa attuale
La chiesa attuale comprende una unica ampia navata con brevi cappelle laterali; cinque poste nel lato destro e cinque poste in quello di sinistra, all'interno delle quali sono collocate le nicchie con i santi. Solo quattro di esse contengono gli altari realizzati in marmi policromi intarsiati, risalenti al XVII-XVIII secolo, tre nel lato sinistro e uno solo nel lato destro. 
La struttura portante è realizzata in tufo, mentre il tetto è costruito con una capriata di legno, a due falde, coperte con tegole. 
La lunghezza della chiesa (compreso il corpo avanzato nel lato di ingresso), è di 35 metri circa, mentre la larghezza è di 13 metri circa. La sacrestia è un corpo attiguo a quello della chiesa ed è larga 6 metri e lunga 10 metri circa. Nel lato sinistro della chiesa sono presenti due locali sovrapposti e comunicanti tra loro, un tempo sede dell'Associazione cattolica e utilizzati per lo svolgimento degli incontri di preghiera e per le attività ludiche e sportive.
Il campanile è stato realizzato a pianta quadrata, avente i lati che misurano (alla base) sette metri circa, mentre l'altezza complessiva della torre è di circa 20 metri, a partire dal piano stradale.

Il gruppo scultoreo dei santi

Come si è detto, nel corso degli interventi degli anni ’50 del secolo scorso furono eliminate le tele con i dipinti antichi e furono ricavate le nicchie per ospitare le statue dei santi. Delle statue conservate nella chiesa del Salvatore purtroppo non si conoscono i nomi degli autori e nemmeno l’anno di realizzazione. Per la datazione, invece, è stata fatta una stima di massima, che potrebbe essere oggetto di successiva correzione.

I Santi del lato destro:

Sant’Anna (cappella nel lato destro della controfacciata)

Statua attribuita a Sant’Aspreno (Prima cappella a destra)

Il Santo è scolpito in legno e raffigurato a mezzo busto, con gli abiti vescovili. Abbiamo fondate testimonianze, sia orali che scritte, che si tratterebbe della statua del vescovo san Donato da Arezzo e non di S. Aspreno, primo vescovo di Napoli, come invece viene riportato nella targhetta identificativa apposta alla base della nicchia. Nel testo già citato: “Chiesa e comunità nella diocesi di Napoli tra Cinque e Settecento”, è scritto che nella chiesa di Piscinola era conservata una reliquia di san Donato e che nel giorno della sua ricorrenza liturgica veniva portata in processione per le strade di Piscinola. 

Non è assurdo pensare che sia la stessa statua attuale a contenere un piccolo scomparto interno dove veniva inserita questa reliquia, come avveniva nei tempi antichi per altre statue di santi (vedi le statue dei santi compatroni della cappella del Tesoro di San Gennaro). Nei secoli passati Sant’Aspreno era invocato contro il male dell’emicrania, mentre san Donato, per proteggere le persone dagli attacchi di epilessia. L’iconografia di san Donato trova corrispondenza a come è raffigurato in santo nella statua: con la mitra e il libro del Vangelo, tenuti in una mano.  C’è da aggiungere che in passato a Piscinola il culto di San Donato era molto sentito dagli abitanti, lo dimostrerebbe i tanti piscinolesi che portano il nome di “Donato”, mentre, di contro, non risultano abitanti del quartiere, anche nel recente passato, che abbiano avuto il nome di battesimo di “Aspreno”. Probabilmente il pastorale doveva essere presente fin dalle origini della costruzione della statua e sia stato perduto nel corso del tempo o forse sia stato anch’esso oggetto di furto.

Sant’Antonio di Padova, con altare (seconda cappella a destra)


La statua di sant’Antonio di Padova è risalente al XVIII secolo, ed è interamente realizzata in legno scolpito e verniciato. Purtroppo, il bel bambinello che la statua portava in braccio, sopra a un libro, è stato rubato alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. Conserviamo però una foto tratta da una pubblicazione di opere d’arte che mostra la statua originale. 
Prima degli anni ’50 in questa cappella era conservata la statua dell’Addolorata, mentre ai lati della nicchia erano state affisse due lastre marmoree riportanti i nomi dei soldati caduti nella Prima Guerra mondiale. Tali lastre, negli anni ’30, furono poi collocate in piazza B. Tafuri, sulla parete addossata al Municipio di Piscinola. 
In passato la statua di sant’Antonio era conservata in uno scarabattolo di legno, posta sul lato sinistro dell’altare maggiore (come appare in una rara foto d’epoca, giunta fino a noi). In base a delle testimonianze orali, pervenute dagli anziani, risulta che 
in passato, alla base di questo altare, era collocata la statua di un Cristo morto.

