sabato 7 febbraio 2026

L’allevamento del maiale e la conservazione della carne... una tradizione praticata fino a pochi decenni fa...

La fine dell'inverno coincideva, come da antica tradizione comune a molti centri di periferia  e della provincia napoletana, alla macellazione del maiale. Erano, infatti, molte le famiglie residenti nelle masserie e nei cortili di Piscinola antica che praticavano questa consuetudine di allevare i maiali autonomamente; ritualità che comprendeva anche la lavorazione delle carni, al fine di realizzare insaccati e prodotti derivati dal maiale, che venivano conservati per parecchi mesi dell'anno, mediante apposite tecniche di conservazione, del tutto naturali. 
Il contenuto di questo post è stato interamente tratto dal libro "Piscinola, la Terra del Salvatore", ed. The Boopen, anno 2010, di S. Fioretto. 
Buona lettura.


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"Anche l’allevamento del maiale era considerato in passato un rito, che si perpetuava nelle masserie di Piscinola da generazioni e costituiva un momento di aggregazione e di festa tra conoscenti e vicini.
Si iniziava il “ciclo” in primavera con l’acquisto di un maialetto, che avveniva presso altri contadini in possesso di scrofe, oppure presso i vari mercati, che si svolgevano nel circondario del nostro territorio. Di solito il maiale era di razza bianca, ma non si trascuravano anche le altre razze. Molto apprezzata per le carni era la razza scura, detta “Lucchese”.
Il maiale era allevato in un angolo coperto della masseria, opportunamente lastricato di cemento o pietre, perché, come si sa, il maiale mangia di tutto e scava fosse e buche.
Il pasto normalmente dato al maiale consisteva in una poltiglia d’avena (‘a vrenna) mista a frutta, patate lesse, pane duro, ortaggi e avanzi di cucina. Il pasto (‘o pastone) era dato due volte ogni giorno, versato in speciali contenitori rettangolari ricavati da massi scolpiti di pietra vesuviana. A seconda dei periodi dell’anno si poteva dare anche mais, bulbi di rape (‘e scatozze), zucche, zucchini ed altri prodotti dell’orto.
La crescita e l’ingrasso dell’animale duravano in genere un anno. Verso la fine dell’inverno, di solito a gennaio, si eseguiva l’uccisione del maiale.
La vittima di turno era adagiata in orizzontale su una tinozza di legno capovolta e trattenuta da almeno cinque o sei persone forzute. Si procedeva a recidere la giugulare con un coltello appuntito (‘o scannaturo) e a raccogliere rapidamente il sangue in un recipiente di rame. Il primo raccolto era destinato alla produzione del “sanguinaccio” (il tipico dolce di Carnevale), mentre quello successivo, più coagulato, era utilizzato in cucina e veniva fritto.
Spesso, ad operazione conclusa, si contavano i feriti tra i presenti, a causa dei forti calci lanciati dalla povera bestia in agonia!

