mercoledì 26 settembre 2018

Quando il male porta il bene... e quel "codicillo" infame, ci portò un grande Santo: Alfonso de Liguori!



Dipinto nella casa di Marianella, Francesco de Geronimo predice il futuro Santo
Il primogenito di don Giuseppe de Liguori: Alfonso Maria (la sfilza dei nomi di battesimo erano: Alfonso, Maria, Francesco, Antonio, Giovanni, Cosimo, Damiano, Michelangelo, Gasparre, nacque nel casino di campagna di Marianella, il 27 settembre 1696), trascorse la sua infanzia tra il quartiere popolare dei Vergini, dove i Liguori avevano la loro nobile dimora cittadina e il casino di Marianella, tra gli studi e le lezioni impartite da autorevoli precettori e i pochi momenti di svago trascorsi assieme ai suoi coetanei. Cresceva benissimo e gli anni della sua crescita passarono con un ritmo frenetico, tanto da ritrovarlo diventato presto un aitante cavaliere, dai modi gentili, raffinati, galanti e soprattutto molto acculturato... 
Chi lo conosceva bene, poteva ammirare, non senza stupore, il suo genio precoce, che spaziava tra la conoscenza delle scienze e le più nobili arti: dall'astronomia, alle lingue antiche e moderne (toscano, latino, greco, francese e spagnolo), dalla filosofia, alla musica (suonava a perfezione il clavicembalo), dalla pittura (degno allievo del grande Solimena, dipingeva soggetti realistici), all’architettura (progettò la chiesa di Pagani), dalla scherma all’equitazione; insomma, come si suole dire oggi, era l’immagine della perfezione in persona, ed aveva, poi, il privilegio di essere il primogenito di una grande famiglia, nobile e ricca, a cui spettava di diritto tutta l'eredità del casato e un posto in un Sedile del governo della città (Alfonso e il padre Giuseppe appartenevano al Sedile dei nobili di Portanova).
Stemma nobiliare della famiglia Liguori
Alfonso aveva una costituzione e un fisico armonioso, amava svagarsi nel gioco assieme ai suoi coetanei, ma senza eccedere, e senza lasciarsi mai andare a comportamenti irriverenti e superficiali. Fin da fanciullo, non si era fatto ammaliare dalle vanità del mondo..., non faceva mai sfoggio del suo sapere con gli altri, aveva invece un cuore grandissimo e nobile; già prima della sua conversione, passava gran parte del suo tempo libero ad assistere gli ammalati poveri nell'ospedale degli Incurabili, ad adorare il Sacramento esposto nelle Chiese, durante le "quarantore", a fare fioretti, recitare esercizi spirituali e orazioni, maggiormente rivolte alla Madonna, verso la quale Egli riservava una predilezione devozionale. Ancora ragazzo aveva fatto un voto solenne, quello di non perdere mai tempo in vita sua!
Castel Capuano in un dipinto (particolare)
Varcata la soglia dei vent'anni, Alfonso profondeva tutte le sue energie nella professione di avvocato. Era stato un ragazzo prodigio, capace di laurearsi prestissimo nei due Diritti (Laurea in Utroque Iure); conseguì infatti il titolo accademico ad appena diciassette anni (nel 1713), ben tre anni prima di quanto previsto dalla prammatica dell'epoca (che imponeva almeno 20 anni) e, pertanto, fu necessaria una dispensa reale. Si approcciò all'arte forense, praticando nello studio del presidente del tribunale, Domenico Caravita, suo insegnante, che divenne anche suo amico, e, come vedremo, anche un attore involontario della sua conversione...! La sua carriera di avvocato divenne presto galoppante ed inarrestabile; cresceva a ritmo vertiginoso...! 
In tutta Napoli e dintorni si era subito diffusa la sua fama di brillante avvocato... In soli sette anni di esercizio legale, ricevette un gran numero di cause da patrocinare, e le vinceva tutte! Una dietro l'altra...!! Un portento! 
Tutti conoscevano la grandezza di questo giovane rampollo dei cavalieri Liguori, che per i suoi successi aveva dato una lezione di stile ai tanti avvocati veterani del Regno, tanto da essere già considerato, nonostante la giovanissima età, un "Principe" del Foro di Napoli. Ma l'effimera giustizia degli uomini non tardò a colpirlo...!
A soli 26 anni (nel 1723), gli capitò un’occasione straordinaria per la sua carriera forense, fu chiamato a difendere gli interessi della nobile famiglia napoletana degli Orsini, duchi di Gravina, in una causa intenta contro la famiglia dei Medici, Duchi di Toscana, riguardante la rendita di un feudo abruzzese, quello di Amatrice. 
I due attori erano Filippo Orsini duca di Gravina e il granduca di Toscana, Cosimo III dei Medici. Gli interessi in gioco erano ingenti, ammontavano a circa seicentomila ducati....! 
