domenica 14 dicembre 2014

Natale alfonsiano e... Marianella...!


Alfonso che scrive meditando sul presepe
Percorrere i vicoli e i sentieri antichi di Marianella desta sempre una certa emozione nell'animo, ma anche la consapevolezza di percorrere le stesse strade che ben oltre 300 anni fa, da fanciullo e poi da giovinetto, avrà sicuramente percorso il nostro grande ed ecclettico personaggio, Alfonso Maria della casata dei Liguori, qui nato, nell'antico Casale di Marianella, il 27 settembre del 1696. 
Lo sappiamo per certo, perché tutti i biografi riportano che Alfonso, come faceva anche suo padre, don Giuseppe Liguori, qui a Marianella veniva a stemperare i livori, le sconfitte e i dissapori della sua ancora giovane vita, approfittando dell'amenità del posto, della armonia della natura lussureggiante e dal paesaggio incantevole... La stessa sensazione si ha percorrendo le scale della sua nobile dimora, attraversando i viottoli del suo ameno giardino, oggi come allora pieno di piante e di fiori, oppure attraversando le stanze del suo palazzo e la cappella di famiglia posta al suo interno... Ogni cosa, ogni angolo, ogni pietra qui parla e racconta del grande Sant'Alfonso...!
Alfonso doveva essere per forza attaccato a Marianella e al suo circondario, come lo è per ogni essere umano. Ogni uomo, per propria indole e per natura, è sempre particolarmente attaccato e affezionato al luogo che lo ha visto nascere... 
Un immagine giovanile di Sant'Alfonso
Chissà quante volte avrà ammirato le bellezze del paesaggio natio dalle finestre del suo palazzo oppure dalla masseria Carduino, che era, assieme al terreno circostante, un tenimento di proprietà della famiglia de Liguori. Chissà quante afflizioni avranno destato la vista della miseria e della povertà che pur esistevano allora dalle nostre parti...! L'avrà sicuramente notato quando accompagnava suo padre ad incassare i pigioni delle sue proprietà sparse per il contado e, in particolar modo, nel Casale di Piscinola. Infatti a Piscinola i Liguori possedevano diversi immobili in caseggiati e all'interno di cortili e lo apprendiamo per certo da una sicura testimonianza storica pervenutaci. Alfonso era ammirato dalla bellezza della natura del suo casale, e sarà stato ammirato anche dall'umanità dei suoi abitanti, perché Egli era innamorato delle persone semplici e povere e, ancor di più, era attratto dai sofferenti e dai bisognosi. Lo sappiamo quando della sua vita leggiamo, ad esempio, il servizio di volontariato che svolgeva settimanalmente presso i malati dell'ospedale degli Incurabili a Napoli, oppure della storia di amicizia che Egli ebbe con il ragazzo di colore, affidatogli dal padre al suo servizio come servo, ma che egli volle considerare semplicemente come un amico, insegnandogli ad amare Dio. Il ragazzo morirà presto, abbracciando per sua volontà la fede cristiana.
Chissà quante parole che leggiamo nei suoi componimenti furono ispirate dai ricordi d'infanzia e dai momenti belli della sua gioventù, trascorsi nella sua cara terra natia...!
Bambinello regalato ad Alfonso da sua madre, conservato nel museo di Pagani
E tra i momenti belli della vita avrà sicuramente ricordato quando da giovinetto preparava con la mamma il presepe e offriva canzoncine di lode al Bambinello, nato povero, tra i poveri, per i poveri... Tanto è fondato questo ricordo, che la madre gli regalerà da adulto, presso la sua dimora di Ciorani, un Bambinello, che egli conserverà con affetto e venerazione, fino al termine della sua vita terrena. Quanti sospiri Alfonso avrà emesso ammirando il suo Bambinello, ricordando Marianella, i suoi amici d'infanzia e i bei momenti trascorsi con i suoi cari genitori, a Marianella.
Sicuramente avrà ricordato le tante ricorrenze del Natale e l'ascolto delle melodiose armonie dei zampognari, che scendevano dalla montagne molisane e abruzzesi, per allietare il Natale napoletano.... Molti suoi componimenti musicali fanno trasparire questa reminescenza agreste dell'infanzia e il melodioso suono delle zampogne.
Frontespizio disegnato da Sant'Alfonso
Il padre Tannoia, che fu il primo biografo di Sant'Alfonso, riporta nella sua opera la testimonianza che Alfonso, da Vescovo, sia a Deliceto che a Ciorani, fece realizzare un dipinto con la scena della natività, da sistemare sopra i paliotti degli altari: la scena era rappresentata con una bella campagna sullo sfondo, la sacra famiglia e il Bambino che veniva adorato dai pastori. Tannoia ricorda ancora la cerimonia che ogni anno Alfonso faceva svolgere dai suoi seguaci Redentoristi attorno all'immagine del Bambino, proprio quello regalato dalla cara mamma.
Nell'anno 1757, Alfonso dei Liguori pubblicava il volume "Novena del santo Natale colle meditazioni per tutti i giorni dell'Avvento sino all'ottava dell'Epifania", presso la tipografia Ramondini di Venezia, un libro che reca sul frontespizio un bel dipinto da lui realizzato, con immagine del Bambinello che allegoricamente pesca dei cuori dal mare di Napoli... In quest'opera Alfonso descrive tutta la devozione e l'amore per Gesù Bambino, amore che gli fu trasmesso sicuramente da sua madre durante la fanciullezza. E' eloquente il suo pensiero sul Natale, che ci fa capire tutta l'importanza da lui riservata alla santa ricorrenza cristiana: "Molti cristiani sogliono per lungo tempo avanti preparare nelle loro case il presepe per rappresentare la nascita di Gesù Cristo; ma pochi sono quelli che pensano a preparare i loro cuori, affinché possa nascere in essi e riposarsi Gesù Cristo. Tra questi pochi però vogliamo essere ancora noi, acciocché siamo fatti degni di restare accesi di questo felice fuoco, che rende le anime contente in questa terra e beate nel cielo".

