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martedì 19 maggio 2026

Piscinola e la storica devozione degli abitanti per la statua della Madonna del Carmine… Un “simbolo” da recuperare e conservare!

Il culto e la venerazione della "Madonna del Carmelo” (detta più comunemente "Madonna del Carmine") è molto antico ed è stato nei secoli scorsi molto diffuso a Napoli. Il baricentro principale di questa devozione napoletana è concentrato, almeno da 7 secoli, nella storica basilica del Carmine Maggiore, situata vicino alla Piazza Mercato. 
Questo culto mariano ebbe inizio in Palestina, nell'XI secolo, assieme alla fondazione dell'ordine dei monaci Carmelitani, sull'altura chiamata del "Monte Carmelo", e poi si radicò in Europa, a partire dal XIII secolo, quando ad Aylesford (una cittadina inglese situata nella contea del Kent), la  Madonna del Carmine apparve in visione a un frate carmelitano inglese, poi divenuto santo, chiamato Simone Stock, il 16 luglio del 1251. La Vergine gli apparve circondata da angeli e gli consegnò lo "Scapolare" (detto anche "Abitino"), promettendo la salvezza e la protezione eterna a chiunque lo avesse indossato. Alla Madonna del Carmine era molto devoto anche il nostro concittadino Sant’Alfonso, che indossò con fede lo “scapolare”, fino al momento della sua morte. Questo scapolare fu recuperato intatto dopo l’esumazione del Santo e fu conservato nel museo alfonsiano di Marianella, dove si trova tutt’oggi esposto ai visitatori.
Anche a Piscinola il culto della Madonna del Carmine è stato molto sentito nei decenni scorsi e molte sono state le donne che portavano il nome di “Carmela” (anche gli uomini, con la variante di “Carmine”).
In via Vecchia Miano e precisamente nel caseggiato con corte che veniva chiamato “‘a Carrara” (termine che deriva da “passo carraio”, perché il vicolo era senza uscita), fu eretta una cappellina, con dentro dipinta l’effige della Madonna del Carmine. 

