mercoledì 25 maggio 2016

Notizie storiche sulla “Real Arciconfraternita del SS. Sacramento nel Casale di Piscinola”



Timbro della Congrega, in un documento del 1880
In occasione della ricorrenza di questo fine settimana che il calendario civile e liturgico attribuisce alla festa del "Corpus Domini" (un tempo la festa era anche civile e si celebrava 60 giorni dopo Pasqua, il giovedì), dedichiamo questo post alla Real Arciconfraternita del SS. Sacramento in Piscinola (chiamata anche "Congrega"), sodalizio che conta ben oltre quattro secoli di vita, tutti dediti all'assistenza materiale e spirituale del popolo di Piscinola.
Da fonti storiche attendibili rileviamo che nel 1598 si costituì nel Casale di Piscinola una Congregazione, denominata del SS. Sacramento e retta da padri Gesuiti.
Nel 1609 sorse, sul suolo dell’Università (amministrazione del Casale), un piccolo oratorio del SS. Sacramento. Pochi anni dopo il sodalizio si trasformò in "Estaurita", vale a dire in organismo laico retto da un governo di Maestri, il cui compito principale era quello di fornire l'assistenza ai bisognosi del Casale, sia materiale che spirituale.
Nel 1751 la Congregazione fu chiusa con Real dispaccio del re Ferdinando IV.
Le cause che determinarono la chiusura della Congrega e dell’annessa Estaurita forse scaturirono da alcune incomprensioni sorte tra il Parroco dell’epoca ed i Maestri dell’Estaurita, ma alcune fonti parlano di scontri derivanti dal diritto di scegliere e di nominare i Cappellani officianti la chiesa annessa. Forse anche i Gesuiti ebbero un ruolo determinante in questa vicenda. 
Altare maggiore con tela del XVIII sec.
Nel 1777 (23 luglio) la Congregazione fu rifondata con nuove regole, che ricevettero il Real assenso da parte del re Ferdinando IV (18 agosto) e svolse la sua opera nel Casale di Piscinola, con i privilegi della corona reale.
Nei secoli che seguirono, la Congregazione fu dichiarata “Real Arciconfraternita, sotto il titolo del SS. Sacramento”, le cui attività si svolsero immutate nel tempo, rinnovandosi periodicamente attraverso il governo eletto dai confratelli.
Nel 1950 i solerti amministratori del tempo, nell’ambito delle attività dell’Arciconfraternita, idearono la costruzione di una cappella funeraria nel cimitero di Miano, che fu terminata nel 1957. In questa Cappella sono da allora custoditi i resti dei Confratelli che aderirono nei decenni scorsi all’Istituzione secolare e di moltissimi piscinolesi.
Nel 1977, in occasione del secondo centenario della rifondazione dell’Arciconfraternita, furono fatti alcuni lavori di ristrutturazione ed ampliamento: sia nella cappella funeraria di Miano e sia nella Chiesa della Congrega di Piscinola.
La Real Arciconfraternita del SS. Sacramento di Piscinola oggi è un Ente Morale di diritto Ecclesiastico e conta quasi 100 iscritti; essa è governata da un’assemblea eletta ogni due anni, composta dal Superiore, dal Tesoriere, dal Fiscale e da due Consiglieri.
La chiesa della Congrega si presenta con una sola navata, con affreschi alle pareti laterali originari del ‘700, purtroppo rimaneggiati nella metà del XX secolo.
Sull’altare maggiore è collocata una tela del XVIII secolo rappresentante la Madonna che ha in visione il Cristo risorto, con alla base delle figure di “Paputi”.
Di notevole interesse è l’organo ligneo del XVIII secolo, in ottimo stato di conservazione. Sul ballatoio dell’organo è presente un quadretto in olio su rame, di autore ignoto, ma di fattura molto antica, raffigurante due angeli che adorano l’Eucarestia.
"Pietà" del XVIII secolo, altorilievo in gesso sulla facciata della Chiesa
L’altare è realizzato in marmi policromi del XVIII secolo. Le pareti interne e la facciata sono decorate con stucchi bianchi del XVIII secolo. Il soffitto, che era anch’esso realizzato in stucchi decorati, è purtroppo crollato pochi mesi dopo il terremoto del 1980.
La facciata è realizzata su due ordini, con lesene e timpano in stucco. Sull’arcosolio che sormonta l’ingresso è collocato un altorilievo in stucco, risalente al XVIII secolo, raffigurante una “Pietà”, mentre nel timpano è collocato un orologio stilizzato in bronzo.
Nella sacrestia sono conservate le due campane in bronzo dell’antico orologio che sormontava un tempo la facciata. L’orologio fu eliminato poco prima della seconda guerra mondiale. Sulla prima campana è stato impresso l’anno “MCCCCCXX”, ossia 1520, mentre, sull’altra campana si trova scritto su due ordini: “Congrega del SS. Sacramento - Domenico Muscetto – Anno 1874”. Sono, inoltre, presenti nella sacrestia: una guardarobiera in legno del ‘700, i vestiti storici dei “Paputi “ e una piccola acquasantiera in marmo coeva.