Sant’Alfonso M. De Liguori (Terza cappella a destra)

La statua ha la testa, le mani in gesso, o di terracotta, mentre il busto è un supporto in legno e canapa, coperto da un abito vescovile e mostra in una mano il crocefisso, nell’atto di predicare. 
Per quanto concerne le origini della statua e della nicchia di collocazione, apprendiamo dal libro: “Ultimi Uffizi resi alla veneranda memoria di monsignore D. Celestino M. Cocle della congregazione del SS. Redentore….” 1857, che esse furono fatte realizzare dal mons. Celestino Cocle, quando era Superiore Generale dei Redendoristi…; infatti si legge: “
Ne’ meno tenera fu la devozione che egli ebbe pel suo fondatore S. Alfonso M. de Liguori; e ne saranno monumenti oltre la cappella che con tanta sollecitudine e dispendio da Rettore di S. Michele in Pagani fece così costruire ricca di marmi ed ornati costruire; i Legati stabiliti ai nostri collegi di Napoli e Pagani; l’altare eretto con devota statua nella Parrocchia di Piscinola, dove tutti gli anni faceva solennizzare la festa
…”.
Mons. Cocle nacque a San Giovanni Rotondo, nell'anno 1783  e morì a Napoli, il 3 marzo 1857. Fu Superiore Generale dei Redentoristi dal 1824 al 1831. 
Si può desumere che le due opere siano state eseguite tra il 1824 e il 1831, ma certamente prima del 1857, anno della scomparsa del porporato. Sicuramente mons. Cocle è stato più volte a Piscinola e, molto probabilmente, un suo familiare abitava in un caseggiato di via del Salvatore .

Fino alla fine degli anni ’90, alla base di questa statua era collocato un quadro contenente alcune lettere originali scritte da Sant’Alfonso; queste lettere erano indirizzate al parroco di Piscinola. Le stesse lettere oggi sono conservate nella casa museo di Sant’Alfonso a Marianella, come risulta dalla didascalia esposta nella bacheca, nella quale è scritto che esse furono donate dal Parroco, don Angelo Ferrillo, ai padri Redentoristi di Marianella.

San Gerardo Maiella (quarta cappella a destra)

La statua di San Gerardo, che si trova nella terza cappella di sinistra, è databile ai primi anni del XX secolo e ha la testa e le mani in gesso. Il busto è un simulacro realizzato con elementi di legno e di canapa e indossa il talare tipico dei padri redentoristi, mentre in una mano mostra un crocefisso di legno.

Immacolata Concezione (Quinta cappella a destra)

La statua dell’Immacolata è forse la più bella e la più preziosa opera d’arte che si conservi in questa chiesa ed è risalente al XVII secolo. Per fattura e costruzione, è stata attribuita a un componente della famosa famiglia di scultori pugliesi, chiamata Verzella. La statua è stata realizzata in un unico blocco ligneo, scolpito e dipinto. Essa mostra un panneggio (molto mosso), di colore azzurro e rosa e poggia un piede su un emisfero, colorato di blu, mentre con l'altro piede calpesta un "demone". Alcuni anni fa essa è stata sottoposta ad una operazione di restauro, con rifacimento ex novo della base lignea sulla quale essa poggia, mentre è stato sostituito lo “stellario”, con uno nuovo di metallo dorato, completo di illuminazione elettrica.
C’è da aggiungere che questa opera non è originaria della chiesa di Piscinola, ma è proveniente dai depositi della Curia, all’epoca situati presso la Basilica di Capodimonte. Essa fu affidata alla Chiesa del Salvatore, alla fine del secolo scorso, grazie anche all’interessamento del parroco don Francesco Bianco e del diacono dott. Franco Biagio Sica.

I Santi del lato sinistro:

San Biagio (cappella nel lato sinistro della controfacciata)

La statua si trova posta in una nicchia, sotto alla cantoria dell’organo. Essa è realizzata in legno scolpito, con gli occhi di vetro. È un’opera attribuibile al secolo XVIII. Il santo vescovo mostra, secondo l'iconografia, un bambino che accarezza con la mano destra.

