sabato 14 marzo 2026

Un illustre pellegrino francese in visita da S. Alfonso a Pagani


Leggendo la vasta bibliografia riguardante la storia di Sant'Alfonso Maria de Liguori, che comprende anche tanti aneddoti, riferimenti letterari e dediche di personaggi famosi, abbiamo trovato questa bella testimonianza scritta dallo scrittore francese Joseph J. Gaume, che fu in parte pubblicata dal periodico “S. Alfonso” rivista mensile di apostolato alfonsiano – Pagani Basilica Santuario di S. Alfonso" - Anno XIV n.3 anno, marzo 1943  XXI. In essa vengono esaltate le bellezze del monumento di Pagani e dei luoghi circostanti, l'importanza del Santo e l'ammirazione del celebre scrittore.  J. Gaume (1802 - 1879) è stato un apprezzato teologo e scrittore di metà '800 e pubblicò molti testi su questioni sociali e religiose, come: "Origini ed errori dello spiritismo", "La rivoluzione", "Morte al clericalismo" e tanti altri. 
Ecco il testo, buona lettura
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"Un illustre pellegrino francese a Pagani"


"A. J. Gaume, famoso scrittore ottocentesco, arrivò nel 1839 l'eco vibrante delle solennissime feste celebrate in Italia, specialmente nella Campania, per la Canonizzazione di S. Alfonso. Entusiasmato concepì il disegno di prendere il bordone di pellegrino per spingersi da Parigi sino a Pagani. Vi giunse il 28 febbraio 1842. Descrisse il lungo viaggio in un libro, che stampò nel 1848, intitolato "Les trois Rome". Nel terzo tomo della importante pubblicazione compendiò le soavi emozioni gustate nella visita compiuta alla tomba del fondatore dei Missionari Redentoristi. Traduciamo qualche brano del giornale pubblicato con notevole brio."
[...] Nocera dei Pagani è il luogo estremamente caro ad ogni cristiano, là visse, stese i suoi volumi, soffrì e morì il san Francesco di Sales dell'Italia, il grande sostegno della fede e dei costumi contro gli errori dell'ultimo secolo: ho nominato S. Alfonso M. de Liguori.
Che gioia! quando lasciato alle spalle il Vesuvio, c’inoltrammo nell’ampia pianura, in fondo alla quale compariva la piccola città di Nocera. Se il viaggiatore profano non scorge nulla ch’ecciti la sua curiosità, diversamente avviene per il pellegrino cattolico. Tutto ivi parla di S. Alfonso e tutto ciò che riguarda questo grande uomo ispira un vivo interesse.
In mezzo agli umili religiosi redentoristi trovammo dei fratelli pieni di premura e di cordialità che ci accompagnarono alla tomba del loro padre.
Il santo vescovo riposa nella chiesa che egli stesso fece costruire: il corpo è situato sotto l’altare della cappella che forma la parte sinistra del transetto. Quando ci avvicinammo il pio luogo era circondato di una folla di pellegrini che spargevano lacrime e preghiere davanti al “buon santo”, di cui i loro antenati avevano ammirato la dolcezza inalterabile, la povertà evangelica, la squisita carità paterna.

Dalla chiesa passammo al refettorio. Il Superiore segnalò subito il posto occupato in vita da S. Alfonso. Ci sembrava di vedere ancora il venerabile vegliardo, assiso sopra un povero banco di legno, addossato alla parete: ricordammo la sua mortificazione nel lasciare le primizie del pasto per i poverelli.
Frugale fu il nostro pranzo: una zuppa di broccoli, un pezzo di stufato con insalata e due aranci. Il tovagliolo e le stoviglie erano in armonia con lo spirito di povertà, che distingue i degni Missionari. Fr. Filippo aggiunse con la conversazione un novello condimento alle vivande preparate con le sue mani. Fr. Filippo è l'ammirazione del paese e la delizia della Comunità. Avendo saputo ch'eravamo francesi, ottenne il permesso di parlarci e di narrarci la sua storia.
Vecchio soldato dell'impero, ferito in 20 battaglie, fu inconsolabile della caduta del suo imperatore. Disgustato del mondo, cercò la quiete all'ombra del solo
Padrone
che non può essere mai detronizzalo e fecesi Redentorista. La vita rustica non gli permise di studiare il Latino e la Teologia; non è quindi un predicatore, un confessore o uno scrittore: è cuciniere. 
Ricco di buon umore conserva nel suo umile ufficio
qualche cosa delle primitive maniere militari e della brusca franchezza, che vanno assai bene di accordo con la tonaca nera e il grembiale bianco.