Nella chiesa della Congrega del SS. Sacramento è apposta una lapide marmorea che riassume la storia del Sodalizio. Riportiamo nel seguito la prima parte:
IL GIORNO 23 DEL MESE DI LUGLIO DEL 1777 NEL CASAL DI PISCINOLA DAVANTI AL NOTAR FILIPPO CANGIANO DI NAPOLI
FRANCESCO GUIDA SAC.        ANTONIO MOSCOTELLA
BARTOLOMEO DI TIPALDI       ANIELLO MELE
GIUSEPPE MORRA                    DOMENICO RUSSO
LEONARDO DI VAJA                   GIOVANNI FIORETTI
ROGATO RUSSO                        BIASE IMBRIANO
DOMENICO CUOZZO                 LEONARDO PALLADINO
ANIELLO CASCELLA                  DOMENICO BARBATO
PASQUALE CUOZZO                  GENNARO DI GUIDA
DOMENICO SALZANO                DONATO DI LISA
PIETRO MELE                             BIASE CASCELLA
DEFINISCONO E SOTTOSCRIVONO LE NUOVE REGOLE DELLA VENERABILE CONGREGAZIONE SOTTO IL TITOLO DEL SS. SACRAMENTO DEL CASALE DI PISCINOLA GIÀ CHIUSA CON REAL DISPACCIO NEL 1751 E INOLTRANO PETIZIONE AL RE PER LA RIAPERTURA.
IL GIORNO 18 DEL MESE DI AGOSTO DEL 1777
FERDINANDO IV DI BORBONE RE DI NAPOLI
AVUTO IL PARERE FAVOREVOLE DEL CAPPELLANO MAGGIORE MATTEO GENNARO ARCIVESCOVO DI CARTAGINE,
CONCEDE IL SUO REAL ASSENSO ALLA VENERABILE CONGREGAZIONE SOTTO IL TITOLO DEL SS.MO SACRAMENTO DEL CASALE DI PISCINOLA

“IN FORMA REGALIS CAMERAE SANCTAE CLARAE” […]

MEMORIALE DI PRESENTAZIONE DELLA NUOVA CONGREGAZIONE AL RE FERDINANDO IV 
Ecco un breve passo del memoriale che fu presentato al Re Ferdinando IV, nel Luglio 1777, dai soci fondatori della nuova “Congregazione del SS. Sacramento nel Casale di Piscinola”:

“…Per parte degli infrascritti supplicanti mi è stato presentato l’introscritto memoriale del tenore seguente: Videlicet – Sacra Maestà.
Signore, con dispaccio per Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici de’ cinque del cadente mese di luglio si è degnata Vostra Maestà prevenire questa Curia, che sin dall’anno mille settecentocinquantuno con Suo Real Dispaccio fu chiusa questa Congregazione, e che presentandosi per la moderna le regole s’impartisca su stessa il Regio assenso in seguela di ciò essendosi dalla medesima presentate le Regole, con ricorso de’ Fratelli della Venerabile Congregazione del Santissimo Sacramento, ed è come segue, cioè:
Croce-Stendardo con i simboli della Arciconfraternita
Sacra Maestà – Signore – I Fratelli della Venerabile Congregazione sotto il Titolo del Santissimo Sacramento del Casale di Piscinola prostatasi a’ Reali Piedi di Vostra Maestà con suppliche le rappresentano come sebbene per ripieghi del Parroco si fosse fatta chiudere la suddetta Congregazione, e vietare di darsi assenso su le sue Regole, si è Vostra Maestà degnata per Sua Reale Munificenza comandare, che tale assenso le fosse impartito.
Quindi umiliando a Vostra Maestà le suddette Regole sottoscritte dalla maggiore parte dei Fratelli la supplicano degnarsi dispensare tanto su di esse, quanto sulla fondazione di detta Congregazione il Vostro reale assenso, e l’avranno ut Deus – Il tenore delle sopraccennate regole, è come segue – “Videlicet Jesus Maria Joseph.
Le regole che si hanno da osservare pel sussidio spirituale e temporale dei Fratelli e Sorelle della Congregazione, e confraternita del Santissimo Sacramento, eretta su suolo dell’Università del Casale di Piscinola."