Sant’Antonio Abate (Prima cappella a sinistra)

La statua di Sant'Antonio è stata realizzata in legno intarsiato e dipinto. Essa reca i simboli dell’iconografia del Santo, che sono il bastone nella mano destra e un libro aperto del Vangelo nella mano sinistra, sulle cui pagine appare una fiamma, mentre ai lati della figura appare un piccolo maiale (Il Santo è considerato il protettore degli animali e dei malati di Herpes; questa malattia è appunto chiamata "Fuoco di Sant'Antonio"). Essa è una delle statue più antiche conservate nella chiesa di Piscinola, la sua datazione dovrebbe essere compresa tra il XVII e il XVIII secolo. Il bastone con la campanella, un tempo sicuramente presente, è andato perduto nel corso dei secoli.

 
Sacro Cuore di Gesù, con altare (Seconda cappella a sinistra)

La statua del Cuore di Gesù è realizzata in cartapesta (oppure a strati sovrapposti di canapa e gesso); la testa e le mani sono realizzati in gesso, mentre gli occhi sono di vetro. La datazione della statua dovrebbe  attestarsi nell’ultimo decennio dell’’800, come risulterebbe da alcune notizie apprese dal periodico mensile: "La voce del Cuore di Gesù"

Madonna Addolorata, con altare (Terza cappella a sinistra)

La statua dell’Addolorata dovrebbe essere di fattura settecentesca e presenta la testa e le mani di terracotta o di gesso, mentre il busto è realizzato con simulacro di legno e canapa (manichino) rivestito con l'abito e il manto nero, con ricami di argento dorato. L’allegoria delle “sette spade” e la corona che cinge sul capo, sono opere realizzate in argento cesellato. 
Gli abitanti di via del Salvatore (luogo detto Sott'’a Chiesa) erano in passato particolarmente devoti a questa statua; si racconta, infatti, che ogni anno venivano da questi organizzati solenni festeggiamenti in suo onore e che per questa statua avrebbero commissionati due abiti neri, con le stesse decorazioni di argento dorato. Gli abiti venivano scambiati ogni anno, prima che iniziasse la processione e duravano per l'intero anno, fino alla festa seguente…
Prima che si modificasse l’altare maggiore della chiesa del Salvatore, con lo smontaggio della grande tela raffigurante la "Sacra Famiglia", in questa cappella era sistemata la statua del SS. Salvatore. 
Questa sistemazione è confermata dalla particolare conformazione dell’altare, che presenta le stesse decorazioni della cantoria dell’organo (uguale anche al vecchio pulpito demolito), con aggiunta dei simboli della passione di Gesù; anche il bassorilievo  cesellato e dorato, che si trova collocato sulla portella del tabernacolo dell’altare, riporta l’immagine di Gesù Salvatore; tuttavia questa immagine non corrisponderebbe all’attuale statua del Salvatore, e forse raffigurerebbe la “statua dorata” menzionata nel diario di “Santa Visita”, del cardinale Pignatelli, del quale si è già fatto cenno.

Madonna del Rosario di Pompei, con altare (Quarta cappella a sinistra)

La cappella è realizzata con marmi intarsiati del XVIII secolo, tuttavia la parte superiore, che comprende l'immagine della Madonna, è di fattura ottocentesca. Il quadro è una copia di dimensioni ridotte dell’immagine della Madonna del Rosario venerata nella basilica di Pompei. Nello spazio circostante al quadro sono disposti quindici medaglioni, contenenti le immagini delle stazioni della Via Crucis. La foto di questa cappella è stata inserita su una cartolina postale pubblicata negli anni ’50.

San Giuseppe (Quinta cappella a sinistra)

La statua di San Giuseppe è risalente al XVIII secolo ed è realizzata in legno scolpito e verniciato. Anche questa statua, a giudicare i suoi particolari, risulterebbe (a nostro parere), attribuibile alla mano di un componente della famiglia Verzella. Purtroppo, il bastone ed i gigli che un tempo adornavano la statua, sono andati dispersi oppure trafugati dai ladri nei decenni scorsi. In antico tempo questa statua doveva essere collocata nella nicchia dove attualmente si trova la statua del Cuore di Gesù, lo dimostra il fatto che sulla portella del tabernacolo del corrispondente altare è riportato un bassorilievo con sopra incisa l’immagine del Santo uguale a come è raffigurato nella statua.