Era in gioco, ovviamente, anche il prestigio delle due importanti e nobili casate. Alfonso, vista l'importanza della vertenza in gioco, si immerse subito a capofitto nello studio delle carte; le lesse e le rilesse per oltre un mese... Analizzò ogni particolare. Fin dall'inizio e con rigore, come era solito fare, analizzò tutti gli aspetti, per valutare se l'incarico potesse essere da lui accettato, rispettando quell'etica deontologica che si era imposto nel suo “decalogo” (non difendere le cause inique e trattare le cause degli altri come le proprie). 
Il nocciolo della contesa, da cui pendeva il giudizio, era quello di stabilire se il feudo di Amatrice fosse stato un "feudo antico" (ossia soggetto alle regole angioine e longobarde) oppure un "feudo nuovo". Alfonso non aveva più dubbi, doveva sostenere nel dibattimento che era un "feudo antico", tesi che premiava e rendeva giustizia al suo assistito, Filippo Orsini. 
Lo sostenne in tribunale con forza e veemenza, mettendo in campo tutta la retorica e l’eloquenza che possedeva. 
Sala dei Busti in Castel Capuano
La questione da dirimere era complessa, ossia: “Un feudo concesso con assenso reale a chi di diritto può ereditarlo, non è nuovo ma antico”, quindi il tribunale della Regia Camera della Sommaria, non poteva riassegnare il feudo di Amatrice, requisito per debiti agli Orsini e concederlo ai Medici, rendendolo un “feudo nuovo”, liberandolo da tutti i crediti, in particolare togliendo il diritto agli Orsini di riottenere il denaro e i beni requisiti anni addietro, in forma di ipoteca creditizia, per il risarcimento di alcuni danni commessi da Alessandro Orsini, loro antenato. 
Sala dei Busti (part.), la freccia indica la lapide di dedica a Sant'Alfonso
Ovviamente i Medici usarono tutti gli stratagemmi e i “mezzucci” che potevano mettere in campo (... non mancavano nemmeno a quei tempi, anzi…!), per esercitare la loro autorevole influenza e far pressione sulla giuria del tribunale …!
La burrasca stava per piombare imminente sulla testa del povero Alfonso…!!
I biografi, non a caso, fanno riferimento a un dono singolare, notato da tante persone in quel periodo: una coppia di orsetti, che il cardinale viceré fece recapitare al presidente del tribunale, perché potesse “chiudere un occhio”...
Nel giorno dell’udienza finale, Alfonso si recò in tribunale impettito, sicuro di avere la vittoria in pugno... Eh che vittoria!! Addirittura sulla casa dei Medici, sul Granduca di Toscana…!
Alzatosi in piedi nell’aula, pronunciò un’appassionata arringa, dimostrando tutto il suo assunto, con prove, evidenze, citazioni di leggi e atti vari.
Ecco cosa scrive un suo biografo (*) a riguardo: “E’ facile immaginarcelo giostrare con intelligenza e forza, profondendo testi e riferimenti storici, secondo l’uso del tempo, per mettere in evidenza il principio che vedeva d’accordo i migliori giuristi:
Francobollo commemorativo, in occasione dei 200 anni dalla morte
“Un feudo antico, che assume una nuova qualità, non diventa per questo nuovo”. Poi dovette sottolineare il palese atto di ingiustizia che aveva privato dei loro diritti gli Orsini di Gravina, creditori ipotecari di Amatrice, mentre lo stesso sovrano non poteva sottrarre titoli di proprietà a dei terzi innocenti.
Al termine della sua splendida oratoria, tutti erano convinti del suo successo. Tutti, meno che l’avvocato dei Medici, un certo Maggiocchi, che senza nemmeno fare l’arringa di replica, invitò semplicemente il suo “distratto” collega a rileggersi le carte della transazione del feudo, e a prestare la sua attenzione su quel “codicillo”, inserito nel documento, che recitava semplicemente “in novum feudam”, ossia "secondo un feudo nuovo".
Cappella presso la casa natale di Marianella
Riportiamo ancora il commento del biografo (*), per descrivere il dramma vissuto da Alfonso in quel momento: “La scintillante e rigorosa argomentazione di Alfonso fece vibrare l’uditorio in un mormorio di ammirazione; ancora una volta aveva vinto. Che potrà mai aggiungere Maggiocchi? Alzatosi, Maggiocchi non si prese neppure il fastidio dell’arringa: - Il signor de Liguori non sa dunque leggere? I testi sono i testi... - E fece leggere da un cancelliere la transazione del 1693 con tutte le sue clausole; le parole “in novum feudum” ricaddero quattro volte, come rintocchi a morto, su Alfonso e sul suo cliente.
Facciata della chiesa Redenzione dei  Captivi, in via S. Sebastiano
Il Sacro Real Consiglio acconsentì, come dinanzi a una evidenza... Chiaramente i giochi erano stati fatti prima, con la benedizione del cardinale viceré: il potere aveva atterrato il diritto, calpestato l’equità. Come colpito da un fulmine, l’avvocato dalle mani pulite restò un attimo interdetto, poi rosso di collera, pieno di vergogna per la toga che portava, sordo alle consolazioni ipocrite del presidente Caravita, uscì, a testa bassa, dalla sala dell’udienza e dal palazzo, ripetendo dentro di sé: - Mondo, ti ho conosciuto... Addio Tribunali!”.