Dopo il desinare ci muovemmo attraverso il collegio. Con rispetto girammo nel chiostro e nei corridoi tante volte percorsi dal Santo. Ed eccoci al “piano nobile” dove sta l’appartamento del glorioso fondatore.  Una porta semplicissima di legno, aprentesi nel corridoio, introduce in una celletta, lunga circa dieci piedi e larga 8. 
Quale impressione edificante al mirare le pareti disadorne, il pavimento in mattoni dozzinali, la soffitta dai travicelli sporgenti, coperto di uno strato di gesso appena sufficiente ad impedire la caduta della polvere, la finestrella sgangherata, dinanzi alla quale il grande Dottore scrisse la maggior parte del suoi pii e sapienti libri!
Il gabinetto di lavoro è separato dalla camera da letto mediante una porticina a vetri. Vi penetro e faccio l'inventario: un lettuccio composto di una coltre e di un materasso smilzo con un asse poggiante su tavolette sorrette da quattro piedi di ferro, alti 30 centimetri, tre vecchie sedie, due poltrone secolari rivestite di pelle, di cui una a ruote che serviva al trasporto del santo vecchio nei corridoi, un tavolinetto con una lucerna e il cero che fu acceso sul letto di morte: tali sono gli arredi del moderno Dottore della Chiesa, del patrizio napoletano, dell'esimio Vescovo di S. Agata! ...
In questa stanza venerabile, disposta com'era nel giorno in cui il Santo spirò, i Padri che ci guidavano, rievocarono i supremi momenti di Alfonso, spentosi il 1 agosto del 1787, mentre suonava l'Angelus di mezzodì ...
Intanto era giunta l'ora di dare l'addio a questa santa casa. Dopo esserci prostrati nuovamente all'altare del glorioso Dottore, abbracciammo i buoni Padri e partimmo alla volta di Cava [...]  (Pag. 22 e seg.)

Salvatore Fioretto 

 

domenica 8 marzo 2026

Il "Lupomannaro" e la Rabbia... false credenze, superstizione e ignoranza popolare!

Nei "cunti", ovvero nei racconti, che spesso venivano narrati ai pargoli, durante le fredde e lunghe serate d'inverno, davanti al tepore del fuoco acceso di un camino, tra i personaggi che destavano timore, emergeva la figura leggendaria del “lupemannaro”, ossia l’”uomo-lupo”, che rappresentava uno dei temi tramandati nell'immaginario collettivo delle generazioni  passate. Si diceva che il lupemannaro appariva sempre in occasione del plenilunio, quando era costretto ad uscire allo scoperto ed a emettere, per la forza esercitata dalla Luna, dei singulti simili ai latrati di un lupo. Anche nel quartiere di Piscinola si diceva che c'erano diversi personaggi che presentavano questi sintomi; che accorrevano di notte nel loro girovagare vicino a fontanine pubbliche, per ristorarsi e provare a placare il loro stato di sete. Ciò avveniva spesso in Via SS. Salvatore e in Via V. Emanuele, come raccontava molti anni fa qualche convinto testimone oculare… Forse queste povere persone, veramente esistite, erano affette da malattie, forse da asma, ma molto probabilmente, come ci indicano le statiche del passato, da episodi di Rabbia. Purtroppo, in passato, a causa dell’ignoranza popolare, i malati erano oggetto di false credenze che attribuivano loro dei "poteri sovrannaturali negativi" e di conseguenza erano ingiustamente emarginati invece di essere aiutati...!