(ascoltate "Quanno Nascette Ninno" nella bella interpretazione del maestro Enzo Avitabile)
https://www.youtube.com/watch?v=kSQ5DS90dIM

Clavicembralo che Alfonso utilizzava per comporre le sue opere musicali (Museo di Pagani)

Circa le reminescenze della fanciullezza di Alfonso, prendiamo ad esempio alcune parole contenute proprio nella pastorale: "Quanno nascette ninno a Betlemme", e infatti possiamo notare che...
[...]
Co' tutto ch'era vierno,
co' tutto ch'era vierno, Ninno bello,
nascettero a migliara rose e sciure...
Pe' nsi' 'o ffieno,
sicco e tuosto,
ca fuje puosto sott'a te,
se 'nfigliulette
e de frunnelle e sciure se vestette...



A no paese che
a no paese che se chiamma Ngadde,
sciurettero le vvigne e ascette ll'uva.
Ninno mio
sapuretiello,
rappusciello d'uva si' tu...
ca, tutt'ammore,
faje doce 'a vocca e po' 'mbriache 'e core! 


.....
Piglianno confedenzia
piglianno confedenzia a poco a poco,
cercajeno lecenzia a la Madonna...
Se magnajeno
li pedille
co vasille, 'mprimma e po'
chelle mmanelle...
a ll'urdemo, lo musso e 'e mascarielle.. [...]



... i termini "infigliulette", "rappuscielle" e "lo musso e 'e mascarielle", sono dei modi di dire che Alfonso utilizza prendendo spunto sicuramente dalla vita agreste e dalle espressioni contadine. Questi termini, e ne potremmo citare tantissimi, tratti dalle sue opere, ci possono far immaginare, poi, che siano stati ascoltati per la prima volta da ragazzo, proprio nella sua terra natia, durante le continue permanenze nella dimora di Marianella...!

Immagine di Sant'Alfonso sul portale del convento di Marianella
Chissà se un giorno potremmo trovare degli esempi più eloquenti di questo amore filiale del Santo per Marianella...!

Cari amici lettori, il Natale è alle porte, e con questa dolce immagine del Natale, descritta attraverso la storia della vita di Sant'Alfonso, la redazione di "Piscinolablog" porge gli auguri accorati di Buon Natale, affinchè il lieto evento possa essere occasione di serenità e di riflessione per ognuno di noi...
Buon Natale a tutti...!!