Seguono le regole stipulate in trentuno articoli e firmate dai confratelli piscinolesi dell’epoca.

Le Regole furono formalmente approvate dal Re, in data 18 agosto 1777: data che sancisce ufficialmente la rifondazione della “Congregazione del SS. Sacramento del Casale di Piscinola”.
Ecco la traduzione della disposizione Reale:
“V. M. concede il Suo Real Assenso alla preinserta Capitolazione fatta dai Fratelli della Venerabile Congregazione sotto il titolo del SS.mo Sacramento del casale di Piscinola circa il buon governo della medesima il modo di eligere gli Ufficiali, la Recizione dei Fratelli, e godimento dei suffragi in tempo di morte dei loro coll-inserta forma della relazione del reverendo Cappellano Maggiore, e servata la forma di quella.
In forma Regalis Camerae Sanctae Clarae.
Pro Magnifico Mastellone
Martius Pisanus”.

La processione del “Corpus Domini”
"Paputi" per la processione del Corpus Domini, anno 2013
Merita una menzione particolare l’annuale processione del “Corpus Domini”, organizzata dalla Arciconfraternita del SS. Sacramento. 
Nei tempi trascorsi la ricorrenza era molto più sentita di oggi e registrava una maggiore partecipazione da parte degli abitanti, per la quale dedicavano molta attenzione nell'organizzazione, come un evento comunitario annuale, associato ai colori e ai profumi della stagione primaverile, nel corso del quale si celebrava anche la "Prima Comunione" ai fanciulli.
Alla processione partecipava il Parroco, che portava sotto ad un pallio l’ostensorio d’argento, contenente un’ostia consacrata (il “Santissimo”). Partecipavano alla processione la banda musicale di Piscinola, tutte le Associazioni Cattoliche, i bambini della prima comunione, i ragazzi dell’oratorio e tutta la comunità ecclesiale.
Processione del Corpus Domini, anno 2013
La processione seguiva lo stesso percorso dei festeggiamenti in onore del SS. Salvatore, con la particolarità che essa durava non meno di cinque ore, perché percorreva anche tutte le stradine ed i viottoli del paese. 
C’era poi l’usanza, tramandata dagli antichi devoti, che in ogni cortile e in ogni masseria venisse realizzato una sorta di altarino, detto “Altare di accoglienza al SS. Sacramento”.
Questi altari erano addobbati con fiori e candele ed erano eretti in segno di omaggio alla processione, ma anche per invocare delle grazie particolari. Si faceva a gara tra gli abitanti delle varie strade per realizzare gli altari più sontuosi e belli. Spesso si eseguivano delle vere e proprie “macchine da festa”. Quando la processione giungeva in prossimità di questi simulacri, il sacerdote abbandonava momentaneamente il pallio e si recava nel cortile per benedire l’altare eretto. 
Il presule recitava poi in quel luogo una breve preghiera e impartiva la benedizione ai presenti. Per riparare il sacerdote in quel breve tragitto, si utilizzava un ombrello circolare, realizzato con tessuto di seta finissima (di colore giallo e bianco) e orlato con ricami e finiture in oro.
Un altare della festa di Marano, 1912
Anche durante questa processione le donne esponevano dai balconi le più belle coperte ricamate. Ogni donna di Piscinola sceglieva dal corredo di sposa la coperta che conservata gelosamente per la circostanza, a volte anche con una certa vanità, che oltrepassava i valori religiosi. Poi venivano lanciati dalle finestre e dai balconi petali di fiori e foglie profumate di stagione. Gli abitanti dei piani bassi, invece, si avvicinavano al sacerdote e lanciavano con riverenza e adorazione i petali dei fiori verso l’ostensorio. 
Durante lo svolgimento della processione si facevano esplodere anche mortaletti e fuochi pirotecnici. Quando la processione arrivava in piazza, il “comitato dei festeggiamenti” issava la “bandiera”, tra gli applausi dei partecipanti. La “bandiera” era un grosso quadro con l’immagine del SS. Salvatore. Simboleggiava l’impegno assunto dal “comitato” di preparare i festeggiamenti nel corso di quell’anno. Il quadro, circondato da lampadine, rimaneva esposto fino al giorno di inizio della festa.
La ricorrenza del "Corpus Domini" era celebrata, come lo è ancora nei nostri giorni, in molti altri centri del circondario, e si svolgeva più meno con le stesse caratteristiche di quella piscinolese; purtuttavia una menzione particolare merita la festa che si celebrava nella vicina cittadina di Marano di Napoli, dove fino ai primi decenni del secolo scorso veniva chiamata la "Festa dei Quattro Altari", questo perché in quattro posti prestabiliti del centro cittadino venivano eretti dei maestosi catafalchi di cartapesta, per consentire l'esposizione del "Santissimo" durante la processione, un po' come avviene ancor oggi nella città di Torre Del Greco.
Approfondiremo più avanti in un apposito post la storia e la tradizione dei "Paputi" della Congrega.
Salvatore Fioretto 