In riferimento all'epidemia della Rabbia, per avere un'idea attendibile sulla situazione sanitaria esistente alla fine dell''800 nelle province campane, nella città di Napoli e nei suoi Villaggi, abbiamo trovato questa lettera scritta dal prof. E. Fazio al giornale "Roma"  e pubblicata nella "Rivista: Internazionale di Igiene Anno III 1892. n.12" (pagg. 565, 566) (Titolo lettera: "Movimento Nazionale ed Internazionale - MISURE SANITARIE CONTRO LA RABBIA IN NAPOLI") :

“[...] Intanto il signor Sindaco (di Napoli) mentre teneva informato con nota il Prefetto della provincia, acciò la razzia dei cani vaganti si facesse contemporaneamente nel resto della Provincia, resultando che i primi casi di morsicatura e di vera idrofobia si erano avverati nei villaggi del Vomero e di Piscinola ordinava a tutti i proprietarii di cani di munirli di musoliere, volendoli tenere nei cortili o per via; di avvertire l'autorità di ogni caso di cane od altro animale domestico che presentasse segni di rabbia, ammonendo che i contravventori, oltre al sequestro dell'animale, sarebbero passibili di penalità, giusta l'art. 60 della legge sanitaria. Quali furono gli effetti dell'ordinanza sindacale, nel tempo stesso che la stampa dava l'allarme per persone morte di rabbia in seguito alle morsicature dei cani vaganti in città o nei paesi limitrofi? 
Con mia sorpresa la cittadinanza, niente preoccupata dell'allarme, non coadiuvò l'azione dell'autorità, e, come di solito, i cani vagarono a stuoli per le vie senza lacci e senza musoliera. Intanto all'ufficio d'igiene giorni sono venivano denunziati nuovi casi di morsicature di cani: un cane aveva morsicato un operaio del cantiere di Armstrong in via Incoronata, un altro aveva morsicato una signora ai Bagnoli, un terzo sei giorni fa, aveva morsicato 5 altri cani, e, dopo di aver percorso la Galleria Umberto I fu ammazzato a Toledo da un accalappiatore. 
Senza porre tempo in mezzo, informato il Sindaco, m'intesi di nuovo col Comandante delle guardie per procedere a nuova e rigorosa razzia dei cani vaganti, iniziandola dai villaggi e procedendo in tutti i punti della Città, sicuro che l'egregio dott. Bessone, medico provinciale, userà mano forte pel resto della provincia, senza di che la città di Napoli sarà continuamente esposta a nuovi contagi per cani idrofobi vaganti nei comuni e provincie finitime. Dalla statistica generale dell'istituto antirabico, diretto dall'illustre prof. Cantani, favoritami dal solertissimo dott. G. Zagari, sopra 112 persone morsicate, che si recarono alla cura dal 1.° gennaio g al 30 giugno 1892, rilevo che 11 provenivano dalla città di Napoli, 48 dalla provincia di Napoli, 30 dalla provincia di Caserta. Il dott. Serafino del nostro ufficio a sua volta mi riferiva che sopra 7 persone morte di rabbia in Napoli dal giugno a tutto settembre 1892, 3 provenivano da Afragola, Portici e Marigliano; 1 da Santa Maria di Capua; 1 fu morsicata in città e 2 nel villaggio di Piscinola. Lo Zagari ebbe notizia di 2 altri morti di rabbia nella provincia di Napoli. Infine dalla statistica generale dell'istesso istituto antirabico Cantani (esercizio dal 22 settembre 1886 a tutto gennaio 1888, e dal luglio 1888 a tutto gennaio 1892) di 705 persone morsicate provenivano dalla Città e provincia di Napoli 186, da Caserta 82, da Salerno 45. Si vede chiaro che i casi di persone morsicate da cani, nella provincia di Napoli e nelle provincie finitime, sono ben numerosi, tenuto conto che non tutti i morsicati si assoggettano alla cura antirabica, e molte persone, morte di rabbia, non sono come tali denunziate. Ond'è che se vorremo garentire la Città dai cani idrofobi dobbiamo efficacemente agire dentro e fuori l'ambito di Napoli [...]".