La zona di "Abbascio Miano" presa da una mappa dell'800
La cappellina era posta sulla facciata di un palazzo situato in cima alla breve salita e aveva incastonata nel muro sottostante una lapide marmorea che attestava l’anno di fondazione (1889) e la dedica del benefattore. Secondo alcune testimonianze orali raccolte dagli anziani, essa fu fatta realizzare in ex voto dal proprietario del  palazzo, dopo che ebbe ricevuta una grazia dalla Madonna, alla quale egli era molto devoto. Si racconta che, durante la realizzazione di alcuni lavori allo stabile, un operaio cadde dalla sommità del ponteggio, precipitando rovinosamente al suolo, e che rimanse miracolosamente illeso... La cappellina fu quindi costruita proprio sulla facciata di questo edificio.
Con il trascorrere dei decenni, il culto degli abitanti del sobborgo verso questa icona mariana si incrementò e si diffuse maggiormente anche tra le  generazioni che si succedettero alle prime.
Negli anni ’50, quando nei vari sobborghi di Piscinola (“‘Capo e Coppa”, “Capo a Chianca”,” Vico Operaio”, “Madonna delle grazie” e  “Sott’’a Chiesa”), erano già state fondate ed erano molto frequentate le varie associazioni cattoliche operaie presenti (“SS. Sacramento”, “Madonna de Loreto”, “Crocifisso e San Vincenzo”, “Madonna delle Grazie”, “Addolorata, S. Giuseppe e SS. Salvatore”), anche gli abitanti dell’allora popoloso sobborgo di Piscinola, chiamato “Abbascio Miano” (che comprendeva anche l’abitato della “Carrara”), decisero di fondare un’associazione cattolica operaia, che fu chiamata “Associazione Madonna del Carmine e Sant’Anna”. Di quest'ultima Santa era pure presente un'altra cappellina lungo la strada.
Furono eletti il presidente e i consiglieri dell’Associazione, che subito fecero realizzane la statua della Madonna del Carmine, oltre la bandiera e lo stendardo. Poi, per diversi anni, nel giorno della commemorazione della Madonna, che cade il 16 luglio, organizzarono la festa patronale per le strade dell’abitato, con tanto di luminarie, processione, fuochi e banda musicale. La bella statua della Madonna col Bambino, fatta realizzare a grandezza naturale,  in gesso e con occhi in vetro, fu quindi posta stabilmente in un'artistica ma semplice cappellina a sbalzo, racchiusa con dei vetri colorati.
Tutto questo rimase immutato fino alla
 metà degli anni ‘80, quando il "Programma di ricostruzione del dopoterremoto del 1980" mise in cantiere un intervento di ricostruzione e di riammodernamento edilizio radicale di tutto l’abitato compreso tra via Vecchia Miano, Via Napoli e Vico Operaio, includendo anche l’abbattimento del palazzo dove si trovava collocata la cappella della Madonna del Carmine. Fu grazie all’opera e alla sensibilità di un piscinolese che, accorrendo in tempo, riuscì a salvare la statua della Madonna dalla possibile distruzione o dispersione, prendendola poi in carico e conservandola in un locale della sua abitazione. Purtroppo a differenza di quando è avvenuto per la Madonna de Loreto, per la quale fu realizzata una nuova cappella nel vico Operaio, per la Madonna del Carmine di “Abbascio Miano” non è stata realizzata nessuna nuova cappella in sostituzione della precedente demolita. 
Oggi, a distanza di oltre 40 anni da quell'avvenimento, pochissimi ricordano ancora questa statua della Madonna, perché, nel frattempo, almeno due generazioni si sono succedute e la memoria storica si sta affievolendo inesorabilmente, man mano che passa il tempo... 
L’intento del nostro scritto è proprio quello di far riscoprire questa storia, affinché il ricordo di questo culto genuino legato alla statua della Madonna del Carmine non scompaia del tutto dalla memoria collettiva, lasciando una traccia indelebile per le future generazioni.
Questa statua, oltre che sacra, è soprattutto un simbolo storico e comunitario di appartenenza a un territorio, a cui tanti anziani piscinolesi si sono affidati nelle loro preghiere devozionali. Oggi purtroppo si trova in condizioni di conservazione molto precarie e andrebbe urgentemente restaurata per riportarla al suo antico splendore, oltre ad essere esposta di nuovo in un luogo protetto e accessibile a tutti i fedeli!

Salvatore Fioretto

p.s.: Prima che vengano intraprese delle iniziativa a favore del restauro della statua (lo speriamo vivamente e presto!), abbiamo deciso di non inserire alcuna immagine della Madonna di Piscinola. 

La nuova strada che è stata realizzata al posto del vecchio vico della "Carrara".

martedì 31 marzo 2026

Con la rivoluzione industriale nacquero anche da noi le Società di Mutuo Soccorso... Le prime forme assistenziali per i lavoratori... (seconda parte)