Una volta morto, il maiale veniva accuratamente pulito delle setole, con grossi coltellacci e lavato con acqua bollente. Poi gli adulti della famiglia provvedevano a tagliare la testa, che veniva appesa ad un’asta di legno (‘a furcina).
Il corpo veniva issato in verticale e appeso con due ganci alle travi della stalla. Si effettuava la recisione dell’addome e la raccolta di tutti gli organi interni in un grosso recipiente.
Si sa del maiale non si butta niente!
All’evento partecipavano tutte le famiglie della masseria, alle quali, secondo l’usanza, si donava un piatto contenente dei pezzi di carne rappresentanti le varie parti del maiale (coratelle, fegatielle, tracchiolelle, ecc.). Ovviamente il rito si ripeteva a catena, perché era d’obbligo, al momento dell’uccisione del proprio maiale, ripetere l’”attenzione” verso i vicini, che avevano offerto della carne in dono. Così facendo, ognuno aveva assicurato della carne fresca suina per la durata di almeno un paio di mesi!
Dopo un giorno di riposo si procedeva al taglio delle carni, secondo le varie usanze culinarie. La conservazione delle parti del maiale veniva fatta con prodotti semplici e metodi antichi, quali: il sale, il pepe, l’affumicatura e la stagionatura.
Le due zampe posteriori venivano subito salate per farne prosciutti. Le parti di grasso erano anch’esse salate e pepate per la produzione di pezzi di lardo. Tutte le parti prodotte erano appese e messe ad essiccare. Le interiora venivano pulite e salate per renderle elastiche e utili per la produzione di salsicce e di “nnòglie”.
Le “nnòglie” avevano la forma di salami, ma erano riempite con carni più grasse, ricavate dal collo, dal capo e dalle interiora (milza, ecc.), rese piccanti con pepe nero.
Si procedeva, poi, alla produzione di salsicce e di salami. Tutte le carni selezionate erano tagliate a punta di coltello in piccoli pezzettini o erano macinate in una particolare macchina tritacarne ad azionamento manuale. Successivamente la carne era salata e pepata, aggiungendo del vino rosso e dei finocchietti. Si formavano poi le salsicce, riempiendo con la carne ottenuta le budella d’intestino. Durante il riempimento si utilizzava un semplice imbuto d’alluminio o addirittura un corno bucato. Con abili giochi di mano, si formavano le salsicce, distanziando, intrecciando e legando con filo di spago i vari segmenti. Con dei spilli si foravano in più punti le budella, per favorire il drenaggio dei grassi liquidi. Le salsicce, una volta pronte, erano quindi appese su assi di legno accanto al camino, per favorirne l’asciugatura. Tra le diverse fila appese s’interponevano delle foglie di alloro, per aromatizzare le carni.
Si procedeva poi a conservare le parti più pregiate: il “capocollo”, il “filetto” e la “ventresca”. Con il fegato si otteneva un ottimo piatto, realizzato con cipolle fritte. Il cuore veniva fritto con le cipolle e foglie d’alloro, avvolto nella famosa “rezza ‘e core”.
Particolare menzione merita la produzione della sugna (‘a ‘nzogna) che, come si sa, era il condimento principe della tradizione contadina. L’olio era poco usato, sia perché costava molto, sia perché non era prodotto nelle nostre campagne.
La sugna era preparata facendo cuocere in un grosso tegame, per molto tempo, tutte le parti grasse del maiale, che venivano tagliate a pezzetti. Durante la cottura si aggiungevano delle foglie di alloro per aromatizzare il grasso. Una volta che il grasso era completamente sciolto si faceva raffreddare il pentolone, fino a raggiungere la temperatura ambiente. Le parti residue (cicole) erano pressate in uno speciale tamburo con dischi forati, per estrarne tutto il grasso ancora impregnato. Qualcuno usava anche una “premi patate”!

Quando la sugna si era rappresa e addensata, una parte di essa veniva versata in una sacca, ricavata dalla vescica del maiale. La restante parte di sugna era messa in barattoli di terracotta smaltati di colore bianco, coperti con della carta di sigillo e riposti in credenza. Per queste operazioni si utilizzava un cucchiaio di legno (‘a cucchiarella). La sacca piena di sugna era inserita in un canestrino di vimini e appesa in cucina, pronta per essere utilizzata come condimento. Le “cicole” venivano invece mangiate durante la cena o i pasti frugali ed erano considerate dai bambini delle vere leccornie.
I piedi, il muso, le zampe e le orecchie del maiale erano le delizie della cucina piscinolese. Venivano bollite e poi condite con limone e un po’ di sale.
Lo stomaco e le altre interiora del maiale formavano un’ottima trippa da cucinare con sugo di pomodoro o gustata lessa con il limone. Le tracchiole (‘e tracchiulelle) del maiale venivano utilizzate dalle nostre nonne la domenica, per la preparazione del ragù (‘o rragù). Le ossa, infine, venivano utilizzate per il brodo.
Tutte le altre interiora del maiale: come polmoni, fegato, cuore, milza erano ridotti a pezzettini e utilizzati per preparare una speciale salsa, mista a pezzi di carne, molto piccante chiamata “soffritto” o “zuffritto”. Per preparare questo sugo, le interiora di maiale si cuocevano insieme alla conserva di pomodoro, aromatizzata con foglie di alloro e molto peperoncino. Il “zuffritto” era fatto cuocere ininterrottamente a fuoco lento, fino a quando il sugo diventava molto concentrato. Esso veniva poi conservato in barattoli di terracotta e si utilizzava nelle sere di inverno, per inzuppare “freselle” di pane, dopo averlo riscaldato e diluito con un poco di acqua. Spesso questo piatto tipico della nostra cucina veniva servito ai manovali che lavoravano nelle campagne, accompagnato da un pezzo di pane casareccio.
Soffritto
Nei primi anni del 1900, per regolamentare a livello sanitario, questa antica pratica diffusa tra i Piscinolesi, di macellare i maiali in proprio nei cortili, si decise, come annota il Vicesindaco di allora marchese G. Lucarelli, di realizzare un macello pubblico in Via Plebiscito. Quest’ultimo luogo, proprio per la presenza del macello pubblico, fu denominato “Capo ‘a Chianca”. Tuttavia questa decisione non servì a distogliere i Piscinolesi dallo svolgere ogni anno il tradizionale rito di macellare i maiali in proprio.
Il maiale era considerato così importante nella vita sociale ed economica del luogo, che un aspirante sposo soleva rompere un fidanzamento solo dopo che terminavano gli ultimi pezzi di carne suina. Come pure il perdurare del fidanzamento dopo tale periodo significava che le nozze erano vicine…!"