Salvatore Fioretto
(Tutti i diritti per la pubblicazione dei testi del blog sono riservati all'autore, ai sensi della legislazione vigente)
http://www.tropeaedintorni.it/LiguoriniTropea/GiesuCristePeccerille.mp3

https://www.youtube.com/watch?v=cW0h4UucGTI 


https://www.youtube.com/watch?v=5xEMz-5phZE


N.B.: Le foto riportate in questo post sono state liberamente ricavate da alcuni siti web, ove erano pubblicate. Esse sono state inserite in questa pagina di storia della città, unicamente per la libera divulgazione della cultura, senza alcun secondo fine o scopo di lucro.

sabato 6 dicembre 2014

Un Finanziere... per muro...!!


Le mura attorno alle città hanno sempre rappresentato, nel corso dei secoli, un'espressione del continuo evolversi della cultura e della civiltà di un popolo. Prima, di difesa contro gli invasori, poi, di protezione e accentramento contro le speculazioni edilizie e, poi ancora, come strumento fiscale per poter applicare tasse e gabelle, esse hanno avuto una continua metamorfosi, adattandosi, via via, nel corso dei secoli all'espansione della città, per includere altri pezzi di territorio urbanizzato dentro il perimetro cittadino.
Mappa di Napoli, con la delimitazione del "Muro Finanziere" e delle mura precedenti (Elab. dalla Mappa di F. Schiavoni)