Le Società di Mutuo Soccorso che, come abbiamo visto, sorsero in tutte le regioni italiane fin dalla metà dell''800, si diffusero gradualmente nell'ultimo ventennio di fine secolo, anche in Campania e principalmente nel capoluogo napoletano. Le indagini che abbiamo condotto hanno rilevato almeno due realtà esistenti nell'Area Nord del Comune di Napoli, all'epoca ricca di manovalanza composta da operai edili e da braccianti agricoli. Dall'"Elenco delle Società di Mutuo Soccorso edito dal Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio" (Direzione Generale della Statistica), Roma, anno 1898 (pag. 169), risultano istituite ben due Società nel quartiere di Piscinola, all'epoca "Frazione" del Comune di Napoli. Nella restante Area Nord cittadina odierna erano presenti solo  altre due società, rispettivamente a Secondigliano e a San Pietro a Patierno, ma questi all'epoca erano ancora dei Comuni autonomi (Secondigliano: "Unione di Carità e di M. S. per gli operai cattolici", anno fond. 1883, con 210 soci - San Pietro a P.: Società Operaia B. Margherita", anno fond. 1880, con 40 soci). 
Ritornando alle due società con sede a Piscinola, la prima risulta essere stata la "Società di Mutuo Soccorso Operaia", inaugurata nel 1887, composta da 47 soci (censimento anno 1894), tutti abitanti nel luogo sede del sodalizio; mentre la seconda società risulta denominata "Unione Operaia Agricola di Piscinola, Marianella, San Rocco, Miano e Capodimonte", con sede a Piscinola, inaugurata nel 1888, composta da 37 soci iscritti (censimento anno 1894). Entrambe le società furono riconosciute giuridicamente secondo le disposizioni legislative all'epoca vigenti ed risultavano ancora attive nell'anno 1895. 
Entrando nel dettaglio, la prima società garantiva, oltre l'assistenza 
del socio in caso di malattia, anche i sussidi in caso di spese funerarie e l'erogazione di prestiti in caso di necessità. 
Della seconda società di Mutuo Soccorso con sede a Piscinola, siamo riusciti a trovare lo Statuto, unico esemplare fortunatamente conservato nella Biblioteca Nazionale di Firenze, intitolato: "Statuto Unione Operaia e Agricola di Piscinola, Marianella, San Rocco, Miano e Capodimonte", stampato dalla tipografia "Filinto Cosmi", Napoli 1889. Nella retrocopertina che si apre troviamo elencati i Soci onorari e benemeriti nominati dal sodalizio. Il presidente onorario nominato era il Duca di Sandonato, all'epoca deputato nel Parlamento Italiano. Per la carica di "vice presidente onorario", troviamo ben 8 componenti designati, di cui 7 erano deputati parlamentari. E' presente anche la lista dei "Soci Benemeriti", con un presidente e 6 vicepresidenti. Di queste personalità si conoscono tutti i nomi in dettaglio
Sappiamo, inoltre, che la Società fu registrata con atto pubblico rogato presso il notaio Domenico Pastena, nell'anno 1889 e riconosciuta come "Ente Morale" dal Tribunale Civile e dal Regio Decreto Ministeriale, emanati nello stesso anno.
Tra le premesse introduttive dello Statuto, si precisa che la società accoglieva i soci che svolgessero le professioni di: impiegati, commercianti, operai e agricoltori, residenti nella Provincia di Napoli, ai quali veniva offerto tra l'altro: sussidi, medici, pensione in caso di inabilità al lavoro e i sussidi a favore dei soci chiamati alla "ferma di leva". La Società garantiva ogni anno una dote (detta "maritaggio") di cinquanta lire per ogni figlia o sorella del socio iscritto, avente un'età non inferiore a 14 anni: il sussidio veniva assegnato ogni anno con una procedura di sorteggio. 
