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Mappa dell'Agro Napoletano, A. G. Rizzi Zannoni, 1793 |
La plaga verde
che coronava il perimetro settentrionale della nobile capitale del regno, compresa tra i casali di Piscinola, Marianella, Miano e Secondigliano, ha affascinato nei secoli scorsi molti storici e
viaggiatori, incantati come erano per la feracità del suo terreno, per la prelibatezze
dei frutti, per l'abbondanza delle messi e per la bellezza dei paesaggi. Troviamo, infatti, diverse
testimonianze letterarie e storiche tramandateci da autorevoli scrittori napoletani e anche
stranieri, a partire dal periodo della dominazione angioina, delle quali citiamo alcune
tra le più significative:
Il Chianese, valente
storico napoletano e studioso dei nobili casali napoletani, menzionando le
località che nel periodo ducale (X sec.) sorgevano nella parte australe della
“Liburia”, cita tra gli altri “Piscinula” e “Mianu” (Piscinola e Miano).
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Chiostro maiolicato di S. Chiara - Scene di vita agreste nei dintorni di Napoli, XVIII secolo. |
Il Poeta Giacomino Pugliese, vissuto nel XIII
secolo, così descrive il territorio, “Niun
luogo al mondo, era più giocondo, di quel tratto della Liburia, pieno di
ricchezza, utile, ameno, abbondante di seminati, di frutti, di prati di
albereti. Quivi su l’uno e l’altro fianco della Via che da Napoli correva quasi
diritta all’Anfiteatro dell’antica Capua, tagliando a mezzo quella distesa
verdeggiante di campi, spargevansi numerosi villaggi e Casali, assai più che
non siano oggi [...].
Anche il Summonte, citando i Casali esistenti nel
XIV secolo intorno alla città di Napoli, tra cui quello di Piscinola e la sua piana
agricola dello Scampia, così scriveva: “[…] Questi
Casali sono abbondantissimi di frutta di ogni sorta e qualità[…]. Sono anco
fertilissimi di vini preziosi e delicati, di frumento, di lino finissimo e
canapo di grande qualità, di bellissime sete, vittovaglie di ogni sorte, selve,
nocellami, polli, uccelli, et animali quadrupedi, così da fatica come da
taglio: gli abitatori di questi Casali, quasi ogni giorno vengono a Napoli a
vendere le loro cose” .
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"L'abbeverata" di Filippo Palizzi |
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Infine, la testimonianza del Sacco, che nel 1796
così scriveva: […] Piscinola Casale Regio di
Napoli nella provincia di Terra di Lavoro(!), ed in Diocesi di Napoli, il quale
giace in una pianura, d’aria temperata e nella distanza di quattro miglia dalla
città di Napoli. Sono da notarsi in detto Casale, il quale esisteva sin dal
tempo, in cui la città di Napoli fu presa e saccheggiata da Belisario, generale
dell’imperatore Giustiniano, una chiesa parrocchiale sotto il titolo del SS.
Salvatore, ed una confraternita laicale sotto la invocazione del Sagramento. Il
suo territorio produce grani, granidindia, lini e canapi. Il numero degli
abitanti ascende a milleottocentoquarantasei sotto la guida spirituale di un
Parroco.”
Con il toponimo "Liburia" si identificava, già a partire dal periodo ducale, un esteso territorio, che comprendendo i nostri casali, si estendeva fino alla provincia di Caserta.
Questo luogo dal paesaggio
bucolico, con le sue sterminate campagne e tante masserie disseminate, ha dato lavoro, per molti secoli, a un
esercito di contadini e braccianti agricoli, originari prevalentemente dai casali di Piscinola e di Marianella. La loro presenza era così nutrita e incidente nel tessuto sociale, al punto da caratterizzare i toponimi dei centro storici. Infatti nel quartiere di Piscinola troviamo un "vico degli Operai" (vico che ha
assunto tale denominazione nel secolo scorso), eloquente riferimento alla nutrita presenza di operai dei campi; mentre nel censimento urbanistico eseguito dal Catasto di Napoli, a fine ottocento, risulta la denominazione di "vico Pagliano", sicuramente tradotto in italiano (un po' alla buona) dal termine locale "Appagliaro", locuzione ancor oggi in uso tra gli abitanti, che deriverebbe dalla presenza di numerosi pagliai, che forse i contadini e i braccianti delle terre dello Scampia realizzavano nei secoli per utilizzarli come ricoveri per animali da soma e per i carri adoperati nei loro andirivieni giornalieri dai campi.
Ancor più romantico è il ricordo antico della piana di Scampia, quando era coltivata interamente a canapa e a grano. Scene sopravvissute, purtroppo, fino alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso. Il colore giallo-oro delle messi hanno sicuramente caratterizzato il paesaggio, destando incanto e ammirazione negli osservatori occasionali o nei viaggiatori che venivano in tour organizzati, anche da oltralpe, tra il seicento e l'ottocento, per ammirare le bellezze di Napoli e dei suoi dintorni.
Il toponimo "Scampia" deriverebbe dall'allocuzione "Scampagnato", ossia di luogo esteso, prevalentemente piano, privo di ostacoli naturali o edilizi, nel quale si puo' godere una visione illimitata del paesaggio. Altri accosterebbero il termine Scampia all'usanza avuta dai cittadini resiedenti nella parte intra moenia della città, di frequentare occasionalmente questi luoghi ameni, specie in coincidenza di festività religiose, organizzando gite e momenti di relax (oggi diremmo "fuori porta"), da trascorrere in aperta campagna o per gustare l'ottima cucina che si poteva godere nelle celebri trattorie ivi presenti (da leggere il precedente post sulle trattorie).
Tutt'oggi non è inusuale ascoltare dagli anziani, quando raccontano vicende della loro vita, l'antica allocuzione di "Abbascio 'o scampagnato"....
Salvatore Fioretto
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Splendida descrizione della nostra "bucolica" terra!
RispondiEliminaHo particolarmente apprezzato il dipinto della contadina con gli animali "L'abbeverata" di Filippo Palizzi, pittore napoletano, capostipite della pittura verista napoletana, che rende in una piacevolissima maniera "verista" l'amenità della vita del nostro " scampagnato" in un tempo lontano, ormai perso, del quale avremo sempre nostalgia!!
Sono incantata da questi post... Passerei ore a leggere!
RispondiEliminaChe belle che dovevano essere le nostre terre!
Saluti dalla Svizzera da Imma di Secondigliano
Grazie Imma!
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