Anche per Napoli le mura hanno contraddistinto i vari passaggi storici: dai greci ai romani, dai bizantini agli aragonesi, dal vicereame spagnolo (con il grande don Pedro de Toledo) ai francesi, fino alla cortina realizzata durante la Restaurazione borbonica, di cui parleremo nel seguito.
Il fine primario delle mura era ovviamente militare e di difesa, ma nel contempo doveva contrastare il commercio clandestino e il contrabbando di derrate tra la capitale ed il suo suburbio rappresentato dai Casali, aiutando a "foraggiare" le casse dello Stato, sempre in cerca di risorse da reperire...
La barriera doganale di Capodichino (particolare della mappa Baratta)
L’ultima cortina realizzata nell'ordine di tempo, che fu chiamata Muro Finanziere,  ha avuto una storia complessa, sia come opera architettonica e sia come finalità sociale ed amministrativa.
Il progetto porta la firma di un valente architetto di casa reale, tal Stefano Gasse, che era stato già attivo nel Decennio Francese e con la Restaurazione fu eletto membro del Consiglio Edilizio e componente in varie giunte di Stato, sempre in tema di opere pubbliche. Sue sono anche le progettazioni dell'Osservatorio Astronomico di Capodimonte (tra i primi in Italia), del palazzo dei Ministri (Palazzo San Giacomo), della galleria in vetro, detta appunto Galleria Gasse (prima in Italia), dei vari mercati cittadini, della dogana al Mandracchio, ecc. ecc.
Ponte Vecchio di San Rocco
Il nuovo Muro Finanziere fu  richiesto, fin dal 1820, dal marchese de Turris, all'epoca direttore generale dei Dazi Indiretti del Regno, il quale mirava a realizzare una cinta fortificata che, a suo dire... "chiuda interamente la estensione del Distretto, a cominciare dal Ponte della Maddalena fino a Posillipo". Il muro avrebbe tra l'altro segnato il limite amministrativo della Capitale con i suoi Casali. 
Il progetto fu approvato da Ferdinando I di Borbone nell’anno 1824 e promulgato con regio decreto. 
I numeri dell’opera alla sua definitiva realizzazione erano importanti: lungo circa venti chilometri, partendo da est, dalla costa, nei pressi del ponte della Maddalena, attraversava le paludi, le colline (di Capodichino, di Capodimonte, di San Rocco, dell'Arenella e di Posillipo), fino ad arrivare di nuovo sul litorale, nei pressi di Mergellina. Fu realizzato in poco meno di 4 anni..., una cosa sbalorditiva per l'epoca, pensando alle risorse ed ai mezzi disponibili... infatti, iniziato nel 1826, fu completato già nel 1830, quando regnava Francesco I di Borbone.
Piazza G. Di Vittorio a Capodichino, con "La Rotonda" (edificio daziario)
Il muro fu realizzato con pietre di tufo napoletano, era alto mediamente 12 palmi e largo alla sommità solo due palmi. Il progetto prevedeva lungo il suo sviluppo una serie di barriere, chiamati Edifici Daziari principali. Questi erano ubicati sulle principali direttrici di accesso alla capitale, come ad esempio sulle odierne Via Ponte dei Granili (est), Via De Pinedo-Calata Capodichino (nord), Via Nazionale delle Puglie (Poggioreale) e Via Miano. Ci furono anche numerose postazioni doganali di controllo presidiate, che con il trascorrere dei decenni assursero al numero di ben 35 unità
Nei decenni successivi la cortina fu oggetto di molti cambiamenti e modifiche, con l’aggiunta o la soppressione di postazioni.
"La Rotonda" in piazza G. Di Vittorio a Capodichino
Le quattro barriere principali sopravvissute sono: in Via Ponte dei Granili (in prossimità del ponte della Maddalena), in via Poggioreale (in prossimità del cimitero), a Capodichino, nell’attuale piazza G. di Vittorio e a Capodimonte, in prossimità della porta di Miano del Bosco di Capodimonte e a San Rocco.  Di queste l'edificio meglio conservato è quello di Capodichino, dapprima trasformato in scuola elementare ("L. Ariosto"), per poi diventare una sede del comando dei vigili urbani locale. Mentre l’edifico daziario di Capodimonte è stato trasformato nel tempo in civili abitazioni. Gli edifici furono realizzati da Gasse in stile neoclassico, con poderose colonne doriche in stucco poste sulla facciata: probabilmente Gasse s'ispirò alle opere realizzare da Ledoux per la corrispondente cortina parigina. 