Confuso, come stordito da un colpo ricevuto alla testa, giunse a casa, senza ricordare per quale via o mezzo utilizzati, si chiuse in camera sua senza voler vedere nessuno, saltando il pranzo e la cena, nonostante i richiami e le suppliche della madre, del padre e di tutta la casa sconvolta!
Interno della chiesa, l'altare della Madonna della Mercede è a sx della foto
Per tre giorni restò chiuso nella sua stanza a sbollire il livore e la cocente delusione, e solo nel terzo giorno non seppe più resistere alle invocazioni di lamento della madre e riuscì ad ingoiare appena alcune fette di melone, che gli parvero quanto di più amaro potesse esserci al mondo…!
Passata la burrasca, Alfonso si congedò da tutti i suoi clienti, ruppe le sue relazioni mondane e non frequentò più né amici né parenti. Divideva il suo tempo tra la chiesa della Madonna della Mercede, l’ospedale degli Incurabili e la sua stanza, dove si immergeva lungamente nella preghiera o nella lettura delle vite dei santi, e, ancora, recandosi nella chiesa delle Sacramentine o in altre chiese, nelle quali avevano luogo l’adorazione del SS. Sacramento.
Statua della Madonna con spadino di S. Alfonso, cucito ai piedi dell'abito
Aveva confidato a un amico: “Molte cause si perdono, per l’esattezza, ed onestà degl’Avvocati; i Giudici si possono ingannare in materia di fatti; Le circostanze dei fatti sono innumerabili; Non ci vuol molto a travedere; Fatto un danno, come si ripara? La nostra Professione è pericolosa. Per salvarci l’anima bisogna abbandonarla”. Le sue ambizioni sulle vanità del successo e della gloria nella società si erano disciolte ben presto dinanzi al fuoco cocente della realtà. “Ammazzarsi” in questo mondo per rischiare l’anima nell’altro significava pagare troppo cara una gloria fatta di fumo... E per una giustizia aleatoria!
Disse un giorno a Don Giuseppe Capecelatro: “Amico mio, la nostra vita è troppo amara, troppo pericolosa; noi facciamo una vita infelice, e passiamo pericolo di fare mala morte. Io voglio lasciare i Tribunali, che non fanno per me, perché voglio salvarmi l’anima”.
Chiesa Redenzione dei Captivi, cappella delle reliquie alfonsiane
Nel pomeriggio del 27 agosto del 1723, mentre saliva le scale dell’ospedale Incurabili, per andare a confortare i suoi ammalati poveri, come era solito fare, improvvisamente Alfonso si vide in una grande luce, l’edificio gli sembrò scosso dalle fondamenta e il suo cuore intese una voce, distintamente: “Lascia il mondo, e datti a me”. La voce ritornò incessante anche mentre, al termine del servizio, lasciava l’ospedale: giunto a metà della scalinata esterna, gli sembrò di nuovo che tutta la costruzione crollasse e sentì la stessa voce: “Lascia il mondo, e datti a me”.
Si recò nella chiesa della Redenzione dei Captivi, per gettarsi ai piedi della immagine della Madonna della Mercede, consacrando in quel luogo, il voto di farsi sacerdote.
Alfonso dona lo spadino di cavaliere alla Madonna della Mercede
Si strappò dal fianco la spada di cavaliere, con tutto ciò che questa rappresentava per il suo grado di nobile, deponendola sull’altare, ai piedi della Madonna della Mercede.
Questo spadino d’argento fu poi venduto e il ricavato servì a far modellare la corona d’argento che sovrasta il capo della Vergine (sull’altare, al suo posto, fu messa una copia, poi in seguito rubata). 
Per la cronaca, alcuni anni dopo, quando Alfonso era già diventato sacerdote, in un tribunale di Vienna si svolse il processo d’appello, e la sentenza questa volta fu favorevole alla famiglia degli Orsini… Alfonso aveva dimostrato ancora una volta di aver visto bene… La causa sarebbe stata vinta, se non ci fosse stata la discussa influenza politica…!


Sono trascorsi tre secoli circa dall'esperienza vissuta da Alfonso avvocato, un'esperienza di vita che la dice lunga, se rapportata al nostro tempo, perchè non tanto dissimile riguardo alle illusioni e alla caducità delle cose del mondo, tuttavia la morale finale che ne traiamo da questo racconto è quella che un “Codicillo”, apposto sull’atto di transazione, forse in maniera truffaldina (come ci indica il biografo), strano a dirsi, ci ha fatto un grande e magnifico dono..., invece di aver consegnato alla storia della giurisprudenza napoletana un grande magistrato (sarebbe stato uno tra i tanti avuti nei secoli), ci ha reso invece un grande Santo, un Dottore della Chiesa universale, che fa onore a Marianella, a Napoli e alla Campania in tutto il Mondo: Sant’Alfonso Maria de Liguori.
Questa volta il male ha portato tanto bene!

Salvatore Fioretto


(*) Per il racconto è stato preso in riferimento il libro biografico dal titolo: "Il santo del secolo dei lumi" di Theodule Rey-Mermet, parte prima.






Nessun commento:

Posta un commento