La statua del Salvatore e la nicchia dell'Altare maggiore

La scultura del Salvatore è stata recentemente datata e risulta risalente al XVIII secolo. Essa è realizzata in un unico blocco di legno. Gli occhi sono in vetro. L’aureola e la piccola croce posta sulla sommità della sfera azzurra (che rappresenta il mondo), sono in bronzo dorato. L’immagine è stata recentemente ristrutturata e ridipinta.
Sulla parete attorno alla nicchia, dove è collocata la statua del Salvatore, sono raffigurati una schiera di angeli e di putti in stucco, mentre in primo piano, ai due lati, appaiono tre angeli realizzati in altorilievo sempre in stucco, che pregano a mani congiunte e mostrano alcuni simboli cristologici (calice, ecc.). 
Nella parte inferiore, della nicchia, sono presenti altri due angeli, che sono però a figura intera (un tempo essi sorreggevano i due candelabri che illuminavano la parte alta dell’altare). La scena è abbellita con un drappeggio e una grande conchiglia, che insieme racchiudono, come in un’allegoria, l’affresco medioevale della Madonna della Misericordia. Ai lati della nicchia sono collocate quattro alte colonne a intero spessore (due per lato), con capitelli dorati in stile corinzio. Le colonne reggono una ampia volta decorata, con cornici dorate e allegorie composte con foglie di acanto.

Il Crocefisso (ingresso, lato sinistro)

Il crocefisso risulterebbe realizzato in terracotta ed è databile ai primi decenni del secolo XIX. E’ stato concepito e realizzato per essere una "macchina da festa", infatti dispone di braccia mobili, che si possono accostare ai lati del busto. Sicuramente è stato utilizzato in passato per svolgere le funzioni del Venerdì Santo e la processione del Cristo morto.
Secondo la testimonianza di Giovanna Altamura, insegnante della scuola Tasso di Piscinola, riportata nel suo libro di novelle, questo crocifisso presenterebbe anche la testa rimovibile, che  poteva essere reclinata sulla spalla, attraverso una cordicella, durante la funzione che si svolgeva in chiesa nel giorno del Venerdì Santo.
Questo crocefisso veniva portato in processione durante la festa che era organizzata dagli abitanti di via del Plebiscito (‘o capo 'a Chianca), nei primi giorni di maggio e anche durante la processione generale che si svolgeva a termine delle "Sante Missioni" popolari, come quelle che furono organizzate negli anni ’50, per interessamento del sacerdote gesuita chiamato padre Juè.                                                                       
Due di questi altari descritti ricevettero l'Indulgenza nell'anno 1903: quello di San Giuseppe e quello della Beata Vergine". 

Ecce Homo (locali dell’oratorio)

È una statua realizzata "a mezzo busto" in cartapesta, che è stata recentemente donata alla chiesa di Piscinola. L’epoca di costruzione della statua è stimabile nella seconda metà del XX secolo. Dopo essere stata riposta per alcuni anni nella quinta cappella di sinistra, e stata poi collocata nei locali dell’oratorio interno della chiesa.

Nel secolo scorso, alcune di queste statue venivano portate in processione per le strade del quartiere, specialmente quando i diversi “sobborghi” di Piscinola festeggiavano il loro santo compatrono. Tra questi: l’Addolorata (via del Salvatore), Sant’Antonio (via Vittorio Veneto) e il Crocifisso (via Plebiscito). Nel corso dell’Anno Santo 1950, il parroco don Angelo Ferrillo decise di ammettere alla processione del SS. Salvatore tutte le statue contenute della chiesa, per poi far cessare definitivamente il proseguimento di questa tradizione negli anni seguenti.