In particolare, per quanto riguarda la barriera di Miano, dobbiamo aggiungere che l‘asse stradale sul quale si ergeva, ossia via Miano, fu costruito nel Decennio Francese per consentire un agevole collegamento della Capitale alla sua immediata fertilissima campagna ed ai numerosi Casali ivi presenti, dai quali Essa traeva le maggiori fonti di sostentamento, in termini di derrate agricole e di prodotti rurali. Sulla stessa strada, poi, fu aperta la terza porta d’accesso al "Bosco", detta Porta di Bellaria” o "Porta di Miano", situata proprio vicino alla postazione doganale. La porta daziaria fu chiamata “Porta doganale di Bellaria”.
Edificio Daziario in piazza G. Di Vittorio
Lo sviluppo del muro in dettaglio risulta molto articolato; seguendo la mappa riportata all'inzio di questo post è possibile seguire il suo percorso. Iniziando dal ponte della Maddalena, il muro superava il luogo dei Granili, attraversava le paludi della zona di Sant’Eframo, il quartiere di San Giovanni, i Pasconi, fino a raggiungere il cimitero di Poggioreale, dove incontrava l'edificio daziario. Da lì saliva per via Santa Maria del Pianto, lambendo poi in rettilineo l'allora frequentato Campo di Marte (oggi l’aeroporto di Capodichino), fino a raggiungere la barriera di Capodichino, nella attuale piazza G. Di Vittorio.
"Muro Finanziere" in via Miano, nei pressi del ponte "Bellaria"
Il percorso del muro supera, poi, le acclività e le criticità del territorio che seguiva, caratterizzato dall’alternarsi di profondi valloni e di dolci colline. Il punto più critico era forse il Cavone di Miano, dove il tratto di muro costeggiava come un terrapieno il Bosco di Capodimonte ed era lambito dall’alveo-canale proveniente dal Vallone S. Rocco, dopodichè risaliva ripidamente sulla Via Miano. Il tratto di muro sulla strada è ancora visibile oggi. Il Muro Finanziere attraversava, poi, il vallone San Rocco, per proseguire verso i Colli Aminei. In prossimità del vecchio ponte di San Rocco era ubicata una postazione daziaria, anch’essa presidiata. Gli edifici di questo antico presidio sono ancora esistenti e si possono osservare sui margini della strada, anche se allo stato molto diroccati.
I due edifici daziari (contrapposti) al Ponte della Maddalena, l'odierna Via Ponte dei Granili
Dopo il tratto dello Scudillo, il muro si sviluppava nei presso di via Saverio Gatto, fino a raggiungere il Largo Cangiani, e da lì, proseguiva per l'attuale zona di via Jannelli. Ad Antignano si conservano ancora tratti del muro, con una lapide monitoria, che riporta la scritta “Qui si paga per gli regi censali".
La cortina del muro proseguiva ancora verso la collina del Vomero e, poi, pressappoco, lungo l'attuale via Manzoni. Si collegava, infine, alla porta di Posillipo, e di lì raggiungeva Largo Sermoneta, per terminare sulla spiaggia, nei pressi di Mergellina. 
Postazione daziaria presso la "Porta di Miano", detta anche di "Bellaria"
La difficoltà di confinare la linea di costa fu risolta, sempre da Gasse, negli anni prima del 1835, realizzando una serie di delimitazioni e postazioni doganali lungo la via del Piliero e ristrutturando il vecchio dazio della Farina.
Dobbiamo dire che i risultati dell'opera alla fine non furono esaltanti, perché, oltre al notevole esborso di denaro pubblico che fu necessario per la realizzazione della poderosa cortina e per i relativi espropri, essa non apportò grandi miglioramenti in termini di recupero della fiscalità elusa e della lotta al contrabbando, che continuarono a persistere, fino alla caduta del regno borbonico e anche con il sopraggiungere del nuovo regno savoiardo.
Salvatore Fioretto