Erano ancora riconosciuti dalla Società: le pensioni o i sussidi continuativi o straordinari ai soci anziani, a quelli inabili al lavoro o affetti da malattie croniche, i sussidi per spese funerarie, l'istruzione mediante scuole private, con corsi serali o svolti in giorni festivi, sia per i soci che per i loro figli, nonchè l'impegno per il ricollocamento lavorativo dei soci che avevano perso l'occupazione.
I soci ammessi venivano suddivisi in: promotori, effettivi, benemeriti e onorari. 
Sono poi descritte le procedure per essere ammessi nella Società, a tal fine sono allegati al termine del testo i modelli da compilare per la richiesta di adesione.
La Società era amministrata da un consiglio direttivo, un presidente, un vicepresidente (queste ultime due cariche duravano un anno, con possibilità di rielezione). Il consiglio direttivo era composto da 30 consiglieri che duravano 5 anni, ma ogni anno si provvedeva a rinnovare un quinto dei componenti. Nel governo della Società erano ancora presenti: un direttore, un vicedirettore, un "segretario ragioniere" e dei vicesegretari. Nelle funzioni pubbliche di rappresentanza i consiglieri indossavano il collare con la medaglia dorata e argentata, mentre il presidente e il vicepresidente indossavano "la ciarpa" distintiva della Società. I soci anziani avevano il diritto di portare la bandiera della Società, di forma militare, contenenti i tre colori della Nazione, con l'obbligo di indossare i guanti neri, la medaglia argentata e la fascia al braccio. 
La Società disponeva tra i dipendenti anche di un "Usciere", a cui erano assegnati i compiti di messa in ordine e la pulizia della sede e di consegnare la corrispondenza per le comunicazioni ufficiali ai soci. I "censori", che erano due, provvedevano a dirimere controversie tra i soci e a controllare l'applicazione delle regole statutarie. 
Simbolo tipo della Società di M.S. (simbolo ricostruito)
In questo libretto abbiamo trovato una notizia inedita e  sorprendente che riguarda la storia musicale di Piscinola, infatti nelle sei pagine conclusive si descrive il regolamento della banda musicale, chiamata "Concerto Musicale" e di una "Fanfaretta musicale alla militare" che la Società disponeva nel suo organico. Il "Concerto Musicale" si componeva di 24 musicisti e aveva: un direttore, un maestro, un sergente e un caporale. La "Fanfaretta" si componeva di 13 musicisti e disponeva anch'essa di: un direttore, un maestro e un caporale. I direttori di entrambi i corpi musicali prestavano il loro incarico gratuitamente. Tutti i musicisti dovevano essere soci, pagare una tassa di iscrizione e una rata mensile per il mantenimento del maestro. Essi percepivano un premio a ogni esibizione, ma dovevano suonare gratuitamente durante i raduni della Società e per l'accompagnamento durante i funerali dei soci defunti. La Società forniva loro una divisa con berretto e lo strumento musicale, a cui dovevano prestare cura e manutenzione, pena una multa e, nei casi gravi, l'espulsione dal corpo musicale.
Considerato che tra le norme contenute nella Statuto, emerge il seguente divieto, dettato ai musicisti delle due formazioni musicali: "... restandogli espressamente proibito di iscriversi ad altro Concerto musicale sia nello stesso Villaggio di Piscinola che fuori", si lascia intendere che in quell'anno a Piscinola operasse almeno un'altro corpo musicale!
Il primo presidente della "Società Unione Operaia e Agricola" fu il piscinolese Francesco Bonaurio, mentre il segretario ragioniere si chiamava Pietro Alfonso Scandone. I soci votanti che approvarono lo Statuto nella prima Assemblea Generale del sodalizio, tenuta il 16 giugno 1889, furono 571. Con il trascorrere dei decenni si ebbe un diradamento del numero dei soci a causa di problemi esterni alla Società, che descriveremo in un altro post.