 (segue nella quarta parte)

Salvatore Fioretto 




martedì 8 novembre 2016

Una terra di santi, di poeti, di navigatori, e… di giuristi… Il procuratore del Re Ferdinando Lestingi, Grand’Ufficiale della Corona d’Italia (4^ parte)



Abbiamo già trattato in questo blog la storia di alcuni eminenti personaggi della magistratura napoletana, che sono nati, vissuti o morti nell’antico borgo di Piscinola, dimostrando che questo territorio vanta un passato glorioso anche in questo particolare ambito di ricerca storica.
Frontespizio del periodico Almanacco Italiano
Il personaggio che qui tratteremo, vissuto nella seconda metà del secolo XIX, ha intrapreso una brillante carriera nell’ambito della magistratura italiana, ma ancor di più risulta essere famoso e fonte di riferimento da parte degli studiosi di diritto e di sociologia, per essere stato tra i primi a svolgere ricerche di antropologia criminale e a pubblicare trattati sul fenomeno della criminalità organizzata del Meridione d’Italia, in particolare sulla mafia siciliana. Ci riferiamo al Procuratore Regio, cav. uff. Ferdinando Lestingi.
Anche per lui, purtroppo, abbiamo fatto fatica a ricostruire le tappe della sua vita e il legame con il nostro territorio, mentre alcuni particolari della sua biografia risultano ancora poco noti e oggetto di ricerca, perché, come spesso lamentiamo, l’assenza di dediche stradali e di targhe civiche nel nostro quartiere hanno determinato nel tempo la grave perdita della nostra “memoria" storica e civica...!
Vecchio prospetto di Castel Capuano antica sede dei Tribunali di Napoli
Non conosciamo ancora le sue origini. Il particolare cognome, Lestingi, molto diffuso tra Bari, Trani e Conversano, lascia presupporre che le sue origini siano state pugliesi.
Lestingi conseguì la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Napoli. Ebbe tra gli insegnanti i “capisaldi” napoletani della scuola classica del diritto penale della nascente giurisprudenza italiana: E. Pessina, L. Capuano, F. De Blasio, F. Pepere, R. Fioretti, L. Zumpani. Mentre i suoi colleghi accademici negli anni di studio furono: G. Capitelli, P. Marsilio, E. Perfumo, V. Sansonetti, F. Criscuolo, V. Colmayer, N. Cianci, F. Lanzetta, A. Cammarota, F. Girardi..., i quali, come il Lestingi, occuparono posti di prestigio nell’ambito dell’insegnamento, della magistratura o dell’amministrazione dello Stato.
Castel Capuano in una foto di inizio secolo XX
Ferdinando contrasse matrimonio con Amalia Cocle, forse nipote o parente del famoso mons. Cocle, di cui abbiamo già descritto il legame con Piscinola. Amalia sopravvisse a Ferdinando almeno un decennio; troviamo infatti il suo nome nella lista dei benefattori del costruendo tempio di San Gennaro ad Antignano, dell’anno 1908.
Lestingi Ferdinando fu assunto presso l’amministrazione della giustizia. Svolse una brillante carriera in diverse sedi di tribunali del Regno, in particolare a Napoli e nell'Italia meridionale; infatti:
L'ingresso del Tribunali, anni '60, foto archivio l'Unità
- Nell’anno 1872 fu giudice presso il tribunale Civile e correzionale di S. Angelo dei Lombardi (AV).
- Nello stesso anno 1872 fu nominato reggente della Regia Procura del tribunale di Ariano Irpino (AV). In quell’anno era stato insignito del titolo di “Cavaliere”.
- Nell’anno 1873 fu nominato reggente della Regia Procura del tribunale di Cassino, ruolo che coprirà fino al 1876.
- Nell’anno 1877 fu nominato Procuratore del Re presso il tribunale di Bari.
- Nell’anno 1878 fu trasferito al tribunale di Santa Maria Capua Vetere per coprire il ruolo di Procuratore del Re, carica che esercitò almeno fino al 1880. 
- Nell’anno 1881 fu nominato Procuratore generale presso la corte di Appello di Palermo.
- Successivamente, nell’anno 1884, venne trasferito nel tribunale di Girgenti (Agrigento), come Procuratore Generale, ruolo che coprirà almeno fino all’anno 1885.
Mappa della provincia di Agrigento, di A. Rizzi Zannoni, fine XVIII sec.
Nel 1897 fu nominato Presidente della 4^ Sezione della Corte di Appello del tribunale di Napoli e poi nella 2^ sezione del tribunale Civile sempre di Napoli; aveva il titolo di Commendatore.
- Nel 1900, il commendatore Ferdinando Lestingi venne dispensato dal servizio, a causa della sua infermità e nominato “Primo Presidente della Corte di Appello a riposo”.