La maggior parte delle notizie e delle foto riportate in questo post sono state tratte dal libro "Piscinola, la terra del Salvatore, una terra, la sua gente, le sue tradizioni", di S. Fioretto, ed. The Boopen, anno 2010.

Facciata della Congrega di Piscinola, foto fine anni '80

venerdì 20 maggio 2016

I tesori perduti della Selva di Chiaiano: la grotta e la fontana 'e Maletiempo, del dott. gen. Giovanni Baiano


Tra i tanti ricordi della mia felice infanzia, affiorano con vivacità, nitidezza, freschezza, e spesso con prepotenza, tutti quelli impressi dagli splendidi, suggestivi, strani e misteriosi luoghi che circondavano la mia masseria, nonché gli stupendi paesaggi che da essa si potevano ammirare.
È lì che sono nato e ho vissuto fino a ventitré anni, ed è lì che sono ritornato migliaia di volte sempre volentieri e gioia.
Sto parlando delle rigogliose e meravigliose selve di castagni e di ginestre, che popolavano ed ancora ornano le pendici della collina dei Camaldoli, site ad ovest di Chiaiano, ricche di leggendarie e misteriose caverne, con piccoli pozzetti pieni di acqua sorgiva, chiamati impropriamente fontane.
Questi tesori si nascondevano nei profondi canaloni di quelle selve, difficilmente accessibili e noti solo a pochissime persone, che ne ignoravano completamente il grande valore.
La più nota e frequentata caverna era la “Grotta e Fontana ‘e Maletiempo”, ma la più famosa era "La Grotta dei Briganti.
Queste due grotte erano ancora rimaste vive nella mia memoria, che aveva avuta la fortuna di registrarle in tempo nella loro interezza e originalità.
Solo in seguito ho scoperto che una di queste mitiche grotte è stata risparmiata dalle ruspe, che hanno distrutto anche intere colline con tutti i tesori, che in esse erano nascosti (Siamo nel 1995). Una distruzione che, purtroppo, nonostante le mie ed altrui denunce e proteste, continua tuttora, alla faccia di tutte le leggi vigenti in materia ambientale.
Per raggiungere queste caverne, si doveva fare molta strada, attraversare impervi sentieri, percorrere delle mulattiere con un fondo stradale, praticabile solo in certi periodi dell’anno, e comunque sempre molto pericolose per le persone  abituate a vivere in città.
Andavo a visitarle attraverso due itinerari: o raggiungevo le selve, che si trovavano al confine della mia campagna, scendendo nel canalone per un ripido costone di olmi e querce, fino ad un luogo chiamato “Tre Vie”, o passavo per la strada che porta al paese e, poi, giunto vicino ai “Monti dei cani”, svoltavo a destra per la Cupa Vrito.
Da qui, partivano altri due canaloni, uno in direzione nord, chiamato Canale o Cupa Vrito, e un altro in direzione ovest, chiamato Canale o Cupa di Fontanarosa. Proseguendo per il Canale Vrito, dopo circa duecento-trecento metri, si raggiungeva la Fontana di Maletiempo, sita sul costone di sinistra, a cinque o sei metri dal livello del fondo stradale, che fungeva da mulattiera e da letto per un fiume che rendeva inagibile o troppo pericolosa la strada nell’epoca delle piogge.
La chiamavano fontana, ma era soltanto una semplice vasca ricavata nel tufo, dalle dimensioni di un paio di metri quadrati circa ed altrettanto profonda. In essa si raccoglievano le acque sorgive che sgocciolavano continuamente, anche per tutta l’estate, dalle pareti di tufo, che ad essa sovrastavano.