Salvatore Fioretto 


Estratto dell'elenco delle Società di Mutuo Soccorso esistenti nell'anno 1898 edito dal Ministero dell'AA.II.CC.

sabato 28 febbraio 2026

Della serie i racconti della Piedimonte... "Napoli, Piazza Carlo III, domenica 30 marzo 1913…." Un racconto immaginifico sulla cerimonia inaugurale della ferrovia...

Prendendo spunto da un articolo del giornale "Roma", pubblicato il 29 marzo 1913, dal titolo "La nuova ferrovia Napoli Piedimonte d'Alife - Inaugurazione del tronco Napoli-Capua",  ho scritto questo testo, immaginando la scena che certamente fu osservata durante la cerimonia di inaugurazione, con il convoglio inaugurale che partì dalla centralissima piazza Carlo III di Napoli tra due ali di folla assiepata, come avviene nelle grandi e importanti cerimonie pubbliche. Questo componimento costituisce il primo capitolo del libro "C'era una volta la Piedimonte", edito nell'anno 2014 e stampato dalla casa tipografica "Atena", lo pubblico oggi in questo post celebrando i dodici anni trascorsi dalla presentazione avvenuta nella biblioteca Domenico Severino di Piscinola. Il libro, che contiene una raccolta di racconti e di testimonianze sulla gloriosa Ferrovia "Napoli Piedimonte d'Alife", mi ha dato tante soddisfazioni e riconoscimenti, soprattutto per le manifestazioni di affetto ricevute da parte di tanti anziani, di appassionati di treni e di ex ferrovieri... 