(Tutti i diritti per la pubblicazione dei testi del blog sono riservati all'autore, ai sensi della legislazione vigente)

Residui di fabbricati della postazione daziaria al ponte Vecchio di San Rocco





Ricostruzione della cortina nella zona di Capodimonte-San Rocco-Colli Aminei (Mappa elaborata da "Google maps")
 

Edificio daziario all'emiciclo di Poggioreale


N.B.: Le foto riportate in questo post sono state liberamente ricavate da alcuni siti web, ove erano pubblicate. Esse sono state inserite in questa pagina di storia della città, unicamente per la libera divulgazione della cultura, senza alcun secondo fine o scopo di lucro.

venerdì 28 novembre 2014

Archi e portali, l’anima di un borgo antico….!


Complesso "a corte" in via Plebiscito a Piscinola, detto "Staviano"
E' l'elemento caratteristico di tutti i centri storici, è l'elemento base e anche nobile di ogni costruzione... parliamo dell’“arco”. Dall'arco, alla volta e al portale… il passo è molto breve...!
Nei secoli trascorsi anche l'architettura degli antichi Casali ha sperimentato l’utilizzo su vasta scala dei portali e degli archi in genere, sia come elementi strutturali e sia come elementi decorativi degli edifici. 
Iniziamo a parlare dei portali dei palazzi storici. Il portale ad arco, che racchiudeva il portone sulla facciata principale dell'edificio, era considerato un elemento di arredo che esprimeva simbolicamente la pompa della nobiltà, ma anche la ricchezza della famiglia che risiedeva nel palazzo e, pertanto, esso era la parte della facciata particolarmente curata e decorata. 
Palazzo "Don Carlos" in via Vittorio Emanuele
Il portale veniva sapientemente realizzato da ricercate mani artigiane, sia levigato che scolpito, in pietra di piperno o in marmo di varie provenienze e composizioni di colori. Il portale poteva avere anche delle decorazioni o figure muliebre scolpite al suo interno, come mascheroni, putti, animali o pesci immaginari, figura mitologiche, fiori, frutta, allegorie e festoni vari (sempre in pietra scolpita o in stucco) oppure solo semplici figure geometriche, come bugne, lesene e colonne. Tra i blocchi di pietra squadrati e levigati, che formavano il portale, erano inserite e bloccate le staffe ed i perni di ferro battuto, utilizzati per fermare il telaio o le cerniere delle ante del portone.
Portali di palazzi rurali "a corte", in via Antica Dietro la Vigna
Questi elementi architettonici erano largamente utilizzati in passato e componevano il tessuto dei centri storici dei famosi Casali di Napoli, come Piscinola, Marianella, Chiaiano, Miano, Secondigliano e tanti altri ancora, sparsi nell’hinterland di Napoli. Nel libro di Cesare de Seta, “I Casali di Napoli”, si può trovare una dettagliata trattazione tecnica e storica su questo argomento.
Purtroppo a Piscinola, della quale descriveremo in dettaglio i portali dei palazzi, molte di queste testimonianze antiche, una volta numerose nel tessuto storico, sono andate in gran parte perdute o modificate, specialmente dove l’intervento di Ricostruzione eseguito dal programma di edilizia residenziale pubblica del post-terremoto, ha fatto il suo corso. Anche se dobbiamo dire che alcuni portali, considerati tra i più importanti dal punto di vista storico e architettonico, sono stati in quel contesto restaurati. Tuttavia, a distanza di oltre 30 anni dall'intervento della "Ricostruzione", alcuni di questi portali si trovano purtroppo in un pietoso stato conservativo!
Via Del Salvatore, a sinistra il palazzo "Grammatico"
Ricordiamo i bei portali in piperno che si trovano sulle facciate dei palazzi “Don Carlos” e “De Luna” in via V. Emanuele, il palazzo “Fioretto” (appartenuto prima alla famiglia de Luna e poi ai duchi “Giordano”) in via Plebiscito, il palazzo “Grammatico”, in Via Del Salvatore e alcuni palazzi della primo tratto di via Vittorio Emanuele. Quasi tutti questi portali avevano sulla sommità dell'arco, in corrispondenza della chiave di volta, lo stemma in marmo della famiglia nobile proprietaria del palazzo. Purtroppo non è sopravvissuto nessuno di essi, a causa dell’azione distruttrice dei vandali o per i furti su commissione; tuttavia l’attento osservatore può ancora oggi notare la permanenza del gancio di acciaio che un tempo era preposto a sostenere il blocco di marmo decorato.
Disegno dello stemma nobiliare del Palazzo "Grammatico"
Molti ricordano ancora lo stemma in marmo esistente sul portale del palazzo "Grammatico", che è stato l'ultimo a scomparire, alla fine degli anni '90 del secolo scorso, sempre a causa di "mani ignote"...! Lo stemma era scolpito su blocco di marmo bianco di Carrara, sul quale era riprodotta, in bassorilievo, una scena cavalleresca, con due guerrieri vestiti di punto con corazze e altre armature che, impugnando delle lance di legno, si sfidavano su un ponticello sovrastante un ruscelletto. Il tutto era sormontato dalla classica corona del blasone, forse quella di “marchesato”. 
Portali del palazzo e della cappella "De Luna", in via V. Emanuale
Di questo stemma, purtroppo, non abbiamo trovato nessuna foto. Aiutati un po' dai ricordi, abbiamo provveduto a disegnarlo su carta e ad elaborarlo con effetti luminosi, con l’aiuto di un programma di grafica, ne è scaturita la sua grossolana ricostruzione, che riportiamo in questo post, affinché resti nella memoria collettiva, a perenne ricordo della sua bellezza...Chissà se un giorno sarà ritrovato e farà ritorno al suo storico sito...!
Particolare del rosone intarsiato all'interno del portale del Palazzo De Luna".