- Nello stesso anno 1900, il Ministero di Grazia e Giustizia gli conferì il prestigioso titolo di “Grand’Ufficiale nell’Ordine della Corona d’Italia”.
Morì a Piscinola, nel novembre del 1900. La notizia del decesso venne riportata nella rubrica dei necrologici, della rivista italiana "Almanacco Italiano - Enciclopedia popolare di vita pratica", dell'anno 1901 ed. Firenze.  
Non sappiamo ancora con precisione in quale strada di Piscinola risiedesse e per quanto tempo sia stato cittadino del nostro quartiere, tuttavia nell'Annuario Detken dell'anno 1913, nel villaggio di Piscinola, in via del Salvatore 45, si trova indicata la villa Cocle, la quale dovrebbe essere stata la residenza della famiglia Lestingi e che poi, dopo la morte di Ferdinando, avrebbe mutato il titolo con il cognome della moglie, Amalia Cocle.
Trafiletto dei necrologici, tratto da "Almanacco Italiano", anno 1901
Durante il suo mandato presso il tribunale di Palermo, prima, e in quello di Girgenti, dopo, ebbe modo di osservare e studiare da vicino il fenomeno delle associazioni criminali, poi denominate con il termine di “mafia”, allora ancora allo stato embrionale. Le sue osservazioni di antropologia criminale furono tradotte in due brevi trattati e pubblicati sulle pagine della rivista “Archivio di Psicologia, Antropologia criminale e scienze penali”, in particolare: “La Mafia in Sicilia” fasc. I, anno 1880 e “L’associazione della Fratellanza nella provincia di Girgenti”, fasc. V, anno 1884. 
"Sala dei Busti" presso Castel Capuano
Questi due trattati sono antesignani di tutti gli studi eseguiti sul fenomeno criminale della mafia siciliana e di altre organizzazioni malavitose e sono richiamati in tutte le bibliografie dei saggi storici, di diritto e di sociologia che trattano questo fenomeno sociale dell’Italia postunitaria.
In un articolo Lestingi sosteneva che il fenomeno della “Fratellanza” nella provincia di Agrigento fosse stato originato da alcuni abitanti di Favara, che avevano scontato diversi anni di soggiorno obbligato nell’isola di Ustica. Le “fratellanze” segrete erano quindi una sorta di "associazione di mutuo soccorso" o di aiuto reciproco, non visto essenzialmente come mezzo per aumentare il profitto, ma più per aiutare a gestire i rapporti nella gerarchia e far rispettare le regole adottate. 
"Sala dei Busti" presso Castel Capuano
A questa “famiglia artificiale” si accedeva mediante una caratteristica cerimonia di affiliazione che il Lestingi per primo descrisse: “Un solenne giuramento obbligava un socio agli altri, prestato alla presenza di tre di costoro, de’ quali uno, legato l’indice con un filo, lo pungeva spruzzando di qualche goccia di sangue una immagine sacra, che di poi veniva bruciata, spargendo al vento la cenere; la divinità. 
La cenere dispersa significava che come non si poteva ridar forma alla carta, così non era possibile al socio sciogliersi o mancare agli obblighi contratti (Lestingi 1884, p. 455).”
Un’altra cosa interessate, che trapela nei suoi scritti, è l’origine della parola mafia, che deriverebbe dalla consuetudine dei malviventi di Trapani di rifugiarsi nelle cave di tufo dei dintorni, cave che erano chiamate “Mafie”.
"Aquila bicipite" sulla facciata di Castel Capuano
Ferdinando Lestingi fu tra i realizzatori di un’importante opera della scuola di giurisprudenza: la traduzione del compendio francese “Corso di Procedura Penale, scritto da E. Trébutien. L’opera fu intitolata: “Corso di Procedura Penale, tradotto e messo a confronto col codice di Procedura Penale Italiano e corredato della giurisprudenza delle Cassazioni d’Italia”, autori: F. Lestingi, P. Marsilio e N. Durante. Napoli 1866.
Di Lestingi si conservano diverse epistole indirizzate al celebre scienziato, medico e antropologo, Cesare Lombroso, in risposta ad alcuni quesiti da questi rivolti, in ambito delle sue ricerche, relative alle pene detentive per i criminali e sul possibile trattamento alternativo al carcere per i detenuti.
Salvatore Fioretto

Tutti i diritti per la pubblicazione dei testi del blog sono riservati agli autori, ai sensi della legislazione vigente.
N.B.: Le foto riportate in questo post sono state liberamente tratte dai siti web dove erano state inserite, con il solo scopo di favorire la libera diffusione della cultura.