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"Era una bella e limpida mattina di primavera, quel lontano 30 marzo 1913,… esattamente cent’anni fa…, quando il convoglio inaugurale della ferrovia “Napoli-Piedimonte” muoveva lento e con andamento solenne, il suo primo viaggio inaugurale, diretto alla città di Capua. Partiva da una piazza Carlo III gremita di gente, al di là delle più rosee previsioni iniziali…!
Già dal primissimo mattino la piazza si mostrava soleggiata e bella più che mai, addobbata con ghirlande di fiori e tante bandiere tricolori. Decine e decine le coccarde e gli stemmi della casa reale sabauda pendevano dai tralicci stradali e dai balconi delle case, resi ancor più evidenti dal contrasto con il cielo terso di azzurro. Erano presenti autorità cittadine, uomini di cultura, del mondo della finanza e della aristocrazia napoletana.
Tutti vestiti per le grandi e solenni occasioni: severi nel portamento gli uomini, tutti con barba e i baffi impomatati, con frak e con cilindri color nero lucido, accompagnati da donne incipriate, un poco distratte e civettuole, vestite all’ultima moda, con abiti e cappotti lunghi fino alla caviglia, rossetto rosso in evidenza, cappellini di velluto con penne o fiori e la classica acconciatura dei capelli alla Belle Epoque.
Ma da sfondo faceva eco il popolo minuto, quello dei borghi popolari, di Sant’Antonio Abate, dell’Arenaccia e di Sant’Eframo, dei Vergini e perfino quello di Forcella.
Incuriositi dal passaparola avvenuto già dai giorni prima, tra i vicoli scuri e destati dallo stridore del passaggio ininterrotto di carrozze e cupè trainati da fulvi stalloni, che si susseguivano nelle strade principali, senza sosta, fin dal primo mattino… accorrevano verso la lunga piazza, quella su cui si affacciava il maestoso Real Ospizio dei Poveri e ai lati, ancora in costruzione, la bella stazione in piperno grigio, con l’intonaco di color rosso pompeiano. La fiumana di popolo accorreva dai vicoli e dai borghi più lontani; tra questi, molte le donne con i loro pargoli in braccio o tenuti per mano, gli anziani curvi, che a stento camminavano, i mendicanti con i vestiti sudici e rattoppati e gli immancabili scugnizzi, scalzi e vivaci: tutti avevano lasciato le loro faccende e i loro impegni, erano venuti così come si trovavano, per partecipare a quello che sarebbe stato, a giudicar dalle aspettative, l’evento dell’anno in città…! 
Perché dopo i molteplici tentativi, i vari progetti, le richieste ufficiali, i quasi fallimenti e i successi a metà, finalmente la nuova ferrovia si muoveva diretta per Capua. Ferrovia che avrebbe, da quel momento in poi, collegato la parte popolare di Napoli con il suo entroterra, il centro con i paesi della zona collinare e, più giù, i paesi della piana aversana e quella casertana.
Avrebbe attraversato una piana fertilissima, rigogliosa e bella, bagnata dalle copiose e miti acque del fiume Volturno e dal vecchio canale dei Regi Lagni (il flumen Clanius, degli antichi popoli Osci-Sanniti); una linea bianca tracciata tra i campi verdi coltivati con grano, orzo, canapa, mais e tra immensi e profumati vigneti di “Asprigno” e di “Piedirosso”.
Una ferrovia che parlava francese, ma era stata progettata da menti italiane e campane, da uomini d’ingegno, degni eredi, rappresentanti della nobile tradizione napoletana della “Scuola d'Applicazione degli ingegneri di Napoli”, poi divenuta “Real Scuola Superiore Politecnica”.
La cerimonia aveva inizio: il Cardinale di Napoli, il pio arcivescovo Antonio Prisco, eseguiva la benedizione del convoglio, rivolgendo poi agli astanti una breve preghiera, anch’essa benedicente.
Ed ecco i discorsi ufficiali di rito, che vibravano ad alta voce dalla bocca del Prefetto, rappresentante di casa Savoia e dopo quella del Commissario Regio al Comune di Napoli, Vittorio Messinger; poi, a seguire, il discorso dei dirigenti responsabili della società francese “Chemins de Fer du Midi de l’Italie”, costruttrice della linea. In alcuni passi dei discorsi venivano da questi ricordati i tanti sacrifici affrontati dalle maestranze, venivano elencati i nomi dei lavoratori feriti durante la costruzione della linea e veniva compianto il giovane francese Georges Bourdaret, fratello minore dell’ingegnere capocantiere Emile, morto a soli 27 anni nel cantiere di Teverola, il 10 febbraio 1910. L’ingegnere Emile, presente, ne fu visibilmente commosso.
L’immancabile banda musicale intonava, poi, le note della Marcia Reale. Ancora qualche passo del cerimoniale ed ecco finalmente vibrare nell’area il caratteristico fischio della elettromotrice, che annunciava finalmente a tutti l’inizio del primo viaggio… Stupore tra la gente, applausi scrosciati si elevavano dalle banchine verso il treno e dai finestrini del treno verso le banchine, come un grosso e simbolico abbraccio tra le due ali di popolo, con al centro il treno tutto imbandierato di drappi tricolori…