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Questo post è dedicato alla memoria dei miei cari nonni paterni, Salvatore e Maria  che, attraverso mio padre, mi hanno trasmesso i valori autentici e genuini della civiltà contadina di Piscinola antica. A loro devo sempre un grande grazie per essere diventato ciò che oggi sono, con le mie passioni, esperienze ed interessi!

Salvatore Fioretto 

Foto di famiglia che ritrae i nonni Salvatore Fioretto e Trematerra Maria, 
insieme al maiale allevato nella loro masseria di "Abbascio Miano", foto anni '50.

domenica 1 febbraio 2026

Tra Chiaiano e Marianella... due "Santi" vicini di casa...

Anche Chiaiano, come Marianella, vanta di avere avuto un "Santo" che ha frequentato in vita il suo territorio e ha percorso le sue strade fin dalla tenera età, parliamo di Gennaro Maria Sarnelli, Barone di Ciorani, che è stato elevato agli onori degli Altari, nell'anno 1996.
Gennaro Maria nacque a Napoli il 12 settembre 1702, era figlio del Barone Angelo, originario della cittadina di Ciorani e della baronessa Caterina Scoppa. I Ciorani possedevano a Napoli, oltre il palazzo nobiliare nei pressi della Piazza Trieste e Trento (chiamato "Palazzo Zapata"), anche estesi appezzamenti di terreni e masserie a Chiaiano, all'epoca Casale di Napoli, nei quali era ubicato il casino di campagna della nobile famiglia. Ebbe un infanzia spensierata, ma mite, raccolta nei valori cristiani e caritatevoli.
Gennaro manifestò fin dalla tenera età la sua "chiamata" alla vita consacrata, ma fu severamente osteggiato dal genitore, che lo costrinse agli studi forensi. Frequentò con profitto l'Università di Napoli, laureandosi nell'anno 1722, in giuridispudenza, in utroque iure (in entrambi i "diritti": canonico e civile).
Esercitò la professione di avvocato per pochi anni, fino al 1728, ma ben presto il desiderio giovanile di farsi sacerdote riaffiorò nella sua mente con maggiore vigore. Dopo gli studi teologici previsti, fu ordinato sacerdote il 9 novembre 1732, anno in cui veniva fondata la Congregazione del SS. Redentore
Contemporaneo di Alfonso Maria de Liguori (era più giovane di cinque anni circa), lo conobbe sicuramente per la stretta vicinanza tra Chiaiano e Marianella, nei luoghi dove le rispettive famiglie nobili avevano le loro residenze estive, ma anche per i comuni studi universitari e per l'attività di assistenza agli ammalati che entrambi svolgevano nell'ospedale degli Incurabili di Napoli.
Come Sant'Alfonso, anche Gennaro Sarnelli rinunciò presto alla vita forense, divenendo un sacerdote impegnato anche nel sociale. 
Affascinato dal progetto missionario di Sant'Alfonso, aderì nel 1733 alla Congregazione del SS. Redentore, proprio nel momento in cui il fondatore fu abbandonato dai primi adepti del nascente sodalizio e si trovava a Scala.
I
l padre, Angelo, che aveva così duramente osteggiato il figlio, alla fine ne apprezzò la scelta e su richiesta di Gennaro, donò a Sant'Alfonso un'ala del castello di Ciorani, per stabilirvi una casa della congregazione. 
Dopo l'ordinazione, Gennaro fu nominato responsabile della catechesi nella parrocchia dei Santi Francesco e Matteo. Entrò a far parte della Congregazione delle Missioni Apostoliche; ed essendo un eccellente oratore, fu chiamato dal cardinale Spinelli, fin dall'anno 1736, a sostituire Sant'Alfonso nella conduzione delle Sante Missioni, che si tenevano in tutta l'Archidiocesi di Napoli.  
Nel 1741 organizzò una "Missione permanente" nei sobborghi di Napoli.
Per le privazione e per i sacrifici patiti