Questo pozzetto fungeva anche da abbeveratoio per tutte le bestiole della zona ed era una preziosa riserva di acqua, fresca e pulita, per tutti coloro che raramente frequentavano quella solitaria zona e per tutti quelli che in tempi antichi erano probabilmente vissuti nella contigua grotta.
Lo si deduce dal fatto che sul lato sinistro della cosiddetta fontana, ad un livello di circa mezzo metro più alto, c’era una strana caverna ricavata nel tufo del ripido costone.
Non era molto grande, ma sufficiente per la dimora di un’intera famiglia, anche se numerosa. Si affacciava a picco sul canalone e vi si accedeva con degli scalini ricavati nel tufo, che erano molto consumati, non tanto dall’uso, quanto dal tempo e dalle intemperie.
Questa scalinata era assai sdrucciolevole, perché sempre bagnata dall’eterno e sonoro sgocciolio dell’acqua che scendeva lungo tutte le sovrastanti pareti di tufo, quasi verticali, assolutamente inaccessibili, senza l’aiuto di idonee attrezzature. Nei periodi invernali particolarmente rigidi, quella grotta e quella fontana si presentavano ai miei occhi di ragazzino come uno spettacolo unico, fantastico, che mi riempiva di meraviglia.
Dal canalone si vedevano centinaia di stalattiti di ghiaccio, appese alle pareti interne ed esterne della grotta e di tutta quella zona circostante. 
Si formavano  ghiaccioli di tutte le dimensioni, alcuni così grandi che non si riusciva a staccarli dalle pareti e nemmeno ad abbracciarli per interi.
Noi ragazzi ci divertivamo un mondo ad abbattere tutti quei ghiaccioli raggiungibili con le mani e a farli cadere giù anche con le pietre e bastoni. E non smettevamo finché ne rimaneva ancora qualcuno appeso.
Era anche un divertimento scagliare, poi, giù nel canalone tutti quei pezzi di ghiaccio che riuscivamo a recuperare, per lo sfizio di assistere all’effetto del loro impatto col fondo della mulattiera e della loro frantumazione in tanti pezzettini.
In quei periodi, era molto pericoloso raggiungere quella fontana e quella caverna, ma io, mio fratello Biuccio ed i vicini di casa, più grandi di noi due, eravamo tutti degli spericolati. Figli di contadini, eravamo abituati ad arrampicarci dovunque, senza mai temere i pericoli.
Ci piaceva il rischio ed amavamo l’avventura. Inoltre, dopo aver fatto tanta strada per raggiungere quella Fontana e quella Grotta, non ci piaceva affatto ritornarcene a casa, lasciando intatti tutti quei pezzi di ghiaccio appesi a quelle pareti.
Ad ogni costo, dovevamo salire lassù per sostare in quella strana grotta almeno qualche minuto per riposare e provare delle strane emozioni. Sembrava che qualcuno fosse ancora là dentro vivo, dietro quelle pareti, tutte ricoperte da un spesso strato di polvere e ragnatela.
Si aveva l’impressione di avvertire l’alito degli spiriti di quegli antichi abitanti della spelonca, che cercavano di comunicare con noi.
Messaggi che non giungevano alle nostre orecchie, ma direttamente al nostro piccolo cuore che batteva forte.
Erano messaggi incomprensibili come quei segni strani che stavano incisi sulle pareti e che scambiai per antiche scritture.
Purtroppo quella Fontana e quella Grotta sono state distrutte dalle ruspe e con esse anche quei strani segni rimasti impressi nella mia memoria.
dott. gen. Giovanni Baiano 

Ringrazio il caro dott. G. Baiano, per aver contribuito con questo suo bel racconto alla ricostruzione di un altro pezzo di storia del nostro territorio, in particolare della bella Selva di Chiaiano. S.F.