Ed ecco dalle vetture e dalla elettromotrice tanti viaggiatori sporgersi dai finestrini: molti erano gli invitati ufficiali, ma taluni erano semplicemente degli intrusi, entrati a curiosare nei treni e lì rimasti perché impediti dalla calcagna; tutti però si sporgevano dai tanti finestrini, con i visi illuminati dal sole e sorridenti… felici…: era pura gioia la loro...! Rispondevano e salutavano, a forza di braccia e di mani, le tante persone che ormai facevano fatica ad avvicinansi al luogo della stazione, trattenute dalle Guardie Regie e dalle transenne di legno, predisposte per l’occasione.
Tante erano le persone assiepate più lontano, sui marciapiedi e sui balconi, perfino sui tetti dei vecchi palazzi e sul muro del Real Orto Botanico… Centinaia di bandierine tricolori venivano fatte sventolare dai bambini delle scolaresche e dai ragazzi del Real Ospizio dei Poveri.
Si udivano pure tanti “Evviva”, urlati dagli spettatori e dalle maestranze!!
Il treno si muoveva, aumentando via via il suo andamento, stavolta con più decisione e fischiava ancora: una, due, tre volte di seguito, lasciando tutti a bocca aperta…! 
Gioia e commozione trasparivano dai volti semplici e schietti delle persone del popolino, centinaia gli occhi che si inumidivano dalla commozione e tanti e tanti ancora erano quelli che sorridevano e salutavano il treno, che lentamente si allontanava placido verso la salita della Doganella...
Il progresso con le sue vie su ferro si era ormai consolidato in città, consentendo a Napoli di essere degna concorrente delle più grandi capitali europee, quali Londra e Parigi. Ormai Napoli non era seconda a nessuna, per la ramificazione e per la densità della sua rete di trasporti su ferro, sia cittadina che provinciale…
Anche i quotidiani avevano dato ampio risalto nelle loro cronache all’avvenimento cittadino, come il giornale “Roma”, che aveva dedicato il giorno prima un ampio editoriale, che così annunciava l’evento: “I tronco che sarà inaugurato domani, ha origine da piazza Carlo III, dove la società sta costruendo un ampio fabbricato per la stazione”, e poi ancora “Il progetto della ferrovia Napoli-Piedimonte D’Alife fu una prima volta studiato circa 23 anni fa dagli ingegneri Tessitore e D’Aniello che ebbero ben chiara la visione dell’utilità che tale opera avrebbe apportata a Napoli con metterla in diretta comunicazione con le fertili terre della provincia di Caserta, e dei vantaggi enormi che questa avrebbero conseguito quasi avvicinandosi alla grande metropoli”.
Le scene di giubilo si ripetevano a ogni stazione attraversata dal treno inaugurale: Secondigliano, Piscinola, Marano, Mugnano …. Sempre più folla, sempre più entusiasmo…! Dai campi, dai passaggi a livello, dalle case cantoniere, dai balconi delle case… tante erano le persone in attesa che il treno arrivasse, tutti poi a salutare festosamente con le mani le vetture ed i passeggeri in transito... Alcune chiese dei paesi attraversati suonavano a festa le loro campane, salutando il passaggio del convoglio della nuova ferrovia.
Molti chiedevano ancora dove andasse quel trenino mai visto prima, qualcuno rispondeva Caserta, altri Capua, altri ancora preannunciavano l’imminente arrivo a Piedimonte. Qualcuno già iniziava a chiamarlo semplicemente “‘O treno pe’ Piedimonte”… e, infatti, pochi anni dopo sarà per sempre e per tutti semplicemente “‘a Piedimonte”!
Nella stazione di Piscinola c’era anche la banda locale che suonava briose e trillanti marcette sinfoniche.
A Giugliano e ad Aversa la folla era immensa: lì si incontravano anche dei reporter  stranieri che eseguivano fotografie per l’occasione. A Santa Maria il convoglio ripeteva la sosta in ben cinque stazioni e fermate, tutte affollate: S. Andrea, Curti, S. Maria Centrale, Anfiteatro e Biforcazione. Il viaggio terminava finalmente a Capua, dopo oltre cinque ore, tra le soste e la corsa; a Capua il convoglio era obbligato a fermarsi prima, perché non aveva più spazio per fare manovra, tanta era la partecipazione popolare!
Oramai questa ferrovia era già diventata una realtà nel tessuto napoletano e casertano…! I partecipanti all’evento, tutti felici, portavano a casa la lieta notizia e raccontavano ai loro familiari la bella esperienza vissuta in quel giorno.
Il progresso era ormai inarrestabile, la ferrovia ne rappresentava un valido veicolo e lo sarebbe stato veramente e ancor di più per tutto il secolo seguente...

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Così, come abbiamo immaginato, crediamo che si dovette svolgere l’evento inaugurale di cent’anni fa. Dovette essere stato sicuramente un gran giorno quello per Napoli e per i napoletani, in quella domenica di fine marzo del 1913…! Fortunati furono quanti ebbero l’opportunità di potervi partecipare…! Oggi, a distanza di cent’anni, noi appassionati dei treni e delle ferrovie e noi appassionati della vecchia Piedimonte, siamo qui per ricordare i fasti di quell’evento, che ha segnato la storia dei trasporti di Napoli e della Campania ed ha favorito indubbiamente la crescita economica e culturale di due province vicine, quelle di Napoli e di Caserta."

Salvatore Fioretto 

Il racconto contenuto di questo post è stato tratto da un'opera letteraria pubblicata e come tale è soggetto ai diritti d'autore, pertanto è vietato copiarlo e pubblicarlo, anche parzialmente, senza ricevere una esplicita autorizzazione da parte dell'autore.