, si ammalò gravemente, minato anche nel fisico troppo esile, Gennaro Maria Sarnelli morì poco dopo, a Napoli, a soli 41 anni, il 30 giugno 1744. 
Come Sant'Alfonso, è stato anche lui un apprezzato scrittore di numerose opere spirituali, oltre 40, tra cui l'Opera Omnia. Fu promotore di una vasta campagna moralizzatrice, che estese nella Napoli popolare e nei suoi Casali, combattendo la prostituzione dilagante e lo sfruttamento delle donne e lo stato indigente di molti fanciulli. 
Tra le altre attività portate avanti dal Sarnelli, dall'anno 1736, infatti, vi sono le iniziative a favore dei «facchinelli», cioè i minori sfruttati per il lavoro. Degni di nota sono anche la fondazione della casa redentorista di Liberi (Caserta), le campagne contro la "bestemmia”, l'evangelizzazione dei laici, la formazione spirituale dei fanciulli. 
Condusse sulla retta via molte donne e uomini della sua epoca. 
Fu sepolto nella parrocchia di Santa Maria dell'Aiuto e poi trasferito nella casa redentorista di Ciorani.
E' stato dichiarato Beato da Papa S. Giovanni Paolo II, il 12 maggio 1996. 
Degli scritti prodotti da Gennaro Maria Sarnelli, in massima parte pubblicati postumi, le sue opere sono state raccolte in 13 volumi (Opere Omnia) e pubblicate in Napoli, tra il 1848 e il 1851; esse sono così suddivise:
  • 1: Il mondo santificato, dove si tratta della meditazione e della preghiera: opera istruttiva ed illuminativa utilissima ai secolari ecclesiastici e religiosi per facilitare a ciascuno stato di anime l'esercizio della vita devota e per introdurre nelle chiese comunità e famiglie l'uso dell'orazione in comune, volume 1.
  • 2: Il mondo santificato: opera utilissima per ogni stato di anime, volume 2.
  • 3: L'anima illuminata: opera utilissima ad ogni stato di anime per accendersi nell'amore del sommo benefattore.
  • 4: Il mondo riformato, cioè Sacre lezioni contro gli abusi: opera utilissima che istruisce ed illumina il cristiano negli obblighi di sua religione; vol. 1.
  • 5: Il mondo riformato, cioè Sacre lezioni contro gli abusi: opera utilissima che istruisce ed illumina il cristiano negli obblighi di sua religione; vol. 2.
  • 6: Il mondo riformato nella istituzione ed educazione dei fanciulli: opera utilissima per gli ecclesiastici, e i padri di famiglia.
  • 7: L'ecclesiastico santificato.
  • 8: Le Glorie e grandezze della Divina Madre: opera utilissima per destare in cuor dei fedeli la vera devozione a Maria santissima.
  • 9: L' anima desolata confortata a patire cristianamente colla considerazione delle massime eterne.
  • 10: Della discrezione degli spiriti: operetta istruttiva, illuminativa, e direttiva per regola e cautela delle anime, che attendono all'esercizio dell'orazione, ed al cammino della perfezione e per i loro direttori.
  • 11: Il cristiano illuminato nei pensieri di vita eterna per la via purgativa e nei sentimenti di vita eterna per la via illuminativa diretto nella via della divozione colle regole e pratiche per avanzarsi nella perfezione ed ammaestrato nei misteri della religione e negli obblighi di sua professione.
  • 12: Opera contro il vizio della bestemmia, divisa in tre parti: ai principi e magistrati, ai sacri prelati della chiesa ed ai parrochi predicatori e confessori, colle regole maniere e pratiche ordinate per frenare un cotal delitto.
  • 13: Ragioni cattoliche legali e politiche in difesa delle città rovinate dall'insolentito meretricio.
  • 14: Lettere spirituali con l'aggiunta di un frammento dell'opera intitolata Dio placato nell'imminente suo sdegno.
 Salvatore Fioretto
 
 
Casa e Chiesa redentorista di Ciorani