Ed ecco un caso clinico che abbiamo trovato, accaduto a Piscinola nell'estate dell'anno 1892:

"(2ª Osservazione.) - Sabatino C. di anni 20 da Piscinola, morsicato 40 giorni prima da un cane di cui non si ebbe più notizia, all'anulare della mano destra stette bene fino al 10 giugno (forse 1/6 n.d.r.), quando fu colto da febbre con brivido e da dolore al braccio destro e paresi del medesimo, i quali non gli permettavano di elevare il braccio. L'infermo sentendosi inabile al lavoro si ritirò a casa; ed il giorno dopo ritornò alla campagna; ma dopo poco, fu costretto a sospendere di nuovo il lavoro per la stanchezza. Notava abbattimento ed inappetenza, e cercando di bere un po' di acqua, s'accorse di non poterla ingoiare. Oltre a questi fenomeni, l'infermo non avvertiva nulla e potè recarsi a un paese vicino. Senonchè la sera notò che il vento gli faceva male, tanto che, giunto a casa, bisognò chiudere la finestra. Il 3 giugno, si recò dal dottore N. in questa città il quale gli prescrisse delle cartine aggiungendo che, ove con quelle non si fosse sentito bene, avrebbe dovuto sottoporsi alla cura antirabica! 
Intanto non poteva mangiare, nè bere e, per soddisfare a questo ultimo bisogno, riuscì con un tubicino, senza guardare l'acqua, a trangugiarne: ma la sera del medesimo giorno ripetè lo stesso tentativo, ma non vi riuscì. 


In Clinica è stato condotto il 4 giugno alle ore 11 a. m. e i sintomi spiccatissimi di aerofobia e di idrofobia, che presentava, non lasciavano in nessuno il dubbio sulla natura della malattia; che anzi, per lo stadio inoltrato della medesima, tutti quelli che lo osservarono ebbero ad emettere, con noi, un prognostico dei più infausti. Ad onta di ciò, abbiamo tuttavia creduto, per dovere umanitario, non negare a quest'altro il beneficio del nuovo metodo di cura; tanto più che non restava a fare altro di meglio.
Naturalmente dal momento in cui aveva avvertito il dolore e la paresi al braccio a questo stadio, in cui a noi si era presentato, il virus doveva essere abbastanza progredito lungo le vie nervose centrali, da poter sperare che con iniezioni endovenose, fatte 2 volte al giorno, si potesse neutralizzarlo. Quindi urgeva il bisogno di farle ripetute, nel più breve tempo possibile. Si sono adoperati 3 c.c. di emulsioni depositate, periniezioni, endovenose, come indica il quadro:
- Ore 12,30 pom. M10 M9
- Ore 1 pom. M8 M7
- Ore 7 pom. M6 M5.
I fenomeni classici dell' idrofobia si fanno sempre più gravi la malattia segue fatalmente il suo corso. Alle 7 subentra il delirio in preda al quale muore alle 11,15". [...]
(Articolo tratto da "LA RIFORMA MEDICA - GIORNALE INTERNAZIONALE QUOTIDIANO di medicina, chirurgia, farmacia, veterinaria e scienze affini, DIR. Prof. GAETANO RUMMO - ANNO VIII.  VOLUMΕ ΙΙΙ. 1892 NAPOLI Tipografia della Riforma Medica,
 Pagina 795).
Salvatore Fioretto