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sabato 14 maggio 2016

Marianella, il seme piantato da Alfonso dona buoni frutti...

Marianella, patria natale di Alfonso Maria de Liguori, Santo e Dottore della Chiesa Cattolica Universale, è stata culla di tante vocazioni ispirate dal santo fondatore. Tempo fa parlammo del frate cappuccino, padre Tommaso da Marianella, al secolo Giovanni Francesco Saverio Giannini, che nacque proprio nella casa natale di Sant'Alfonso a Marianella. Tommaso visse e morì in odore di santità, nel convento di Sant'Agnello in terra di Sorrento; ma altri personaggi sono stati raggiunti da questa ventata di spiritualità, che la casa natale dell'ex avvocato ha saputo emanare nei secoli.
Anche don Enrico Saetta fu raggiunto dal messaggio alfonsiano e plasmò la sua vita ispirandosi a Sant'Alfonso. 
Enrico nacque a Marianella il 3 novembre del 1874. 
Dopo la formazione scolastica e il seminario emise la professione di fede nel 1897. Fu quindi ordinato sacerdote il 25 marzo 1900.
Ecco un brevissimo profilo biografico tratto dal periodico S. Gerardo, anno XLVIII del maggio 1948, pag. 80:
"Il P. Enrico Saetta, dopo aver prodigato le sue giovanili energie nel campo multiforme dell’apostolato liguorino, sempre pronto alle chiamate e agli ordini dei superiori, sempre gioviale e sorridente con tutti anche tra lavori pesanti e assillanti, sempre animato da spirito di vera carità, fedelissimo all’osservanza delle Regole in casa e fuori, veniva destinato a trascorrere gli anni della sua età avanzata nel Collegio di Pagani. 
Qui ha lavorato con dedizione e passione per il maggior decoro della Basilica che custodisce le Reliquie di Sant'Alfonso suo concittadino, non solo col ministero della predicazione e della confessione, ma specialmente colla sua singolare perizia nell’arte musicale, riuscendo a formare un’ottima «Schola Cantorum» che da molti anni contribuisce al maggiore splendore dei sacri riti.
Senza mai smentire la serenità del suo animo che si rifletteva nella giovialità del suo aspetto, ha chiuso la sua lunga e laboriosa giornata da autentico Operaio della Vigna del Signore, rimpianto e benedetto da tutti, nello stesso Collegio di Pagani, il 22 marzo 1948".
Altro grande personaggio nell'Area Nord di Napoli, che ebbe l'ispirazione da Sant'Alfonso, è stato don Gaetano Errico, da pochi anni elevato alla gloria degli altari; Gaetano fu sacerdote e fondatore della Congregazione dei Sacri Cuori. Raccontammo già in un post la sua breve biografia, insieme a quella di Gennaro Maria Sarnelli, che qui ripetiamo. 
Gaetano Errico nacque nel Casale di Secondigliano il 19 ottobre 1791, figlio di un umile maccaronaio, la madre era tessitrice di felpe.
 Fin da piccolo ebbe il forte desiderio di farsi sacerdote, ma le umili origini della sua famiglia non gli permisero di frequentare subito il seminario. Fortunatamente, grazie all'interessamento di un suo benefattore, ricevette un vitalizio che gli permise di assicurare la retta richiesta per la frequentazione al seminario arcivescovile di Napoli, anche se dovette frequentarlo da esterno, e per tale motivo il giovane Gaetano dovette percorrere ogni giorno a piedi gli 8 chilometri che componevano l'allora impervio tragitto, tra Secondigliano e Capodimonte. Sempre preciso nell'orario, quando la gente lo vedeva passare, esclamava: "Sta passando don Errico...". 
Durante la settimana si dedicava all'assistenza dei malati nell'ospedale degli Incurabili e ad insegnare il catechismo ai ragazzi di strada.
Divenuto presto sacerdote, fu assegnato come aiutante alla parrocchia di Santi Cosma e Damiano di Secondigliano. Durante l'annuale pellegrinaggio e ritiro spirituale che usava effettuare al convento di Pagani, davanti alla tomba di Sant'Alfonso ebbe la visione del Santo che lo invitava a fondare un nuovo ordine religioso missionario, operante nelle zone del mondo, povere e depresse; fondò così la Congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori. Zelante sacerdote, instancabile confessore e apprezzato predicatore, ebbe in visione la Vergine Addolorata che lo invitava a edificare un Santuario in suo onore. Nonostante tantissime difficoltà e opposizioni, da parte di personaggi influenti dell'epoca, riuscì finalmente a completare, dopo 12 anni, il santuario dedicato alla Vergine Addolorata, nel cuore popolare dell'antico Casale di Secondigliano. Nelle stanzette attigue alla chiesa stabilì la sede della nascente Congregazione.
Per questo tempio e per il culto, volle fortemente far realizzare, dal celebre scultore Verzella, la bella statua dell'Addolorata. Si narra che lo scultore riuscì a realizzare l'opera dopo molti tentativi, perché don Gaetano pretendeva che fosse uguale a quella a lui apparsa in visione. La statua è diventata il simbolo della sua devozione mariana e la protettrice della interna comunità di Secondigliano. Il Superiore, come lo chiamavano i suoi compaesani, visse gli ultimi anni della sua vita nel periodo buio, a cavallo tra il Risorgimento e dell'Unità d'Italia, morì a Secondigliano, il 29 ottobre 1860.
Gaetano Enrico è stato elevato agli onori degli altari dal papa, Benedetto XVI, in un affollatissima piazza San Pietro, il 12 ottobre 2008.
Di Don Gaetano abbiamo rinvenuto una lettera scritta di suo pugno durante una Santa Missione Popolare, da lui condotta a Piscinola, ecco il testo: 
"Voi, con la direzione del vostro confessore, potete presentarvi al S. Padre, e nel modo e nella maniera che lui penserà, cosi voi eseguirete; parlate col medesimo di quanto vi dice il confessore, come vi dice il confessore e di quello che vi dice prima il confessore. Lodiamo Sua Divina Maestà che vi ha mortificato con la malattia e ringraziamola che ve ne ha liberato. Con ogni rispetto e con tutto l’ossequio, salutatemi Mons. Stella, ditegli che noi serbiamo eterna memoria della sua degnissima persona.
Mille saluti alla Principessa (Wolkonsky) ditele che pregasse il signore per me e per i miei. Dite a Mons. Lucchè che sono il più vile suo servo, che perciò facesse memoria di me nel S. Sacrificio della messa.
Piscinola, luogo della Missione, 6 gennaio 1847”. 