Il portale del palazzo "De Luna" ha un'altra particolarità, perché è sormontato da una raggiera in legno, tipo rosone minuziosamente intarsiato, e pertanto, può essere ritenuto il portale più bello e meglio conservato tra quelli esistenti nella città di Napoli e nei suoi dintorni. Purtroppo, verso gli inizi del 2000, è stato barbaramente "alleggerito" della maschera in legno raffigurante il volto di un puttino, che era inserito al centro della raggiera, sul lato della strada.
Portale "de Luna", con particolare della maschera rubata
Alla base di questo portale sono conservate, poi, due colonne “paracarri” con gli stemmi della famiglia proprietaria e le iniziali D. L. (che stanno per “De” “Luna”). Non si conservano più le ante di legno dell'antico portone, andato distrutto nel tempo, che è stato sostituito da un brutto cancello di ferro. Bello è anche il portale di piperno della cappella di famiglia, situata a lato del palazzo, dedicata alla Madonna del Soccorso. Di questa cappella e del palazzo “De Luna” ritorneremo a parlare in futuro con un altro post.
Contrafforti all'ingresso della ex proprietà "del Forno"
Oltre ai portali dei palazzi storici, a Piscinola troviamo anche una serie di archi e contrafforti a sesto ribassato, realizzati in pietre di tufo, e posti in alcuni punti dell’antico Casale, come, ad esempio, all’inizio dei passi carrai, nell’accesso dei fondi, all’inizio delle strade interpoderali o negli atri delle classiche “venelle”, che erano dei vicoli senza uscita. Un bellissimo esempio di contrafforti con doppio arco, è ancora conservato in via del Plebiscito, essi costituivano anche l'accesso al fondo agricolo di proprietà della famiglia Del Forno
Portale della "Venella" in via vecchia Miano
Un altro esempio è quello che si trova all’ingresso della “venella” di Via Vecchia Miano, adiacente alla ex proprietà della famiglia Chiarolanza.
Esistevano un tempo anche dei portali semplici, che introducevano agli androni sottostanti al corpo di fabbrica centrale del palazzo. Il soffitto di questi androni era realizzato con un’ampia volta “a botte” oppure con un solaio con travi e doghe di legno (chiamate in gergo chiancarelle). Spesso sotto questi androni si realizzavano degli impalcati sempre di legno, sopra ai quali si custodivano, durante l’inverno, scale e altri ingombranti attrezzi agricoli di legno.
Portale del complesso "a corte" in via Del Salvatore
Ricordiamo ancora il palazzo detto "Staviano", quelli in via del Plebiscito, in Via Antica Dietro La Vigna, quello in via del Salvatore e altri ancora in via V. Emanuele e Via Napoli. 
Diversi altri portali purtroppo furono abbattuti, insieme agli edifici, verso la metà degli anni ‘80, come, ad esempio, quelli che un tempo erano presenti in via Vecchia Miano, chiamati palazzo “Di Febbraro” e palazzo “Altamura”.
Tipo di maschera, come quella scomparsa a Piscinola
Il primo era particolarmente bello, perché era sormontato da uno splendido mascherone in terracotta, ad imitazione di quelle maschere usate nel teatro greco-romano. Qualcuno addirittura azzarda a ritenere che si trattasse di un vero e proprio reperto archeologico…! Anche questa testimonianza è andata purtroppo perduta con l'abbattimento del palazzo.
Palazzo "Altamura" in via Vecchia Miano, poco prima dell'abbattimento
Bello risultava essere anche il portale del palazzo “Altamura”, sempre in via Vecchia Miano, molto ampio e alto, realizzato in mattoni rossi e pietre di tufo giallo ben levigate e squadrate, con ai lati dei grossi contrafforti; ad esso si accedeva attraverso una dolce rampa lastricata con pietre di basalto. La rampa era delimitata da un lungo parapetto in tufo, degradante verso la strada con ampie gradinate, che erano usate dagli abitanti anche come dei sedili.
Palazzo "Fioretto" in via del Plebiscito a Piscinola
C’erano, poi, altri portali più piccoli, che costituivano gli usci delle abitazioni più povere, ma architettonicamente interessanti, come quello ancora esistente in via Del Salvatore, che lascia intravedere al suo interno gli archetti di una sobria ed elegante scala in muratura a più rampe. 
Sempre in via Del Salvatore troviamo, ancora sopravvissuta, una bella struttura con un ampio arco, che fa da introduzione a un antico locale con un forno.
Cappella S. Maria della Pietà, vista dal portale "Staviano"
In via Napoli, in corrispondenza del vico Operai, gli anziani ricordano ancora quello che veniva chiamato “il passetto”, ossia una specie di ponticello in muratura ad arco ribassato, che consentiva al proprietario di un giardino di poter raggiungere direttamente la propria abitazione, senza dover attraversare la strada pubblica. Questa struttura fu abbattuta dopo la seconda guerra mondiale, per realizzare l'ampliamento del tratto di via Napoli.
Gli archi e le volte sono stati utilizzati in maniera intensiva nell’architettura dei Casali anche per realizzare porticati e scale; ma di questo argomento ritorneremo a parlare in futuro, con un apposito post.
Concludendo questo articolo sui portali ad arco, ci preme sottolineare che dovrebbe essere premura e interessamento degli abitanti che hanno a cuore la storia dei Casali e, in particolar modo quelli del quartiere di Piscinola, del quale abbiamo trattato in dettaglio l’argomento, sollecitare e mettere in campo azioni di restauro, conservazione e salvaguardia di questi ultimi capolavori della loro storia, che costituiscono gli elementi urbani imprescindibili dell’identità comunitaria, affinché se ne possa godere a lungo le bellezze e trasmettere i loro valori alle future generazioni.
Salvatore Fioretto
(Tutti i diritti per la pubblicazione dei testi del blog sono riservati all'autore, ai sensi della legislazione vigente)
 
Portale in tufo interpoderale, adiacente al Palazzo Chiarolanza