Il barone Gennaro Maria Sarnelli fu amico di Alfonso fin dagli studi di giurisprudenza; i Sarnelli avevano la loro tenuta a Chiaiano, quindi poco distante dalla residenza dei Liguori a Marianella. 
Gennaro nacque a Napoli il 12 settembre 1702, era figlio del Barone Angelo, originario della cittadina di Ciorani. Divenne anche lui avvocato, ma rinunciò presto alla vita forense, divenendo sacerdote. Seguì il fondatore, Sant'Alfonso, aderendo alla sua nascente congregazione dei redentoristi, addirittura il padre Angelo donò a Sant'Alfonso un'ala del castello di Ciorani per stabilirvi una casa della congregazione. Fu chiamato dal cardinale Spinelli a sostituire Alfonso nella conduzione delle Sante Missioni, che si tenevano in tutta l'Archidiocesi di Napoli. Si ammalò gravemente per le privazione e i sacrifici patiti, minato anche nel fisico troppo esile, Gennaro Maria Sarnelli morirà poco dopo, a Napoli, a soli 41 anni, il 30 giugno 1744. 
E' stato anche lui un apprezzato scrittore di numerose opere spirituali, oltre 40, tra cui l'Opera Omnia. Fu promotore di una vasta campagna moralizzatrice, che estese nella Napoli popolare e nei suoi Casali, combattendo la prostituzione dilagante e lo sfruttamento delle donne e lo stato indigente di molti fanciulli. Condusse sulla retta via molte donne e uomini della sua epoca. 
E' stato dichiarato beato il 12 maggio 1996.
Salvatore Fioretto

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